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44.

Now the day bleeds into nightfall
And you're not here to get me through it all
I let my guard down and then you pulled the rug
I was getting kinda used to being someone you loved

-Someone you loved, Lewis Capaldi

I due anni successivi passarono tra alcool, droghe e amanti vari.

Avevo lasciato l'università e il Dark Academy, con grande dispiacere di Beppe, e mi ero trasferito a Londra.

Avevo cancellato tutto: i miei profili social, il mio numero di telefono, la mia mail.
Non c'era più niente di mio, in Italia.
Sentivo solo papà e Diletta, che avevano avuto il divieto ferreo di divulgare qualsiasi tipo di informazione che mi riguardasse.

In Inghilterra avevo trovato lavoro come barman in un gay club. In fondo ormai avevo una certa esperienza nel preparare cocktail, e un locale dove poter essere me stesso mi era sembrata la soluzione ideale.

Attaccavo il turno alle sei del pomeriggio, lavoravo fino alle tre di notte, uscivo e andavo a ubriacarmi in qualche altro pub.
Finivo le serate quasi sempre nel letto di qualche sconosciuto che salutavo non appena tornavo cosciente e vigile.

Furono giorni vissuti in maniera ovattata, irreale, in cui il dolore arrivava a ondate cercando di farmi naufragare; in cui mi aggrappavo a qualsiasi cosa mi potesse stordire dal suo pensiero.

Uscivo dal lavoro, entravo in un locale, bevevo qualche drink, puntavo qualcuno che non assomigliasse per niente a Tiziano, ci scopavo e tornavo a casa mia. Dormivo fino alle quattro del pomeriggio, mi svegliavo, mangiavo qualcosa, facevo una doccia e andavo a lavorare.
Una routine collaudata che mi faceva sentire protetto, al sicuro.

Oliver lo conobbi una sera che avevo preso una pasticca offertami da un ragazzo che credo volesse scoparmi. Non glielo avevo lasciato fare, ma la pillola gliel'avevo fregata comunque.

Non era niente di troppo pesante, solo un aiutino per andare un po' su di giri, per pensare il meno possibile.
Non aveva funzionato bene, però, perché avevo iniziato ad andare in giro per il locale chiedendo a tutti se avessero visto mio marito.

Capitai anche davanti a Oliver, che mi guardava come se fossi pazzo.

«Tu lo hai visto, per caso?»

«Chi?»

«Il mio amore. il mio grande amore, è qui? Lo hai visto?»

Si era scambiato un'occhiata col suo amico e aveva scosso la testa.

«Non lo so, com'è fatto?»

Non avevo saputo rispondere e il panico mi aveva assalito. Davvero era bastato così poco per dimenticare com'era fatto Tiziano?

Ma poi ero tornato lucido e avevo ricominciato a respirare, era successo mentre Oliver mi portava via di peso insieme a qualcun altro.

Ecco, adesso mi stuprano e mi mollano in qualche vicoletto, avevo pensato.

E invece mi aveva portato a casa sua, mi aveva tolto le scarpe e steso sul letto.
Mi aveva anche rimboccato le coperte.

Il mattino dopo, quando mi ero svegliato, l'avevo trovato addormentato sul divano, in soggiorno.

Avevo messo su il caffè e gliene avevo portato una tazza.
Ci eravamo fatti una chiacchierata e avevo scoperto che era un gallerista, sempre in cerca di nuovi talenti e nuove opere da esporre.

Una bella coincidenza, gli dissi, pensa che una volta dipingevo anch'io.
Quando, mi aveva chiesto.
In un'altra vita, avevo risposto.

E poi avevamo parlato dell'Italia, delle differenze con Londra, delle nostre usanze e delle loro, di come mi trovassi lì e del mio lavoro, di cocktail e di gay club, della pasta e di come andrebbe cucinata.

