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07.

Siamo stati mangiati dal freddo
E dal senso comune
Che due uomini possono ridere
Ma non piangere insieme

-Perfetti, Niccolò Agliardi

Il primo giorno di scuola, per me e Tiziano, non andò poi tanto bene.

L'edificio delle elementari era un casermone di un giallo stinto, opaco, così triste che mi ricordava le prigioni che vedevo spesso nei cartoni animati, ogni volta che ci passavo davanti.

Per fortuna sul retro aveva un giardino grandissimo; fu la prima cosa che le maestre ci fecero vedere.

Io e Tizio entrammo uno di fianco all'altro, mano nella mano, in fila indiana insieme a un'altra ventina di bambini.

Ricordo che mamma, la sera precedente, parlando con papà a tavola disse che era preoccupata per il numero di studenti. Secondo lei ventitré erano troppi, le maestre non sarebbero riuscite a gestirli.

Invece, quella mattina, a me sembravano tutti bravissimi, tutti calmi. Tutti intimoriti come me e Tiziano.

Davanti alla scuola c'era un piccolo piazzale in cemento, i bambini erano radunati lì e le maestre a mano a mano facevano l'appello e si portavano via una classe.

A noi era toccata Carlotta, una donna abbastanza giovane, per quanto potesse sembrare giovane una persona ad un bambino di neanche sei anni, con i capelli a caschetto di un biondo che mi ricordava tanto il grano i primi giorni di giugno.

Era bella, l'avevo pensato subito, perché aveva gli occhi che sorridevano e i denti bianchi. Poco prima ne avevo vista uno con lo sguardo severo e la bocca sempre tenuta all'ingiù.

La maestra Carlotta ci disse di salutare i genitori, così io e Tiziano ci voltammo per fare ciao alle nostre mamme, che stavano chiacchierando tra loro, e ci piazzammo più o meno alla fine della fila. Con pochi passi ci trovammo nel retro della scuola, in un giardino enorme e pieno di giochi: c'erano due altalene, una casetta in legno, qualche animale a molla, palloni sparsi qua e là e perfino uno scivolo.

A pensarci oggi, fu una bella mossa quella di portarci a vedere prima la zona gioco.

Appena finito di esaltarci per quel bel parco a nostra disposizione, la maestra ci accompagnò dentro la scuola. Il corridoio era enorme rispetto a quello dell'asilo, e io strinsi la mano di Tiziano un po' più forte.

C'erano porte sulla destra e sulla sinistra, e il pavimento grigio non metteva decisamente allegria.

Anche dentro, quindi, era come un carcere, solo che al posto delle sbarre aperte c'erano i muri che dividevano una cella dall'altra; muri colorati con un verde scialbo che mi ricordava l'ospedale dove era stata ricoverata la nonna l'anno precedente.

La nostra classe era quella in fondo a destra, quindi attraversammo il corridoio senza sentire volare una mosca.

La mamma mi aveva spiegato che scuola e asilo avevano ben poche cose in comune, ma non mi aspettavo un cambiamento così drastico. Non c'erano colori vivaci, non c'erano giochi sparsi qua e là e nemmeno le voci dei bambini che giocano. Ma lì si andava per imparare, anche papà me lo aveva spiegato.

«Stai tranquillo, mia cugina ha detto che ci si abitua subito e dopo è bella anche la scuola», mi rassicurò Tiziano, e io annuii.

L'aula in cui entrammo aveva un cartellone enorme con un sacco di cose colorate attaccato ad una delle pareti. La maestra ci spiegò che era una scritta che i bambini di quinta avevano fatto per noi di prima, e che raffigurava la parola "benvenuti". E poi, oltre alle lettere, c'erano disegnati un sacco di animaletti carini, qualche cuore e tante stelle.

Tizio lo guardava con gli occhi che per poco non brillavano, e in quel momento pensai che anch'io volevo imparare a disegnare bene, se quello era l'effetto che aveva su di lui.

I banchi erano disposti a due a due e, mentre io cercavo di sbirciare oltre una delle due finestre enormi che avevo di fronte, sentii la maestra dire che avrebbe scelto lei quali sarebbero state le coppie.

Tiziano mi guardò sgranando gli occhi, i miei si riempirono di lacrime.
Non poteva dividerci! Non in un'occasione importante come il primo giorno di scuola. Non in una classe in cui non conoscevo praticamente nessuno. Erano solo tre i bambini con cui avevo fatto l'asilo, quante probabilità c'erano che finissi con uno di loro?
Pochissime, e infatti capitai di fianco a una certa Lucia.

