Slipping Through My Fingers
Capitolo 42
Le settimane cominciarono a rincorrersi veloci e nel giro di poco le temperature salirono e il sole iniziò a farsi vedere molto più spesso anche nel cielo solitamente grigio di Londra. La primavera esplose già all'inizio marzo: i prati dei parchi della città tornarono al loro solito verde brillante sporcato da tantissimi fiori colorati e le persone iniziarono ad uscire più spesso di casa per godersi le belle giornate.
La prima settimana di aprile, per combattere la noia o forse per cercare di distogliere i propri pensieri dal fatto che mancasse sempre meno al matrimonio di Hazel, Sirius decise che era giunta l'ora di trovarsi un lavoro. Il problema era sempre lo stesso: nessuno nel mondo magico era disposto ad assumerlo. Attirava troppo l'attenzione e, inoltre era troppo vecchio e troppo poco qualificato per qualsiasi impiego e lo stesso valeva anche per i babbani, che si ritrovavano davanti un uomo che non aveva frequentato neppure la scuola dell'obbligo.
Sirius si sentiva insoddisfatto e inutile proprio come ai tempi del secondo Ordine della Fenice, quando tutto quello che poteva fare era stare a casa e tentare di passare il tempo come poteva.
Tutti attorno a lui erano andati avanti dopo la guerra, si erano ricostruiti una vita nonostante le perdite che avevano subito: Harry aveva una meravigliosa famiglia, Tonks una splendida carriera come auror e Hazel si stava per sposare un uomo che ultimamente gli sembrava davvero migliore di lui che invece si ritrovava a vivere tutte le sue giornate attendendo l'ora in cui avrebbe rivista.
- Potresti farti assumere in qualche ufficio del Ministero, ad esempio nel mio. - Gli diceva sempre Kamilah, facendogli salire una gran tristezza. - Un bel lavoro d'ufficio, lontano dal pubblico, così da poter passare il tempo. -
Sirius, che piuttosto che lavorare d'ufficio si sarebbe fatto rinchiudere di nuovo ad Azkaban, in quei momenti annuiva e stava zitto, sorpreso del fatto che, nonostante lui e Kamilah si frequentassero ormai da mesi, lei ancora non lo conoscesse affatto.
Questo lo deprimeva parecchio: Hazel si stava avvicinando sempre di più all'altare e lui nel frattempo continuava a frequentare una donna con cui non sentiva ormai più nessuna connessione che non fosse prettamente fisica.
Cominciò così a vedere Kamilah sempre meno spesso e solo quando aveva voglia di andare a letto con qualcuno, cosa che però alla donna non sfuggì affatto. Kamilah sapeva che Sirius e Hazel passavano molto tempo insieme, che si vedevano quasi ogni giorno e che si scambiavano quegli stupidi messaggini tramite quegli affari tecnologici babbani, ma per quanto la cosa la infastidisse era troppo orgogliosa per ammetterlo.
Più ci pensava più non riusciva a capire cosa avesse quella donna di tanto speciale. Hazel aveva un aspetto banale, con quei capelli castani e gli occhi dello stesso colore e, per quanto ogni tanto dicesse cose un po' strane che solo Sirius sembrava riuscire a capire, anche la sua personalità sembrava non avere nulla di eccezionale. Insomma, a suo parere Hazel era vuota oltre che bruttina, e Kamilah non era infatti per niente sorpresa del fatto che stesse per sposare Percy Weasley, conosciuto in tutto il Ministero per essere un uomo pedante e noioso.
Mentre l'interesse di Sirius per Kamilah Burke calava di giorno in giorno, il mago si rese conto che l'unica possibilità di avere un impiego capace di distrarlo era lavorare a Grimmauld Place insieme ad Andromeda.
- Non ci posso credere di essere di nuovo qui. - Disse Sirius dopo un sospiro, quando si ritrovò davanti alla porta nera di casa sua. - No, non credo di farcela. -
- Per Salazar, Sirius... borbotti come un calderone! - Esclamò Andromeda, esasperata, prima di colpire con la bacchetta la serratura di quell'uscio.
