4 Marzo 2034
4 Marzo 2034
Ore 12:17
All'incontro della sera prima, Manuel ci ha pensato tutta la notte - ovviamente, sarebbe stato impossibile il contrario.
Ha ripercorso nella mente ogni gesto, ogni parola, ogni minima espressione. Non è giunto a conclusioni concrete, a parte che, come già appurato, si è ritrovato davanti un Simone ben diverso da quanto ricordava, ma ha dato la colpa al fatto che non lo vedesse da anni e che l'aspetto delle persone non è immutabile.
Però, a parte il fisico, ci sono altre cose che trova differenti, così sopraggiungono le mille domande che vorrebbe fargli, quesiti su quei dieci anni passati sui quali sa poco e niente - solo per sentito dire.
Ma del resto, non ha modo di contattarlo. Ha pensato di chiedere il suo numero a Chicca - visto che, a quanto pare, ne è in possesso - tuttavia qualcosa lo ha frenato prima, forse la paura di essere troppo invadente senza un reale motivo.
Forse.
In quel momento, Manuel è al suo locale, intento a pulire con uno straccio umido i vari tavoli di legno accatastati lungo le due pareti più lunghe. È solo, poiché manco dovrebbe essere lì: il pub apre solo la sera, la mattina, solitamente, è libera. Il problema è che non riusciva a stare a casa, in quel bilocale che ha in affitto e che si mangia - in pratica - metà dei suoi guadagni.
Quindi, ha preferito avere qualcosa di utile da fare per tenersi impegnato.
La serranda del Blue Butterfly è abbassata per metà quando su di essa sente bussare. Manuel è di spalle e deve torcere di poco il busto e il collo per poter notare chi ha prodotto quel suono.
Facilmente riconoscibile.
Sono riconoscibili le gambe sottili, seppur avvolte in un pantalone largo di tuta.
«Vieni, entra».
Simone deve per forza abbassarsi per poter essere in grado di fare ingresso nel pub.
Manuel nota subito il suo sorriso forzato, gli occhi ancor più stanchi della sera prima. Soprattutto, fa caso ad un piccolo ematoma sull'angolo della sua bocca: è di una leggera sfumatura rossa, probabilmente camuffata con del trucco - almeno così sembra dall'alone grigiastro che ne deriva.
Aggrotta le sopracciglia e «Oh, ma che hai fatto?».
«Cosa?».
«Qua» Manuel indica con un dito la medesima porzione di pelle su di sé, così da fargli capire a che si riferisce.
Simone scrolla le spalle con noncuranza, si tocca quel medesimo punto. «Ah— No, nulla» biascica. «Ho sbattuto ieri sera».
«Sulla bocca?».
«Eh. Non si può?».
«No, certo. Solo tu puoi, però» Manuel lo prende un po' in giro, per quanto assurdo gli sembri come incidente. Altre domande, ma non indaga oltre, non adesso.
Simone ne pare persino grato. Ha addosso una differente felpa rispetto alla sera prima, l'unica cosa in comune è che si tratta di un indumento largo e sgualcito - qualcosa che Simone, da adolescente, non avrebbe mai utilizzato.
Ma in dieci anni si cambia, no?
Cambiano abitudini, gesti, espressioni.
«Senti, uhm—» mormora. «Mi spiace per ieri sera. Volevo rimanere di più, è solo che...».
«Che sei un dormiglione?» viene preceduto.
«Sì, a— a quanto pare».
Manuel adesso gli è davanti, poggia entrambe le mani sui fianchi. Piega appena il capo su di un lato.
Vorrebbe dirgli che effettivamente avrebbe apprezzato se fosse rimasto qualcosa di più di quella mezz'ora scarsa, ma sceglie di non farglielo pesare più di tanto. «Non fa niente» dice. «Puoi rimedià stasera».
«Stasera?».
«Suona la band della ragazza de Chicca, così te vedi anche co' lei».
«Oh».
«Non te va?». Cerca di scrutarlo meglio, di analizzare la sua espressione. Una volta, nonostante tutto, gli bastava uno sguardo per capire ogni cosa.
Ora gli sembra di essere davanti ad un libro scritto in una lingua che lui non conosce. Ed è terribile non saper leggere quelle nuove lettere e frasi che all'apparenza non hanno più significato. Non per lui.
Simone, d'altra parte, tentenna, esita nel dare una risposta, che sia affermativa o meno.
«Hai degli incontri pure domani mattina che non puoi stare?» Manuel prova a indovinare, a smorzare un briciolo quella tensione che manco ha senso di esistere.
«No, no, non è per quello».
«E per cosa? Daje, siamo tutti insieme dopo dieci anni, è una piccola rimpatriata, no? Poi Chicca ce tiene un sacco a rivederti».
C'è ancora dell'esitazione in Simone. Manuel lo nota, per cui schiocca la lingua sul palato e «Finisce tutto prima de mezzanotte, te lo assicuro. Ne vale la pena».
L'ultima frase la marca parecchio. Non lo fa di proposito - o forse sì.
