Capitolo 2
THEO
Lei mi stava guardando, cercando nei miei occhi il coraggio che le mancava. Aveva sempre cercato il mio sguardo sin dal primo giorno. La sua fragile risolutezza e la sua finta forza nascondevano un lato del suo carattere, a molti, sconosciuto. Esmes era un rebus e ero certo che in pochi fossero riusciti, veramente, a comprenderla appieno.
Lei mi stava lanciando un'altra intensa occhiata mentre Carter Bridge si faceva avanti e ci incitava a scappare. Ero d'accordo perché era l'unica soluzione possibile, anche se avevo qualche dubbio.
Non potevamo far nulla per gli altri senza esser scoperti e dovevamo prender una decisione il prima possibile.
Mentre Esmes parlava con Theresa, Carter si avvicinò e mi mise una mano sul braccio.
"Lo sai anche tu che dovremo andarcene."
"Lo so, ma se fosse una trappola? Non mi fido di lei, è pur sempre la sorella del re." Risposi subito senza farmi sentire dagli altri.
"Non abbiamo altra scelta o sbaglio?" mi domandò Carter e gli feci, prontamente, un cenno d'intesa col capo. No, non avevamo alternativa.
Mi guardai attorno e notai che Fefei e Ella avevano abbandonato la loro posizione sul letto per mettersi in piedi e avvicinarsi agli altri, accanto alla finestra, mentre Esmes continuava a parlare in modo concitato con Theresa, la quale era la nostra unica via d'uscita per sua stessa ammissione.
Eravamo in quella che ormai ritenevo la mia stanza e guardai un'ultima volta fuori dalla finestra, prima di voltarmi e seguire gli altri nel corridoio.
Il sole era già scomparso da un pezzo e poco si riusciva ad intravedere.
Avevamo affrontato quell'avventura senza lamentarci, senza guardarci troppo indietro forse perché non avevamo mai avuto una vita vera. Non avevamo posseduto una vera casa per piangerla e eravamo andati avanti, aspettandoci qualcosa di meglio. Non era certo quello che ci eravamo aspettati, era qualcosa di peggio. Io e Esmes avevamo legato subito, forse pure troppo. Avevamo trovato nell'altro una spalla su cui piangere, qualcuno su cui contare nei momenti di paura. E quando ci mancavano i nostri cari rimasti al campo trovavamo nell'altro un viso familiare, un abbraccio confortante nella solitudine. Se un lungo giorno passato su quel vecchio catorcio era considerato poca roba, per noi che non avevamo nessuno ed eravamo stati strappati dall'unica realtà che conoscevamo, invece, era molto di più.
Mi voltai mentre procedevano nel corridoio e la osservai per qualche minuto: Esmes, piccola di statura e magrolina, mi ricordava una bambina e se qualcuno mi avesse detto che aveva solo due anni meno di me, non ci avrei creduto. Silenziosa e con quel suo sguardo timido e guardingo mi aveva colpito sin da subito. Avevo trovato il lei uno spirito affine e insieme ci compensavamo: io avevo la parlantina sciolta mentre lei era taciturna e riflessiva. Eravamo diversi come il giorno e la notte, ma era proprio la nostra diversità che ci univa.
Il rumore di una porta che si apriva con irruenza e il rumore concitato dei passi delle guardie ci costrinse ad affrettare il passo. Theresa era in testa al gruppo e si fermò davanti ad un enorme quadro, che mi aveva colpito fin dal primo giorno. La tela raffigurava una donna seduta e vestita di rosso. Il viso, però, era quello che mi aveva colpito fin da subito: la donna dai lunghi capelli neri non sembrava felice, ma il suo viso era affranto e la fronte appena aggrottata le dava un'aria strana e infastidita.
Theresa si avvicinò e iniziò a sfiorare la cornice del quadro il quale, d'improvviso, si spostò di lato dando luce a un'apertura: la nostra via di fuga.
Ripensai per un secondo a quello che avevo lasciato al campo prima di superare il quadro e inoltrarmi in quel tunnel: non avrei mai pensato di dirlo, ma la mia vecchia vita e quello svalvolato di mio padre mi mancavano. Ero già nel tunnel e stavo seguendo gli altri quando mi voltai un'ultima volta a guardare quello che stavo lasciando.
Solo allora mi resi conto che Esmes era rimasta dietro e che era stretta in un abbraccio.
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