s e p t
Quella notte non dormii. I pensieri mi attanagliavano la mente e il sonno ben presto svanì. Non mi ero mai ritrovata in quella situazione, poiché gli unici due veri amici che avessi mai avuto erano proprio Pierre e Charles. Non avevo mai sperimentato cosa significasse sentire una morsa allo stomaco che quasi ti impedisce di respirare ed ero certa di non volerlo più sperimentare. E come se non bastasse, poiché la mia fortuna è sempre immensa, non avevo uno, ma ben due problemi sentimentali. Uno riguardava il mio migliore amico e l'altro il ragazzo che amavo. Peggio di così non sarebbe mai potuta andarmi, non è così? Avevo detto a Pierre di sapere come agire e cosa fare, ma in realtà non era vero. Non avevo assolutamente la più pallida idea di come affrontare Charles, di come non urlargli contro e non piangere alla sua vista. Non volevo mostrarmi debole, anche se (in fondo una parte di me ne era convinta), se avessi bussato alla porta del monegasco e gli avessi dato la possibilità di spiegarsi, il primo a crollare sarebbe stato di certo lui. D'altronde, aveva ragione Pierre, lo conoscevo così bene che credere lo avesse fatto con l'intento di ferirmi sarebbe equivalso a buttare via anni di amicizia.
Presa dalle mie riflessioni e ancora incerta su come dovessi muovermi, afferrai il cuscino al mio lato (avevo la brutta abitudine di dormire senza) e lo strinsi a me, quasi come se questo potesse aiutarmi. «La notte porta consiglio...». Sussurrai a me stessa. «Eppure la mia mente non riesce a partorire una buona idea». Sbuffai, nascondendo il volto sulla federa, camuffando così un urlo di sfogo. Ero talmente presa dal momento che quando sentii bussare alla porta (per la terza volta nel corso di quella giornata, non ero mai stata così tanto ricercata) non me ne resi neppure conto. Fu solamente il fruscio di qualcosa che scivolava sul pavimento a farmi alzare e, ammetto, spaventare.
«Chi c'è?». Dissi, per poi colpirmi sul volto. Nessuno sarebbe mai potuto entrare nella camera senza aprire la porta e la porta potevo aprirla solo io dall'interno. «Inés, a volte la tua intelligenza mi lascia davvero stupefatta». Scuotendo la testa e, resami ormai conto che la mia sanità mentale non esistesse più, mi avvicinai all'ingresso e mi piegai sulle ginocchia per prendere la busta per terra. La girai più e più volte, cercando di comprendere a chi appartenesse. Inutile dire che, per quanto avessi provato, non vi ero riuscita. Non vi erano firme, né disegni riconducibili a qualcuno. Dopo essermi guardata intorno, quasi per conferma, e dopo aver acceso la luce, andai a sedermi nuovamente sul letto e delicatamente aprii la busta, notando un'infinità di foto. Molto confusa, le afferrai e le posizionai di fronte a me, sorridendo non appena mi resi conto che fossero tutte mie e di Charles. «È proprio un folle». Ridacchiai, prendendo tra le mani la prima foto che mi capitò a giro. In realtà, lo ammetto, l'avevo scelta. Eravamo io e lui il giorno di Natale: avevamo rispettivamente tre e quattro anni e Charles aveva una mano sulla mia guancia, mentre io ero stretta a lui. Il monegasco aveva un sorriso appena accennato e si poteva notare la sua fossetta sinistra. I miei occhi, invece, erano quasi socchiusi per l'enorme sorriso stampato in volto. Era in assoluto la mia foto preferita e il fatto che quella fosse anche l'unica a presentare la data mi fece sospettare che piacesse molto anche a lui. Trovai altre due foto, che presi tra le mani con estrema cura: rovinarle, anche solo pieghettarle, sarebbe stato quasi compiere un sacrilegio. In quella nella mano sinistra vi eravamo io e lui, completamente coperti di pittura, dopo che avevamo giocato con i miei pennelli. Per essere precisi, Charles era venuto a importunarmi mentre stavo terminando il mio progetto scolastico. Avevamo diciassette e sedici anni. Quella nella mia destra, invece, era stata scattata solamente l'anno prima, il giorno stesso in cui aveva ottenuto la vittoria a Monza. Eravamo entrambi seduti a terra, io tra le sue gambe, e mantenevamo il trofeo, lui con la destra e io con la sinistra. Ci stavamo guardando negli occhi sorridendo. Rigirai nelle mie mani quest'ultima fotografia e picchiettai con le dita sul materasso, indecisa su cosa fare.