Sirius avvertì il conosciuto rumore di catenacci e lucchetti e poi la porta si spalancò su un corridoio che della vecchia Grimmauld Place aveva ben poco. La carta da parati era stata staccata e adesso le pareti erano state rivestite da pannelli di legno, i lampadari anneriti erano di nuovo splendenti come un tempo e gran parte dei quadri erano spariti. Solo uno era rimasto, cioè quello di sua madre, che gli diede subito il bentornato con una serie di insulti:
- Vergogna della mia carne, sei tornato a insudiciare la casa dei tuoi padri insieme a quella sgualdrina traditrice del proprio sangue di tua cugina! - Tuonò appena lo vide entrare. - Sottoprodotti di luridume... feccia... mostri... -
- Lascia stare. - Mormorò Andromeda quando lo vide esitare, prima di prenderlo per un braccio, trascinandolo lungo il corridoio, alla fine del quale girarono a sinistra.
Lì, dove una volta c'era il tetro soggiorno che ospitava l'arazzo con l'albero genealogico della famiglia Black, si aprì davanti a lui una sorta di reception. C'erano un paio di poltrone, un bancone di legno con sopra del grossi faldoni simili a registri, piume e inchiostro, solo il vecchio pianoforte era stato tenuto, sistemato proprio accanto al camino. Dell'arazzo, invece, non c'era più nessuna traccia.
- È tutto così... -
- Diverso, lo so. - Lo anticipò Andromeda, con una certa fierezza. - Dopo la guerra Harry voleva vendere la casa, ma poi ha pensato che sarebbe stato un vero peccato non sfruttare questo spazio in qualche modo, un modo che poteva renderti felice. E così è nato questo rifugio per maghi e streghe in difficoltà. -
- E come funziona? - Domandò Sirius.
- Chi alloggia qui può lasciare un'offerta, ma è il Ministero che finanzia la maggior parte delle spese. - Rispose Andromeda. - Il tuo compito sarà quello di registrare gli ospiti, accoglierli, essere disponibile in caso avessero delle necessità... un po' come Tom del Paiolo Magico. Di solito in inverno non abbiamo molta affluenza, ma durante le vacanze estive questo posto si riempie di ragazzini che non hanno una casa senza Hogwarts. -
Sirius annuì e poi tornò a guardarsi intorno, provando un insieme di strane sensazioni. In quella casa aveva sofferto tanto, eppure era anche il luogo in cui suo figlio aveva mosso i primi passi, il luogo in cui aveva mostrato a Hazel la parte peggiore di sé e dove si erano amati nonostante tutto. Ma era anche il luogo in cui lui le aveva spezzato il cuore, perdendola per sempre. E in quell'istante, Sirius si rese conto di non aver ancora mai avuto un suo ufficale perdono.
Con il passare del tempo Sirius scoprì che lavorare a Grimmauld Place non era poi un incubo come si aspettava e che, anzi, addirittura gli piaceva. In quella casa passavano soggetti davvero strani, una clientela talmente variegata da riuscire a ravvivare un po' le sue giornate.
Quella non era di certo la vita che aveva immaginato di vivere da ragazzino, ma era pur sempre qualcosa di meglio di ciò che sembrava essere il suo destino durante quei dodici anni ad Azkaban. Nemmeno una cosa era andata secondo i piani: non era diventato un auror, non aveva visto crescere Harry, non sarebbe mai invecchiato assieme a James e aveva avuto un figlio, nonostante le sue intenzioni fossero quelle di tagliare di netto quel ramo di quel tanto odiato albero genealogico.
Durante quelle prime settimane di lavoro lui e Andromeda si ritrovavano nella vecchia cucina di Grimmauld Place - l'unica stanza della casa rimasta esattamente uguale all'originale - per parlare dei vecchi tempi e di quella loro complicata famiglia.
- L'arazzo se l'è preso Narcissa, ma fosse stato per me l'avrei gettato via insieme a tutto il resto. - Raccontava Andromeda. - Dopo la guerra abbiamo cercato di riavvicinarci, io e Cissy, ma nonostante siano passati molti anni c'è ancora troppo dolore; inoltre lei conserva ancora tutte le sue convinzioni sulla purezza di sangue. Quando ha saputo di Janus è rimasta disgustata: un mezzosangue come erede dei Black, una vergogna. -
- Se Narcissa lo conoscesse probabilmente si renderebbe conto di quanto purtroppo lui sia all'altezza del cognome che porta. - Rispondeva Sirius.
Janus voleva sempre soddisfare le aspettative degli altri, soprattutto quelle di sua madre e di Percy, che erano sicuri che fosse destinato ad avere un gran successo nella vita, e questo lo rendeva tremendamente simile a Regulus, cosa che a Sirius non piaceva affatto.
A qualche mese dalla fine della scuola il giovane cominciò a percepire la cocente ansia che lo assaliva ogni volta che l'anno scolastico era agli sgoccioli. Doveva studiare per gli esami di fine anno a Hogwarts e anche per quelli della scuola babbana, doveva seguire le lezioni, adempiere a tutti i suoi doveri da prefetto e ritagliarsi in fine del tempo libero da passare con i propri amici. Janus iniziò dunque a passare molto più tempo del solito in biblioteca a fare conti con grossi libri di incantesimi e trasfigurazione e allo stesso tempo cercando di capire come si risolvessero le equazioni di secondo grado e altre inutilità che però Hazel teneva tanto che suo figlio imparasse.
Alle vacanze di Pasqua mancava meno di una settimana, doveva solo tenere duro un altro po' e poi si sarebbe potuto finalmente rilassare per qualche giorno. Chissà, magari con la scuola meno affollata del solito sarebbe stato meno imbarazzante passare del tempo da solo con Faye in qualche angolo un po' più appartato del castello.
Quella prospettiva, da un lato particolarmente particolarmente piacevole, in quel momento gli provocò un forte senso di disagio: per quanto lo desiderasse non era capace di lasciarsi andare, si vergognava e fino ad ora era sempre riuscito a evitare quei momenti di intimità, ma con l'arrivo delle vacanze potevano non esserci più scuse.
Non era mai tornato a casa per Pasqua, erano solo pochi giorni e non ne valeva la pena, ma adesso che ci pensava bene forse quell'anno avrebbe fatto un'eccezione.
O magari potresti comportarti in modo normale, una volta tanto, pensò angosciato, mentre fissava la pergamena su cui stava scrivendo un saggio per erbologia.
Non fece in tempo a finire di formulare quel pensiero che una ragazzina dai capelli rossi con indosso una divisa da Corvonero gli si sedette proprio davanti, tenendo tra le mani una pergamena un po' stropicciata.
- Mio padre e tua madre dicono che quest'anno dobbiamo tornare a casa per Pasqua. - Esordì Molly, abbandonando sul tavolo la lettera che Percy e Hazel avevano spedito a lei e sua sorella. - Dobbiamo scegliere i vestiti per il matrimonio. -
Quelle parole fecero sgranare gli occhi del giovane. - Davvero? - Chiese incredulo.
Molly alzò un sopracciglio. - Sì. Noto che la cosa ti rende allegro. - Commentò perplessa.
- Non sai quanto, Polly, non sai quanto. - Annuì lui.
- Hazel dice che puoi far venire anche Faye. - Lo informò la ragazzina.
- Al matrimonio? -
- Sì, anche. Ma io intendevo dire a Pasqua. -
Janus sospirò e poi tornò a guardare la pergamena su cui stava scrivendo il saggio di erbologia. - È meglio di no. - Mormorò.
Molly lo scrutò attentamente. - Vi siete lasciati? - Domandò a bruciapelo.
- No. -
- Allora perché pensi che sia meglio di no? Vi state per lasciare? - Lo torchiò Molly, sempre più curiosa. - Tutta la scuola pensa che tra voi non durerà ancora per molto. -
Janus alzò nuovamente lo sguardo. - Tutta la scuola? Ad esempio chi? -
Lei si strinse nelle spalle. - Be'... praticamente chiunque. - Rispose. - Dicono che lei sia un po' troppo per te, ma io credo il contrario visto quanto è incasinata. -
- Non è così incasinata. -
- Perché non vuoi che stia con noi a Pasqua? - Tornò a insistere Molly.
Janus esitò. Per quanto lei fosse matura per la sua età aveva pur sempre dodici anni e gli faceva strano parlare con lei di questioni di cuore o, come in quel caso, di cose molto più spinose. - È complicato da spiegare. - Si limitò a dire.
Molly sbuffò, poi unì le mani davanti a sé in una posa da piccola adulta e attese che lui continuasse a parlare.
- Il punto è che Faye è davvero molto esperta in fatto di relazioni. - Proseguì poco dopo Janus, proprio come previsto. - Ha avuto tantissimi ragazzi e ovviamente tutti di gran lunga migliori di me, tutti belli e popolari. E poi ci sono io. Insomma che ci fa con uno come me? Guardami, io... faccio schifo. -
Molly rimase ancora in silenzio per una manciata di secondi, fissandolo con una strana espressione in volto, un misto tra tristezza e sorpresa insieme. - Tu non fai schifo. - Gli disse. - Il tuo problema è che credi ancora di essere il ragazzino strano di sei anni fa. -
- Ma sono ancora strano. -
- Sì, ma la tua stranezza mi piace e, fidati di me, piace anche a Faye. - Assicurò Molly, decisa. - Altrimenti non starebbe con te. Lei può avere chi vuole e ha scelto te, non uno bello e popolare, te, proprio te. E poi anche tu sei bello. -
Janus corrugò le sopracciglia. - Probabilmente sei l'unica a pensarlo. -
Molly scosse la testa. - Oh no, in realtà lo pensa anche Rita Skeeter. L'estate scorsa ho letto un sacco di articoli su quanto sei avvenente. - Sogghignò.
- Avvenente e misterioso, mia cara, avvenente e misterioso. - La corresse Janus sorridendo. - Che periodo imbarazzante quello. -
- E poi c'è anche mia nonna che lo pensa. - Continuò la giovane. - Secondo me nutre il desiderio segreto che tu ti metta con una di noi Weasley in futuro. -
- Per ora siete tutte troppo piccole, ma noi due abbiamo pur sempre il nostro accordo. - Buttò lì Janus alzando le spalle con un sorrisetto beffardo in volto. - Entrerei a far parte della famiglia in modo ufficiale. -
- Sei già parte della famiglia. - Sottolineò Molly. - Sei mio fratello molto più si quanto lo sia Lucy, quella stronza. -
- Molly, linguaggio. - La rimproverò, alzando gli occhi al cielo. - Comunque che ha fatto quella piccola stronza di Lucy? -
Janus riuscì così a scampare alle grinfie di Faye per l'ennesima volta, dando tutta la colpa a Hazel e Percy che reclamavano la sua presenza a casa per alcune questioni riguardanti l'organizzazione del matrimonio.
Durante la settimana di Pasqua, Janus riuscì ad assaporare nuovamente una ormai quasi dimenticata calma, scandita dai compiti per le vacanze e da una vita familiare inaspettatamente tranquilla. Probabilmente sua madre e Percy non erano mai andati più d'accordo di così prima d'ora e mentre li osservava a pranzo e a cena si sentiva se possibile ancor più in colpa di desiderare di vedere di nuovo i suoi genitori uniti. Insomma, quei due stavano alla grande e lui, da bravo egoista, aveva tentato di dare dei consigli a Sirius per dividerli.
Inoltre era Hazel quella che sembrava che se la stesse passando meglio. Aveva l'aspetto di una che aveva ricevuto una bella notizia o una ventata d'aria fresca nella propria vita, un cambiamento. Perfino Percy, che non era l'essere più attento ed empatico del mondo, si era reso conto che c'era qualcosa di nuovo, anche se non sapeva esattamente cosa.
Il suo cambiamento era così sospetto che una mattina, qualche giorno dopo la fine delle vacanze di pasqua, Percy diede un'occhiata al computer di lei, scoprendo che aveva ripreso seriamente a dipingere e che, a quanto pareva, un paio di suoi quadri erano esposti in una galleria gestita da un collettivo di artisti.
- Non mi ha detto niente, nemmeno una parola a riguardo. - Disse Percy a bassa voce per non farsi sentire dagli altri, seduto tra Charlie e Ginny sul divano sformato della Tana, in attesa che la cena fosse pronta. - Stiamo per sposarci, per Godric! Ma lei sembra vivere una vita parallela in cui dipinge e chissà cos'altro! -
- Quanto sei esagerato. - Rispose Ginny, alzando gli occhi al cielo. - Lo sai benissimo perché ti tiene all'oscuro di certe cose. -
- Invece non lo so, ma illuminami, Ginny, prego. - La spronò pomposamente il fratello.
Di nuovo Ginny alzò gli occhi verso il soffitto. Le capitava davvero tante volte quando aveva a che fare con Percy. - Percy il perfetto che non sa qualcosa, che assurdità. - Lo prese in giro, beccandosi un'occhiataccia. - Tu non la sostieni mai quando si tratta di certe cose. - Concluse alla fine.
