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s e i z e

20 Luglio 2020
Rouen


Non sono mai stata un tipo di persona da grandi pretese e non ho mai avuto aspettative più alte di quelle che avrei dovuto avere. Non osavo mai buttarmi in qualcosa senza avere la certezza che tutto sarebbe andato per il verso giusto. Tuttavia, c'è sempre una prima volta. Quelle parole rimbombavano nella mia testa, mi tormentavano, mi facevano soffrire più che se mi avessero trafitto con una spada dritto nel cuore. Non riuscivo più a guardare in faccia Pierre senza sentire il magone alla gola e senza provare rabbia nei miei confronti. Ero stata stupida e mi ero lasciata trasportare dai miei sentimenti, sebbene sapessi che non era la cosa migliore da fare. E, in quel momento, l'imbarazzo era talmente alto che non potetti far altro se non partire dall'Austria e cercare il posto più lontano possibile sia da Pierre che da Charles. Non è che avessi, però, questa grande vastità di scelta, quindi mi ero limitata a tornare nella mia vecchia casa, in Francia, sperando di avere più tempo possibile per me stessa e per schiarirmi le idee. I miei genitori mi avevano accolta, senza fare molte domande, comprendendo che qualcosa fosse accaduto e che non mi sentissi ancora pronta a parlarne. Trascorsero giorni, che divennero settimane. Non tornavo a casa da troppo tempo, ne ero consapevole, ma non avevo idea di cosa dire a Charles, dopo essere scappata senza parlargli, ma lasciandogli un bigliettino sotto alla porta, e dopo aver ignorato i suoi messaggi e le sue chiamate. Mi ero comportata nel modo più egoistico potesse esistere, ma era l'unico che conoscessi per evitare di ferirmi ancor di più. Non avevo risposto neanche a Pierre, che mi chiedeva scusa e mi ripeteva che, con il tempo, avrei compreso il motivo del suo rifiuto. Non ero davvero sicura di volerlo sapere. Non ero arrabbiata con lui, d'altronde dovevo aspettarmi un ipotetico rifiuto, più che altro con il suo modo di fare assurdo. Perché continuare a sostenere di essere stato quasi costretto a rifiutarmi, invece di dirmi semplicemente come stavano le cose? Sentivo di essere diventata lo zimbello del gruppo. Una delle regole implicite tra migliori amici, e anche quella più importante, era proprio di non innamorarsi mai e poi mai di uno di loro, eppure era stata la prima che avevo infranto, compromettendo il rapporto che c'era sempre stato tra noi tre. Non riuscivo a fare altro se non pensare a ciò che era accaduto e a come potessi far finta di nulla, così da ritornare alla normalità. Trascorrevo il tempo sul letto, qualche volta studiavo, altre, invece, sfogavo la mia rabbia e la mia tristezza dipingendo. Non ero mai stata un'amante dell'arte astratta, ma, in quel momento della mia vita, sembrava essere l'unico appiglio, l'unica forma artistica capace di dare sfogo ai miei sentimenti e alle mie sensazioni. Mi aiutava a sentirmi meno sola e a comprendere meglio i miei stati d'animo. Avevo dipinto davvero molto, la mia camera era piena di tele e di abbozzi, ma non ero riuscita a riguardarli, troppi i pensieri che mi attanagliavano la mente. Mi ero data anche alla fotografia, ma tutto ciò che riuscivo a ricavare erano foto sfocate, tetre, prive di emozioni apparenti, eppure così travolgenti da sentirmi oppressa. Uscivo raramente dalla mia camera, perché solo l'arte e la solitudine sembravano aiutarmi. Avevo bisogno solo di quello, mi convincevo fosse così, eppure sentivo che mi mancasse qualcosa... qualcuno. Mi ripetevo che non fosse così, che fossero tutte coincidenze, ma come potevano esserlo, quando, avvicinando i diversi dipinti tra di loro, il volto che usciva era quello dell'unica persona che non mi aspettavo potesse essere nei miei pensieri in quel momento? Perché le fotografie mi ricordavano unicamente dei momenti con lui? Perché nella mia testa l'unico nome a comparire era il suo e non della persona a cui realmente avrei dovuto pensare? Perché, quando facevo degli scarabocchi sui fogli, finivo sempre col scrivere, con i più attenti ghirigori, le sue iniziali? E perché erano sempre C.L. e mai P.G.? Sentivo di star impazzendo, di non capire più nulla, di aver perso quell'unico briciolo di razionalità che mi era rimasto.

«Capirai il motivo per cui ti sto rifiutando, sappi solo di essere la persona più importante per me». Mi aveva detto Pierre, prima di alzarsi dal letto e lasciarmi un bacio sulla fronte. Non erano state tanto le parole a farmi crollare, a mostrargli il lato più sensibile e fragile di me, ma il suo gesto. Quel gesto che sapevo aveva sempre rivolto solo a me, quel gesto che era pieno d'amore, ma anche di dolore, perché lui conosceva qualcosa che io ancora non comprendevo. Pierre aveva deciso di rinunciare a me per il bene della nostra amicizia, per il bene di Charles. In tutto quel tempo, avevo cercato di nascondere a me stessa la verità: tutti e tre avevamo trasgredito alla prima regola e questo ci avrebbe portato a perdere i rapporti, se il francese non avesse fatto un passo indietro... Se non avesse compreso che non era lui la persona adatta a me. Quella presa di coscienza fu come un colpo al cuore ed ero ancora più in crisi di quanto non lo fossi stata fino a quel momento. In preda a non so quale pensiero assurdo, afferrai ciò che mi ero portata lì e iniziai a sistemare il tutto all'interno della mia valigia. Non avevo idea di cosa stessi facendo, solo una cosa era chiara: volevo e dovevo tornare a Montecarlo. Dovevo tornare da Charles. Afferrai il mio bagaglio e la borsa, prima di chiudere la porta e avviarmi verso l'ingresso. I miei genitori mi sorrisero, consapevoli che, qualunque fosse stata la preoccupazione che mi aveva spinto a tornare nella loro casa, mi stava adesso riportando lì dove era davvero la mia casa. Mi abbracciarono e mio padre mi lasciò nelle mani le chiavi della sua auto.

«Va' da lui, Inés». Mi disse semplicemente e io non me lo feci ripetere due volte, così presa dal momento da non prestare neppure attenzione alle sue parole. Non avevo mai compiuto un viaggio così lungo in auto, ma sentivo che ne valesse la pena. Mi ero comportata da stupida e Charles non aveva meritato quel trattamento. Una volta nell'abitacolo, ingranai la marcia e partii. Il tragitto era lungo e io ero sola e agitata per la sua reazione quando mi avrebbe vista. Mi avrebbe abbracciata o mi avrebbe richiuso la porta in faccia? Non avrebbe avuto torto, ma il solo pensiero di vedere Charles arrabbiato con me per colpa del mio comportamento infantile mi faceva male. Accesi la radio, nella speranza di riuscire a mettere a tacere i miei pensieri, ma quando passò "Lie to Me", non potei fare altro se non scoppiare a ridere per l'esasperazione.

«Dovrei prenderlo come un segno?». Domandai, quasi come se qualcuno potesse rispondermi, per poi scuotere la testa. Iniziai a canticchiare, non solo quella canzone, ma tutte quelle che passavano e che conoscevo, fino a quando non entrai a Montecarlo e la paura e l'agitazione non iniziarono a farsi sentire, al punto da riuscire a stento a mantenere lo sguardo sulla strada. Era tardi, estremamente tardi, quindi, in un primo momento, cercai di dare la colpa alla mia stanchezza, sebbene, in realtà, fossi più sveglia di come sarei mai potuta esserlo di giorno. Continuai a guidare fin quando non vidi dinanzi a me la nostra abitazione. Spensi l'auto, ma non uscii, non ancora sicura che quella fosse stata la miglior decisione della mia vita. Tirai un sospiro, prima di afferrare la mia valigia e la borsa e iniziare a incamminarmi verso casa. La normalità sarebbe stata bussare, ma siccome era troppo tardi, non volevo spaventare Charles o farlo saltare nel sonno. Perciò decisi di aprire la porta con la mia chiave, convinta che avrei avuto del tempo per pensare a cosa dirgli. Di certo non mi aspettavo che, alle 3 di notte, il monegasco fosse sveglio, seduto sul divano, con lo sguardo spento, gli occhi leggermente rossi e rivolto completamente verso di me, sebbene sembrasse quasi non riuscisse a vedermi. O, forse, non se ne capacitava.

«Inés?». La sua voce uscì come un flebile suono e io annuii, come se davvero avesse bisogno di una conferma.

«Charles». Dissi e lo vidi alzarsi, sebbene sembrasse non aver intenzione di avvicinarsi a me. «Perdonami, io no-». Non ebbi neppure il tempo di terminare la frase che ritrovai le sue labbra sulle mie. Non avevo idea di quando fosse arrivato dinanzi a me, siccome, fino a pochi istanti prima, era molto distante, ma, onestamente, in quel momento, non mi interessava. Posai le mie mani sulle sue guance, così da avvicinarlo a me, per sentirlo più vicino a me di quanto già non fosse, mentre lui mi stringeva la vita, perché non potessi scappare un'altra volta. Mi diede un leggero morso sul labbro inferiore, costringendomi a dischiudere la bocca, così da poter approfondire il bacio. Ero completamente nelle sue mani e ne era consapevole. Sorrise sulle mie labbra, prima di allontanarsi, ancora con gli occhi chiusi, e sistemare la sua fronte contro la mia. Inizialmente non parlò, si limitò a rimanere in quella posizione, quasi stesse imprimendo quel momento nella sua mente, per paura che qualcuno potesse sottrarglielo. Per paura che potesse essere la prima e l'ultima volta. Lo osservai attentamente, osservai le sue lentiggini sul naso, le fossette che si erano formate perché stava sorridendo, le ciglia lunghe che gli avevo sempre invidiato e quel neo sotto l'occhio che avevo sempre amato. Lo osservai fin quando non aprii gli occhi e fu in quel momento che compresi per quale motivo il verde, il marrone, l'oro e l'azzurro fossero i colori che avevo utilizzato di più nei miei quadri. Fu allora che compresi di essere stata completamente cieca.

«Sei tornata». Mi disse, senza allontanarsi da me neppure di un millimetro. Sorrisi, ricordando che quelle fossero le parole che gli avevo rivolto il giorno del suo podio in Austria.

«Non me ne sono mai andata».

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