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21.

Mille volte ti ho cercato, ti ho pensato un po' più forte nella notte
Ancora mille volte quella musica risuona in ogni parte nella notte
Forse sei tu, tra le luci di mille città, tra la solita pubblicità
Quella scusa per farmi un po' ridere
Forse sei tu quell'istante che mi porterà una piccola felicità

-O forse sei tu, Elisa

Gli ci vollero quasi quattro mesi a Tiziano per trovarmi.

Avevo dato indicazioni precise a mio padre e a Diletta, ovvero le uniche due persone che sapevano dove fossi: non una parola con lui né un indizio.

Avevo fatto le valigie la notte stessa in cui ero tornato da casa sua e avevo aspettato il mattino per parlare con mio padre; Diletta l'avevo chiamata direttamente dal treno.

A lui non l'avevo detto, ma io l'esame d'ammissione per frequentare l'Accademia Di Belle Arti l'avevo fatto. Era forse una delle cose più importanti che gli avessi mai nascosto, ma sapevo perfettamente che se le cose tra me e lui fossero cambiate, io sarei rimasto in città, al suo fianco, e lui non se lo sarebbe mai perdonato; tanto valeva fargli credere di non volerla frequentare, l'università, così da non doverci discutere o da non farlo sentire in colpa.

Beh, alla fin fine le cose erano cambiate davvero, ma non avevano di certo preso la piega che speravo io.

Era l'inizio di dicembre e io non vedevo l'ora che arrivasse il ventuno, perché avevo detto al proprietario del bar in cui lavoravo che quella sarebbe stata la mia ultima sera, poi ci saremmo rivisti direttamente nell'anno nuovo. Avevo già il programma di tutte le cose da fare: tornare all'appartamento che condividevo con quattro ragazzi, fare i bagagli, prendere il treno per tornare in città, fare una sorpresa a mio padre e andare a trovare Diletta.

Tiziano non era compreso nella mia lista, ma tanto sapevo che avrei comunque trovato un pretesto per vederlo, in un modo o nell'altro.

Il maxi schermo stava proiettando gli ultimi cinque minuti di una partita di calcio tra chissà quali squadre; quello sport mi aveva sempre lasciato indifferente, al contrario degli energumeni che ruggivano come animali ogni volta che la palla andava da una parte o dall'altra.

C'era di buono che di solito, dopo circa un quarto d'ora dal fischio finale, il locale si svuotava e io potevo iniziare a pulire per la chiusura.

A mezzanotte e mezza finalmente riuscii a uscire dal bar. Mi accesi una sigaretta e m'incamminai verso l'appartamento a passo svelto nell'intento di scaldarmi un po'.

«Avere i capelli colorati non aiuta quando si frequenta l'Accademia Di Belle Arti».

Quella voce mi gelò sul posto più di quanto avessero fatto i due gradi che segnava il termometro esterno della farmacia davanti a me.

Rimasi a fissare quell'insegna verde lampeggiante per un tempo indefinito mentre pensavo al da farsi.

Come aveva fatto a sapere dov'ero? Ma che stupido, poi... Era di Tiziano che stavo parlando, lui mi trovava sempre.

Mi voltai nella sua direzione e cercai di reggermi in piedi col solo ausilio delle gambe che avevano preso a tremare davvero troppo.

Lui invece sembrava tranquillo. Aveva su quell'espressione da saputello che metteva ogni tanto quando beccava in castagna qualcuno.
Tipo me, che non mi sarei mai aspettato di trovarmelo davanti.

«Ho chiesto ovunque se conoscessero un certo Domenico, e quando chiedevano: "Domenico, chi?", rispondevo: "Quello coi capelli colorati". Mi guardavano tutti male perché nel tuo quartiere universitario solo uno su dieci ce li ha normali».

Sorrisi e lo guardai venirmi incontro, con quella felpa leggera che mi faceva rabbrividire solo a vederla.

Mi lasciai avvolgere dalle sue braccia e accettai che mi respirasse, ché se gli ero mancato tanto quanto lui era mancato a me, respirarsi era l'unica cosa da fare.

Mi aggrappai a Tiziano come avrei fatto con una zattera in mare aperto, o una promessa a cuor leggero.

