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37.

E la notte stringe i tuoi occhi per stare al sicuro
E si illumina il cielo per farti vedere il futuro
Ed il giorno scaccia i pensieri e sei nuova al mattino
Ed io aspetto per ore per poterti stare vicino
Ed il buio rapisce i tuoi giorni e anche ieri è passato
E ha portato via tutto lasciandoti un cielo stellato
Splendono gli astri metallici e bianchi
Fiore mio, fiore della mia anima

-Fiore mio, Andrea Laszlo De Simone


Sono al vecchio frantoio, vieni appena puoi.

Era il due gennaio, io e Tiziano eravamo tornati da Barcellona il giorno prima e sull'aereo avevamo deciso che ci saremmo visti il sei, in mattinata, giusto per salutarci prima del mio ritorno a Roma.
Ecco perché il suo messaggio mi lasciò così interdetto.

Mentre mi mettevo il cappotto e indossavo le prime scarpe disponibili, pensavo e ripensavo al perché di quell'incontro.

Anche durante il viaggio in macchina cercavo di visualizzare le ragioni che potevano averlo portato a chiedermi di vederlo.

Forse gli mancavo; avevamo passato momenti meravigliosi in Spagna, un viaggio breve ma così intenso che sembrava essere durato molto di più.

Oppure voleva parlarmi e dirmi che tutto quello che era successo là non aveva alcuna importanza.
Di nuovo.

Magari si era deciso ad andare via da quello stupido paesino in cui era sotto il costante controllo di suo padre o voleva solo fumare una sigaretta insieme a me prima di andare a dormire... in fondo erano quasi le undici di sera.

Quello che non capivo era perché proprio al vecchio frantoio; era un edificio abbandonato da non so quanti anni ormai, ogni tanto qualcuno ci aveva organizzato qualche specie di rave, ma io e Tiziano non eravamo mai andati.

Insomma, chi avrebbe voluto fare festa in una specie di capannone ricoperto da edera, con le finestre mezze rotte e con l'illuminazione al minimo?

Anche ora che c'ero davanti, quel posto aveva un ché di davvero inquietante.
Parcheggiai la macchina di fianco a quella di Tiziano e ignorai la vocina che mi diceva di fare marcia indietro e tornarmene a casa.

Entrai dal vecchio portone, che giusto per mettere a tacere la mia ansia cigolò in maniera sinistra, e mi decisi a chiamare Tizio per capire da quale parte sarei dovuto andare.

La sua voce arrivò dal fondo, e di certo il tono usato non era allegro. C'era qualcosa che non andava in tutto quello, era chiaro e lampante, ma sapere che lui era lì, in quel posto che sembrava perfetto per girare un film horror, da solo, mi impedì di fare dietro-front.

Vedevo una luce giù, in fondo, ed evitai di accendere la torcia del cellulare scegliendo di seguire quella. Camminai in quella specie di corridoio fino a trovarmi di fronte Tiziano, la testa bassa e il viso illuminato dallo schermo del telefono.

«Perché mi hai chiesto di vederci qui?»

«Un posto vale l'altro, no?»

La sua voce era strana. Era come se si aspettasse che da un momento all'altro potesse succedere qualcosa di brutto. Sembrava in attesa, in ansia.

«Insomma... Qui è abbastanza inquietante», dissi guardandomi un po' intorno.

Neanche i lampioni all'esterno mandavano un po' di luce lì dentro, visto che due su tre erano rotti, e a lui tremava un po' la mano, cosa che non mi permetteva di vederlo per bene in viso.
Perché tremava così?

«Tizio, è successo qualcosa con tuo padre? Stai male?»

Lui scosse la testa, le labbra leggermente contratte e un velo di sudore a ricoprirgli la pelle.
Era gennaio, perché accidenti stava sudando?

«Volevo solo stare un po' con te».

Mi avvicinai e presi il suo viso tra le mani, lo vidi sgranare gli occhi e muovere il capo in maniera quasi impercettibile.
Sembrava terrorizzato.

«Ma che cazzo ti è successo?»

«Niente, te l'ho detto. Davvero volevo stare con te».

«Qui?»

«Chi ci vede, qui?»

Lo guardai negli occhi per un tempo che mi parve infinito, cercando di decifrare quello che volevano dirmi. Eravamo sempre riusciti a comunicare anche solo con lo sguardo, io e lui, e ora che sembrava volermi avvisare di qualcosa di tremendo, io non riuscivo più a leggerlo.

