15.
In nessun modo vorrei essere altrove
Non per niente sono ancora qui
Io che da te dovrei solo imparare a difendermi
Non è amore quello che ci serve
Ma è molto di più, è la verità
In fondo siamo dalla stessa parte di un'altra metà
-Amici per errore, Tiziano Ferro
Nicolò aveva bevuto troppo quella sera, e quando Nicolò beveva troppo significava solo una cosa: avrebbe litigato anche coi sassi.
Lo avevo scoperto la prima estate che avevamo passato insieme, una sera in cui si era scolato cinque birre e non so quali -e quanti- cocktail. Avevo deciso di riaccompagnarlo a casa perché non mi aveva di certo convinto con quel suo "sto bene" detto in maniera strascicata, e nell'aiutarlo a camminare aveva imprecato contro qualsiasi cosa trovata a terra: cicche, mozziconi di sigaretta, sassolini, foglie.
Tutto per lui era motivo di scontro e discussione.
Alzai gli occhi al cielo quando capii che la cosa si sarebbe ripetuta quella stessa sera. Martina cantava di nuovo a squarciagola, Tizio che la guardava con un sopracciglio alzato e un mezzo sorriso in volto, e Nico che le ballava intorno con movimenti decisamente scoordinati. Diletta, invece, era seduta al bancone del locale in cui ci trovavamo e chiacchierava tranquilla con la sua amica, arrivata poco prima di cena.
«Li portiamo a casa?», mi domandò Tiziano.
«Per forza... Non credo sia il caso di mollarli qua».
Annuì e mi disse che sarebbe andato ad avvertire Dile, così noi ci saremmo potuti incamminare per la villa.
Fu un miracolo convincere quei due pozzi d'alcool che fosse ora di rientrare, addirittura pregammo il titolare di dirgli che stava per chiudere, così da indurli a uscire.
Martina era praticamente svenuta sulla schiena di Tiziano, che se l'era caricata sulle spalle come un sacco di patate; ogni tanto biascicava qualcosa o emetteva qualche lamento, ma sembrava più morta che viva.
Nicolò invece era vivo eccome! Non aveva perso tempo: aveva già discusso con un'auto di un blu troppo blu e con l'assente proprietario di un costume trovato a terra, in un angolino della strada. Provai a spiegargli che probabilmente era solo caduto a qualcuno, ma lui continuò a inveire contro quel fantomatico ragazzo che aveva abbandonato un povero pezzo di stoffa pensando che essa non avesse sentimenti.
Era decisamente difficile farlo ragionare quando si riduceva così.
Riuscimmo ad arrivare a casa senza nessuna colluttazione fisica, per fortuna; facemmo sedere Nico sul divano del salone e portammo Martina in camera da letto, poi scendemmo per ripetere l'operazione anche con l'ubriaco numero due.
«Ti vedo come lo guardi», gli sentii dire a un certo punto, mentre cercavo un pantalone comodo da mettergli e Tiziano lo stava spogliando della maglietta.
Mi si gelò il sangue nelle vene e mi preparai a negare qualsiasi cosa sarebbe uscita da quella sua boccaccia sbronza.
Con mia grande sorpresa, quando mi voltai lo trovai con gli occhi puntati su Tiziano, non su di me. Era con lui che stava parlando.
Era rivolta a lui quell'accusa.
«E come lo guardo?»
«Tizio...». Ma lui mi fece un cenno con la mano, come a dirmi di tacere.
«Allora, come lo guardo?»
«Come se fosse tuo».
Tiziano gli tolse le scarpe e con un gesto stizzito le gettò sul pavimento, riproducendo un suono che mi fece sobbalzare, tanto era tesa l'aria in quella stanza.
Con una mano afferrò il viso di Nicolò e glielo accartocciò in una smorfia che sarebbe stata anche buffa, in un'altra situazione.
«Non dire stronzate», disse soltanto, poi si allontanò dalla camera.
Tornò che ero appena riuscito a infilare Nico sotto le lenzuola, e lo fece con Martina in braccio.
«Perché l'hai portata qua?»
Con la testa mi fece cenno di spostare le coperte e, quando lo feci, la adagiò sul letto.
«Hanno bevuto tutti e due, probabilmente staranno male tutti e due. Noi non siamo i loro badanti. Si arrangiassero», decretò, e di nuovo uscì dalla stanza.
Quello significava che avrei dovuto dormire con Tiziano.
Da quant'era che non dormivamo assieme?
Mi sembrava un'eternità.
Durante l'inverno avevo inventato mille scuse, conscio che non sarei riuscito a condividere il letto con lui nella maniera pura con cui lo facevo una volta.
C'era altro, adesso.
Probabilmente c'era sempre stato, ma aveva lampeggiato davanti alla mia faccia qualche mese prima e io non ero più riuscito a ignorarlo.
Però in quel momento non ero a casa mia.
Non potevo dirgli che mi ero dimenticato di lasciare la finestra aperta.
Non potevo far finta di essermi già addormentato e non averlo sentito entrare.
Non potevo fingere di essere tronato tardi da un appuntamento o da un'uscita con gli amici e non potevo occupare l'ennesima camera in casa di Diletta, soprattutto considerando il fatto che sapeva benissimo delle innumerevoli volte che io e Tiziano avevamo dormito insieme, in passato.