Dio, mi erano sembrati eterni quei quattro mesi.

Andavo avanti delle briciole raccontate da mio padre e da Diletta al telefono, o delle poche cose che pubblicava suisocial, ma niente sembrava essere mai abbastanza; niente era come averlo lì, in quel momento, tra le mie braccia.

«Come stai?», gli domandai a bruciapelo quando tornammo occhi negli occhi.

Lui chiuse i suoi e appoggiò la fronte alla mia.
«Come uno che vive senza Domenico».

«Ah, dev'essere una vita tremenda, quella».

«Non ne hai idea».

Appoggiai la testa sulla sua spalla e m'incamminai verso casa, facendogli da cicerone qua e là, nei pochi posti che avevo avuto il tempo di conoscere.

Il tour dell'appartamento non ci portò via nemmeno un minuto, d'altronde le zone d'interesse comune erano solo il soggiorno con angolo cottura e il bagno, le restanti stanze erano le nostre camere da letto. Quella era stata una fortuna: ognuno aveva la propria, nessuna condivisione e abbastanza privacy per studiare o fare qualsiasi altra cosa in santa pace.

«Dormi qua?»

«Se posso...»

«Certo che puoi», e mi si formò un nodo allo stomaco che, sapevo già, sarebbe restato per tutta la notte.

Tirai fuori un cambio e ne diedi uno a anche a Tiziano.
«Vado a farmi una doccia. Ci metto un attimo».

Lo vidi annuire e lo lasciai solo in quello che, in quei quattro mesi, era diventato il mio rifugio. Cercai di fare del getto caldo un calmante, ma la mia mente si rifiutava di collaborare.
Cos'aveva detto a suo padre? Che scusa aveva usato per stare fuori un week end intero? In quanti posti mi aveva cercato? Davvero avevo pensato che allontanarmi di quattrocento chilometri sarebbe bastato a interrompere tutto quello che c'era tra noi?

Al mio ritorno in camera lo trovai in piedi di fianco alla scrivania, gli occhi attenti a ispezionare ogni fotografia attaccata sulla bacheca di sughero appesa alla parete.

«Questi chi sono?», domandò guardando la foto fatta coi ragazzi la prima sera di convivenza.

«Lei è Mara, sta studiando per diventare fotografa. Lui è Luigi, futuro scenografo. Questi sono Marcello e Micheal, due fratelli. Uno vuole fare l'ingegnere, l'altro lo scultore».

«È gay?»

«Chi?»

«Lui», e indicò sulla foto Micheal, il ragazzone con gli occhi chiari di fianco a me, col braccio ad avvolgermi le spalle e l'espressione sorridente.

«Sì».

«E ci sei stato insieme?»

«No».

«Perché?»

Già, perché? Ci aveva provato più volte, Micheal, ed era anche un bel ragazzo... Ma in quei mesi non avevo la testa per portare avanti relazioni di alcun genere.

«È stato un periodo pieno. Tra studio e lavoro avevo a malapena il tempo per dormire».

«Quindi appena sei più libero ci scopi? Perché sembra il tuo tipo, sai? Più alto di te, occhi chiari, capelli castani...»

Cosa avrei potuto rispondere a una frecciatina di quel calibro? Che era uno stronzo patentato? Che gli avrei volentieri tirato un pugno in faccia? Che almeno io avevo il coraggio di ammetterli, i miei gusti?

Gli passai un asciugamano pulito e gli dissi di andarsi a fare una doccia, che un po' di relax gli avrebbe sicuramente fatto bene, poi mi sdraiai nel letto e mi lasciai avvolgere dal tepore delle coperte.

Tiziano tornò dopo qualche minuto vestito dei miei abiti e con gli occhi arrossati, chissà se per il calore dell'acqua o per altro.

Si infilò nel letto e si mise in quella che era stata la nostra posizione per così tante volte da perderne il conto: le mani intrecciate e le fronti appoggiate, coi respiri che diventavano uno solo; un po' come succedeva anche con noi.

«Scusa», sussurrò piano, e io annuii, perché lo sapevo che quando si trattava di me diventava irascibile, anche se lui forse non lo avrebbe mai ammesso.

«Dove mi hai cercato?»