Aveva una patina di lacrime a ricoprire le iridi, e quando chiuse le palpebre in maniera lenta e rassegnata, una sfuggì rotolando giù sulla guancia, fino a bagnarmi il pollice.

«Dimmi cos'è successo, ti prego», lo implorai.

Ma lui scosse di nuovo la testa in maniera lenta.
Era come se qualcuno gli avesse puntato una pistola alla tempia e lui sapesse che a breve sarebbe arrivato lo sparo, volente o nolente.

Mi si strinse lo stomaco a vederlo così, mi sentivo impotente, inutile.

Mi avvicinai piano e lo baciai, e a Tiziano sfuggì un singhiozzo strozzato e un «no» che mi fece contorcere gli organi.
E poi, dal nulla, un dolore lancinante alle gambe.

Spalancai gli occhi e vidi Tiziano strizzare i suoi. Prima di rendermene conto ero in ginocchio su quel pavimento polveroso, il respiro quasi mozzato e la testa che cercava di capire qualcosa.

Ci fu un rumore piccolo, sottile, come di qualcosa che veniva sfregato, poi vidi la fiammella di un fiammifero accesa.
Venne buttato a terra e un piccolo mucchietto di fogli prese fuoco, lì vicino a me.

Guardai meglio e capii che non erano semplici pezzi di carta, ma fotografie sparse su una piccola catasta di legna.
Saranno stati una decina di bastoni e non so quante foto, tutte mie.

C'ero io che dormivo, io che disegnavo, io che ridevo, io al bar dove lavoravo, io in camera mia a Roma, io in aereo.

Guardai Tiziano, aveva ancora gli occhi serrati e una smorfia in viso che lo faceva apparire terrorizzato.

«Hai visto che romantico, il tuo amico?»

Il sangue mi si gelò nelle vene. Il dolore alle gambe non lo sentivo nemmeno più, avvertivo solo il terrore scorrermi in tutto il corpo. Quella voce l'avevo sentita un milione di volte e l'avevo odiata altrettante.

«Quando gli ho beccato tutte queste foto ben nascoste, alcune nei vecchi libri di scuola, altre nel borsone della palestra, lo sai cosa mi ha detto? Ha detto che le aveva scattate perché voleva farti un biglietto di compleanno carino, ma poi è dovuto andare a Barcellona per quella maratona e non ha avuto più il tempo».

Non potevo fare a meno di cercare Tiziano con lo sguardo, mentre suo padre continuava a passeggiare avanti e indietro e parlava con una voce così calma da farmi accapponare la pelle.

«E quando ho trovato questa», disse gettandomi davanti la foto di noi due al museo di Picasso, «Ha detto che non ricordava assolutamente dove l'aveva scattata. Tu te lo ricordi, Domenico?»

Scossi appena la testa.
«N-no», balbettai.

«Immaginavo. Allora sai cosa ho pensato? Ho pensato: andiamo in un qualche posto un po' sperduto, diamo appuntamento al tuo amico e vediamo come ti saluta. Se è vero che non sei un frocio di merda come lui, non si azzarderà nemmeno a sfiorarti. Vero, Tiziano? Vero che ho detto così?»

A Tiziano tremava tutto; le labbra, le palpebre, la voce.
«Vero».

«Già, vero. Io non sono mica un cazzo di bugiardo. Però sei arrivato qui, Domenico, e l'hai salutato in un modo che, non so, non mi è sembrato molto amichevole. Che dici, non sei d'accordo?»

Ecco perché Tiziano aveva quel terrore negli occhi.
Sapeva che, se lo avessi baciato, mi sarei scavato la fossa da solo.
Dio, come avevo potuto non pensarci?
Come avevo potuto abbassare la guardia in quella maniera sapendo che, quando eravamo in città, c'era sempre la presenza di Alberto che ci alitava addosso come una minaccia?

«Tizio non c'entra niente. Lui non è... così. Me l'ha sempre detto. Sono io che continuo a sperare, ma lui non-».

Non feci in tempo a finire la frase, Alberto mi assestò un pugno dritto in faccia che mi fece accasciare su un fianco.
Il sapore metallico del sangue mi invase la bocca in un attimo e l'unica cosa che riuscii a pensare fu che se Alberto mi avesse ammazzato lì, davanti a lui, costringendolo a guardare, non me lo sarei mai perdonato.

