L - (Day)dreamer
Pubblicazione 27/09/2022
XXII
Profuma di cocco e cannella.
Mani m'afferrano reclamandomi con carezze di foglia.
Mi dona la sua bocca. Una volta e un'altra ancora e... se la ride...
scivola dalle guance alle labbra prendendosi gioco del desiderio.
Brividi.
Appassisco.
La voglio, ne voglio di più.
Ora.
Non posso più aspettare.
Una cascata di boccoli di Venere ondeggia, mi circonda.
Sono le fronde di un acero rosso. Sono le mura di una casa.
È lei, come sciroppo d'acero sulle labbra.
...le sfioro il pizzo sulla pelle madreperla disegnandone il ricamo e... mi chiama...
"Leonard."
"Leonard..."
« Leonard! »
Maggie? Maggie...
Mi svegliai di soprassalto mugolando la prima cosa che mi venne in mente: « Mais pourquoi diable me fait ça? »
Mi aveva spaccato un timpano dato che con quella vocina che si ritrovava più che avere un tono concitato era stridulo, assordante. Appoggiai la testa sulle braccia nascondendomi in una pila di manoscritti semiaperti - il mio cuscino fino a qualche istante prima - ma mollandomi un manrovescio sulla nuca ottenne la mia completa attenzione.
« Alla tua sinistra, puoi trovare la tua raggiante sorellina, alla tua destra dell'acqua fresca... » e sul porticato la mia protetta che svolazzava nel suo cappotto beige.
Chert! Perché erano lì? Perché proprio adesso?
Piagnucolai, insoddisfatto, immergendo la faccia nei fogli stropicciati per vedere il finale di quel sogno in cui avevo tra le braccia quella kozà e per nascondere la mia evidente eccitazione mattutina. Rinviai quel miraggio alla sera successiva, avrei ripreso da dove mi ero interrotto. Avrei riacciuffato il pizzo... lisciato le cosce e...
Mi sarei fatto del male a continuare così! Avrei riaperto una ferita ancora aperta, avrei portato un fardello sulle spalle. Accavallai le gambe e farfugliai melodrammatico: « Ti prego, Maggie. Abbi pietà, vai da Arthur. »
« Per tua sfortuna, si trova a Victoria con Nahuel. » mi diede un pizzicotto sul braccio e, concentrandomi sul suo essere molesta, scampai il pericolo di essere beccato.
Mi ero appena reso conto che la sera precedente l'avevo trascorsa piegato in due sul bancone, alla ricerca del significato della mappa non mappa, cioè del testamento di Sebastian. L'inchiostro e la carta erano stati soporiferi.
Erano settimane che stavo dietro a quel caso e a mio padre. Lo avevo pedinato, avevo messo a soqquadro il suo castello e lo chalet, ma ogni giro di ricognizione, ogni traccia era stata inconcludente.
Emisi un lamento gutturale e stropicciandomi gli occhi spiai Renesmee - quella vera - all'ingresso intenta a parlare al cellulare. Dalla sua prima visita a Leechtown era passato circa un mese, nel quale le sue visite allo chalet erano quadruplicate e quelle nei miei sogni avevano raggiunto un numero ben maggiore; se ne erano occupati Margaret e Arthur. Erano sempre stati più bendisposti di me e se la volevano tra i piedi, mi ero detto, era affar loro. L'avevo vista di sfuggita e, ogni volta che aveva provato ad avvicinarmi, avevo trovato delle scuse ideali per darmela a gambe: cuccioli, Arthur, Gènevieve, Sebastian.
Scuse di vario tipo, nonché valide motivazioni per mantenere la mia una fantasia nel Paese di Cuccagna e per assicurarle una buona posizione sociale al fianco di un ligio Mark Darcy. Uno come Arthur sarebbe stato perfetto per lei: affidabile, incorruttibile e poco vizioso.
Per lei sarei stato un Vronskij o un Heathcliff, sia il russo che l'inglese finivano per essere tormentati dal fantasma del loro amore impossibile.
