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t r o i s

"Buongiorno, esame dato". Scrissi a Charles non appena uscita dall'aula del professore.

"Buongiorno. Com'è andato?". Rispose subito. Non ci eravamo visti quella mattina. Se c'era una cosa che avevo imparato in tutti questi anni era che svegliare Charles presto la mattina - dove per presto si intendono le dieci - significava averlo in un umore negativo tutta la giornata. 

"Spero bene". Effettivamente non sapevo che dirgli. Avevo risposto a tutto, ma ci sarebbero voluti giorni prima che mi facessero sapere il risultato. 

"Li avrai conquistati con il tuo make up e l'outfit di stamattina. Bella camicia rossa, a proposito". Corrugai le sopracciglia, non capendo come facesse a sapere come fossi vestita. Non mi aveva vista, non ero entrata in camera sua. Non rispondendo, alzai il capo e me lo ritrovai davanti, a pochi metri da me, appoggiato alla sua auto. Iniziai ad avvicinarmi a lui, scuotendo la testa. 

«Non c'era bisogno che venissi a prendermi». Fece spallucce, anche se potei notare un sorriso sul suo volto. 

«Non preoccuparti, lo so. Non sarei mai venuto, se non fosse stato per lui». Feci per alzargli il dito medio, quando notai Pierre, che fino ad allora non avevo minimamente visto, uscire dalla Maserati GranTurismo del monegasco. Iniziai ad avvertire le fastidiose farfalle nello stomaco alla sua vista e rimasi ferma al mio posto, non sapendo bene come reagire. Il francese, come faceva sempre quando ci rivedevamo dopo molto tempo, allargò le braccia, attendendo che io lo abbracciassi. In un primo momento non mi mossi, ma appena scorsi Charles che cercava di trattenersi dal ridere, coprendosi la bocca con la mano, feci una corsa e lo strinsi a me. Ero certa che il monegasco mi avrebbe deriso a vita per ciò, ma ormai c'ero abituata. Avvertii il francese sorridere, prima che mi iniziasse ad accarezzare i capelli. 

«Come sono andati questi mesi chiusa in casa con lui?». Domandò, con tono provocatorio, una volta che si allontanò da me. 

«Si va avanti». Mantenni il gioco, sapendo che se c'era una cosa che faceva infastidire Charles era dire che fosse difficile da sopportare. Proprio per questo furono prevedibili il suo sbuffo e il suo roteare gli occhi.  

«Vi ricordo che sono qui». Lo guardai, fortemente divertita. Anche Pierre si voltò verso di lui, posandogli una mano sulla spalla, e fece per parlare, ma fu interrotto proprio dal monegasco, che cambiò argomento. «Possiamo anche tornare a casa, non ha senso che rimaniamo qui davanti». Si avvicinò alla portiera e si apprestò ad aprirla, prima di girarsi verso di me e sorridere malizioso. «A meno che tu non stia aspettando qualcuno». Strabuzzai gli occhi, non capendo cosa stesse blaterando. Io? Aspettare qualcuno? Aprii la bocca per rispondergli e dirgli che, no, non aspettavo nessuno, quando con un'occhiata mi fece cenno di tacere. «Sai, Pierre, ultimamente Inés si comporta in modo piuttosto strano. Torna tardi, non mi avverte mai quando esce e parla sempre a cellulare. Sono sicuro si stia sentendo con qualcuno, ma non vuole presentarmelo, quasi avesse paura che le dica di lasciarlo». Finse di essere piuttosto infastidito da ciò, così che il suo racconto apparisse credibile. Il francese mi squadrò, quasi cercasse di scoprire chi fosse il ragazzo solo guardandomi negli occhi. E non sono sicura di cosa avesse notato dalla mia espressione, perché ben presto si voltò verso Charles. 