Era bello, Oliver.
Aveva i capelli ramati, non castani, e gli occhi scuri, non azzurri.
I denti erano perfettamente allineati, non ne sporgeva nessuno e, pur tendendo al rossiccio, non aveva nemmeno una lentiggine.
Mi sembrava un viso perfetto.

Mi aveva invitato a restare per pranzo dicendo che mi sarei potuto sdebitare per l'ospitalità cucinando un piatto di spaghetti fatto per bene; gli avevo risposto di sì e avevamo aspettato mezzogiorno chiacchierando un altro po'.

Era venuto a trovarmi al pub la sera successiva, poi quella dopo e quella dopo ancora.

Non ero abituato a qualcuno che mi cercasse così, che venisse dove lavoravo per vedermi un po' e mi aspettasse mentre finivo il turno. Era tutto nuovo per me.

Oliver divenne presenza fissa nella mia vita; uscivamo assieme al pomeriggio, facevamo lunghe passeggiate, andavamo al cinema, mi portava a vedere scorci di Londra che altrimenti non avrei mai trovato. E nei musei. Andavamo sempre in qualche museo e parlavamo per ore e ore delle opere che avevamo visto.
Sapeva restare, Oliver.

Era restato anche quando, una volta, mi aveva sfidato dicendo che un gelato buono come quello che stavamo per assaggiare non lo avevo mai mangiato. Scommettiamo? aveva chiesto, e in me era scattato qualcosa simile all'autodifesa, come quando sai che qualcuno sta per attaccarti e allora lo attacchi tu per primo.
Gli avevo tirato un pugno in pieno viso ed ero scappato via.

Non mi ero fatto vivo per tre giorni. Al quarto avevo citofonato a casa sua e lo avevo pregato di scusarmi, mortificato, perché tenevo tantissimo alla sua amicizia ed ero desolato.

Oliver mi aveva chiesto chi mi avesse fatto venire quegli occhi tristi. Risposi che era perché ero davvero dispiaciuto e lui disse che no, quello era il mio sguardo di sempre.

Davvero mi erano diventati gli occhi tristi? Io non me n'ero accorto.

Oliver disse che non voleva più essere mio amico e mi si spezzò il cuore; poi disse che voleva qualcosa di più e mi si spezzò il fiato.

Non ero pronto ad affrontare una relazione.
Frequentare qualcuno voleva dire mettere via Tiziano, relegarlo in una parte di vita passata che non avrebbe più avuto nulla a che fare con me.
Scegliere di avere partner diversi ogni notte, invece, implicava il non legarsi a nessuno e lasciare una porticina aperta per lui, sempre.

È solo che, da quella porticina, ultimamente aveva cominciato a entrare un po' di tutto. C'erano spifferi che mi raffreddavano il cuore, insetti che mi mangiavano la luce negli occhi, foglie che mi legavano le mani e mi impedivano di afferrare un pennello e creare.

In quel momento, mentre Oliver era davanti a me e mi guardava con la speranza dipinta in volto, io decisi di rischiare.

Tiziano aveva detto che non sarei mai riuscito a rifarmi una vita, come aveva fatto lui, e forse aveva ragione, ma ci dovevo almeno provare.

Baciai labbra che non erano sue e mi feci toccare in modo intimo per la prima volta dopo anni.

Quello che stava accadendo a casa di Oliver non aveva nulla a che fare col sesso occasionale da una botta e via a cui mi ero abituato.

Lui mi accarezzava, mi sorrideva, mi guardava.
E poi uscivamo fuori e mi teneva per mano, mi presentava come il suo ragazzo, mi baciava davanti ai suoi amici.

Era perfetto.
Un ragazzo perfetto che mi amava in modo perfetto.

Ripresi anche a dipingere, a un certo punto. Mi aveva fatto trovare a casa sua tempere e pennelli, qualche tela bianca da sverginare e tavolozze su cui spargere il colore.

Piano piano, senza fretta, ripresi confidenza col disegno e la pittura.