Avrei potuto mettermi sul divano in soggiorno e dire che mi ero appisolato lì senza volerlo... Inutile: sicuramente quando Diletta sarebbe rientrata mi avrebbe svegliato e trascinato in camera.
Sospirai e mi infilai qualcosa di comodo con cui dormire, poi setacciai la casa in cerca di due secchi.
Li posizionai accanto a Nico e Martina e mi decisi ad andare da Tiziano.
L'unica luce presente nella stanza proveniva dai faretti esterni che illuminavano il giardino di un caldo arancione.
Da quello che avevo potuto vedere, le camere da letto erano arredate più o meno tutte nella stessa maniera: grandi letti a baldacchino nei toni chiari del beige, comò dalle fattezze antiche sulle stesse tonalità e comodini che riprendevano il resto dell'arredamento.
L'unica cosa diversa in ognuna era il colore delle lenzuola: nella mia era un blu intenso, in quella di Tiziano un azzurro mare e da Diletta un verde acqua.
Ad ogni colore, ovviamente, era abbinato un mazzo di fiori messo in un vaso sopra il tavolinetto nell'angolo, presente in ogni stanza.
Raggiunsi il letto senza difficoltà e mi sdraiai dando la schiena a Tizio, che sembrava già nel mondo dei sogni.
Non lo era affatto, e me ne accorsi quando si voltò dalla mia parte e mi cinse in una morsa da cui sarebbe stato difficile scappare: mi aveva avvolto la vita con un braccio e anche la gamba era arpionata alla mia.
Non riuscivo a respirare.
Non riuscivo a muovermi.
Non riuscivo a non sperare.
«Scusa», lo sentii sussurrare sul mio collo, il fiato caldo che mi viaggiava sopra e sotto pelle, lacerando pian piano, con minuzia, ogni centimetro percorso.
La verità è che era diventato doloroso stare vicino a Tiziano.
Era mio fratello, il mio migliore amico, la persona più importante del mondo e ora anche quella che desideravo di più.
Era estenuante guardarlo cercando di non desiderarlo e, a dirla tutta, mi sembrava andasse contro natura.
Sì, era innaturale, per me, sforzarmi di non volerlo.
«Per cosa?»
«Per oggi pomeriggio. Sono stato un bastardo».
«E perché sei stato un bastardo?»
Temporeggiò prima di rispondermi e col pollice iniziò a disegnare cerchi astratti sulla pelle nuda della mia pancia.
Si era infilato sotto, di nuovo.
«Nicolò è uno stronzo», decretò.
Mi girai di scatto nella sua direzione e lo trovai con gli occhi spalancati; probabilmente aveva sperato di affrontare quella conversazione senza che i nostri sguardi si dovessero incrociare.
«Nico non è per niente uno stronzo».
Le sue narici si dilatarono appena e il suo respiro accelerò.
«Per me è uno stronzo».
«Bene, non è comunque questo il punto. Non puoi dirmi con chi posso o non posso scopare».
«Non l'ho fatto».
«Dirmi che non vuoi sentire un fiato uscire dalla nostra stanza e dirmi che non posso scopare con lui è la stessa cosa».
«E allora perché sei qua con me?»
Rimasi a corto di parole.
Era sfacciato.
Quando era diventato così sfacciato?
«P-perché lui e Martina sono ubriachi. E poi l'hai portata tu nel mio letto!»
Tiziano mi tappò la bocca con una mano, alzando appena la testa per sentire chissà cosa, dato che la casa era avvolta nel silenzio.
«Non urlare», mi intimò.
Certo, come se fosse stato facile non alterarsi con quelle cazzo di risposte che dava!
Sbuffai e mossi la testa di lato per togliermi la sua zampaccia dal viso, e lui diminuì la forza con cui me la stava premendo contro, riducendo il tutto a un lieve contatto, quasi una carezza.
Col cuore che aveva preso a battere come un forsennato, rischiai di affogare di nuovo nei suoi occhi.
E allora mi concessi di perdermi daccapo in quel viso che conoscevo a memoria, ma che non bastava mai.
Guardai ancora una volta quelle piccole lentiggini che dal centro del naso, dove erano più fitte, si sparpagliavano appena sull'inizio delle sue gote.
Guardai quegli occhi chiari come il mare e le sue pagliuzze di un blu intenso.
Guardai quel neo, quello che aveva vicino all'angolo delle labbra, che sembrava essere stato messo lì apposta per attirare baci.
Guardai quelle labbra screpolate dal sole, le stesse di cui lui si lamentava perché troppo poco carnose.
Che idiozie.
Labbra così erano da baciare all'infinito, senza sosta, oltre la fame e oltre la sete.
Guardai quei capelli che d'estate si schiarivano e buttavano fuori i riflessi dorati; non l'avevo mai capito perché da maggio iniziava a farseli allungare, fatto sta che sembrava un mezzo hippy in quel periodo.
Gliene scostai una ciocca, piano, mentre lui socchiudeva gli occhi e si godeva quella specie di coccola.
Prima di addormentarsi mi attirò a sé un po' di più, facendo nascere in me una domanda che iniziò a martellare imperterrita: io sapevo perfettamente perché ero lì con lui, ma lui perché era con me?
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