d i x
Quando uscii fuori dall'albergo, vidi che Pierre era già posto accanto alla sua Honda e stava attendendo che lo affiancassimo.
«Posso guidare?». Gli chiesi, sperando che accettasse. Dovevo sbollentare un po' il nervosismo e guidare una Honda era il modo migliore. Pierre si fidava di me e mi aveva sempre concesso di avere tra le mani le sue auto, esattamente come Charles. Il francese mi guardò, per poi lanciarmi le chiavi senza controbattere. Andai a prendere il posto del guidatore, mentre al mio fianco si sedette proprio Pierre. Dietro, tra i due sedili, Charles. Allacciai la cintura di sicurezza, sistemai gli specchietti e ingranai la marcia. Aprii il finestrino, sotto lo sguardo attento del ragazzo al mio fianco. Posai un braccio fuori e con l'altra mano fissa sul volante sfrecciavo per la città.
«Inés, non vorrei rovinare il tuo momento da Lewis Hamilton, ma il circuito era dall'altro lato». Esclamò il monegasco, posizionando le sue mani sui nostri schienali.
«Siamo estremamente in anticipo, non credo che la vostra presenza sia richiesta già alle 8 di mattina». Risposi, guardandolo attraverso lo specchietto retrovisore. Serrò le labbra, comprendendo che avessi ragione e, appoggiandosi con la schiena, chiuse per pochi istanti gli occhi. Svoltai, con poco preavviso, a destra e vidi Pierre saltare, mentre Charles rimase piuttosto tranquillo. Era abituato al mio stile di guida e sapeva che fossi spericolata tanto quanto loro due, se non di più. «Comunque...». Tacqui a lungo, in attesa che entrambi mi prestassero attenzione. Sentivo lo sguardo dei due mie migliori amici su di me, quindi, una volta preso un lungo sospiro, continuai a parlare. «Siete due coglioni». Non ero ironica. Generalmente quando li offendevo era per scherzo o per provocazione, ma quella volta ero seria e se ne resero subito conto.
«In che senso?». Domandò, confuso, il monegasco, sistemando la sua testa sul mio schienale, affinché fosse vicina alla mia spalla, e attese che mi spiegassi. Anche se in maniera più contenuta, e soprattutto silenziosa, Pierre sembrava impaziente della risposta allo stesso identico modo.
«Devi anche chiedermelo? Siamo qui da...». Mi soffermai a pensare. «Da quanti giorni? Tre? E già non vi sopporto più». Entrambi alzarono un sopracciglio, per poi guardarsi in faccia.
«Non credo di aver compr-». Interruppi Pierre, proseguendo con il mio discorso.
«Il giorno che siamo arrivati, Charles era arrabbiato con te perché... Non lo so il perché, ma era davvero strano. Poi io e lui abbiamo litigato e tu oggi sembri infastidito della sua presenza. Vi ricordo che dovremo stare insieme per ben due settimane e se questo è l'andazzo, io preparo le valigie e me ne torno a Monte Carlo. Non vi ho mai visti litigare, né tanto meno essere infastiditi per la presenza dell'altro. Quindi chiudetevi in una stanza, prendetevi anche a pugni, ma risolvete i vostri problemi e tornate a essere come prima. Forse voi non ve ne accorgete, ma è evidente che ci sia qualcosa che vi turba. Non ho idea di cosa sia e non voglio saperlo, sono questioni che riguardano solo ed esclusivamente voi, ma siete miei amici e non ho intenzione di vedervi così». Gettai uno sguardo verso Pierre e vidi che lui stava a sua volta guardando Charles, quasi a prendere in considerazione le mie parole.
«Va bene, hai ragione. Ci siamo comportati entrambi da stupidi, ma ti promettiamo di essere persone civili da ora in poi». Sostenne il francese, sfiorandomi la spalla con la mano, per poi riportarla sulla sua gamba.
«Parla per t-». Pierre gli diede un pizzicotto sulla gamba. «Ahia». Vidi dallo specchietto che si stava massaggiando. «D'accordo, d'accordo, te lo promettiamo». Cercai di nascondere la risata, mantenendo un'espressione seria. Quei due avrebbero potuto essere tranquillamente la ragione della mia morte. Nessuno parlò più, fin quando non presi l'ennesima curva senza frenare.