Tizio sorrise rivelando quell'incisivo leggermente più sporgente. Amavo quando mostrava i suoi piccoli difetti.

«Un po' dappertutto. Sono stato per tre week end consecutivi a Milano, poi ho tentato con Firenze e Bologna. Napoli l'ho esclusa perché immaginavo che avresti scelto qualcosa di più vicino, ma sarebbe stata la prossima, se non ti avessi trovato».

«Ti sei fatto praticamente le Accademie Di Belle Arti di tutt'Italia», risposi ridendo, e lui rise con me.

«A tuo padre cosa hai detto?»

Tizio fece spallucce prima di rispondere, come se suo padre fosse l'uomo più comprensivo e calmo del mondo. Dio, gli avrebbe spaccato le ossa se avesse saputo che era con me, nel mio stesso letto.

«Quando sei partito ho conosciuto Clarissa. Gli dico che faccio il week end fuori con lei ed è contento. Siamo giovani, ci piace viaggiare. Stop».

E così c'era un'altra ragazza nella sua vita... Diletta e papà non ne dovevano sapere niente, visto che non mi avevano aggiornato su quel dettaglio.

«Come vi siete conosciuti?» domandai cercando di ignorare quel nodo alla gola così familiare, quando si trattava di Tiziano.

«In un negozio di musica. È stato amore a prima vista. La vuoi vedere?»

«Certo».
Certo, mi piaceva da morire l'autolesionismo!

Si alzò e andò a rovistare nella tasca della felpa. Immaginai che avrebbe tirato fuori il telefono, o una fotografia cartacea; invece tornò a letto con un oggetto luccicante che spuntava dal pugno chiuso. Quando lo aprì, mi accorsi che sul suo palmo c'era un'armonica a bocca color argento. Lo guardai disorientato e lui scoppiò in una di quelle sue risate belle, quelle che mi erano mancate da morire in quei mesi.

«Perché quella faccia? Credevi parlassi di una ragazza?»

«Be'...» avrebbe per caso potuto biasimarmi?

«Nah... credo di voler stare da solo per un po'. Forse l'esperienza con Martina mi ha traumatizzato».

Rideva, ma io sapevo che era serio, in fondo.
«Quindi hai fatto credere a tuo padre che Clarissa fosse la tua fidanzata?»

«Non gli ho fatto credere un cazzo. Quando l'ho vista nel negozio ho deciso che l'avrei comprata, ma avevo dimenticato il bancomat a casa, quindi sono tornato. Mio padre mi ha chiesto perché mi servisse, e mi è venuto spontaneo rispondere "Per Clarissa", e lui ha attaccato un pippone sul fatto che era contento che mi fossi trovato subito un'altra ragazza, che la tua partenza mi aveva fatto bene e tutte le sue solite idee. Gli ho solo lasciato credere quello che gli pareva».

Aveva deciso di tacere, di non raccontare la verità a suo padre per poter vivere in santa pace, e io davvero non avrei mai potuto rinfacciargli questa cosa, anzi...

«Fammi vedere la schiena».

Tiziano si girò e lasciò che gli alzassi la maglia, che ripercorressi col dito quella cicatrice lasciata con ogni probabilità dalla fibbia della cintura. Lasciò addirittura che gliela baciassi; leggere, delicate, come solo due labbra innamorate sapevano essere.

Tornai a stendermi al suo fianco col cuore appena sollevato dal fatto di non aver notato segni recenti, ma sempre con l'apprensione che sarebbe potuto accadere presto, magari al suo ritorno, se suo padre avesse scoperto le bugie che gli aveva raccontato.

«Stai tranquillo», e mi accarezzò i capelli prima di sorridere. «Sono belle queste ciocche lilla, ti stanno bene».

Chiusi gli occhi e provai a godermi quel tocco che non sarebbe durato a sufficienza, che non sarebbe bastato.

«Mi sei mancato, Dome».

Lo sapevo, perché io e lui eravamo uguali.
Sentivamo le stesse cose, condividevamo le stesse emozioni.

Ci batteva un cuore solo, a noi.

«Mi sei mancato anche tu».
E ci addormentammo così, di nuovo insieme, com'era sempre stato.

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