«Ah, davvero?». Domandò, con un tono di voce insolito. Non lo avevo mai sentito così. Era più grave e mi era sembrato che avesse titubato su quelle parole, quasi strascicandole. Convinta che, se avessi detto qualcosa, sarei stata capace di smentire il tutto - mentire non era proprio il mio forte - decisi di limitarmi ad annuire e a spostare lo sguardo. Questo non lo insospettì affatto, anzi, rese il tutto più credibile. Pierre mi conosceva come il palmo della sua mano e sapeva che quando smettevo di guardarlo negli occhi era perché ci fosse qualcosa che mi turbasse o che mi facesse sentire a disagio. Quello che non sapeva, però, era che quel mio stato fosse dovuto a una bugia. Sì, innocua, ma pur sempre una bugia. «E da quanto tempo lo conosci?». Le parole mi morirono in gola. Non era previsto, o almeno non lo era da parte mia, che continuasse a porre domande e cercasse di scoprire più cose possibili su quell'ipotetico ragazzo. E, forse, neppure Charles se l'aspettava, perché prontamente puntò lo sguardo su di me e cercò di farmi dei segni, prestando attenzione che il nostro migliore amico non lo notasse. Vidi che mi indicava un dieci con le dita della sua mano. Se c'era un qualcosa in cui ero davvero una frana era proprio recitare. 

«Dieci mesi». Risposi e notai un leggero sussulto da parte di Pierre, che non parlò più - o meglio, si limitò a un semplice "Oh, capito" - ed entrò nella Maserati, al posto del passeggero. Charles mi guardò, sollevando entrambe le sopracciglia, attonito. Era evidente che nessuno dei due si aspettasse quella reazione. Eppure, quando il francese aprì il finestrino per richiamarci con il suo solito sorriso, ci parve quasi di esserci immaginati tutta la scena. 

«Come sta andando con l'università? Stai avendo difficoltà?». Domandò, voltandosi verso di me. Io mi feci al centro, così che potessi guardarlo mentre gli parlavo e che anche Charles potesse avermi sotto controllo. 

«Mi trovo molto bene. Mi piace ciò che studio e sto ottenendo ottimi voti agli esami. Mi ritengo soddisfatta». Gli sorrisi. 

«E dipingi ancora oppure hai deciso di concentrare la tua attenzione su qualcos'altro? Non so, ad esempio sulla fotografia». 

«La fotografia mi affascina, ma preferisco di gran lunga la pittura. Avere qualcuno che posi per me, le pennellate sulla tela, anche gli errori, sono cose a cui non posso assolutamente rinunciare». Il mio sguardo, nel frattempo, era finito su Charles, convinta che si stesse prendendo gioco di me, imitando il mio discorso, come era sempre solito fare. Ma, con mia grande sorpresa, si era limitato a sorridere e a osservarmi dallo specchietto retrovisore. La mia attenzione tornò ben presto su Pierre, che aveva iniziato a parlare del periodo di intensi allenamenti a cui era stato sottoposto, di come si sentisse molto più pronto da un punto di vista fisico e mentale e di quanto desiderasse avere una nuova possibilità in Red Bull. Dal canto nostro, io e Charles ci limitavamo ad ascoltare, ad annuire o a rispondere con dei monosillabi, per mostrarci d'accordo con lui. Pierre aveva sempre avuto una grande dote: sapeva rendere accattivante qualsiasi racconto ci facesse. Non importava se fosse un qualcosa di reale o di inventato, rimanevamo sempre attratti da ciò che ci diceva. Era evidente che avesse un grande ascendente su di noi, ma né io né Charles sembravamo imbarazzati da ciò. D'altronde, Pierre aveva charme da vendere e, anche con tutto l'impegno del mondo, dubito che qualcuno avrebbe mai potuto eguagliarlo. E la cosa che mi aveva sempre stupita era che esercitasse tutto quel potere senza il minimo sforzo. E così, mentre parlava con un tono di voce pacato, alterato solo nei momenti più clou del discorso, corrugava le sue sopracciglia involontariamente e si mordeva l'interno guancia quando rifletteva, non potetti far altro se non osservarlo in contemplazione. A distrarmi fu Charles che prese a tossire, forse per richiamare la mia attenzione. E ciò sembrò far scomparire l'influenza che Pierre aveva avuto su di me, facendomi estraniare, tanto da non riuscire più a seguire il discorso. Era come se stesse parlando in una lingua sconosciuta. Rimasi a fissare il monegasco che aveva il braccio sinistro fuori dal finestrino e la mano destra sul volante, mentre osservava la strada davanti a sé attraverso i suoi occhiali da sole. Lo scorsi sorridere e ridere a qualcosa e immaginai che Pierre avesse detto qualcosa di divertente, seppur non avessi ascoltato assolutamente nulla. 

«Terra chiama Inés». Disse a un tratto proprio il francese. «A che stai pensando? Sei proprio finita in un altro mondo». Mi guardò sorridendo. Io scrollai la testa e arrossii, non sapendo precisamente come rispondere. 