«Carino questo smalto sulle unghie. Ancora non hai perso il vizio di pitturartele come una femminuccia? Ma è resistente? Lo sai, Claudia ne ha uno che rimane per settimane, non va via praticamente con nulla. Vediamo com'è questo».

Da lì, sdraiato a terra, vidi le sue scarpe farsi più vicine. Non feci in tempo a ritrarre la mano, il suo peso era tutto sul mio palmo, adesso, e una smorfia di dolore mi deformò la faccia. Mi uscì un rantolo, simile a quello di un animale in gabbia morente, e sentii lo stesso verso uscire da Tiziano.

«Papà, ti prego», implorò, ma questo non lo fermò certo dal tentare di spezzarmi le dita.

«Chissà se farai altri ritratti di mio figlio, adesso», e nel piccolo falò improvvisato, venne buttato uno dei disegni che avevo fatto per lui qualche anno prima.

I suoi occhi mi guardavano dal foglio, tra le fiamme, e anche se era l'ultima cosa da fare, a me venne da sorridere. Quell'accenno di labbra curvato all'insù mi fece guadagnare un calcio in pieno stomaco.

«Papà!»

Tossii un paio di volte, mi uscì un misto di saliva e sangue e polvere respirata lì, su quel pavimento fetido.

«Allora, Tiziano, dimmi... Cos'è Domenico?»

Silenzio.
Sentivo i suoi respiri farsi pesanti e accelerare sempre di più, ma dalla sua bocca non uscì una sola parola.

Alberto mi afferrò per un braccio e mi tirò su, a sedere, la testa che mi ciondolava in avanti e la bocca che continuava a far colare un misto di roba non meglio identificata.
Si era aggiunta della bile, credo.

«Domenico, sai perché ti sto dando questa piccola lezione?»

Avevo dolori lancinanti dappertutto, la risposta tardò a uscirmi di bocca e questo fece venir voglia ad Alberto di andare nell'angolo, prendere un'asse e assestarmela sulla schiena.
Il respiro mi si mozzò in gola. L'ultima volta era successo quando suo figlio mi aveva chiesto di sposarlo.

«Papà, basta!»

Il suono della sua voce disperata mi fece male quasi quanto la bastonata appena ricevuta, così provai ad articolare una mezza frase che potesse soddisfare quel sadico sacco di marciume che ci stava torturando.

«Perché sono un frocio di merda», balbettai a stento.

Alzai gli occhi e vidi che si era accovacciato proprio davanti a me, con quel sorriso odioso che gli deformava la bocca e quegli occhi spietati.

«Oh, no, no davvero. Dimmi la verità: pensando a te e Tiziano, chi credi che sia il più forte? Voglio dire, tu sei cresciuto con due genitori dalle idee anche troppo aperte. Sei andato a vivere in un'altra città, lontano da casa. Hai avuto il coraggio di essere te stesso sempre, fin da quando eri ragazzino, no? Chi è più forte tra i due? Chi ha più coraggio?»

Quella era una domanda di merda. Chi cazzo poteva avere coraggio, crescendo con un uomo come lui in casa?
Uno che provava solo odio verso le cose diverse dai suoi canoni di normalità e ricorreva alla violenza verbale e fisica?

«Dai, non fare il timido. Rispondi!»

«F-forse io», azzardai.

Provai a muovere gli occhi per cercare Tiziano, ma avevo ancora suo padre davanti e non riuscivo a vederlo.
Lo sentivo, però, ed era orribile.

«Sbagliato! Anche io nei tuoi panni avrei risposto così, sia chiaro. Insomma, mio figlio è nato succube, non si sa imporre, non ha idee proprie, segue la massa».

La mia nausea si rafforzò nel sentire quelle cose orribili su Tiziano. Ma chi cazzo aveva conosciuto, suo padre? Che razza di uomo è, quello che non si accorge minimamente di quanto splendido sia il figlio?

«Ma», continuò, «Vedi, nonostante questo carattere remissivo, da te è sempre tornato. Sai quante volte ho cercato di insegnargli la lezione? Sai quante cinghiate ha preso? Di alcune ha anche le cicatrici... Eppure, per Domenico, la sfacciataggine di disobbedirmi l'ha sempre trovata».

Parlava così, Alberto, come se stesse raccontando un aneddoto divertente, affascinante.
No, avrei voluto rispondergli, non lo so quante cinghiate ha preso, non me l'ha mai voluto dire.
L'ho sgamato due volte e due volte sarei voluto morire lì, sul posto.

