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VIII. - Aristea


Un suono insistente fa capolino nella mia mente.

Un rumore ripetitivo e cadenzato, come di acqua che si infrange su qualcosa.

Un continuo oscillare culla i miei pensieri sempre più nebulosi.

Apro gli occhi e la prima cosa che noto sono delle casse di legno e del cordame arrotolato. Sbatto nuovamente le palpebre, credendo di essere ancora addormentata, ma nulla cambia.

Mi sforzo di ricordare e, soprattutto, di capire come abbia fatto a ritrovarmi qui.

Cerco di rialzarmi ma è inutile: ho polsi e caviglie legate così strettamente da non percepire nulla a causa dell'intorpidimento.

Poi volgo lo sguardo e comprendo, amaramente, di essere all'interno di una nave.

Una trireme.

L'ultima cosa che rimembro è il volto di Karpos seguito dal nulla più assoluto. Che mi abbia venduta a qualche mercante di schiavi per saldare un debito di gioco oppure per vendicarsi dei miei continui rifiuti?

Un brivido di freddo si fa strada attraverso tutte le mie terminazioni nervose e mi paralizza. Sudore gelido mi imperla la fronte ma mi costringo a mantenere i nervi saldi. Se cedessi, anche di poco, al panico non potrei più pensare lucidamente e sarei finita. Eppure sento sempre più vicina a me quella sensazione di disagio misto a terrore; come quando le tenebre inglobano il giorno facendo calare il buio e il silenzio su ogni cosa. Rallento il respiro e mi concentro sui rumori attorno a me, le onde si infrangono contro lo scafo e un intenso vociare proviene da sovracoperta. Sento passi lenti e pesanti mentre altri frettolosi e più delicati. Là sopra ci saranno come minimo una trentina di uomini, giovani e più anziani.

Con uno scatto cerco di girarmi per osservare il resto dell'ambiente dietro di me che però non ospita altro che numerose altre casse e barili. Inclino la testa verso il fondo e trovo accatastate armi e armature lucide e pronte a brillare in un mare di sangue rosso scarlatto.

Nel momento esatto in cui mi giro un metallo affilato mi taglia la pelle del seno sinistro e la stoffa strappata e sgualcita che mi ricopre si macchia di un color cremisi intenso.

Non ci faccio caso in un primo momento, ma quando il dolore si intensifica mi rendo conto che ho ancora il mio coltello legato al laccio di cuoio.

Ciò mi fa imprecare contro gli Dei o chiunque si diverta a pormi in situazioni insostenibili. Dispongo della mia lama ma non posso usarla perchè legata troppo strettamente. Inoltre non mi trovo in una nave mercantile ma in una nave da guerra. Ciò significa solo una cosa: non tornerò mai più alla mia vita di prima e per il futuro mi si prospetta un salto nel buio.

Imploro mentalmente la dea Atena di proteggermi e di donarmi la sua saggezza per capire come liberarmi da questa circostanza, anche se penso sarà molto difficile fuggire da una nave in mezzo ad una distesa infinita d'acqua. Mentre sono immersa in questi pensieri non mi rendo conto di passi che, dopo aver utilizzato la scaletta interna, si dirigono verso di me.

La porta si apre e due uomini si parano davanti i miei occhi.

Karpos e un uomo con un'armatura d'argento.

Quest'ultimo ha un'aura distaccata e regale ma il suo viso ha qualcosa di famigliare.

Ma è la sua armatura a confermarmi l'identità del proprietario.

Odisseo.

Karpos mi si avvicina con occhi sfolgoranti e mi ci vuole appena qualche istante per comprendere cosa stia pensando: vedermi così, inerme, e a sua completa disposizione in una nave brulicante di uomini a me sconosciuti, lo rende potente. Forse immagina che in queste circostanze io mi affidi a lui come una giovinetta in pericolo, ma non immagina quanto le sue aspettative rimarranno deluse. Sussulto quando mi afferra per le ascelle con le sue mani callose e mi mette seduta, ma non abbandono il suo sguardo... Sfidandolo quasi. E, per un breve momento, vedo i suoi occhi tremare sotto la potenza e la serietà della mia espressione. Ha compreso che anche se legata non deve sottovalutarmi.

