L - Insegnamenti
Pubblicazione 4/11/2022
XXV
Che cosa ho fatto? Ho perso la guerra? Impossibile, sono un pacifista.
Sì, un pacifista muto, vittima di crimini di guerra, la cui parola era stata sottratta da una mezzosangue. Si era addormentata nel mio letto e avevo immaginato che tra le lenzuola avesse la mia lingua stretta tra le mani.
Quel tipo di mutilazione era stata la pena meno terribile. Nella mia storia, ero stato imprigionato, massacrato di botte, avvelenato e strangolato a morte ma non avevo mai subito un tormento tanto insopportabile. La tortura a cui ero stato sottoposto si era protratta per 223 minuti e 78 secondi. Il suo nome era Renesmee, il suo obiettivo? Farmi confessare.
Per i primi 56 minuti, sviai l'interrogatorio rimanendo cosciente: contando i suoi morsi, prestando orecchie ai suoi rimpianti e occhi al suo sonno.
Avrei voluto dormire con lei, abbracciarla e strapparle via la corazza, esporre il fronte di guerra per colonizzare anche le città fantasma. Avrei potuto ricostruire dalle macerie abbandonate sulle calze smagliate... sì, avrei potuto ma, no. Non l'ho fatto.
Le avevo fatto un cenno e, sillabando qualcosa come due o tre frasi, l'avevo invitata a seguirmi nel castello di Sebastian, la sua casa prima di diventare un Cacciatore - prima della sua semeyka.
La veglia mi aveva regalato un barlume di ragione, mi ero detto "prima il dovere, poi il piacere", così avevo anteposto a malincuore Sebastian a Renesmee.
Inizialmente, non avevo preso in considerazione quali conseguenze la sua compagnia avrebbe comportato. Rovistare con lei tra le decadenti mura della fortezza di Sebastian significava: renderla a tutti gli effetti parte integrante della famiglia Winslear e darle un'importanza che non avevo mai dato a nessun altro essere.
In trent'anni di matrimonio, Janie non era mai entrata lì dentro - lo stesso vale per i miei fratelli. Maggie lo definiva spettrale, Arthur invece abissale; un aggettivo inusuale certo, però per lui era più che esaustivo nel definire il mastodontico palazzo di un vampiro ottocentesco vittorioso e potente.
Ero il solo a far visita a tutto quel vecchiume e l'unica ala di mio gradimento era quella a sud: The Old Library Museum, o come l'avevo soprannominata con un pessimo gioco di parole, The Old Library Mausoleum. Quel postaccio era una galleria contenente tre secoli di storia umana e vampira, e soprattutto di morte - lì dentro, gli unici esseri in vita erano i ragni e i topi.
Io e Sebastian utilizzavamo quel posto come centrale operativa per le le nostre riunioni pre-spedizioni e come punto di consegna. Tutte le lettere dei Volturi arrivavano in quel castello, tutte le richieste d'aiuto e... tutte le minacce: nomadi che avevano sentito parlare dei Cacciatori, vampiri che volevano prendere il nostro posto tra le fila dei Volturi e chi, più sfrontatamente, ci propinava di tradire la corona italiana per un casato, uno stemma o un ideale.
Il castello di Sebastian era nato come insediamento militare, costruito per sopportare assedi e invasioni nemiche; qualche anno dopo aver fatto sorgere attorno a sè Leechtown, era diventata la dimora di uno scapolo immortale facoltoso.
In ogni cultura, una casa dà forma a chi ci abita, o forse il contrario. La natura bellicosa di mio padre era riflessa nella crudele architettura vittoriana. Lui era il suo castello: i fossati e le palizzate in legno, le torri alte e svettanti che si facevano via via più appuntite per meglio deviare i colpi d'artiglieria, le carrette a strapiombo, le camere delle sentinelle e le torrette di guardia.
La magia del passato aveva incantato Renesmee sciogliendole la lingua, annodata per bene dopo il quid pro quo. Era elettrizzata e se c'era una cosa che avevo imparato, era che la sua parlantina era sinonimo di felicità: nonostante la polvere e le ragnatele il suo sorriso era raggiante e la sua allegria quasi contagiosa. Non aveva mai visto un castello prima d'ora, non si era mai divertita tanto e l'elenco delle cose da fare nella sua eternità non si era arricchito mai come ora.
Il suo interesse per la mia causa si era dimostrato eccessivamente vivace per i miei gusti: ai miei « Non si tocca. » rispondeva sorridendo o scuotendo la testolina ramata; ai suoi « Perché? » sbadigliavo annoiato. Alla fine le avevo dato il via libera dato che aveva ridato vita a quegli oggetti dopo decenni.