Era una bambina carina, con i capelli castani raccolti in due trecce fermate da un fiocchetto azzurro, proprio come i suoi occhioni. Erano belli, ma non come quelli di Tiziano, e durante la giornata scoprii che lei era simpatica, ma non come Tiziano.

A ricreazione, dopo aver passato metà della mattinata a fare giochi per conoscerci a vicenda, la maestra ci portò nel giardino. Uscimmo tenendo la mano al nostro compagno di banco e io fui costretto a darla a Lucia, voltandomi indietro di continuo per cercare Tiziano e capire se stesse bene.

Quando arrivammo fuori capii che no, non stava affatto bene.
Aveva il volto arrossato e gli occhi lucidi, sembrava quasi febbricitante.

Lo tirai per una manica e andammo a nasconderci dietro uno dei cespugli in fondo, vicino alla recinzione.

«Cosa c'è?», gli chiesi non appena fummo soli.

«Marco è antipatico».

«Il tuo compagno di banco?»

Annuì senza emettere un suono.

«Perché?»

«Dice che sono geloso perché sei vicino a Lucia, e che adesso non mi vuoi più bene perché lei sarà la tua fidanzata».

Non sapevo cosa rispondergli. A dire il vero non capivo neanche perché così tante persone sentissero il bisogno di parlare di fidanzati e fidanzate. Si stava tanto bene solo con gli amici, secondo me, che proprio non ne comprendevo la ragione. Comunque di una cosa ero certo: non era assolutamente vero che non gli avrei più voluto bene.

«Io e te siamo migliori amici per sempre».

Tiziano sorrise e si asciugò gli occhi con la manica del grembiule, poi tirò su col naso e uscimmo dal nostro rifugio per andare a giocare insieme agli altri.

Quel giorno mi dovevo fermare a pranzo a casa sua, le nostre mamme erano già rimaste d'accordo, ed ero così entusiasta all'idea che avremmo passato il pomeriggio insieme, che non feci nemmeno caso al suo umore, una volta saliti in macchina.

La sua mamma chiedeva un sacco di cose, lui rispondeva a monosillabi e io guardavo fuori dal finestrino, felice di avere ancora qualche ora di gioco da passare con lui.

Una volta a tavola, però, Alberto gli chiese com'era il suo nuovo compagno di banco e Tizio scoppiò.

Non riuscì a trattenere le lacrime, confessò che Marco gli aveva già rubato la gomma dei Gormiti e la penna multicolore, che lo aveva preso in giro dicendogli che era uno spione se lo andava a dire alla maestra e che io non volevo essere più suo amico.

Mi si strinse il cuore a vederlo così, coi singhiozzi che gli scuotevano il petto e quei lacrimoni che gli rigavano il viso, ma Alberto, anziché abbracciarlo come avrei voluto fare io, sbatté la mano a palmo aperto sul tavolo.

«Cosa sei, una femminuccia? Ci credo che i tuoi compagni ti prendono in giro già dal primo giorno. Frigni come una bambina. Quante volte ti ho detto che i maschi non piangono?»

Io questa cosa non l'avevo mai sentita dire, in realtà. La mia mamma, ogni volta che piangevo, mi diceva che le lacrime facevano bene perché portano via tutte le cose brutte che si fermano dentro al nostro cuore. Erano una specie di sapone per l'anima.

Vidi Tiziano cercare di fermare i singhiozzi, stringeva i pugni e fissava uno dei disegni sulla tovaglia, respirando in modo irregolare e affaticato.

Io, di fianco a lui, appoggiai una mano sul suo ginocchio e strinsi forte, per dirgli di resistere ancora poco.

Avrebbe potuto sfogarsi dopo, quando saremmo stati solo io e lui.

Quando riuscì a calmarsi, Alberto sorrise soddisfatto.
«Così si fa! Questo sì che è il mio ragazzo, forte come una roccia e che non piange! Bravo, lasciali dentro quei brutti lacrimoni da femmina».

Non riuscivo a capire il perché, ma avevo la sensazione che il papà di Tiziano, con quelle parole, l'avrebbe inevitabilmente rotto.

E io non sapevo se sarei stato in grado di aggiustarlo più.

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