«Io non vorrei morire oggi, non so voi, ma la mia vita si prospetta piena di successi». Sentii Charles sghignazzare e lo vidi coprirsi la bocca e spostare lo sguardo fuori dal finestrino.
«E con ciò cosa vorresti dire?». Il francese si voltò a guardarlo, fingendo un'espressione arrabbiata, anche se era fortemente divertito dalla situazione.
«Io? Assolutamente nulla. Chi ti ha detto che volessi parlare? Io sono rimasto in silenzio». Scossi la testa, esasperata. Come avevo fatto a vivere con due soggetti del genere? Inizio a pensare che avessi la pazienza di Giobbe, altrimenti non saprei proprio spiegarmi come avessi fatto a sopportarli per così tanti anni. Pierre non rispose, sconsolato e divertito. «Non avrei dovuto portarti sui miei kart a Dubai». Continuò il monegasco, riferendosi a me. Ridacchiai e, dopo avergli lanciato un'occhiata dallo specchietto retrovisore, svoltai a sinistra.
«Non essere invidioso delle mie grandi capacità, forse anche superiori alle tue». Controbattei da finta offesa.
«Non sono invidioso delle tue doti, semplicemente mi rendo conto di aver creato un mostro. E non in senso positivo, affatto. Non so se mi fai più paura tu o Guizou». Guizou era uno dei suoi più cari amici, si conoscevano dai tempi delle scuole e non si erano mai persi di vista. Ci ero uscita qualche volta, sempre con Charles, ma non potevo dire di esseri in ottimi rapporti. Mi stava simpatico, tutto qui.
«Guidi una monoposto a 300 km/h con altri diciannove piloti in pista e hai paura di me che non raggiungo neppure i 150?». Entrambi mi guardarono con un'espressione sconcertata, non capendo se stessi scherzando o fossi seria.
«Inés, io non vorrei rovinare il tuo sogno di diventare Dom Toretto, ma ti informo che siamo su una strada di Spielberg, non sul circuito di Monza. Metti per favore da parte i tuoi istinti suicidi e omicidi e portaci alla pista». Sbuffai alle parole di Pierre e, dopo essermi assicurata che nessuno fosse nei paraggi, frenai di scatto, facendoli saltare leggermente. Ridacchiai e ripresi con una velocità moderata, ascoltando il francese, anche se forzatamente.
«Tu sembri più mio nonno che un pilota di Formula 1. Anzi, mio nonno, se fosse ancora vivo, avrebbe più spirito di avventura rispetto a te». Mi appoggiai comodamente allo schienale, spostando l'unica mano che avevo sul volante per portarla sul cambio. Feci tutto sotto lo sguardo del francese al mio fianco.
«Quando hai imparato a guidare così?». Cambiò argomento, sistemandosi anche lui meglio nel suo sedile e girando il corpo quanto bastasse per vedermi meglio. Con la mano sinistra, quella sistemata fuori dal finestrino, mi aggiustai una ciocca di capelli che mi era finita davanti gli occhi.
«Così come?». Lo provocai, facendo la vaga. Conoscevo Pierre talmente bene da sapere che il suo intento era quello di farmi un complimento, ma non lo avrebbe mai espresso apertamente. Era troppo discreto e mai diretto per poterlo fare. Inoltre, qualora l'avesse fatto, avrebbe dovuto anche ammettere che si era sbagliato ad affermare che fossi incapace di guidare. E, conoscendolo, non era esattamente il tipo che riconoscesse i propri errori. Quando comprendeva di aver sbagliato, faceva sempre gli stessi gesti, tanto che ormai era diventato facilissimo per me distinguerli. Ad esempio, poneva domande che molto spesso esigevano risposte inutili, esattamente come quella che mi aveva rivolto in quel momento, oppure assottigliava lo sguardo o, ancora, tamburellava le dita sulla gamba destra. Anche la luce nei suoi occhi cambiava, anzi, per meglio dire, si spegneva. Non era assolutamente difficile capire quando era realmente pentito o quando voleva fare un camuffato complimento. Non rispose alla mia domanda, come era prevedibile. Si limitò a fissarmi per qualche breve istante, per poi riportare lo sguardo dinanzi a sé. Notai un piccolo sorriso spuntare sulle sue labbra, ma fu per un periodo talmente breve che per un attimo dubitai di averlo realmente visto. Continuai a guidare in maniera relativamente pacata, assicurandomi che i due in auto con me si trovassero più a loro agio. In realtà, a Charles non dispiaceva molto il mio stile di guida, anzi, lo divertiva. L'unico più scettico era il francese, d'altronde fin da piccolo ha sempre avuto paura della guida spericolata, quando non era lui a guidare. Non l'ho mai compreso, però mi divertiva molto e non sprecavo un attimo per provocarlo. Il circuito non era molto lontano da dove ci trovavamo: la città non era poi così grande, quindi era facile da raggiungere. Quando arrivammo, non potendo resistere, parcheggiai in modo non molto sicuro, ridacchiando subito dopo alla vista dell'espressione terrorizzata di Pierre.