Per la prima ora, aveva passato in rassegna una serie di inutili cianfrusaglie: tavole dei pianeti, un globo stellare di fabbricazione russa per il calcolo degli archi nella navigazione notturna, una bussola magnetica in bachelite, un barografo aneroide, vari modellini di yacht ed eliche d'epoca, un planetario, set di vasi da farmacia e una tavola zoologica.
La seconda ora, l'aveva dedicata all'antiquariato nautico: modelli e progetti di navi d'epoca, un contamiglia, un sestante, un ottante, un solcometro e in ultimo un cannocchiale in ottone.
L'ora successiva, era venuto il turno degli strumenti di misura: un teodolite Zeiss in faggio, un tacheometro, un livello topografico, uno squadro agrimensorio, un galvanometro a specchio e uno a bobina, un elettroscopio, un rocchetto a induzione e un sismografo.
Le sue mani erano state ovunque, su tutte le anticaglie di Sebastian e tutto ciò che le cadeva per terra faceva dei rumori così fastidiosi che rimbombavano a intervalli regolari lungo i corridoi. L'ululato dei lupi era stato rimpiazzato dal tonfo delle enciclopedie sul pavimento, dallo schianto degli arnesi e dallo strepitio dei cassetti. La sua chiassosa curiosità abbinata a « Leonard, cos'è questo? », acciuffando qualsiasi cosa le capitasse a tiro, mi rendeva poco produttivo.
Quando fu il turno degli strumenti medici, i suoi occhi brillarono. Aveva analizzato un cauterio, mentre indecisa teneva tra le mani tavole e modelli anatomici; si era cimentata anche nell'uso di un microscopio ottico degli anni '20. Quando fu attratta da uno scarificatore in ferro e da una pinza emostatica, persuaso che fosse più opportuno evitare ulteriori scambi ematici, le avevo rubato la refurtiva troppo tagliente.
« Questo serviva per il salasso. Lo sai che Galeno parlava del sangue come umore dominante, un qualcosa di così forte da dover essere controllato? Se ci pensi, i romani avevano capito più di duemila anni fa l'importanza del sangue... »
Spiegazioni su spiegazioni, l'avevo interrotta bruscamente facendole cenno di tenere la bocca chiusa. Un modo rozzo certo, ma non ne potevo più del suo accento di Seattle, della sua voce o del suo odore! Una seccatura, una tortura!
Avrei preferito zittirla in altro modo, ma tra stamparle un bacio e infilarle la lingua in bocca, preferii prendere delle precauzioni.
L'ultimo avviso ebbe la meglio su di lei, ma non su di me.
In quattro e quattr'otto, si era messa alla ricerca di indizi utili: prendeva volumi su volumi, salendo sulla scaletta per portarsi un po' di qua e un po' di là. Saltellava tra gli scaffali che andavano dal pavimento al soffitto, aprendo libri e riponendo al suo posto tutto quello che non era necessario. Sfogliava la carta delicatamente, mentre io facevo l'opposto: stropicciavo e accartocciavo tutto ciò che era superfluo.
Anziché darmi una mossa, avevo passato l'ultimo quarto d'ora a spiarla: salire, scendere, agguantare, scoprire e respirare. Avevo anche provato a strofinare via dalle guance il senso di colpa, spargendo ingenuamente il suo odore sulla mia faccia: le mie mani sapevano ancora dei suoi capelli e la mia bocca della sua pelle.
Suor Carmelita me lo ripeteva sempre: "Dio rende liberi, non libertini."
L'ultima punizione che mi era stata inflitta era stata l'evirazione, il massimo dell'umiliazione. La mia virilità era stata castrata dalle lacrime di una rossa lentigginosa, da un banale tramonto americano, dalla guerra fredda. E non era neanche il tramonto più bello che avessi mai visto!
Ma lei era lei.
Era la preda più succulenta, la rossa più rossa, era spietatamente umana ed era l'unica che mi facesse sudare così tanto anche nel pieno dell'inverno canadese.
Fuori nevicava, dalle guelfe svolazzava una sabbia biancastra e il vento percuoteva il vetro.
Avevo caldo e i suoi boccoli avevano incendiato ogni centimetro del mio corpo. Scelsi una finestra, quella più vicina a me e la aprii. Lo scricchiolio dei battenti la fece sobbalzare, si voltò e ci scambiammo un'occhiata fugace.
Non appena rivolse il suo interesse altrove, ripresi da dove mi ero interrotto. Infilai mezza faccia dentro al maglione soffiandomi il torace: la garza mi dava prurito e proseguii sventolandomi con una delle tante mappe che avevo a portata di mano.
"Ci insegneremo a vicenda."
Cosa posso insegnare a Renesmee? Non ho mai insegnato niente a nessuno. È stato Artie a insegnare a Maggie a parlare e a camminare. Io le ho insegnato lingue straniere e pugni.
Anche con i cuccioli me la cavo male. Maddalena non fa altro che criticarmi: alzo sempre la voce, do voti a piacimento, sfrutto Abbey per accendere le sigarette e ho chiamato Mei faccia gialla ieri.