«Ehm». Tacqui, non sapendo precisamente cosa dire e Charles mi salvò. 

«Quanto tempo rimarrai qui?». Gli domandò il monegasco. 

«Sono venuto solo a fare un salto, devo andare a prendere l'aereo per Rouen. Prima della partenza per l'Austria vorrei fare visita ai miei genitori». Esclamò, prima di afferrare il suo cellulare per controllare qualcosa. «La partenza è tra un'ora». Si voltò a guardare Charles. «Ti dispiacerebbe accompagnarmi in aeroporto?». 

«Non mi sembra di avere altre possibilità». Rispose il monegasco e io cercai di non ridere, coprendomi il volto con la mano. Pierre non controbatté, accettando la sua risposta impertinente. 

«Ci vedremo a Spielberg?». Il francese mi guardò, attendendo una mia risposta. Onestamente non era nei miei piani, ma l'idea di vedere la gara dal vivo mi elettrizzava. 

«Le avevo già chiesto di accompagnarmi, ma ha rifiutato». Fece spallucce Charles, convinto che sarei rimasta della stessa idea. Peccato per lui che fossi la persona più indecisa del mondo.

«Sì, verrò». Risposi, facendo sorridere Pierre e strabuzzare gli occhi il monegasco. 

«Allora sarai mia ospite». Posò la sua mano sulla mia, quasi a stringere un patto, prima di voltarsi nuovamente a guardare davanti a sé. 

«Te lo scordi, spetta a me questa volta». Be', effettivamente Charles aveva ragione. L'ultima volta che li avevo accompagnati, in Brasile, quando Pierre aveva fatto podio, io ero nei box della Toro Rosso. 

«Tu la vedi tutti i giorni, potresti anche fare uno strappo alla regola». Dall'espressione infastidita di Charles era evidente che non avesse alcuna intenzione di assecondarlo, ma, forse ripensando al nostro piano, alla fine decise di acconsentire. 

«La prossima volta, però, non ti accontento». Ero lieta che Charles avesse fatto un passo indietro, anche se potevo scorgere la delusione nei suoi occhi. Forse si aspettava che io dicessi che volevo stare nel box della Ferrari. 

Nessuno di noi tre parlò più o meglio, Pierre e io provammo a iniziare un discorso, ma Charles, salvo qualche risposta monosillabica, non sembrava contribuire. Alla fine, mollammo e ci limitammo a rimanere in silenzio. Il viaggio fu davvero breve, perché l'aeroporto distava davvero poco dalla mia università. Quando Charles parcheggiò, Pierre uscì e si avvicinò al portabagagli per prendere le sue valigie. Anche io e il monegasco uscimmo per salutarlo. Io lo abbracciai e lui mi lasciò un bacio sulla fronte. Dopo pochi istanti, si allontanò e andò a salutare Charles che si limitò a un abbraccio rapido e quasi forzato. Pierre si avviò verso l'aeroporto e noi attendemmo che entrasse, prima di rientrare in auto. 

«Sei arrabbiato con me?». Domandai a un tratto, notando che non mi stesse guardando. Si limitò a mugugnare. «Dai, Charles». 

«No, non sono arrabbiato». Disse e lo presi come un segnale per smettere di discutere. Non lo avevo mai visto così nervoso, specialmente se per un motivo così futile come quello. Immaginai che fosse semplicemente una giornata no e mi rannicchiai nel sedile, guardando fuori dal finestrino. Con la coda dell'occhio notai che mi avesse gettato un'occhiata. «Ok, ero arrabbiato. Cioè non proprio arrabbiato, forse deluso. Ero convinto che avresti mantenuto il patto e che saresti stata mia ospite durante la gara. Avevo dimenticato che il tuo interesse è tutto nei suoi riguardi». 

«Charles...». Quasi sussurrai. «È che non ci vediamo quasi mai e non vorrei farmi sfuggire un'occasione come questa. Sai che sei la persona più importante per me». Sospirò e iniziò a battere le mani sul volante, quasi stesse prendendo una decisione. L'espressione del suo volto iniziò a rilassarsi e scorsi un leggero sorriso sulle sue labbra. 

«Sarai nel box di Pierre, ma se dovessi fare podio voglio che tu sia la prima persona a venire da me». Lo guardai sorridendo e annuii. 

«Sai che lo avrei fatto comunque». 

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