Mi sarebbe passata e avrebbe fatto lo stesso con lei. Già la immaginavo fra qualche anno, ancora più bella e intelligente accompagnata da un uomo giovane e prestante. Il mio ruolo sarebbe stato quello del viscido piacione disposto anche a flirtare con una donna impegnata. Avevo già la battuta pronta per qualsiasi riferimento a quel noi. Avrei schioccato la lingua e gongolato sornione: « Un coup de foudre pour tous les deux. »
« C'è una puzza terribile qui dentro. »
« Puzza di maschio. » e sbadigliai nell'odore di chiuso, fumo, fuliggine, mozziconi di sigaretta e sesso con Janie - la mia dea francese dalla pelle di rum.
« Fetore di una sottomarca scadente di un profumo Cartier. » precisò, mettendo i puntini sulle i e alludendo al mio incontro serale.
Mi rigirai sullo sgabello guardandola storto mentre riordinava il letto disfatto, apriva le finestre e toglieva l'alcol di mezzo. Il tintinnio dei calici mi ricordava la grima, il rumore del gesso che graffia la lavagna.
« Decoupage? Raccatti i cimeli di papà per rivenderli? » borbottò sbirciando tra i dossier che avevo sotto le braccia. Fortunatamente, l'unico retaggio slavo della mia sorellina, oltre al patrimonio genetico, era l'avido consumo di superalcolici. Non sapeva leggere in cirillico.
« Lavoro. » grugnii.
Purtroppo, tra le lenzuola trovò il tanga dimenticato da Janie e... apriti cielo! Dopo un urlo disgustato, lo gettò via sgridandomi malamente: « Dì a Gènevieve di raccogliere la sua roba prima di andare via. »
Tuonai proclamando la mia indipendenza: « Margaret, il mio risveglio è sacrosanto! È un diritto inviolabile, come quello alla vita, al brandy dopo i pasti o al sesso di prima di andare a dormire... e con chi lo faccio non è affar tuo. »
Alzò gli occhi al cielo e riprese a fare la governante, saltellando qua e là e scansando il mio disordine. Nel frattempo, i miei occhi si erano posati su Renesmee che se ne stava proprio davanti alla mia finestra. Era più graziosa del solito: indossava una gonna svasata nera, delle calze dello stesso colore e un maglione color crema. Con il volto coperto per metà da un librone spesso quanto un mattone, mi curai delle sue gambe immaginandole avvolte da calze a rete e tacco, e ipotizzai come proseguisse quella dolce ascesa...
Cosa potrebbe esserci sotto una minigonna? Qualcosa che era meglio togliermi dalla testa. Pizzicai le guance e ricordai il latino di Maddalena "Omnia immunda immundis" tutto è impuro per gli impuri, tra questi la mia malizia non era da meno. Strizzai gli occhi e mi resi conto che l'unica gonna a cui dovevo andare dietro era quella di mia sorella, troppo corta, troppo stretta e troppo in pelle; il tutto seguito da una scollatura provocante in un top eccessivamente aderente.
« E quel vestito da dove è sbucato? »
« Dall'armadio. »
« Dove sono finiti i tutù rosa e le orecchie da gatto? »
« Nel cesto della biancheria! Meritavi una di quelle sorelle strafottenti o di restare da solo con Arthur; se ne sarebbe infischiato della tua casa di riposo. Se non ci fossi io questo posto farebbe schifo. Esiste una cosa che si chiama lavatrice. » rispose seccata mentre raccattava in una grande cesta della biancheria calzini puzzolenti, indumenti sporchi e asciugamani slavati. Ma lei era lì solo per darsi da fare, per occupare il suo tempo con qualcosa di più mortale. E cosa c'era di più mortale di uno sputo o di uno starnuto?« Esiste una cosa che si chiama privacy. » replicai chiudendo la conversazione.
Difendevo la mia proprietà con le unghia e con i denti. La casa del custode era la mia reggia. L'avevo costruita con Sebastian per il custode umano che aveva abitato qui, dopo la sua morte me ne ero appropriato.
