t r e i z e
Pierre's P.O.V.
Conoscevo Charles più di ogni altra persona al mondo. Sapevo riconoscere quando era realmente felice o quando fingeva di esserlo, quando era deluso o quando era ferito. Charles era per me un libro aperto, più di quanto lo stesso monegasco volesse e avesse tentato di essere. Non era molto bravo a nascondere i suoi stati d'animo, non solo da un punto di vista delle espressioni del volto che erano sempre molto loquaci, ma anche del tono di voce. Charles, nel giro di pochi minuti, era capace di modificare circa 10 toni di voce, a seconda che l'argomento trattato lo emozionasse o lo innervosisse. Il mio migliore amico non conosceva vie di mezzo, perché non riusciva a non prendere una posizione. Ed era proprio quest'aspetto del suo carattere che io avevo sempre apprezzato e, in un certo senso, invidiato. Ero anche conscio, però, del fatto che ciò avesse i suoi aspetti negativi e uno di questi era che avessi perfettamente capito cosa lo stesse irritando e opprimendo.
Alzai lo sguardo verso Inés, ancora davanti a me, che era pensierosa e ogni tanto riportava la sua attenzione sul posto riservato a Charles, come se potesse darle le risposte che cercava. Non parlai, rispettando il suo silenzio e provando ad allontanare il pensiero che mi era balzato alla mente alla vista della sua apprensione. Inés era molto simile a Charles, non riusciva a tenere per sé le sue preoccupazioni e neppure i suoi sentimenti. Sapevo perfettamente cosa provava per me, era talmente ovvio che mi era bastato soltanto sentire il suo modo di chiamare il mio nome per comprenderlo, ma conoscevo anche i sentimenti di Charles. Scossi la testa, quasi in un gesto automatico, come per scacciare i miei pensieri. Avrei tanto voluto fare qualcosa per Charles, era il mio migliore amico e tutto ciò che desiderassi era la sua felicità, ma chiaramente nulla potevo fare per cambiare i sentimenti di Inés. L'unica via era quella di allontanarla e farla consolare da lui, ma così avrei solamente rischiato di perdere la sua amicizia.
"Charles dovrebbe farla innamorare di lui", pensai. Sapevo che quella era l'unica strada da perseguire, eppure perché non riuscivo ad accettarlo?
Domenica, 5 luglio 2020
Gran Premio d'Austria
Inés' P.O.V.
Io e Charles non avevamo mai trascorso più di un pomeriggio senza parlarci, perché nessuno dei due riusciva a essere talmente tanto fermo nelle proprie decisioni da continuare a ignorarsi. Eppure, quella era la prima volta che il mio migliore amico trovava scuse su scuse per evitarmi. Pierre aveva provato a parlargli, ma non aveva ottenuto nulla.
«Perché si sta comportando così? È successo qualcosa?». Domandai al francese che fissò lo sguardo nel mio, ma si limitò a scrollare le spalle.
Sapeva più di quanto volesse dare a vedere, lo avevo percepito dal leggero guizzo nei suoi occhi alle mie parole, ma non comprendevo perché si ostinasse a tenermi all'oscuro. Scattai, facendolo sobbalzare dalla sorpresa, e mi incamminai verso il box della Ferrari. Non mi interessava quale sarebbe stata la sua reazione, avevo bisogno di risolvere il problema una volta per tutte. Conoscevo Charles da sempre e non si era mai comportato in quel modo. Da quando eravamo partiti per giungere in Austria, o meglio, da quando aveva incontrato Pierre, era cambiato qualcosa e desideravo capire cosa. Entrai nel box attirando gli sguardi confusi degli ingegneri e dei meccanici. Mancava solo un'ora all'inizio della gara e generalmente non era consentito a chi non aveva il pass di entrare.
«Mi dispiace, signorina, ma lei non può stare qui». Non ascoltai la Press Officer di Charles, perché il mio intento era quello di incontrarlo e di parlargli.
«Non preoccuparti, Silvia, è amica di Charles». Alzai lo sguardo verso la voce e notai Sebastian vicino alla sua monoposto che mi sorrideva. Con un cenno del capo, mi indicò la stanza in cui si trovava il monegasco, e mormorò un "prova a rassicurarlo".
Annuii, forse più a me stessa che a lui, e mi incamminai verso la stanza. Titubai prima di bussare ed entrare senza attendere risposta. Immediatamente vidi Charles, steso sul divanetto che fissava il soffitto con sguardo apatico.
«Silvia, can you leave me alone, please?». Pronunciò quelle parole con il suo solito accento francese molto marcato e non si voltò a guardarmi fino a quando non udì né una mia risposta né la porta chiudersi.
«Inés?». Il mio nome gli uscì come un sussurro, forse più per caso che per sua vera volontà. «Che ci fai qui?». Non sembrava infastidito, quanto più sorpreso.
«Mi devi delle spiegazioni». Spalancò gli occhi e con la mano destra cerco di allentare il colletto della tuta, quasi lo stesse soffocando.
«Non credo...». Lo interruppi, stanca del suo continuo tergiversare sulla questione.