Non l'ho scelto io "Maestro", piaceva alle nunnies per nascondere il mio nome.
L'unica cosa che avevo insegnato a Renesmee era stata raggirare le trappole attorno al castello e alcuni rudimenti di filologia vampiresca. Per il resto, non avevo la più pallida idea di quali lacune avesse e quali ripetizioni darle.
Era la prima volta che mi ritrovavo in una biblioteca mosso da un fine puramente investigativo. Lo scopo era sempre stato sessuale sia nelle biblioteche liceali che universitarie: uno dei tanti habitat delle donne, come i cafè, i pub o le palestre, dove rimediare uno speed-date.
Le librerie pullulano di carne giovane, umane di tutti i tipi, stupide, secchione, lascive e puritane... una vetrina di corpi e cervelli in vendita. So come attaccare bottone, come fingermi geniale e guardare dentro la scollatura senza essere preso per maiale. E poi... farlo tra la carta, gli scaffali cigolanti, con tutti quei libri che cadono e tutti quegli scrittori morti che imprecano...
E se usassi la biblioteca di Sebastian per fare lo stesso? Sì insomma, per fare quello che si fa nelle biblioteche: un motivo di studio, una ricerca antropologica. Avrei studiato il continente americano...
« No! » tuonai contro me stesso, convinto che quella conversazione avesse luogo solo nella mia testa.
« Adesso, basta. » e in un attimo mi beccai un'occhiataccia e un rimprovero per essermi riappropriato della lingua, « A che stai pensando? »
A cose a cui non avrei dovuto pensare, fantasie di poco conto: librerie, torture, insegnamenti.
« A quello a cui dovresti pensare anche tu. » e le riassunsi la mia pista: « Le Galere del sangue sono esistite davvero; erano delle prigioni per i mezzosangue. Chiunque avesse un sangue diverso dal normale veniva rinchiuso. Non può essere un caso che lui abbia scritto il suo testamento su quella mappa. »
« Non intendevo questo. » fece una breve pausa, arricciò il naso e mi colse con le mani nel sacco: « Ti ho già visto fare così nello studio di Candy. Quando abbiamo fatto quel gioco con le carte avevi la stessa espressione: ti rosicchiavi il pollice e mi fissavi allo stesso modo... »
« Perché è un maledetto rebus! Perché non riesco a venirne a capo?! » sbraitai sbattendo i pugni sul tavolo, traballò tutto quello che ci stava sopra e un Rolodex rotolo giù.
Renesmee accettò la mia ira senza nulla da ridire. Si mise dietro di me e posò le braccia sulle mie spalle e disse a un orecchio « Leonard, dovresti avere più ipotesi, percorrere più strade. », poi all'altro, « Fino ad ora ti sei concentrato sulla mappa, non sui francobolli. »
« Lo avrei fatto se non mi stessi con il fiato sul collo. » sibilai con affanno.
Dopo averla contrariata tanto, sbuffò, mi sfilò la mappa che avevo tra le mani e la schiacciò sullo scrittoio, spostando tutte le cartacce da un lato per sedersi di fronte a me.
« No, non lo avresti fatto. » e sorrise amabilmente: « Tic toc tic. Tic toc tic. Questo è il rumore che fai quando sei nervoso. » e appoggiò le caviglie sui braccioli della mia poltrona e le mani sotto il mento picchettando prima una guancia e poi l'altra.
« Mi chiedevo se... se il tuo suicidio è stato premeditato, anche tu hai scritto un testamento? »
« No, ho lasciato il foglio bianco, Renesmee. Il mio lascito era il patto con Carlisle. »
Gonfiò le guance d'aria e domandò: « Perché ti importa così tanto del suo testamento? È un vampiro, è immortale. »
« Davvero non ci arrivi? Se ha redatto un testamento lo ha fatto perché sa che morirà e anche per mano di chi. Devono esserci le tracce di un testatore. Avrà nominato un esecutore o più di uno e se Arthur non ne è a conoscenza, vuol dire che è qualcosa di grosso... vuole fregarmi! » direzionai lo sguardo verso un vaso e lo scheggiai.
« Argh! Ci mancava solo questa... » brontolai grattandomi l'occhio. Provai a fare quello che facevo di solito: mettermi la benda ma Renesmee non fu d'accordo perciò decise di prendermi per mano.
« Puoi impedirlo, non preoccuparti. »
« Preoccuparmi? » e risi di gusto, « Può morire. Voglio sapere che fine faranno i suoi affari e, tra questi, il suo contratto con Volterra. »
Note:
Semeyka: famigliola in senso dispregiativo.
Ispirazione:
La legge degli opposti, Fuoco e fiamme, Nascondino, Prede e predatori - Sundown
(Day)dreamer - Lifeblood
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