Un giorno dipingevo il Tamigi, un altro il Big Ben e un altro ancora uno scorcio suggestivo trovato per caso.
Le persone no, le persone mai.

Anche Oliver mi aveva chiesto di fargli un ritratto, ma mi ero rifiutato dicendo che non ero bravo coi volti.

Non sapeva niente di me, del mio passato, eppure non mi forzava mai a parlarne e non si offendeva se ogni tanto glissavo le sue domande. Era la persona che l'universo aveva mandato per me, per riscattarmi dall'inferno che avevo vissuto con Tiziano, con suo padre, con me stesso.

Ero tornato a sorridere a poco a poco, avevo ripreso in mano la mia vita e l'avevo trasformata in qualcosa che mi piaceva.

Avevo anche accettato di sposarlo, quando me lo aveva chiesto, dopo due anni di frequentazione.

Avevamo voluto una cerimonia piccola, intima, con i suoi genitori e mio padre con la nuova compagna e la mia sorellastra, qualche suo amico e Diletta.

Mi aveva messo un anello al dito, uno vero, e mi aveva chiesto di chi fosse quello che occupava già il mio anulare.

Ah, già, è vero che lo avevo sempre lasciato lì.
Un piccolo monito per ricordare chi fossi per davvero, da dove arrivassi.

Il giorno del nostro matrimonio, comunque, l'anello di Tiziano l'ho tolto e messo in tasca.

Ho lasciato che Oliver mi infilasse la fedina in oro bianco e che questa brillasse sul mio dito.
Avevamo organizzato un piccolo rinfresco e chiacchierato con gli amici. Diletta mi si era avvicinata e mi aveva fatto le congratulazioni.

«Sei felice?», mi aveva chiesto.

«Perché, non lo sembro?»

Mi aveva sorriso in modo tirato ed era andata al buffet.

E poi il tempo passò, lento, calmo, come un'onda perpetua che ti culla e che lenisce le tue ferite.

Io e Oliver avevamo fatto qualche vacanza insieme, avevamo avuto qualche litigio, avevamo fatto sesso.

Ogni tanto mi perdevo a fissare il cielo, Oliver arrivava e mi chiedeva di tornare da lui. Diceva che io, con quella testa, me ne andavo sempre troppo lontano.
Allora gli spiegavo che stavo solo pensando a come impostare il mio prossimo quadro e lui fingeva di crederci.

Mi ero domandato spesso, in quegli anni, come sarebbe stata la mia vita se non lo avessi incontrato. Mi chiedevo come avrei fatto a restare a galla in quel mare di dolore in cui ogni tanto mi pareva ancora di affogare.
Oliver era un amico, un compagno, un salvagente.

Un giorno venne da me e mi disse che ero pronto, che avrei dovuto iniziare a pensare di esporre le mie opere. L'anno successivo lo passai a fare e disfare, dipingere e cancellare, riempire tele e buttarle.

E poi era successo: aveva organizzato una mostra, aveva venduto qualche quadro, ne aveva organizzata un'altra, e ancora e ancora.

Ogni tanto creava le serate con l'artista, allora andavo anch'io e facevo qualche piccolo discorsetto, spiegavo un po' chi ero e poi correvo a rintanarmi in qualche stanza vuota.

Oliver era bravissimo nel suo lavoro, era riuscito a infilarmi ad un evento pazzesco in Francia, a Parigi, e ad un altro in Germania, a Monaco.
E poi l'Italia.
Aveva preso contatto con qualche nome importante e aveva detto che c'era un pittore italiano che stava girando l'Europa.

Avevano organizzato subito un paio di serate anche in patria.
Firenze, Milano, Roma e poi casa.
Ero stato chiamato da Borolli, il sindaco in persona.

«Ma come, sei nato qui, hai studiato qui e non vuoi fare una mostra? Quella di chiusura deve essere in paese, ho la location perfetta».