Simone si stringe nelle spalle. Si guarda un po' intorno come se effettivamente ci fosse qualcuno ad assistere alla loro conversazione - ma non c'è nessuno, soltanto loro due. «Vabbè, magari— Magari faccio un salto».
Manuel sforza un mezzo sorriso. Ci tiene davvero che quella serata si verifichi e non saprebbe spiegarne il motivo.
Oppure quello lo conosce benissimo, ma fa strano dirlo ad alta voce. «Daje» esclama di nuovo. «Oh, io tra poco vado a mangiare qualcosa. Vuoi venì? Sempre se non hai altre riunioni strane». Abbozza una risata un po' nervosa alla fine.
Gli occhi di Simone guizzano ancora una volta, ad analizzare ogni angolo del posto. È come se fosse perennemente all'erta - ed è pure quello un particolare che l'altro ragazzo nota, ma non fa domande.
«Dove?».
«Ce sta un posto qua vicino che fa 'na carbonara pazzesca».
«A Milano?».
«Eh, ho scoperto che sanno cucinà pure qua».
Occorrono ulteriori trenta secondi prima che una risposta affermativa sopraggiunga, che corrisponde ad uno stentato cenno col capo.
Però per Manuel è sufficiente. È un piccolo traguardo.
4 Marzo 2034
Ore 13:28
Il ristorante dove si recano per pranzo si chiama La Mangiatoia, che è un nome che a Manuel ha sempre fatto un po' ridere, però il cibo è buono, il servizio anche e si paga poco: non potrebbe chiedere di meglio.
Sono seduti in un tavolo nel dehor esterno: una struttura di legno rigido e scuro, con ampie vetrate; le tovaglie sono quelle tipiche da trattoria, con quadretti rossi e bianchi.
Le due carbonare sono state servite da almeno quindici minuti. Manuel ha quasi terminato la sua porzione. Il piatto di Simone, invece, risulta pressoché intatto mentre lui rigira quei bucatini con la punta della forchetta.
«Non hai fame?» la domanda da parte di Manuel sopraggiunge in maniera spontanea, frattanto che si pulisce gli angoli della bocca con il tovagliolo di stoffa bianco.
Simone sbatte piano le palpebre, per riconnettersi alla realtà dopo aver passato quei quindici minuti ad analizzare ogni centimetro della pietanza che ha davanti e averne assaggiato giusto mezzo boccone. «Uhm— No, è che ho fatto colazione tardi» si giustifica.
«Ma non ti sei alzato presto stamattina?».
«Sì, ma ho— Abbiamo mangiato dopo, al bar».
Manuel sta per porre un ulteriore quesito che va ad indagare sulla questione. Simone sembra percepire un simile intento e quindi pasticcia ancora la pasta nel piatto come se dovesse riprendere a mangiare; poi finge un colpo di tosse e «Come mai non ha funzionato?» cambia drasticamente discorso.
Manuel decide di accordarlo, seppur appena titubante e «Cosa?».
«Il tuo matrimonio. Non avete divorziato dopo sei mesi?».
Ah. Sì, non è un argomento di cui gli piace parlare e in generale evita. Stavolta, immagina non abbia via di scampo. «Non ce sta un motivo in particolare» spiega. «Non eravamo— L'uno la metà dell'altra».
«E questo lo hai scoperto dopo averle messo un anello al dito?».
«Sbagliando se impara, no?».
In realtà, lo sapevo da prima perché la mia metà mancante ce l'ho davanti proprio adesso. Lo pensa, ma non lo dice.
Quanto può essere ridicolo e imbarazzante soltanto l'articolare una simile frase nella propria testa?
Tanto, forse troppo.
«Tu, invece?» chiede. «Da quanto stai col tuo— compagno?». Un po' gli costa pronunciare quella parola.
Simone scrolla le spalle. Mantiene gli occhi bassi e fissi su quei bucatini che sta martoriando con la forchetta. «Otto anni» replica.
«Avete scongiurato pure la crisi del settimo anno, che vuoi di più?» Manuel tenta persino di scherzarci su. Da un lato, magari è un bene: vuol dire che la sta superando. In fondo, tuttavia, sa che non è così. «Ve siete conosciuti all'università?». Ah, ma perché fa queste domande, mica gli interessa davvero. Si pizzica la lingua con i denti.
Simone annuisce. «Era il mio professore» spiega. «Di chimica».
«Quindi è più grande, hai capito, mh». Manuel lo ha già dedotto dal suo aspetto - Ivan si chiama, no? - che non avessero la stessa età, ma ha ipotizzato che magari è perché è Simone che gli sembra più piccolo, che ha quasi ventinove anni eppure pare essersi bloccato all'aspetto di dieci anni prima; non sa nemmeno se sia un bene o un male. A tale appunto, comunque, l'altro non risponde, si limita a fare un cenno col capo in segno di assenso e tirare un sorriso.
«Se non te va più, la puoi portare via» suggerisce allora Manuel. Si riferisce al piatto intatto di carbonara che ha smesso di essere pasticciato con la forchetta.
«Oh» bofonchia Simone. «Non— Tanto a casa non lo mangerebbe nessuno, non importa». Fa una breve pausa. «Puoi prenderla tu, se vuoi».