Per un sempliciotto poteva sembrare un bilocale disordinato per il materasso due posti, i volumi sovrapposti l'uno sull'altro, le bottiglie sugli scaffali e gli LP accatastati di fianco al giradischi. Ma in realtà, quello era il mio ordine, il mio tempio. La posizione di ogni oggetto aveva una ragione così come i mobili. La libreria a parete che incorniciava la porta d'ingresso, così come i muri di libri erano la riproduzione della Shakespeare & Company di Parigi. L'Harry's Bar di Venezia era l'angolo bar con i suoi sgabelli, la mia distilleria, ciò di cui andavo più fiero: aver trasformato quel minuscolo cucinino in un buon posto dove bere e leggere il giornale era stato una delle poche cose che nella vita mi era riuscita a dovere. Soprattutto gestire lo spazio: trovare il legno adatto, costruire i ripiani a scomparsa per inserire gli alcolici, predisporre una credenza dove tenere del cibo, aggiungere due fuochi e un frigorifero incastonati nel legno.
Le venature, i nodi, le superfici ruvide e rigide e le forme strutturate, quadrate, triangolari, spigolose mi avevano persuaso a battezzare il cottage in Tripwood: trip per i miei vagabondaggi, wood per il legno che era ovunque - c'era così tanto legno e così tanta carta che Artie diceva che il mio impatto ambientale era paragonabile a quello dell'industria alimentare americana per spreco di risorse.
Margaret fece cadere un vocabolario e indicò dei box quadrati con un coperchio trasparente a finestra, ordinandomi: « La mia torta di compleanno, Leo. Mi serve un parere. Per me e Nahuel, limone. Per Renesmee, cioccolato. Assaggiale. »
« Dopo. » farfugliai.
« Ho cambiato gli asciugamani. Ti ho preso uno shampoo all'ortica, quello che usi non va bene per la tua pelle secca. Ti ho preparato la schiuma da barba, ho usato sapone di Marsiglia, menta e sandalo. Come piace a te... il dopobarba è dentro l'armadietto del bagno. C'è anche una lozione. Oh! Ho sostituito le garze, quelle che avevi erano tutte macchiate. »
Parlava troppo velocemente e ad alta voce, ero così frastornato che dovetti tapparmi le orecchie. Chiusi gli occhi e lei si sedette accanto a me.
« Puoi darti una ripulita? »
« Sarò presentabile per il tuo compleanno, solnishka. »
« Sei a pezzi. Arthur ti ha fatto qualcosa? » mi domandò. Le indicai il lavabo dietro al bancone, dove qualche giorno fa avevo trovato venticinquemila dollari mandati in frantumi. Arthur mi aveva teso un'imboscata, durante la quale aveva manomesso la mia cantina. La sua vendetta mi era costata cara: ero insonne, astemio, dormivo di giorno ed ero sveglio di notte.
Lei prese il tappo a farfalla e i resti del decanter di cristallo per buttarli via e scandii lentamente la mia minaccia: « Legacy by Angostura avrà il funerale che merita, così come Arthur avrà la fine che merita. »
« A me ha svuotato il serbatoio e bucato le ruote della Ford. »
Era plausibile che Artie se la prendesse con me - era stata la mia provocazione sul suo colore a causarlo - ma con Margaret non si vendicava mai. Rispolverai le care e vecchie abitudini di mio fratello e le probabili offese arrecategli: « Gli hai imboscato uno di quei giornaletti sconci nella scatola dei sigari? » e lei negò felice.
« Gli hai tagliato i sigari? Hai dato fuoco alla serra o alle sue mappe? »
La sua risposta era stata un gioco di carte: « Poker. » o meglio un Texas Hold'em con Arthur, Nahuel e Tehya. Il suo crimine? Proporre uno strip poker: al posto del denaro i partecipanti avrebbero perso i vestiti.
Dopo qualche risata a crepapelle si giustificò: « Io avevo bisogno di quel nudo. »
Uscì, prese la sua valigetta portadisegni e stese dei ritratti: mezzibusti dal volto all'ombelico, realizzati con un'attenzione millimetrica per la muscolatura, la posizione delle braccia e i riflessi della luce sulla pelle.
Tutti quei corpi erano incompleti: in alcuni mancava una spalla, in altri la lunghezza del collo era eccessiva e in altri ancora le scapole sporgenti. Non avevano occhi per guardare o labbra per parlare: la faccia era sbiadita e scolorita da solchi di varia ampiezza.
Ce n'era uno che faceva eccezione: una donna stesa su un fianco in un lenzuolo blu stropicciato. Le caviglie erano strette l'una all'altra, una delle due era fasciata da una catenella argentata. Le gambe si allungavano su un cuscino così come le braccia. Due stelle sull'ombelico, piercing che luccicano nella notte. Il seno era asimmetrico, erano due gocce in un mare di pelle lunare. Il collo di una giraffa per lunghezza e macchie: due succhiotti, suggellati dal passaggio di un amante vorace.
« Questa sei tu? » e annuì mostrandomi quei segni.
In tre settimane con otto autoscatti a notte, duecentoquaranta totali, Margaret aveva impresso sè stessa in una tela un metro per settanta centimetri.
Mi spiegò che erano oli e, dopo aver completato il viso, con i colori ancora freschi, faceva alla persona interessata una domanda: « Se potessi cancellare una parte di te, quale sarebbe? »
Tutti, nessuno escluso, avevano cancellato una parte del viso, una ruga, le borse sotto agli occhi, un neo di troppo; altri un difetto fisico, le ginocchia grassocce o le maniglie dell'amore.
Lei aveva cancellato soltanto i suoi occhi, risparmiando i riccioli che si irradiavano dalla federa.
« Oggi è l'ultimo giorno per presentare i miei ritratti in accademia, i migliori verranno esposti in una mostra. Me le ha bucate oggi perché sapeva che ne avevo bisogno, ne parlo da settimane. »
« Ti accompagno? »
« Non ci vado più. Dovevo avere un portfolio con dieci opere complete: ne ho uno e gli altri sono orrendi. » ed era tristissima, aveva messo il broncio.
« Presenta solo il tuo. Presentalo come un'autobiografia. »
« È egocentrico presentare un autoritratto. Penseranno che ho delle manie di protagonismo. »
« A me piace. Non mi piace che tutti possano vedere il tuo seno o il tuo neo sul fianco sinistro. Ma è coraggioso, Art Gamer. » chiamandola con il suo pseudonimo accesi un piccolo barlume di speranza.
« Lo hai fatto vedere a qualcun altro? »
« A te e a Nessie. Sebastian e Arthur lo avrebbero ritenuto scandaloso. »
Mi alzai e rovistai accanto al posacenere.
« A che ora è la presentazione? »
Lei tirò su col naso e piagnucolò: « Tra due ore. »
« Ti serve qualcosa di molto veloce. Trovi la Chrysler nel parcheggio del Goldstream Campground. Prendi la statale, la Trans-Canada highway sarà intasata a quest'ora. Poi esci sulla Langford, la prima uscita non la seconda. » e le lanciai le chiavi.
« Non ci credo, sono per me? »
« Vai, prima che me ne pento. Non rigarla, è di Sebastian. »
« Sei la mia fata madrina. »
« Se ti chiedono, dì che ti ho mandato a fare una commissione. » e mi schioccò un bacio sulla guancia.
A quel punto ero solo davanti alla cornice di un altro quadro. Una finestra quadrata oltre la quale Renesmee era dipinta in movimento: si muoveva con piccoli passi rapidi intervallati dalle suole affondate nel terreno. Mi dondolai sullo sgabello per ammirarla meglio: il guanto marrone brandiva il cellulare come una spada. Si fermava, calciava la neve e rispondeva a monosillabi: sì, no, tu, io, se e non; nessun noi, soltanto ipotesi e soggetti al singolare. Poi si affannava a fare spazio a qualche altra sillaba: forse, anch'io, anche tu.
« Vado via dopo il compleanno di Maggie, prendo un volo diretto. No, no davvero... non c'è bisogno. Verranno i miei genitori a prendermi in aeroporto. »
Teneva lo sguardo basso: i fiocchi di neve, il legno ghiacciato o le foglie gelate avevano un aspetto accattivante per i suoi piedi e per i suoi occhi. Alzò il capo e una ciocca le volò via ricadendo dietro la nuca. Ci scrutammo per qualche istante.
« Jake, non posso parlarne adesso. Non è un buon momento. »
Distolse lo sguardo e si voltò allontanandosi di qualche passo. Ormai ero troppo preso per non continuare a seguirla con lo sguardo o con le orecchie. Ma era lontana, vedevo la chioma rossiccia immobile e non sentivo più l'accento di Seattle: le "e" non erano più "ay".
Aveva il telefono incastrato tra l'orecchio e la spalla, si morsicchiava il labbro e le sue parole erano perdute. Dovevo accontentarmi di un ritratto senza voce.
Si sfilò i guanti con i denti, scoprì il polso e iniziò a grattarsi, prima con delicatezza poco dopo con brutalità. Senza pensarci troppo mi precipitai fuori, ma in modo così burbero e rapido che la raggiunsi troppo in fretta e lei si giustificò per un rimprovero che non avevo nemmeno pronunciato: « Scusami. Torno allo chalet, aspetto Arthur. »
Uscendo mi ero già fregato da solo, profumava di cannella e vaniglia. Mi ero sbagliato per poco, nel mio sogno sapeva di cocco, ma il suo viso non era quello del mio sogno: era un incubo.
Il mio incubo. Aveva quella stessa faccia, quella che avevo già visto. Dove l'avevo vista? Quando... ?
« Jake, non ti ho scritto per questo... no! Non voglio parlare di quello... del post-it o della nostra... io-io... »
Non appena iniziò a balbettare si paralizzò come se un fulmine l'avesse colpita in pieno.
Le sopracciglia basse, le labbra sostituite da una linea dritta e gli occhi lucidi... era lo stesso viso assente che avevo già visto dalla sua strizzacervelli, quello di quel pomeriggio. Istintivamente osservai quel cellulare e le cadde dalle mani, finì a terra ma era ancora acceso: il nome brillava tra la neve e gracchiava qualcosa. Si piegò per rispondere: « Jake? Mi senti? » e sentire la sue labbra comporre un altro nome, fu la scintilla: le ruppi il display, frantumandolo fino al suo spegnimento.
Provò a farlo funzionare, premendo tasti a caso senza dire una parola. Mi chinai e provai ad aiutarla.
« Mi dispiace. » dissi coprendomi l'occhio colpevole.
Note:
"Mais pourquoi diable me fait ça?": "why the hell did you do that?" Quebecois French, tradotto "Perché diavolo mi fai questo?"
"Un coup de foudre pour tous les deux": "Un colpo di fulmine per entrambi."
Il conte Vronskij e Mr Heathcliff sono due eroi negativi della letteratura romantica, entrambi passionali e tormentati da un amore travolgente, rispettivamente quello per Anna Karenina e Caterine Earnshaw. Le due protagoniste muoiono vittime della paranoia e della loro labile psiche.
Grima: termine spagnolo con cui si indica un "fastidioso ribrezzo" causato dal rumore delle unghie che grattano la lavagna. Non esiste un corrispettivo in lingua italiana. C'è un dibattito tutt'ora aperto in neuropsicologia se considerare la grima una nuova emozione o un riflesso.
Omnia immunda immundis: tutto è impuro per gli impuri.
Ispirazione:
Esistono due tipi di sogno in russo: mechta (sogno ad occhi aperti, desiderio che si concretizza) e son (sogno ad occhi chiusi). Stessa cosa vale per la lingua inglese dove si ha la dicotomia tra dreamer e daydreamer.
Leonard Cohen, Versi eroici nella raccolta Confrontiamo allora i nostri miti (1956)
Langston Hughes, Un sogno rinviato (1951)
Lia Kimura, No face
Se siete arrivati fin qui, vi chiedo "Voi, cosa pensate dell'amore?"
Alla prossima, L.I.
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