E allora sono andato a Firenze, poi a Milano e a Roma.
E adesso sono qui, mentre guardo quel parchetto in cui giocavo da piccolo.
Lo sanno solo papà e Diletta del mio arrivo in città.

Hanno messo qualche cartellone, ma quelli non se li caga nessuno. Il sindaco ha insistito perché l'ultima tappa fosse qua, ma la gente di questo paese non se l'è mai calcolata molto, l'arte.

«Domenico, vieni a vedere se la camera va bene».

La voce di Oliver mi riporta coi piedi per terra e mi ricorda che tra poche ore la mostra aprirà le porte al pubblico.
Piccola curiosità: la location perfetta che ha trovato il sindaco è il vecchio frantoio in cui sono stato pestato ormai dieci anni fa.
E vaffanculo anche a Borolli.

«Guardaci tu, tanto sai come mi piace».

«Ehi, ragazzino, non siamo più sposati, non le faccio queste cose per te».

Sorrido.
L'anno scorso Oliver è andato in vacanza con due suoi amici per una settimana, e quando è tornato io ho avuto una piccola crisi d'ansia.

Ho iniziato a chiedermi come avrei fatto senza di lui, se mai mi avesse voluto lasciare, come avrei gestito le mostre e tutti gli impegni che curava.
Oliver si era seduto accanto a me, calmo, e mi aveva detto che mi voleva bene e che sarebbe rimasto al mio fianco come artista e come amico, prima ancora che come marito.

Aveva già capito da tempo che io non sarei mai riuscito a ricambiare tutto l'amore che mi dava, eppure era rimasto con me lo stesso.
Una sera di qualche anno fa mi aveva beccato a guardare il profilo social di Tiziano, diventato papà da poco, e a fissare la didascalia che aveva messo per la nascita di sua figlia.

Sei nata di Domenica, e non poteva essere altrimenti. Benvenuta piccola mia.

Avevo gli occhi lucidi mentre osservavo la sua foto con quel batuffolo in braccio, e Oliver mi aveva portato un fazzoletto.

Tanto lo so che io ti ho soltanto in prestito, aveva detto, e io non avevo saputo replicare.

Adesso sta con un ragazzo che sembra fatto apposta per lui: è solare, affettuoso, innamorato perso e sputa cuoricini dagli occhi ogni volta che lo guarda.
A volte fanno quasi venire la nausea, ma sono felice per lui, davvero.
Si merita questo e molto di più.

Decido di assecondarlo e vado a vedere la stanza che hanno preparato per me, quella dove scapperò a un certo punto della giornata, se Borolli me lo permetterà.

«Perché c'è un letto?»

«Perché credo di aver chiesto una camera da letto, non una semplice stanza vuota», dice mordicchiandosi un'unghia.

«Possibile che ancora non sai parlare bene l'italiano? Siamo stati insieme quasi sei anni».

«Ho imparato a cuocere la pasta, però».

Scoppio a ridere e gli do una pacca sulla spalla.
«Va benissimo, non ti preoccupare».

Annuisce e risponde a una chiamata.

Mi guardo attorno e osservo come questo posto sia cambiato; è da un po' che è stato ristrutturato, Diletta me ne aveva parlato, ma non avrei mai immaginato una trasformazione simile.

Le finestre sono state sostituite, gli interni ovviamente ridipinti, e i pavimenti sono lucidi da potercisi specchiare.
È pieno di stanze e stanzette e, a parte gli spiacevoli ricordi che mi legano a questo luogo, devo dire che è davvero perfetto per una mostra.

Oliver appare sulla soglia e mi indica l'orologio con un gesto eloquente. Sono quasi le tre e la gente, se tutto va bene, inizierà ad arrivare tra circa un'ora.

Nonostante ormai sia abituato a questi eventi, devo dire che essere nella mia città mi fa un certo effetto.
Oliver mi lancia un'altra occhiataccia e decido che non è il caso di farlo arrabbiare rimanendo a cazzeggiare un altro po'.

Sorrido e vado a prepararmi.

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