Capitolo 1
I raggi del sole filtrano dalla finestra già da un po’, ma ancora non hanno raggiunto il mio letto, che fortunatamente è situato in una posizione strategica. In realtà non ci sarebbe nemmeno bisogno che io mi faccia tutti questi scrupoli, in fondo non è il sole a svegliarmi ogni mattina, e nemmeno la sveglia. Non ho bisogno di un orario preciso, non ho alcun motivo di alzarmi presto la mattina, semplicemente mi alzo quando mi va. Posso anche stare sveglia distesa nel mio scomodo letto per ore, perché se non ho voglia di fare niente, posso rimanere ferma nella solitudine del mio appartamento a riflettere. Ci sono tante cose su cui riflettere nella mia vita, ci sono tante cose da ricordare, ma davvero poche che valga la pena di non essere dimenticate.
Questa mattina, come ogni giorno del resto, mi sveglio sentendo i rumori della città. I clacson delle macchine, il rumore delle moto che sfrecciano veloci, le voci degli ambulanti che urlano la loro mercanzia, le mamme che sgridano i bambini quando sbagliano, i piccoli che piangono perché vogliono mangiare un gelato come quello delle pubblicità, l’abbaio e il ringhio dei cani contro gli sconosciuti, il miagolio di qualche gatto che viene trasportato in braccio, gli autisti che imprecano discretamente contro i vigili, e i fischietti di questi ultimi che non smettono mai di produrre suoni.
Ai suoni esterni si aggiungono quelli interni, del condominio dove mi sono da poco trasferita. Porte che sbattono, urla di genitori che litigano con i figli, sciacquoni dei gabinetti, e grida di persone sotto la doccia quando l’acqua diventa troppo calda, fischi dei bollitori del tè, suonerie di telefoni che non danno un attimo di tregua, campanelli suonati in continuazione e rumori di passi che scendono e salgono le scale, chi velocemente e chi quasi con timidezza.
È questo ciò che ogni mattina mi sveglia, e che allo stesso tempo mi costringe a rimanere a letto, perché sapere che vivo in mezzo a tutto questo, ma che non ne faccio veramente parte mi rattrista. Mi piacerebbe essere normale come do a vedere al mondo, ma purtroppo quella è solo una maschera che indosso ogni qual volta che non mi trovo da sola; ma come faccio allora a sperare di poter trovare qualcuno con cui poter essere sincera se non mostro mai a nessuno la vera me? Sono le mie scelte o è il mio destino a impedirmi di realizzare i miei desideri?
Quasi ogni mattina sono gli stessi interrogativi che mi costringono a rimanere a letto più del dovuto.
Guardo l’orario, sono le nove passate, il mondo ha già cominciato la giornata da un pezzo, mentre io sono ancora avvolta nelle coperte. Ormai ho capito che è arrivato il momento di alzarsi, senza alcun indugio esco dal rifugio che è il mio letto e mi dirigo in bagno.
Una volta che sono pronta per affrontare il mondo, prendo la borsa e ci infilo dentro il libro che ho quasi finito, le chiavi e qualche banconota. Scendo per le scale del palazzo, dato che l’ascensore è fuori uso, apro la porta di ingresso e varco la soglia che mi riporta a dover vivere la mia vita con la maschera di sempre, quella che devo indossare davanti alle persone quando attraverso la strada.
Il vicolo dove spunto è stretto e buio, ma dopo qualche metro, raggiungo la strada principale e un forte sole autunnale mi investe dalla testa ai piedi.
Mi immergo nel fiume di persone che procede lungo i marciapiedi; con tutta quella gente è praticamente impossibile riuscire a dare nell’occhio, e poi sono abituata da troppo tempo a non farmi notare. Cammino per più di mezz’ora senza una meta precisa, guardando ogni tanto alla mia destra le auto che circolano senza sosta. Non ho alcun impegno, cammino per la città solo per trascorrere il tempo, di solito, quando non ho nulla da fare leggo un libro. Ripenso al libro che è nella mia borsa, così decido, che magari, è arrivato il momento di concluderlo. L’appetito mi coglie impreparata, così decido di andare a prendere qualcosa in un bar, e nel frattempo leggere il finale.
Entro nel primo che intravedo lungo la strada. È abbastanza affollato, ma nonostante questo riesco a trovare un tavolo libero, mi siedo, e aspettando che arrivi qualcuno a prendere il mio ordine, tiro fuori il libro e comincio la lettura.
Passano almeno dieci minuti senza che nessuno si avvicini al mio tavolo. In realtà non mi importa molto, sono talmente assorta nella lettura che quasi non me ne accorgo, almeno finché..