«Charles!». Alzai leggermente la voce, spingendolo a sedersi sul divano di scatto e ad abbassare la testa. Mi avvicinai e mi sistemai dinanzi a lui. «Perché tu e Pierre non riuscite a stare nella stessa stanza senza ammazzarvi tra di voi?». Non osò guardarmi e notai un leggero rossore prendersi spazio sulle sue guance. In un primo momento non parlò, poi prese un profondo respiro e puntò il suo sguardo nel mio. Era estremamente deciso e giurai di non averlo visto mai in quel modo.
«Ho fatto di tutto per fartelo capire, Inés, ma quella che sembra non voler capire sei tu». Quasi indietreggiai per la durezza della sua voce, ma ben presto tornò lo Charles di sempre. «Vuoi davvero così tanto che ritorniamo come prima?». Alzai un sopracciglio. Non era sottinteso? Scosse freneticamente la testa, quasi come se si fosse reso conto dell'assurdità della sua domanda o del fatto che fosse retorica, e si alzò, torreggiandomi con la sua statura. Si avvicinò talmente tanto a me che sperai di non commettere alcun movimento affrettato e improvviso. Si abbassò alla mia altezza, così da guardarmi negli occhi, e, quando aprì la bocca per parlare, poggiò la testa sulla mia spalla e le labbra sulla maglietta dell'AlphaTauri. Avvertii che stesse dicendo qualcosa, ma la sua posizione fu studiata affinché non potessi sentirle. Qualcuno bussò alla porta e ci allontanammo, rivolgendoci un ultimo sguardo.
«Charles, devi andare a disporti sulla griglia di partenza». Silvia parlò e lui aprì la porta.
«Ci vediamo dopo, è meglio che io vada nei box dell'AlphaTauri». Annuì. «Buona fortuna per la gara». Gli lasciai un bacio sulla guancia e poi me ne andai. Salutai rapidamente Sebastian con un sorriso e mi incamminai verso il box dell'altra scuderia italiana. Notai Pierre che si stava guardando intorno e, quando mi vide, alzò un sopracciglio, ancora confuso dalla mia fuga. «Perdonami, dovevo parlare con Charles». Scosse la testa in assenso. «Credo di aver risolto tutto». Non fece altre domande, ma si limitò a darmi un'affettuosa pacca sulla spalla e a sussurrarmi un "augurami buona fortuna". Gli sorrisi e lo accontentai, sebbene fosse già nelle mie intenzioni. Prima che afferrasse il suo casco e si recasse sulla griglia di partenza, mi rivolse un leggero saluto con la mano e un sorriso. Mi sistemai al fianco di Franz Tost, così da poter guardare meglio la gara, e lui non disse nulla, si limitò a spiegarmi quali pulsanti premere per cambiare on board. Scelsi di lasciare quello di Pierre, d'altronde ero lì per lui, però mi alzai diverse volte per assistere alla gara con gli ingegneri e dare uno sguardo anche alla prestazione di Charles. In realtà, nonostante mi impegnassi, la mia mente non riusciva a concentrarsi, perché continuava a ritornare sulle parole di Charles. Fu per questo motivo che mi resi conto in ritardo della difficoltà che aveva Pierre in pista. «Perché non riesce ad avvicinarsi di più al gruppo?». Domandai a Pierre, il suo omonimo ingegnere.
«Forse il secondo pit stop è stato un azzardo che si è dimostrato essere poco efficiente. Dubito possa posizionarsi meglio di così». Annuii e immaginai la tensione e la delusione del pilota francese. Conscia che avrei dovuto poi consolarlo, riportai la mia attenzione alla Ferrari di Charles, che si trovava esattamente davanti a Pierre, sebbene fosse evidente la maggiore velocità della sua monoposto. Non appena la Safety Car rientrò, subito Charles tentò il sorpasso su Lando davanti a lui, per poi fare il giro veloce subito dopo. Grazie al suo gran passo, riuscì a scavalcare anche Pérez, portandosi in terza posizione. Al taglio del traguardo era secondo e io dovetti trattenermi dall'urlare dalla gioia. Mi trovavo nel garage dell'AlphaTauri, non in quello della Ferrari. Attesi che le monoposto rientrassero in corsia box prima di uscire e iniziare a correre, senza realmente pensarci, verso il podio improvvisato per il Gran Premio. Cercai di farmi spazio tra i meccanici, gli ingegneri e i giornalisti, sperando di riuscire a parlare con Charles prima della premiazione. Non so con quale coraggio urlai il suo nome quando ormai mi trovavo a pochi metri di distanza, per attirare la sua attenzione. Staccatosi dall'abbraccio con Pierre, alzò il capo e non riuscii a vedere bene la sua espressione per via della mascherina, ma immaginai che stesse sorridendo. Dopo un cenno del capo del francese, si allontanò da lui e iniziò a incamminarsi verso di me, noncurante delle domande dei giornalisti. Quando ci ritrovammo a pochi centimetri di distanza, esclamai un semplice "sei tornato", prima che lui mi stringesse tra le sue braccia e mi facesse fare una giravolta in aria.
«Non me ne sono mai andato».
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