«Segui il tuo cuore, Inés». Le parole di Pierre iniziarono a rimbombarmi nella testa. Senza neppure esitare scattai all'in piedi e uscii dalla mia camera, iniziando a incamminarmi verso quella di Charles. Quando mi ritrovai dinanzi alla sua porta, con un braccio alzato per bussare e l'altra mano stretta a pugno al mio fianco, mi fermai. Era cosa buona che parlassi con lui a quell'ora, nel bel mezzo della notte? Feci un respiro profondo, infondendomi coraggio, e finalmente battei il mio pugno sulla sua porta. E il suono emesso fu davvero così flebile che nessuno, a meno che non fosse sveglio o stesse attendendo qualcuno, sarebbe mai stato capace di udirlo. Ma Charles doveva far parte di entrambe le categorie, perché venne ad aprirmi esattamente due secondi dopo che avevo bussato alla sua porta. In un primo momento nessuno dei due parlò, ci limitammo a guardarci negli occhi e a scambiarci un sorriso imbarazzato. Il disagio era palpabile e se qualcuno si fosse avvicinato a noi con delle forbici sarebbe stato capace di spezzare la tensione che vi era tra di noi. Era una sensazione strana e decisamente tutto fuorché positiva ed elettrizzante.
«Non credevo saresti venuta». Esclamò lui, cercando di rompere il ghiaccio e di mettere entrambi a nostro agio. "Neanche io", pensai, ma mi limitai ad annuire, anche senza un motivo ben preciso. Credo semplicemente che fosse il mio modo di rilassarmi e di sfogare i nervi. È un qualcosa che faccio tutt'ora. Mi fece entrare e chiuse la porta dietro di me, dopo essersi assicurato che non vi fossero problemi per me. Potevo essere arrabbiata con lui, ma non esisteva al mondo persona con cui mi sentissi più al sicuro. «Vuoi sederti sul letto? O sul divano, non lo so?». Ci pensai su, ma poi andai ad accomodarmi sul suo letto, con le gambe incrociate e facendogli cenno di avvicinarsi a me e di sedersi di fronte a me, così da poterlo guardare meglio. Annuì, anche se solo con un lieve movimento del capo, e obbedì. «Mi dispiace». Disse subito, cercando di mantenere il suo sguardo il più lontano possibile dal mio, per paura, credo, di crollare da un momento all'altro. Non risposi, attesi semplicemente che si sentisse più a suo agio e iniziasse a parlare. Erano le due di notte e non ragionavo già più lucidamente da un bel po', qualsiasi cosa avessi detto non avrebbe seguito un filo logico. «Non volevo tenerti nascosta la mia relazione con Charléne, è solo che...». Lo interruppi, non riuscendo a mantenere il mio buon proposito di farlo finire di parlare prima di controbattere.
«Ma lo hai fatto Charles. E lo sapeva anche Pierre! Io sono la tua migliore amica esattamente come lo è lui». Alzò il suo sguardo verso di me.
«Neppure Pierre ti aveva detto di frequentarsi con Désirée». Rimase calmo, ma dal movimento della sua gamba e dalla sua voce incrinata sapevo che questa apparente tranquillità non sarebbe durata poi molto.
«Io non sono la coinquilina di Pierre». Iniziai a giocare con le mani.
«È anche lui tuo migliore amico!». Alzò la voce e dovetti tappargli la bocca, ricordandogli che fosse notte inoltrata e che non potesse urlare perché lo avrebbero sentito tutti. «La camera è insonorizzata». Disse non appena lo lasciai andare. «Nessuno mi può sentire». Camera insonorizzata? Non sapevo neppure che ve ne fossero in quell'albergo. «E, comunque, ritornando al problema di prima, so di aver sbagliato, ma Pierre non si è comportato in modo più corretto di me». In parte aveva ragione, il francese era il mio migliore amico ma non mi aveva rivelato nulla.
«Parlando così stai paragonando l'amicizia che ho con te con quella che ho con Pierre». Alzai un sopracciglio, con un'espressione soddisfatta stampata in volto, sapendo che un'altra delle poche cose che Charles detestava fosse paragonare quello che c'era tra di noi con quello che c'era tra me e Pierre. Serrò la mascella e abbassò la testa, scuotendola freneticamente, per poi alzare il volto e guardarmi con un sorriso malizioso.
«Va bene, hai vinto tu, ho sbagliato». Dopo essermi tolta quella piccola soddisfazione, riportai l'attenzione del monegasco sul fulcro della questione.
«Perché non me lo hai detto?». Si passò la mano sul mento, non completamente convinto di quale risposta darmi.
«Avevo paura». Furono solo quelle le sue parole. Paura di cosa? Cosa avrei mai potuto dirgli? Quasi leggendomi nella mente, continuò. «Avevo paura di molte cose. Che a te potesse non piacere o che tu potessi non piacere a lei...». Fece una breve pausa. «Perché lo so che l'avresti voluta e che la vorresti sicuramente conoscere». Non sapendo come rispondere rimasi in silenzio. «Non ho mai avuto molte ragazze e quelle con cui ho avuto una relazione o non piacevano a te oppure loro mi impedivano di continuare a esserti amico». Feci spallucce.
«Mi risulta, però, che alla fine ad avere ragione fossi sempre io, o mi sbaglio?». Tenne la testa bassa.
«Lei mi piace, Inés». Ridacchiai.
«Oh, e anche tu le piaci». Mi guardò. «Per i soldi e la fama». Roteò gli occhi.
«Vedi che è sempre la stessa storia con te! Non è possibile che tutte stiano con me solo per il mio lavoro!». Feci un movimento con la mano, quasi di sufficienza.
«E invece sì, Charles, è questa la vita del pilota. È meglio che ti entri ora in testa prima di avere la più grande delusione della storia». Mi protesi leggermente verso di lui. «Questo vale per te e per Pierre, ma lui non mi ascolta mai».
«Non credo abbia torto». Scherzò il monegasco.
«In tanto tu sei l'unico a non aver avuto una delusione amorosa, dovresti apprezzarmi». Dissi con fare ovvio.
«Questo lo dici tu». Bofonchiò tra sé e sé, ma il religioso silenzio della camera mi permise di udire la sua frase.
«Cosa?». Scosse la testa.
«Niente, non prestarci attenzione». Fece finta di nulla e tornò a guardarmi con un sorriso stampato in volto. «Allora, pace fatta?». Mi allungò il mignolino, come quando eravamo bambini. Lo fissai a lungo, prima di riportare lo sguardo sul suo volto.
«Pace fatta». Sorrisi, per poi unire il mio mignolo al suo. Mi strinse a sé e mi lasciò un bacio sui capelli.
«Ora è meglio che tu vada a dormire, domani, o dovrei dire oggi, sarà una giornata abbastanza stressante».
«Forse lo sarà più per te». Gli lasciai un innocente bacio sul collo, com'ero solita fare dopo un litigio, e poi mi allontanai da lui, notando che era diventato leggermente rosso in volto. Ridacchiai e lo salutai con un gesto della mano, prima di aprire la porta e di tornare nuovamente nella mia stanza.
«Questo lo dici tu». Cosa intendeva dire con ciò Charles? C'era qualcos'altro che mi aveva tenuto o mi teneva nascosto? Perché quando gli avevo chiesto di ripetere aveva cambiato discorso? Quelle domande mi tormentavano mentre sistemavo tutte le fotografie nella loro busta. A un tratto, però, notai che una di esse era capovolta e vi era scritto sopra un qualcosa. La girai e vidi che era l'unica foto che ritraeva me e Pierre insieme. Alzai un sopracciglio, estremamente confusa. La rigirai così da avere il retro dinanzi ai miei occhi. Quella era la grafia di Charles, l'avrei riconosciuta tra mille. Perché oltre alle nostre foto aveva messo anche quella? E cosa significava quella frase che aveva scritto?
«Lie to Me». La lessi più e più volte, cercando di capire cosa volesse dirmi. Afferrai il mio cellulare e cercai qualcosa che potesse ricollegarsi a quelle tre parole. "Sono solo pagine riguardanti una serie tv, dubito che sia questo ciò a cui Charles allude", sbuffai, pensando alla soluzione. Non so per quale improvviso lampo di genio decisi di aprire il mio Spotify e di andare a cercare, tra le playlist che il monegasco mi aveva condiviso, quella canzone. «Bingo». Esclamai, non appena la vidi. Era una canzone di una band, o almeno credo, si chiamavano i 5 Seconds of Summer. Ammetto di aver un po' riso al nome, era davvero buffo. Presi i miei auricolari e li indossai, per poi infilarli nel cellulare e far partire la canzone. La trovai molto bella, tanto che dovetti farla ripartire più volte. Ciò che non mi aspettavo, però, era che potesse diventare tanto importante per me da non poter vivere senza ascoltarla almeno una volta al giorno, senza canticchiarla e senza pensare costantemente a essa. "Lie to Me" sarebbe diventata la colonna sonora della mia vita. In quel momento, però, quando la ascoltai per la prima volta non riuscii a comprendere cosa Charles volesse dirmi. L'unica cosa che sapevo era che volevo che Pierre mi mentisse e dicesse di amarmi esattamente come lo amavo io.
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