-Buon giorno.- Un ragazzo, pressappoco della mia età è fermo davanti a me. Porta dei libri in mano, non riesco a capire subito di cosa si tratti, ma non è questo ad incuriosirmi. Il suo volto, dolce come quello di un ragazzino, è incorniciato da una folta chioma di capelli mossi e castani, gli occhi dello stesso colore mi scrutano senza alcun imbarazzo.
-Giorno,- rispondo io senza riuscire a capire cosa vuole questo ragazzo da me.
-Mi spiace di averti disturbata,- nella sua voce c’è un pizzico di rammarico, -come puoi vedere non ci sono posti liberi, ti dispiace se mi siedo qui?-
-No, fa pure.- Non finisco di rispondere che sono già tornata alla mia lettura. Non presto la minima attenzione al ragazzo che sta seduto di fronte a me, sono troppo contrata, almeno finché una cameriera non mi disturba. Non è colpa sua ovviamente, lei sta solo facendo il suo lavoro, ma questo non mi impedisce di essere irritata, anche se riesco a nasconderlo abbastanza bene.
-Avete già ordinato?- Chiede lei con la sua vocetta stridula.
-No.- Rispondiamo quasi in coro io e il ragazzo davanti a me.
-Bene,- la cameriera sembra alquanto stanca, forse la giornata è troppo dura per i suoi soliti standard. -Cosa vi porto?-
-Un cornetto al cioccolato e un decaffeinato.- Negli ultimi giorni ho preso fin troppi caffè, quindi è meglio se ci vado leggera questa volta, e detto questo poso con discrezione il libro dentro la borsa.
-Per me un cappuccino con schiuma, grazie.- Il ragazzo che si trova di fronte a me è completamente immerso nei libri che ha con se, sembra molto preso dalla lettura, come se da questo contasse il suo futuro.
Quando la cameriera finisce di scrivere si allontana dal nostro tavolo con velocità.
-Vai all’università?- La mia domanda esce spontanea, solitamente non mi immischio negli affari altrui, soprattutto delle persone che ho appena incontrato, ma questa volta non riesco a frenare la lingua. Sembra proprio che questo ragazzo mi incuriosisca, almeno un po’.
-Sì, sono all’ultimo anno, mi mancano poche materie da dare, prima della tesi finale.- Appare abbastanza socievole a prima vista e non sembra irritato dalla mia curiosità. -Tu invece? Sembri una di quelle persone che abbia appreso dalla vita tutto ciò che serve.-
-Non è così, è vero che ho imparato molto, come va il mondo, ma non credo di essere ancora pronta. Comunque non vado più all’università, ho fatto un anno e ho smesso.- Non riesco a capire perché con lui sono sincera.
-Perché?- Si pente quasi subito delle sue parole, e cerca di ritrattare. -Scusa, io.. non volevo essere indiscreto. Sono certo che avrai avuto un motivo più che ragionevole per abbandonare.-
-Non preoccuparti,- mi affretto a dire. -Se devo essere sincera non c’è un buon motivo per cui ho abbandonato, non era un peso studiare, le materie erano piuttosto semplici, a volte ci ripenso e credo di essere stata davvero stupida, non so perché ho preso questa scelta, semplicemente l’ho fatto. Ma parlando d’altro, a che facoltà sei iscritto?- Parlare della mia vecchia vita mi fa sempre uno strano effetto, comincio a pensare che prima anch’io ero normale, ma la cosa più terribile è che ripensare a questo periodo non sempre mi fa bene, perché a volte mi capita anche di ricordare come sono diventata quella di oggi.
-Giurisprudenza, sai può sembrare un lavoro noioso, e magari un po’ lo è, ma io voglio diventare uno di quegli avvocati che lottano per i più deboli, una specie di difensore d’ufficio. Anche se devo dire che mi piacerebbe diventare famoso e tutto il resto.- Il modo in cui gli brillano gli occhi quando pronuncia quelle parole è davvero incredibile, si vede che è appassionato, che cerca di rendere il mondo un posto migliore.
L’interesse che ho per questo sconosciuto non mi è del tutto chiaro, di solito non sono così, ma questa volta qualcosa mi spinge ad andare avanti, ad essere , o meglio a sembrare, normale.
-Hai questo sogno da molto?- Come sempre la mia curiosità riesce a vincere contro il mio autocontrollo.
-Diciamo di sì, praticamente da quando ero bambino, e sono felice di essere a un passo dal realizzarlo.- Ancora una volta, l’emozione nella sua voce è indescrivibile.
-Sarebbe davvero fantastico poter realizzare i propri sogni. Soprattutto quando sembrano così irrealizzabili.- Il tono della mia voce, adesso, molto più basso rispetto a prima, rispecchia il mio impellente desiderio di poter realizzare le mie di ambizioni, la più alta delle quali è poter vivere una vita normale. E dire che la maggior parte delle persone cerca di fuggire dalla normalità, perché pensa che sia noiosa e tutto il resto. Io, invece, darei tutto pur di poter anche solo riassaggiare quella normalità.