Silenziosamente si rialza e ritorna dal suo compagno.

Quest'ultimo non si è scomposto minimamente, anzi, la sua attenzione è posta proprio verso di me.

- Qual è il tuo nome? - Parole dolci come il miele, capaci di addomesticare anche le belva più feroce, escono da quelle labbra fino a pochi attimi prima serrate.

Di rimando non riceve risposta da parte mia, le mie labbra rimangono sigillate.

Non mi fido di quell'uomo.

All'apparenza può sembrare innocuo, ma so che le armi più potenti di cui dispone sono proprio la voce e l'arte della retorica.

Filottete mi aveva avvertita che Odisseo era un uomo pericoloso e da temere quanto Aiace Telamonio e Achille Pelide.

Con uno scatto di reni mi trascino verso la parete dietro di me e mi ci appoggio cercando una posizione comoda. Non proferisco la benché minima parola e ciò innervosisce Karpos che mi si accosta e afferrandomi i capelli mi getta ai piedi di Odisseo.

- Puttana, rispondi al tuo re! -

Senza mollare la mia chioma, stringe la presa e con l'altra mano alza il mio volto verso l'alto.

L'uomo davanti a me stira le labbra pensieroso attendendo la mia prossima mossa e studiando ogni mia reazione.

La presa sul mio capo comincia a procurarmi un intenso dolore perciò, dopo aver preso un lungo respiro, rispondo digrignando i denti. - Io ho sempre vissuto libera senza sottostare a nessuno. Non riconosco alcun re. -

Un'intensa fitta nello zigomo destro mi blocca il respiro. Un gusto metallico mi impregna il palato e capisco di aver ricevuto un pugno da Karpos che molla la presa facendomi accasciare scomposta a terra.

- Basta così, Karpos - tuona Odisseo - non tutte le situazioni si risolvono con la mera violenza, specialmente nei confronti di una donna. -

Lesto mi si avvicina e infila una mano tra i miei seni. Un suono secco come qualcosa che si spacca seguito da un fastidio al collo.

Pochi istanti e mi rendo conto che tra le sue dita luccica il mio coltello, compagno di mille avventure e unico ricordo di mio padre, del mio vero padre.

L'umiliazione cresce in me con la marea di un tardo pomeriggio.

Penso che quest'uomo abbia capito di avermi sottomessa più di mille percosse e con un piccolo ghigno si allontana con Karpos alle costole.

- Sei interessante piccola selvaggia. - osserva prima di sparire dalla mia vista - ci rivedremo molto presto. -

In pochi attimi mi ritrovo nuovamente sola e in balia del fato.

—-

La sabbia calda mi solletica le gambe mentre un lieve venticello soffia tra i miei capelli come a volermi dare ironicamente il benvenuto. Sono giunta a Troia o, per meglio dire, un'immensa flotta è giunta nelle spiagge troiane ed io con essa. Centinaia e centinaia di uomini si stanno riunendo in questo luogo per combattere accanto ai due Atridi. Vogliono muovere guerra per riscattare l'onta che Menelao ha subito da parte del principe Paride.

Odisseo controlla solo dodici trireme ma, sotto il suo comando, vi si trovano i migliori arcieri di tutta la Grecia, secondi solo a Filottete. In cuor mio mi viene spontaneo domandarmi come stia, se sia in apprensione per me e se riuscirà a cavarsela senza la mie cure.

La rena risplende al sole con il suo colore dorato ma non sa che il suo destino sarà quello di accogliere corpi senza vita e assorbire fiumi di sangue scarlatto. Il solo pensiero mi blocca il respiro distraendomi per un attimo da tutto ciò che mi circonda.