«Sicuro?».
Annuisce. «Sì, uhm— Sarebbe un peccato sprecarla».
Manuel sospira sommessamente. Non aggiunge altro, piuttosto si limita a richiamare con un cenno del capo il cameriere, così da chiedere cortesemente un baracchino da portare via.
All'uscita del ristorante, lui rimane con una scatola quadrata di cartone alimentare in mano. «Devi anná a casa?».
«Sì» Simone è in piedi al suo fianco. «Chiamo un taxi».
«C'ho la macchina qua dietro t'accompagno».
«Non— Non c'è bisogno».
«Vabbè che sei ricco, però sul serio non me costa nulla».
È ancora titubante - come sempre; pare sia insita in lui quella insicurezza assurda per ogni cosa detta o fatta. Manda giù a fatica della saliva. Poi si guarda attorno, quasi dovesse avere sotto controllo cosa lo circonda. Il petto gli trema appena quando esclama «Okay».
Manuel guida una vecchia Peugeot 308 grigia metallizzata del 2022; dovrebbe rottamarla, dato che a breve non potrà nemmeno più circolare, però ci è affezionato e finché cammina, può andare.
Salgono in auto all'unisono. Simone sussurra l'indirizzo e l'altro ragazzo, al volante, imposta il navigatore per poterlo raggiungere.
Il tragitto in macchina, di soli quindici minuti, trascorre nel più totale silenzio.
Al sedicesimo minuto, Manuel accosta davanti ad un portone blu scuro, ampio, con due grandi ante con decorazioni in legno floreali. Inserisce le quattro frecce e «Semo arrivati» annuncia - anche se non necessario.
Da malsana abitudine, Simone analizza anche quel nuovo - ma vecchio - luogo, sempre all'erta, sempre con un timore innato che lo rende irrequieto. Ha mantenuto il contenitore con la pasta avanzata sulle cosce. È quello che solleva e porge a colui che è alla guida. «Grazie per il passaggio».
«Figurati».
Accenna un sorriso, spento. Apre la portiera per poter scendere dal veicolo.
«Simó?» viene fermato.
«Mh?».
«Ci conto per stasera».
Non dovresti.
Simone fa cenno di sì col capo. Le sue labbra si sollevano da un solo lato per delineare quel sorriso spezzato. In seguito, abbandona l'auto e chiude la portiera alle proprie spalle con un leggero tonfo.
4 Marzo 2034
Ore 23:35
Quella sera, Simone non si presenta.
Manuel passa tutto il tempo con gli occhi fissi sulla porta di ingresso come se l'altro ragazzo potesse entrarvi d'improvviso.
Però non accade.
Il concerto della band di Ilaria è successo - almeno così sempre; in realtà, la musica, quella sera, è stata muta per lui.
Ora è fermo dietro al bancone, con lo sguardo fisso nel vuoto.
«Oh, hai visto che casino?» la voce di Chicca lo fa sobbalzare. Se la ritrova dalla parte opposta del ripiano, con un ampio sorriso stampato in faccia.
«Seh— Seh, ho visto».
La ragazza capisce subito che qualcosa non va: ha imparato a conoscere l'amico, sa leggere alla perfezione le sue espressioni, sa decifrare i suoi silenzi. E dunque: «Tutto okay?».
Manuel sbatte piano le palpebre. Deve riconnettersi alla realtà e gli ci vuole un po' per farlo. «Sì, io—» balbetta. «È venuto Simone qua ieri».
«Cosa?».
«Eh, hai sentito».
«E perché non me lo hai detto?».
«Perché— L'ho invitato qui stasera, pensavo venisse».
Chicca aggrotta le sopracciglia. «Tu— Lo hai invitato qui?».
«Eh, che te devo fa' 'n disegnino?» borbotta lui, esasperato. Appoggia entrambi i palmi sul bancone. «Mica m'hai detto che lo sentivi».
«Non volevi manco che dicessi il suo nome, figuriamoci se t'avessi detto che ce mannavano dei messaggi». Chicca si mette sulla difensiva poiché se lo ricorda bene ogni momento passato, ogni Simone non me lo devi nemmeno nominare e lei così ha fatto.
Così come se lo ricorda Manuel, che si morde piano il labbro inferiore. «Però c'hai il suo numero».
«Sì, e quindi?».
«Me lo puoi dà?».
«Che ce devi fa' Manuel?».
«Chiedere perché non è venuto stasera».
«C'avrà avuto altri impegni».
Manuel non crede quell'assenza sia dovuta a impegni. Insiste ancora, solo con lo sguardo.
Alla fine ha successo ad ottenere quello che vuole - anche perché il numero di telefono è l'unico mezzo che ha per contattarlo, a meno che non si presenti sotto casa sua.
È fermo in auto, col motore spento, all'una di notte quando avvia una chiamata al contatto che ha memorizzato come Simone.
Ci sono tre squilli, poi la cornetta viene sollevata è messa giù in una frazione di secondo.
Al secondo tentativo, parte la segreteria telefonica.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro