27.
Il tempo passa, il tempo arriva
C'è chi si stufa e chi resta a riva
Chi segue il flusso, chi lo risale
Il tempo esiste, ma non è reale, solo il dolore lo è
E questo amore immenso tra me e te
-Tra me e te, Jovanotti
«Cosa vuol dire che non lo vedi da due mesi?»
Io e Diletta continuammo a camminare per le vie del centro, lei con varie buste -frutto dello shopping compulsivo a cui mi aveva costretto- tra le mani, io con le mie infilate nelle tasche del giubbotto.
Era marzo, ma quell'anno mi sembrava particolarmente freddo.
«Vuol dire che la mattina del due gennaio ha fatto colazione con me, come se niente fosse, e poi è partito per tornare qua».
Lei scosse la testa, incredula.
«E quella notte voi due non...»
«No, Dile, non abbiamo fatto niente. Abbiamo solo dormito insieme».
«Capirai, quello lo fate da vent'anni».
Ci fu una pausa, a cui seguì qualche sospiro un po' troppo rumoroso, poi la mia amica ripartì all'attacco: «Ma che cazzo di problemi avete?»
Scoppiai a ridere, nonostante non ci fosse nulla di divertente in tutto quello.
«È tutto un casino, non lo so nemmeno io».
Quello che sapevo, però, è com'ero stato in quei due mesi: un vero e proprio schifo.
Avevo provato a contattarlo più volte, e Tiziano non si era mai negato al telefono, ma era freddo.
No, freddo non è il termine giusto. Lui... Lui continuava a parlarmi come se tra noi non fosse successo niente.
Era venuto da me, la sera del mio compleanno, facendo quasi quattro ore di treno e dicendomi che aveva bisogno di convincersi che tra noi non ci fosse mai stato nulla, e poi l'aveva fatto per davvero.
Aveva cancellato tutto.
Un colpo di spugna che porta via la macchia.
Io, però, vivevo ancora con l'alone addosso dei suoi occhi e delle sue mani su di me.
«Mi dispiace, Dome. Stasera però ci rifacciamo, eh? Usciamo, ci divertiamo e vaffanculo ai problemi!»
Risi e la presi sottobraccio, continuando la nostra passeggiata pomeridiana.
Passammo davanti alla palestra in cui lavorava Tiziano, ma Diletta fu svelta nel distrarmi.
«Ci sarà anche Nicolò, sai?»
Nicolò.
Mi pareva passata una vita dall'ultima volta che lo avevo visto, e invece non erano trascorsi che pochi mesi.
«Come sta?»
«Bene. Ogni tanto mi chiede di te».
«Davvero?»
«Eh, sì. Mi domanda anche di Tiziano, in realtà. Credo avesse nasato qualcosa».
«Era così evidente?»
«Te la ricordi Federica? Quella mia amica che ci ha raggiunto in Puglia, a casa mia, l'estate sorsa?»
«Sì».
«Lei ha iniziato a shipparvi dopo che ve l'ho presentata».
«Shipparvi?»
«Sì! Si dice di due persone che secondo te starebbero benissimo insieme e per le quali fai il tifo».
«Dio mio, mi fai sentire un vecchio con questi termini strani».
«Ma quali termini strani? Siete voi artisti ad essere fuori dal mondo, sempre con la testa per aria... Queste parole ormai sono entrate nel linguaggio comune».
«Come no, anche mia nonna le dice sempre».
Diletta rise, ma a me continuava a martellare in testa una curiosità che non si sarebbe chetata in fretta.
«E perché Federica ci... Come si dice?»
«Vi shippava!»
«Sì, quello».
«Lei ha notato una cosa a cui io non avevo nemmeno fatto caso. Mi ha detto che quando le ho presentato Martina e Nicolò, né tu né Tiziano avete mosso un muscolo. Viceversa, quando le ho presentato voi due, a turno avete controllato il contatto con la sua mano».
«Eh?», domandai confuso. Non capivo che diamine stesse dicendo. Ci eravamo controllati a vicenda?
«Fede dice che quando le ho presentato te, Tiziano ha guardato le vostre mani stringersi e anche la tua espressione. Stessa cosa hai fatto tu quando l'ho presentata a lui. Dome, forse tu non te ne rendi conto, ma voi due continuate a gravitarvi attorno in una maniera incredibile. Siete sempre lì a guardarvi, controllarvi, toccarvi. Sinceramente questo dettaglio delle presentazioni non l'avevo notato, ma il resto è abbastanza palese».
Palese.
Che parola buffa per descrivere quello che c'era tra me e Tiziano.
Palese.
Una cosa ovvia a tutti.
Tranne a Tiziano, che non poteva ammettere nulla a me né a sé stesso.
Sospirai, sconfortato. Quella situazione stava mettendo a dura prova il mio sistema nervoso e anche il mio andamento accademico, dato che avevo rimandato già due esami.
«Io penso che ogni cosa abbia il suo tempo, Dome. Forse il vostro non è ancora arrivato».
Poteva avere ragione. Poteva essere una teoria sensata, è vero, ma era tremendamente scoraggiante pensare che dopo quasi vent'anni, ancora non fosse il nostro tempo. Insomma, io e Tiziano eravamo letteralmente nati insieme!
«Tu credi che potresti aspettarlo?», mi domandò notando il mio silenzio.
«Dile, se tu non bevessi da quattro giorni e l'unica persona al mondo che può portarti dell'acqua fosse in ritardo, cosa faresti?»
«Andrei a cercare l'acqua da sola?»
«Non puoi. Sei legata».
«Chiamerei qualcun'altro».
«Nessun'altro ha l'acqua».
«Allora credo che aspetterei».
«Ne saresti in grado?»
«Be', non è che avrei molte alternative».