Sono sbarcata assieme agli uomini di Odisseo ed ora sono qui a terra accanto ad alcuni barili, impossibilitata a muovermi perché ancora legata. Ad ogni mio minimo movimento i lacci scavano nella carne, lacerandola.

Mentre i soldati sono intenti a scaricare tutto il materiale necessario per preparare un accampamento io, nel frattempo, studio tutti coloro che passano nel mio raggio visivo. Riconosco ragazzi e giovinetti molto probabilmente inesperti nell'uso di armi, uomini anziani ma non per questo da sottovalutare visto il loro carico di esperienza; infine giovani uomini pronti a morire per la gloria e l'onore.

A inizio serata la spiaggia risuona di grida e un vociare insistente si propaga fino alle mura di difesa della città. Centinaia di fuochi vengono accesi nell'accampamento e creano degli inaspettati giochi di luce che si riflettono sui tessuti delle tende.

Ho raccolto abbastanza informazioni in tutto l'arco della giornata. La città di Troia si potrebbe considerare inespugnabile grazie alle sue antiche e immense mura. Lo scontro avverrà in campo aperto davanti al portone principale ma i Greci sperano di evitare questo inutile spargimento di sangue inviando, domani, una delegazione richiedere la restituzione della regina Elena. Tutto dipende dalla risposta che il re Priamo pronuncerà riguardo questa questione. Fin da bambina ho sentito voci di elogio nei confronti di questo sovrano e della sua saggezza e mi ritrovo a sperare che prenda la decisione giusta per il suo popolo. Se dovesse scoppiare una guerra anche io non avrei molte probabilità di scampo.

L'unica domanda che ancora si affaccia nella mia mente, priva di risposta, riguarda il motivo per cui Karpos mi abbia rapita e messa sotto la custodia di Odisseo; vorrei comprendere come abbia fatto a divenire un subordinato dell'Itacese.

Dovrebbe ritrovarsi nella mia stessa situazione, se non in una peggiore. In fin dei conti è un fuorilegge come me; ha compiuto atti ignobili eppure si ritrova in una condizione migliore della mia.

In questo momento tutti gli uomini sembrano allegri e tracannano interi boccali di vino. Probabilmente confidano nel fatto che dopodomani torneranno a casa dalle loro famiglie e quindi festeggiano senza freni. Sono sereni e fiduciosi perché nelle loro schiere risaltano uomini potenti e valorosi come Aiace Telamonio, Diomede, Odisseo, Agamennone, Menelao per non parlare del possente Achille e il suo esercito di Mirmidoni. Sono inoltre venuta a conoscenza che, tra questi importanti uomini, si cela anche il grande medico Macaone, figlio di Asclepio.

L'atmosfera ora pare più rilassata ma ciò non basta a calmare la mia bramosia di libertà.

Se voglio sopravvivere devo riuscire ad andarmene da qui.

Mi è stata data poca acqua per dissetarmi ma io ne getto alcune gocce sul fuoco pregando gli Dei per il loro aiuto e supporto.

Anche tutti questi soldati hanno compiuto libagioni pregando gli dèi di schierarsi dalla loro parte. Atena, Era, Teti, Efesto e Poseidone; ho udito questi nomi venire pronunciati dagli uomini con speranza e fiducia durante i riti. Immagino che ciò significhi che Afrodite, Ares e Apollo veglieranno, invece, sul popolo di Ilio.

Io, insieme ad altre donne e ragazzini siamo stati condotti qui per svariati motivi. Alcuni sono stati assegnati ad aiutare durante la vestizione dei soldati, altri per la preparazione dei pasti, altri per aiutare Macaone con i feriti mentre alcune donne e giovinetti devono svolgere il ruolo di accompagnatori notturni per soddisfare le più fervide bramosie.

Non mi è stato ancora assegnato alcun compito, poiché oggi è stata una giornata impegnativa.

Ma so per certo che non rimarrò qui a scoprirlo.

—-

Le tenebre scendono velocemente inghiottendo qualsiasi cosa mentre i fuochi accesi cominciano a spegnersi lentamente innalzando delle deboli scie di fumo.

La maggior parte degli uomini dorme profondamente. Qualcuno è riuscito a trascinarsi all'interno delle tende mentre gli altri, a causa della forte sbronza, si sono addormentati nella fredda sabbia uno accanto all'altro.

Questa si presenta come un'occasione ghiotta per me.

Nell'accampamento aleggia un silenzio irreale, so per certo che devo stare attenta. Nascoste nell'ombra della notte ci saranno delle guardie a difesa del campo. L'agglomerato di tende è immenso, migliaia di uomini accalcati su questa spiaggia per combattere una guerra a loro estranea. La battigia è suddivisa in settori tra loro confinanti e ogni sezione dispone del proprio esercito, piccolo o grande che sia, e di un capo. Ogni comandante è un re o un governante delle svariate poleis greche. Eppure osservando la disposizione di questo accampamento si nota a occhio nudo come questo non sia unitario e che non si combatta per gli stessi ideali. Ogni truppa risponde solo al proprio capitano e questo è posto sotto il comando diretto dei due Atridi.

I miei occhi scrutano l'ambiente circostante, i corpi mollemente adagiati al suolo e le ombre del buio, mie uniche alleate.

Le donne si sono tutte rannicchiate attorno ad un braciere per godere dell'ultimo tepore che esso può ancora emanare in questa notte stranamente fredda. A qualche passo di distanza sono disposte ordinatamente alcune brocche e delle lame per la preparazione e la lavorazione del pesce.

Un soldato veglia i materiali appoggiato alla sua lancia.

Decido che l'unico modo per avvicinarmi senza destare sospetti sia quello di strisciare lentamente tra le piccole montagnole di sabbia. I suoi piccoli granelli si infiltrano sotto la mia tunica e cominciano a raschiare la ferita che mi ero procurata questa mattina. Il dolore è fastidioso ma, ora come ora, è la cosa meno importante. Giunta a destinazione e afferrata una lama torno lentamente indietro cercando di allontanarmi il più possibile da quell'ammasso di corpi. Mettendomi a sedere creo con un buco nella sabbia per conficcarci la lama in posizione verticale, quindi la ricopro ai lati per assicurarmi che rimanga ferma.

Sperando che la mia idea funzioni mi avvicino con i polsi e comincio a strofinare la corda sulla lama. Non è un'operazione semplice soprattutto perché vorrei evitare di far rumore e farmi scoprire. Sembra essere passata un'eternità quando, finalmente, sento il laccio cedere. Con uno strattone libero i polsi intorpiditi e mi dedico a tagliare anche la corda attorno alle caviglie.

Il mio obiettivo è uno solo: scappare il più velocemente da qui e mettere più distanza possibile tra me e questo luogo.

Cercando di riordinare i pensieri rifletto che fuggire attraverso l'acqua sarebbe una mossa suicida: provocherei troppo rumore e, a quest'ora della notte, la temperatura diviene piuttosto gelida.

L'unica mia alternativa è scappare attraverso la spiaggia.

Stringo la lama tra i denti e, stendendomi a pancia in giù, comincio lentamente a spostarmi tra le tende in direzione della parte opposta dell'accampamento. I miei movimenti sono lenti perchè la sabbia mi blocca e rende tutto più difficile. Dopo essermi distanziata il più possibile dal centro dell'accampamento e aver iniziato a notare come le tende inizino pian piano a diradarsi, mi alzo finalmente in piedi e volto lo sguardo indietro per assicurarmi di non essere stata scoperta.

Nessun segnale di allarme, tutto tace.

Le mie gambe iniziano a muoversi come animate da vita propria e comincio a correre come non ho mai fatto prima d'ora.

Fuggo per la libertà, fuggo per la vita.

Non posso aver sofferto e lottato tutti questi anni per ritrovarmi schiava in una terra straniera.

Non posso accettare un fato simile.

Mi affretto sempre di più, consapevole che il favore delle tenebre non durerà in eterno.

I polmoni vanno in fiamme e la gola prende a bruciarmi eppure non demordo.

Non so quanto tempo trascorra, potrebbero essere giorni o settimane ma non mi fermerei in ogni caso.

Quando ormai sto per convinceremi di essere fuori pericolo scorgo un movimento fra le dune alle mie spalle.

Il cuore minaccia di sprofondarmi nel petto, eppure mi esorta ad aumentare il ritmo a costo di morire, se necessario.

Muovo ancora pochi passi quando un sibilo nell'aria accende il terrore che avevo cercato di nascondere in questi due giorni.

Uno schianto sulla sabbia.

Davanti a me trovo conficcato nel suolo un giavellotto.

Mi blocco sul colpo e questo tentennamento mi è fatale.

Un forte peso si schianta contro di me gettandomi a terra. Mi ritrovo immobilizzata con un uomo sopra il mio corpo che cerca di bloccarmi le braccia. Senza darmi per vinta, malgrado il peso che mi schiaccia contro la sabbia, incomincio a graffiare e a scalciare.

- Sta' ferma - esclama il soldato con il fiato corto a causa dell'inseguimento.

Malgrado la mia resistenza non demorde e stringe la presa sui miei polsi polsi già martoriati dalle corde da cui mi sono liberata. Un grido di sofferenza mi sfugge facendomi cadere di bocca la lama che ancora serravo tra le labbra. La scarica di dolore mi paralizza consentendomi, però, di mettere a fuoco l'uomo che mi sovrasta.

Grazie alla luce lunare posso scorgere alcuni dettagli che non dovrei considerare in una situazione del genere; il ragazzo ha un volto piacente ma è la determinazione nel suo sguardo cristallino che mi sorprende. Per un qualche motivo mi ci rispecchio e la scopro incredibilmente affine alla mia. Decido di non attendere la sua prossima mossa e liberando la mia mente da pensieri inappropriati mi rendo conto di avere ancora qualche possibilità se gioco bene le mie carte. Gli occhi del soldato fissano ancora il mio viso; forse confida ancora nel fatto di avermi in pugno, ma compie il grave sbaglio di avvicinare il volto al mio. Con un movimento repentino faccio scontrare la mia testa con la sua e lo sento farsi sfuggire un gemito mentre allenta la presa dai miei polsi. Malgrado la fitta intensa alla fronte mi libero dal suo peso e mi rialzo pronta a riprendere la fuga ma non riesco a muovere nemmeno un passo in quando vengo nuovamente afferrata, stavolta per una caviglia, e gettata nelle dune. Mentre gli occhi mi si riempiono di lacrime per via della sabbia, con uno sforzo disumano allungo il braccio nella direzione in cui avevo lasciato cadere la lama e me ne riapproprio. Le poche forze che mi rimangono mi consentono di scagliare la lama contro il mio avversario.

Un ringhio di dolore squarcia l'oscurità ed è grazie a questo che comprendo di averlo ferito.

Le ombre avvolgono la sua sagoma piegata su una gamba un momento prima che quattro robuste mani mi afferrino le braccia e un calcio sul retro del ginocchio mi faccia cedere le gambe. Un uomo tozzo afferra il giovane per un braccio e se lo appoggia ad un fianco mentre gli altri bloccano ogni mio tentativo di ribellione trascinandomi recalcitrante nella sabbia in direzione dell'accampamento. Le forze iniziano lentamente ad abbandonarmi mentre ripercorriamo, in una falsa e patetica processione, i molti passi che avevo conquistato con fatica.

Rivolgo un'occhiata furente al soldato che è riuscito ad impedire la mia fuga e che ora zoppica accanto a me, ma lui non sembra nemmeno notarmi.

Il giovane è alto con una corporatura asciutta e atletica, eppure è la sua armatura a meravigliarmi. Non è decorata né in oro né in in argento, ma completamente nera come la notte in cui proseguiamo ad addentraci.

Un solo esercito dispone di questo tipo di armamento.

L'esercito di Achille.

I Mirmidoni.

Sorrido malgrado la situazione in cui mi trovo poiché comprendo di essere riuscita a ferire un membro di un esercito che vanta di essere invincibile. Questa consapevolezza mi accende un fuoco dentro che mi sostiene e mi prepara a ciò che accadrà non appena sarò ricondotta al campo.

Potranno anche catturarmi, ma non mi sottometteranno mai.

—-

Gettata in ginocchio sul tappeto che ricopre la sabbia ho dinanzi a me lo stesso uomo che mi si era presentato assieme a Karpos l'altro giorno sulla trireme. Si appoggia beatamente allo schienale di una sedia e dietro di lui c'è proprio colui che mi ha tradito in tutti i modi possibili e che continua lanciarmi celati sguardi compiaciuti. Siamo dentro a una delle tende utilizzate come alloggio dai comandanti e, improvvisamente, mi rendo conto di temere ciò che potrebbe accadere. Dopo avermi scrutata attentamente per qualche altro istante, l'uomo si alza e con un cenno costringe Karpos a lasciarci soli. Lo osservo massaggiandomi i polsi mentre si avvicina ad un piccolo tavolo e riempie una tazza d'acqua. La sua espressione è neutra mentre me la porge, tuttavia mi costringe a reprimere l'impulso di scagliare la tazza e il contenuto ai suoi piedi.

- Bevi - ordina fissandomi dritta negli occhi.

La mia indecisione dura appena più di un battito di ciglia, dopodiché afferro bruscamente la tazza e ne ingerisco il contenuto con gran foga. Il liquido mi rigenera e per un attimo dimentico tutto quel che mi è successo nelle ultime ore.

Un piccolo sollievo mentre attendo la mia sentenza.

- Devo ammettere che mi hai proprio sorpreso. Chi l'avrebbe detto che una ragazza come te sarebbe riuscita a mettere in serie difficoltà un Mirmidone come Kyros? - Domanda riflettendo tra sé.

Si passa una mano sulla mascella ricoperta da un velo di barba chiara, così come i capelli trattenuti sulla nuca da fermagli argentati.

Mi sforzo di rimanere impassibile. Quest'uomo ha un'aura di mistero che lo circonda, come se lo sguardo di un Dio lo accompagnasse ad ogni passo.

In fondo alle sue iridi color pietra c'è una fame che non riesco a identificare.

Un lieve fastidio alla gola mi impedisce di concentrarmi ulteriormente sul mio interlocutore. - Ritornando alle questioni serie: non conosco ancora il tuo nome. Io sono Odisseo re di... -

- Re di Itaca - lo interrompo puntandogli addosso uno sguardo accusatore - so chi sei. -

Odisseo mi inarca un sopracciglio.

- Tralasciando il tuo modo di atteggiarti nei confronti di coloro più potenti di te, non capisco come tu possa conoscermi. -

- Filottete... Ti dice niente questo nome? -

Comprendo di aver osato troppo quando lo vedo stringere la mascella e cambiare posizione.

Ho toccato un nervo scoperto.

- Come sta? - Il tono di Odisseo ora è velato da quella che sembra preoccupazione.

- E osi anche chiederlo? - lo schernisco - se non fosse stato per me sarebbe morto agonizzante su quella spiaggia. -

Il fuoco nella mia gola si amplifica velocemente e mi rendo conto di stare perdendo lentamente sensibilità alle mani.

Se fino a poco fa stavo bene, adesso il mio fisico inizia ad essere scosso da tremolii.

- Karpos mi ha parlato molto bene di te e soprattutto delle tue capacità. - ricomincia Odisseo apparentemente ignaro delle sensazioni che stanno prendendo il sopravvento nel mio corpo. - Sei esperta nell'uso dell'arco e sai come sopravvivere. Doti straordinarie se maneggiate da una donna ma... -

Torna a sedersi sulla sua sedia con fare pacato ma concentrato, come se stesse soppesando le parole una ad una ma ciò gli venisse estremare naturale. - ... ma anche pericolose in questo mondo dove voi siete viste sempre un passo dietro a noi. -

Un brivido mi scuote nel profondo.

- E cosa vorresti da me? Hai visto anche tu che ogni occasione sarà buona per tentare la fuga. Non c'è nulla che possa trattenermi - ribatto stringendo i pugni appoggiati sopra le mie cosce.

Odisseo sorride; un sorriso sinistro e risoluto di chi vede cadere la propria preda nella trappola che ha teso senza neanche particolare sforzo.

- Neppure la tua stessa vita? -

La sua domanda mi gela il sangue nelle vene.

- Come? -

Soddisfatto di aver attratto la mia attenzione e di avermi zittita prosegue - Non te ne sei resa conto, vero? Eppure gli effetti dovrebbero esser già cominciati. -

Fa oscillare nello spazio che ci separa una boccetta trasparente.

Sgrano gli occhi, impotente.

- Hai ingerito un veleno e solo io dispongo dell'antidoto - precisa.

- Tu mi appartieni. Sarai i miei occhi e le mie orecchie, ma anche il mio scudo. Se farai ciò che ti ordinerò ti darò la panacea e potrai tornare alla vita. -

Incapace di formulare un qualsiasi pensiero o compiere alcun movimento, lo guardo alzarsi e raggiungermi.

- Oh non guardarmi con quegli occhi terrorizzati, so che non è da te. Il veleno che ti sta scorrendo nelle vene non agisce subito, ma lentamente. -

Il suo sguardo è freddo quanto il metallo quando mi scosta delicatamente una ciocca di capelli dal viso.

- Inoltre posso assicurarti che non dona affatto una morte indolore. Dunque la scelta tua: affiderai la vita a me o preferisci continuare a inseguire la tua libertà nel mondo degli Inferi? -

Immobile... Non riesco a reagire.

Il dolore che sento impadronirsi del mio corpo non supera l'ira cieca per essermi fatta abbindolare così facilmente.

Dopo tutti i racconti di Filottete...

Adesso cosa mi resta?

Dovrei lasciarmi morire, in una maniera così ignobile, quando ho combattuto tutta la vita per conquistarmi un frammento di libertà?

Oppure dovrei sottostare ai piani di quest'uomo e sperare che mantenga la parola data?

In fondo domani sarà inviata la delegazione per il possibile trattato di pace e quindi non dovrei soggiacere per troppo tempo sotto il volere di Odisseo. Potrei avere altre occasioni per fuggire.

Stringo i denti: il dolore ha ricominciato a pulsare, questa volta alle gambe.

Quanto tempo mi rimane?

Osservo la boccetta tra le mani dell'Itacese; la stringe nel pugno consapevole di stare stringendo tra le dita anche la mia stessa vita.

Mi alzo in piedi a fatica.

- Come posso esserti utile? -

Un lampo di soddisfazione attraversa il volto di Odisseo.

- Domanda eccellente mia cara, ma saprai ogni cosa a tempo debito. -

Mi porge una diversa tazza aggiungendoci al suo interno anche due gocce del misterioso antidoto. - Dopo che avrai bevuto ti consiglio di riposare. Domani sarà una giornata intensa per tutti. -

Riservandogli uno sguardo carico di tutto l'odio che ancora conservo deglutisco il contenuto tutto in un fiato.

Sopravviverò... Ma a che prezzo?

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