-Sì, lo è.- Il ragazzo mi guarda in modo diverso adesso, forse le mie parole mi hanno tradita, forse ho detto qualcosa di sbagliato.
A salvare la situazione ci pensa la cameriera, che torna con le nostre ordinazioni. -Allora il cappuccino è per te, e il resto invece è per te.- Poggiate le tazze e il piatto con il cornetto sul tavolo, si allontana nuovamente, lasciandoci soli.
-Hai intenzione di mangiarlo tutto?- Mi chiede il ragazzo indicando il cornetto.
-Non penso, ne vuoi un po’?- Essere gentile, e chi mai se lo sarebbe aspettato da me? Soprattutto perché non ho un secondo scopo.
-Sì, grazie.- E così dicendo prende il pezzo che gli ho offerto.
Fortunatamente per un breve lasso di tempo sono in salvo, ma questa situazione non durerà ancora per molto, devo escogitare qualcosa, o potrei rischiare di dire qualcosa che non dovrei.
Cerco di ideare un piano mentre consumo la mia colazione, ma la mia testa sembra non reagire agli impulsi, come se, sotto sotto, il mio inconscio desiderasse che mi confidi con lui, anche se non lo conosco per niente.
Alzo lo sguardo su di lui, e subito cerco di trattenere una risata, ma forse la mia faccia lascia trasparire tutto. -Cosa c’è?- Mi chiede lui ignaro del motivo che mi diverte.
-Niente, è solo che tu..- Non riesco a finire la frase, così indico la sua faccia, ma questo non mi aiuta a trattenermi. Mi metto a ridere senza alcun ritegno, era da tanto che non mi sentivo così spontanea, così viva, fin troppo tempo, e mi manca, mi manca tutto della mia vecchia vita.
-Cosa c’è che non va nella mia faccia? Io non capisco.- Non è arrabbiato perché rido di lui, è solo curioso di sapere il motivo, ma io non riesco ad aprire bocca senza lasciar uscire una risata, così decido che è meglio farglielo vedere. Giro il porta tovaglioli finché il ragazzo non riesce a specchiarsi, a quel punto anche lui fatica per non cominciare a ridere. I baffi bianchi che sono apparsi sul labbro superiore, possono essere una delle cose più banali, ma addosso a lui sono così divertenti, e scommetterei che non sono l’unica a pensarla in questa maniera.
-Okay, lo ammetto è molto divertente.- Prende un tovagliolo e comincia a pulirsi, fino a che la schiuma non sparisce del tutto. -Non mi era mai successa una cosa del genere, evidentemente oggi sono un po’ distratto.- Cerca di fare un sorriso innocente, ma non gli riesce molto bene.
-Certo, come no. Ed è successo proprio oggi, sicuro che non succede sempre ma non c’è mai nessuno che te lo dica?- Strano, di solito non faccio mai battute.
-Non mi succede mai, ne sono sicuro, ne sono così sicuro che..- Lo interrompo sorprendendo anche me stessa.
-Cosa? Saresti in grado di scommettere la tua vita fantastica?- Credo proprio che dire queste parole non sia stata un’ottima idea ma ormai il danno è fatto, quindi è meglio accettarlo.
-Sì, anche se non credo che ne varrebbe la pena.- La sua voce diventa improvvisamente seria.
-Peccato che non ci sia il modo di dimostrarlo.- Faccio uno dei miei sorrisi provocatori, e credo proprio che lui abbia intenzione di ribattere, ma non ce n’è il tempo, perché veniamo interrotti dallo squillo del mio telefono, non faccio abbastanza in fretta che hanno già riattaccato, ascolto il messaggio in segreteria e riposo il telefono dentro la borsa.
-Devo andare, il lavoro mi chiama..- Non so come concludere la frase, anche se non lo conosco, è come se non volessi perderlo. -Allora ci vediamo.- Poso qualche banconota sul tavolo e faccio per allontanarmi, quando..
Lui si alza, e si presenta. -Comunque io sono James, James Newman.- E si apre in un sorriso.
Io lo guardo meravigliata, era da quasi un’ora che chiacchieravamo e non ci eravamo nemmeno presentati, eppure non me n’ero accorta, perché i nomi in quel momento non contavano, l’unica cosa che contava eravamo io e lui.
Sorrido di rimando al suo nome, mi piace, e un pensiero mi attraversa improvvisamente la testa, ma non gli presto molta attenzione, perché lui, James, aspetta ancora di sapere il mio, di nome, così non indugio oltre. -Ellie, mi chiamo Ellie.-
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