«Non ti farò mai più mettere piede nella mia auto». Si tolse la cintura e aprì immediatamente la portiera, uscendo di corsa. «Oggi ci ho quasi rimesso le penne fidandomi di te». Mi puntò un dito contro, per nulla divertito. Io e Charles, invece, ridevamo a crepapelle, guardandoci negli occhi e mantenendoci la pancia. Era davvero uno spasso. Anche noi, una volta ripresici, uscimmo e, chiuse le portiere, girai la chiave e la lanciai a Pierre.
«Comunque hai appena rifiutato un giro gratis, quando esistono persone che pagano per farlo a Maranello». Spalancò gli occhi alle mie parole, quasi come a farmi notare l'assurdità delle mie parole.
«Quelli a Maranello sono professionisti». Feci spallucce. Afferrai gli occhiali da sole dalla mia borsa e li indossai, insieme alla mascherina che portavo con me. Iniziammo a incamminarci per il Paddock, cercando di mantenere la distanza tra di noi e non avendo contatti con altri. Scorsi da lontano una figura slanciata avvicinarsi. Pierre strinse i pugni, cercando di non dare molto nell'occhio, mentre Charles sbuffò. Cercai di trattenere una risata, Esteban non è mai andato a genio a entrambi. A Pierre perché, a sua detta, "gli aveva rubato la ragazza", invece a Charles perché io e lui avevamo avuto una relazione. In realtà, non la si poteva neppure definire in questo modo. Eravamo entrambi piccoli quando era accaduto, quindi alla fine siamo rimasti in buoni rapporti.
«Inés, è davvero una sorpresa vederti qui». Non potevo vederlo per colpa della mascherina, ma immaginai che stesse sorridendo. Ricambiai il gesto. Sentii i miei due migliori amici mormorare qualcosa di incomprensibile, prima che si stampassero un finto sorriso sul volto. «Ciao Charles, ciao Pierre». Li salutò e i due ricambiarono con un gesto della mano, anche se controvoglia. «Erano anni che non ti vedevo». Riportò lo sguardo su di me.
«Che peccato». Esclamò Charles, camuffando le parole tossendo. Esteban sembrò non aver sentito e io sospirai di sollievo. Tutto ciò che volevo evitare era un litigio il giovedì del primo Gran Premio della stagione.
«Non sei affatto cambiata». Continuò lui.
«Direi, sempre lei è». Mormorò Pierre e io dovetti coprire la bocca per non scoppiare a ridere.
«Neanche tu». Rimasi in silenzio per un po', per poi riprendere a parlare. «Ora mi dispiace, ma dovremmo andare. Charles e Pierre hanno un incontro con i loro team principals e non vorrei che ritardassero a causa mia». Non volevo protrarre quell'astio ancora più a lungo.
«Inés ha ragione, dovremmo proprio andare». Pierre mi afferrò per un braccio e non ebbi neppure tempo di rivolgergli un saluto che ci eravamo già allontanati.
«Non è stato corretto da parte vostra». Liberatami, sistemai le mani sui fianchi, fermandomi.
«Se vuoi andare a parlargli fa' pure, ma non contare su di noi». Roteai gli occhi e continuai a camminare al loro fianco.
«Dovreste smetterla di essere gelosi». Dopo aver pronunciato quelle parole, i due si fermarono e io sorrisi sorniona senza voltarmi verso di loro.
«Non siamo gelosi!».
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro