V. - Eriadne
Ormai a palazzo non c'è anima viva che non sappia di Elena e del suo rapimento.
Non ci sono dichiarazioni dal re e Paride è completamente barricato nel proprio silenzio.
In questi giorni mi è capitato di incontrarlo nei corridoi, ma tra di noi non c'è stato nulla se non qualche sguardo sfuggente.
Mi domando se si senta in colpa o provi un qualche genere di vergogna.
Si potrebbe provare vergogna per amore?
Il cielo risplende di calde sfumature dorate e vermiglie depositando sulle onde marine riflessi sgargianti.
Il tramonto è ormai prossimo.
All'interno della città le porte delle case iniziano ad essere sprangate con fermezza, mentre le guardie, sulle mura, si accingono ad accendere i bracieri di segnalazione.
Il vento continua a sferzare senza tregua la pianura.
Che gli Dei ci stiano osservando?
Un gorgoglio inarticolato seguito da un urletto stridulo mi riportano alla realtà.
Mi ritraggo dalla finestra attraversando velocemente la stanza per recarmi in prossimità della culla di vimini che troneggia in un angolo.
Avverto un sorriso comparirmi sulle labbra mentre mi sporgo per osservare al suo interno.
Laodamante, adagiato fra soffici e pregiate coperte, ricambia subito il mio sguardo fissandomi con i suoi curiosi occhioni turchesi.
Emette un verso acuto scoprendo le piccole e rosee gengive.
Il sorriso si espande sul mio volto mentre allungo una mano e gli sfioro con un dito il piccolo braccio paffuto.
La sua pelle è morbida; trasmette innocenza e calore.
Laodamante ride afferrando il mio dito con una manina per poi fissarlo incuriosito.
Solo adesso, osservando meglio il bambino, mi rendo conto di quanto assomigli a suo padre Ettore.
Andromaca, sua sposa e madre di Laodamante, mi ha raccomandato pochi attimi fa di badare al suo bambino.
- Mia figlia. Ha la sua stessa età. -
Una voce sconosciuta, alle mie spalle, mi fa voltare con perplessità.
Trasalisco e immediatamente abbasso lo sguardo.
Elena è comparsa sulla soglia.
È vestita con una semplice tunica chiara impreziosita da ricami argentati e i capelli le incorniciano il viso su cui traspare un'espressione cupa, quasi assente.
Con la coda dell'occhio la osservo compiere pochi passi verso di me per poi accostarsi alla culla.
Un vago senso di disagio mi afferra lo stomaco; non riesco a fare a meno di domandarmi cosa ci faccia lei qui.
- Sì... - sussurra fra sé e sé.
La guardo stupita mentre sfiora la guancia di Laodamante con le dita.
Il bimbo non reagisce, fissandola incantato.
Batto le palpebre non sapendo come comportarmi; nel mio animo si fanno strada emozioni contrastanti.
Questa donna annulla ogni cosa, e non è si tratta unicamente della sua sconvolgente bellezza. La sua sola presenza confonde; il suo profumo inebria.
- Ti chiederai che razza di madre io sia - mormora Elena.
La sua voce è carica di nostalgia e rimorso.
- Non posso domandarmi nulla, mia signora - rispondo raccogliendo le mani in grembo.
Il peso che mi si è formato nel petto si fa d'improvviso più pesante.
Elena ha un bambino?
Un sorriso appena riconoscibile compare sulle labbra della regina di Sparta.
- È una bambina, l'ho chiamata Ermione - afferma come se avesse avvertito il mio pensiero.
Deglutisco.
- L'ho lasciata per seguire Paride - la sua voce si incrina - ho abbandonato la mia bambina. -
I suoi occhi si fanno lucidi.
- Avete seguito il cuore, mia signora - dico.
Le spalle di Elena tremano e una sola silenziosa, trasparente, lacrima le solca una guancia.
- Hai ragione ragazza - annuisce - ma un frammento di esso è rimasto a Sparta. -
Gli occhi azzurri di Elena si posano su di me.
- La vedo nei miei sogni, quasi ogni notte. Piange nella sua culla; mi pare vagisca il mio nome. -
Abbasso lo sguardo.
Se qualcuno in questo momento mi chiedesse cosa osservo, probabilmente gli risponderei di non vedere davanti a me una regina, bensì una madre.
Una semplice madre distrutta dal dolore e dal rimorso.
Una donna divisa fra l'amore per la propria figlia e quello per un uomo.
Non avrei mai pensato di poter affermare una cosa del genere ma sono sicura che ciò che provo ora per Elena sia molto simile a quella che viene chiamata pietà.
Mi sento impotente.
Dischiudo le labbra per tentare di dire qualcosa ma da queste ultime non fuoriesce alcun suono.
Il sottile smarrimento che provo mi paralizza completamente.
È terribilmente frustrante non trovare in se stessi le parole e le forze per consolare.
Svigorita e con il morale a terra, osservo Elena perdersi ancora per qualche momento nei propri pensieri continuando a fissare con dolcezza il piccolo Laodamante.
Dentro di me non riesco a fare a meno di chiedermi cosa il futuro le riserverà 'ora in poi.
—-
La serata è trascorsa lentamente concludendosi senza ulteriori complicazioni ma, in seguito al discorso con Cebrione e dopo aver assistito al tormento di Elena, sento che il peso nel mio petto si sta facendo ancora più insopportabile.
Le ansie del principe e il dolore della regina Sparta sono riusciti a confondermi.
Possibile che gli Dei ci abbiano riservato un destino di distruzione?
La guerra cadrà su Troia solo a causa di un amore impossibile?
Immersa nella mie riflessioni percorro i corridoi delle stanze superiori fino a quando, passando davanti a una porta semichiusa, non giungono alle mie orecchie delle voci.
Le mie gambe si bloccano all'improvviso mentre quelle che sembravano solo semplici parole si trasformano in versi e sospiri.
Non so quale sia il motivo che mi spinga a fare ciò ma, aggrottando la fronte mi avvicino silenziosamente allo spiraglio.
La stanza è immersa nella penombra rischiarata solamente da un braciere in un angolo all'interno del quale il fuoco scoppietta consumando spessi ciocchi di legno secco.
Sottili aliti di vento cullano i drappi che coprono le aperture delle finestre
E poi ansimi, sospiri e gemiti.
Trattengo il respiro notando due figure rotolarsi fra le lenzuola chiare di un grande letto intarsiato.
Un ampio raggio di luna, filtrando dalla finestra, illumina le loro schiene lucide di sudore.
Avverto un vago senso di calore, sostituito subito dal gelo più totale, accumularmisi nel ventre.
Tra i sospiri inarticolati e i fruscii delle lenzuola riesco a riconoscere alcuni gemiti che non mi lasciano alcun dubbio sull'identità dell'uomo che sta giacendo in quel letto.
Paride.
Affondo le unghie nel legno della porta.
Quante volte ho sentito quegli stessi gemiti nelle mie orecchie?
Quante volte le sue mani hanno posseduto il mio corpo?
Quante notti, ubriaco e insoddisfatto, veniva a cercarmi per placare le sue voglie?
Sottili schegge di legno mi feriscono le dita.
Eppure mi rendo conto che quando stava sopra, dentro di me, per lui era come se io non esistessi.
Il mio essere schiava, e di conseguenza concubina, mi condannava e ancora mi condanna a essere vista solo come un utensile.
Un oggetto da gettare appena conclusasi la sua utilità.
E, come mai prima d'ora, mi rendo conto che non potrò mai dire di amare e di essere stata amata.
Nessuno mi guarderà mai come Paride guarda Elena dal giorno in cui sono giunti a Troia.
Nessuno mi terrà fra le sue braccia come il principe sta facendo ora con la regina di Sparta.
Un blocco mi si scioglie in gola facendomi tremare e mi trovo a stringere la mascella mentre le lacrime minacciano di palesarsi.
Istintivamente i miei occhi si posano di nuovo sul braciere posto in fondo alla stanza.
C'è qualcosa affascinante nella ondeggiate languido delle fiamme.
Batto le palpebre mentre i gemiti si trasformano in grida e, all'improvviso, dal braciere si sprigionano minuscole scintille.
Le fiamme dorate sembrano quasi prendere forma sotto il mio sguardo.
Vedo delle imbarcazioni da guerra navigare veloci; le vele spiegate e scintillanti.
E pochi attimi dopo una città.
Una città a me familiare.
Una città in fiamme.
Inorridisco arretrando precipitosamente, il cuore che pare potermi scoppiare nel petto da un momento all'altro.
Batto di nuovo le palpebre, le ginocchia che tremano per la tensione.
La visione è scomparsa.
Il silenzio è calato sulla stanza e le fiamme sono ritornate semplici rossastre lingue di fuoco.
Un goccia di sudore mi scivola dietro l'orecchio e una muta preghiera mi giunge spontanea alle labbra.
Apollo, signore della verità, proteggici...
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