«Esatto».
Il Rossini quella sera era pieno di gente. C'era da aspettarselo, in effetti, considerando che era uno dei pochi pub decenti della zona. In più doveva esserci anche una tribute band di Dente.
Io nemmeno capivo come facesse ad avere successo un cantante col nome così strambo, figuriamoci un trio di suoi seguaci che si divertiva a riproporre le sue canzoni.
A Tiziano mi pare che invece piacesse. Sicuramente aveva un suo cd, o qualcuna delle sue canzoni in qualche chiavetta usb.
Mi feci largo tra la folla e finalmente arrivai al tavolo a cui erano seduti Diletta e i suoi amici, Nicolò compreso, che non appena mi vide spalancò la bocca in un sorriso.
«Domenico deve assolutamente stare vicino a me, perché tra due giorni riparte e non lo vedrò più fino al duemilachissà. Nico, scansati!»
E così Diletta, a capotavola, in quanto festeggiata dettò legge, facendo spostare suo cugino che mi fece spazio accanto a sé.
Le diedi il regalo e rinnovai i miei auguri con un bacio sulla guancia, poi mi voltai verso Nicolò.
Aveva ancora quella luce negli occhi che glieli faceva brillare e quella leggera barba gli donava un'aria più matura, più da uomo.
«Ciao», mi sorrise.
Mi sentivo ancora in colpa nei suoi confronti, quando mi capitava di pensarlo, e in quel momento mi pareva di dovergli delle scuse.
Presi coraggio e lo abbracciai nello stesso modo che si userebbe con un vecchio amico che non vedi da tanto tempo.
«Mi dispiace», sussurrai al suo orecchio.
Glielo avevo già detto.
Quando io e Tiziano avevamo deciso di rompere il rapporto con Nicolò e Martina, io lo avevo chiamato e ci eravamo visti al parco.
Gli avevo chiesto scusa, gli avevo detto che mi dispiaceva ma che l'amicizia con Tiziano era la cosa più importante del mondo, per me.
Nico si era arrabbiato, aveva detto che Tizio era un bambino viziato che voleva sempre il giocattolo che non poteva avere, che non avrebbe mai scelto me e che il suo costante bisogno di attenzioni lo avrebbe sempre spinto a tenermi lì, ancorato a lui, pronto a rinforzare il suo stupido e insoddisfatto ego.
Io gli avevo urlato contro che no, non era vero e soprattutto io non speravo che Tiziano scegliesse me. O meglio, sì che lo speravo, ma non era quello il motivo per cui lo stavo lasciando. Che poi neanche stavamo insieme.
Ecco, questo lo fece arrabbiare un bel po'.
Ci salutammo in malo modo e non ci sentimmo più.
Sinceramente avevo apprezzato il suo saper tenere il punto.
Il mondo è pieno di gente che dice cose mentre è arrabbiata e poi ti viene a chiedere scusa il giorno dopo.
Le parole però rimangono lì, anche dopo che hai domandato perdono.
Nicolò non era tornato sui suoi passi, non si era rimangiato proprio un bel niente: quello che aveva detto lo pensava davvero e non era disposto a giustificarsi per le sue idee.
Mi strinse anche lui, accarezzandomi piano la schiena nel tentativo forse di tranquillizzarmi.
«Non fa niente. Avevamo solo opinioni diverse e ci siamo scaldati. Dispiace anche a me».
Sorrisi e annuii, e pretesi che mi aggiornasse sulla sua vita.
Mi raccontò che doveva laurearsi a breve, era single, anche se aveva avuto qualche frequentazione, e che anche quell'estate sarebbe venuto a stare qualche mese da sua cugina.
Poi volle sapere di me, e allora lo aggiornai su quelle due cose in croce che erano successe. L'inizio dell'università, i corsi impossibili da seguire, i professori sempre più strambi e Tiziano che era ancora il mio migliore amico.
«E basta? Siete ancora lì, solo amici?»
«Più o meno. Diciamo che stiamo cercando un equilibrio che possa farci stare bene».
«Diciamo che non ha ancora capito cosa cazzo vuole da te e dalla vita».
Non era così, io lo sapevo, ma tutto ciò che riguardava Tizio lo sentivo così mio, che mi sembrava un tradimento parlarne con lui.
Neanche lo avessimo programmato, quando alzai gli occhi ne incontrai un paio azzurri come il mare.
Il protagonista dei miei discorsi e dei miei pensieri era là, seduto a qualche tavolo di distanza dal nostro.
Feci un cenno con la testa per salutarlo, poi notai il dettaglio: non era con qualche amico.
Era in compagnia di una ragazza castana, seduta accanto a lui in modo da poter guardare il palco al quale io davo la schiena.
Le labbra, dipinte di un rosso brillante, si piegavano continuamente in sorrisi smaglianti. Le ciglia lunghe sbattevano ripetutamente in maniera civettuola.
Gesticolava, la ragazza, parlava in maniera concitata mentre lui guardava me.
E mentre anche Nico mi raccontava chissà cosa, io faticavo a respirare.
Ci si era messa anche quella cover band del cazzo a girare il dito nella piaga, con quelle parole che sembravano scritte apposta per farci male.
Erano giovani
Belli come la luce
Lontani
Vicini come una croce
Erano nuvole, imperativi
Erano deboli come eravamo noi
Che siamo stanchi, bugiardi come la luna
Rassegnati come fiumi
Abituati a convivere coi sogni
Sapendo che i sogni si fanno da soli
E Nicolò che continuava a parlarmi. La ragazza che parlava a Tiziano. Lui che guardava ancora me.
Io che quasi boccheggiavo.
Mi alzai con la scusa di andare a fumare una sigaretta e uscii dal locale, certo che Tizio mi avrebbe seguito.
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