Ma quello che diceva era vero: Tiziano era sempre tornato da me.
Il mio piccolo fiore che riusciva a crescere nel cemento e a resistere alle intemperie.

Alberto aveva ragione, tra i due era lui il più coraggioso, il più forte. Mi sentii morire dentro al solo pensiero di quello che aveva dovuto passare.

«Stasera, quando ho trovato le fotografie e l'ho visto negare con tutte le sue forze, ho capito una cosa importante: non è lui che devo colpire, se voglio ammazzare questa malsana idea che ha di voler stare con un ragazzo. Sei tu! Sei tu il punto debole di Tiziano. L'unica cosa su cui posso fare leva per fargli entrare in testa un concetto molto importante: io, un figlio così storto, non lo voglio e non lo avrò».

Si tirò su, in piedi, e io finalmente riuscii a intravedere il viso mortificato e disperato di Tizio.
Non credo di sapere bene se in quel momento mi facesse più male il cuore o il resto del corpo, so solo che, per quanto ci pensassi, non riuscivo a trovare una ragione valida per tutto quello che stava succedendo in quel vecchio edificio.

Non c'erano scuse per il sangue che mi usciva dalla bocca, per la sofferenza che stava provando Tiziano, per quel modo sadico che aveva Alberto di dire le cose e guardarmi.

«Allora, figliolo, dimmi... cos'è Domenico?»

Di nuovo quella domanda. Ma cosa si aspettava che rispondesse? Qual era la parolina magica che lo avrebbe fatto smettere di torturarmi? Non ero abbastanza lucido, evidentemente, perché io continuavo a non capire e Tiziano continuava a negare con la testa. Un movimento abbastanza leggero, che però mi fece assestare un'altra legnata sul fianco.

«Quindi? Cos'è Domenico? E non ti azzardare a piangere che lo ammazzo qui, davanti ai tuoi occhi!»

Vidi quelli di Tizio spalancarsi per il terrore. Sbatteva le ciglia velocemente per cercare di non far scendere neanche una lacrima. Si sarebbe ucciso, piuttosto.

«Sto aspettando. È qualcosa, Domenico?»

Ed ecco che capii.
Ecco che finalmente quelle domande ebbero un senso anche per me.
Lo guardai, il mio grande amore, e lo vidi soffrire come non avrei mai immaginato.
Dietro la parete di lacrime che rendevano le immagini un po' più sfocate del normale, vidi il suo volto sfigurato dalla sofferenza.

Gli occhi persi, lontani, la bocca tremante e la pelle bianca, quasi trasparente.
Mi cercò anche lui con lo sguardo, una frazione di secondo in cui ebbi il tempo di annuire, di dargli il permesso di dire quella cosa, ché io e lui lo sapevamo che non era vero un cazzo.

«No. Domenico non è niente».

Non è niente.
La mia mente ritornò di colpo all'anno precedente, a quella camera affittata sopra il gay club in cui mi aveva portato per il nostro compleanno.

Questo non è niente, aveva detto. Chissà quante volte glielo aveva fatto ripetere suo padre.
Chissà quante volte aveva dovuto sminuire quello che provava per me.

Alberto sorrise soddisfatto.
«Lo cercherai ancora?»

La sapevo già la risposta.
No, non mi avrebbe cercato più.
Chi cercherebbe la persona che ama, sapendo di metterla così in pericolo?
Io stesso, due anni prima, avevo deciso di scappare a Roma senza dirgli niente quando lo avevo trovato col viso gonfio delle botte di suo padre.

Ora Alberto aveva fatto peggio: aveva fatto credere a Tiziano che la colpa fosse sua, se io ero stato picchiato.

Mi aveva riempito di botte lì, davanti ai suoi occhi.
Gli aveva fatto vedere ogni calcio e ogni bastonata.
Gli aveva fatto ascoltare ogni rantolo uscito dalla mia bocca e ogni gemito.
A lui, che gli unici gemiti che mi aveva provocato erano quelli di piacere mentre facevamo l'amore.

Non mi avrebbe cercato più.
Non mi avrebbe voluto più.
Alberto poteva anche finire il suo lavoro e ammazzarmi, forse avrei sofferto di meno.

«Tiziano, allora? Lo cercherai ancora?»

Chiuse gli occhi e lo feci anch'io. Non volevo che l'ultima immagine di lui fosse quella che mi diceva addio.

Sentii la sua voce dopo molto tempo, una stilettata al cuore che riverberò in tutto il corpo.

«No».

Avrei preferito morire.

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