- Non è del tutto vero. - Obiettò Percy. - Semplicemente non voglio che ci rimanga male quando capirà per l'ennesima volta che quel treno per lei è passato. Dovrebbe concentrarsi su ambizioni più realistiche, come l'insegnamento e la scrittura, sta già costruendo una brillante carriera come critica, non può volere tutto. Insomma cosa succederà se mai dovessimo avere dei figli? Non può giocare a fare l'artista per sempre. Prima o poi nella vita si cresce ma lei non sembra avere intenzione di farlo. -
Ginny e Charlie rimasero in silenzio a osservare il fratello per un po'.
- Questa è una delle cose più tristi che tu abbia mai detto. - Sentenziò poi Ginny.
- Merlino, Perce, sei senza cuore. - Aggiunse Charlie.
- Inoltre Hazel non vuole altri figli, questo te lo posso assicurare. -
- Con Sirius ne voleva. - La smentì Percy.
Ginny si trattenne da alzare gli occhi al cielo per la terza volta. - Janus era piccolo, è normale che ci abbia pensato qualche volta di fargli un fratellino o una sorellina. Inoltre a quei tempi era più giovane e... -
- E più innamorata. - La anticipò tristemente Percy. - Lei non mi ama come amava lui, questo è ovvio. A lui non nascondeva mai nulla mi sembra. -
- Ancora con questa storia? - Fece Charlie, quasi esasperato. - Abbiamo fatto questa conversazione decine di volte negli ultimi sei anni. -
- Lo so, ma Sirius non c'era a quei tempi, quindi non era poi una così grande minaccia, dato che era morto. - Disse Percy. - Ma adesso lui è vivo e tutti voi lo adorate come una divinità. -
Stavolta fu Charlie ad alzare gli occhi al cielo. - Tu sei pazzo. -
- Non darmi del pazzo! - Sbottò Percy. - Nostro padre passa un sacco di tempo nel capanno insieme a lui a trafficare con quelle diavolerie babbane, nostra madre lo tratta come se fosse fatto di vetro e Ginny... tu pensi che sia "un gran figo". - Continuò, enfatizzando le ultime tre parole con una vocetta irritante e disegnando due virgolette immaginarie in aria.
Ginny trattenne una risata. - Be', forse perché lo è? Adesso che ai miei occhi non è più un vecchio burbero non ho problemi ad ammettere che sia un gran bel pezzo di figliolo. -
Charlie fece una faccia schifata e Percy mugugnò scontento.
- Comunque, ne hai parlato con lei, del fatto della galleria? - Tornò a parlare Ginny.
- Ovviamente no, sarebbe come ammettere di aver guardato nel suo computer. - Rispose Percy, con un tono ovvio. - Una chiara violazione della sua privacy di cui non vado fiero, ma pensavo che mi stesse tradendo, è troppo felice ultimamente. Invece lei dipinge, tutto qui. Ma non me lo dice. -
- Di che state parlando? - Ron si unì alla discussione, sedendosi prepotentemente in mezzo a Charlie e Percy con un vassoio pieno di tartine tra le mani.
- Di niente. - Rispose Percy.
- Percy ha guardato nel computer di Hazel perché pensava che lei lo stesse tradendo, ma ha scoperto solo che è tornata a dipingere. - Riassunse Ginny.
Ron annuì meditabondo, rivolgendo il suo sguardo nella direzione di Hazel, che parlava con Hermione accanto ai fornelli, tenendo il telefono in mano. - E il cellulare glielo hai controllato? - Domandò, tornando a guardare il fratello.
- Certo che no! - Si indignò lui. - È sbagliato! Sono già andato oltre guardando tra le sue email, non cadrò ancor più in basso, nossignore! -
Ron prese una delle tartine dal vassoio che adesso teneva sulle ginocchia e se la portò alla bocca. - Be', lo ha sempre in mano e scrive messaggi in continuazione. Se ti tradisce la risposta è lì, no? -
- Ron, e dai! - Sbottò Ginny. - Adesso non mettergli il doxi nell'orecchio! -
Ron alzò le mani in segno di difesa. - Miseriaccia, era solo per dire! - Esclamò.
- Non avrebbe senso fare una cosa del genere. - Interloquì Charlie, con serietà. - Se ci fosse qualcosa da nascondere allora lo farebbe. Lei è una babbana, non puoi competere nel campo della tecnologia contro di lei, Perce. Puoi solo fidarti. -
Percy sospirò e poi si voltò per poter guardare Hazel. Subito nella sua testa rimbombò una domanda: quante altre cose gli stava nascondendo la sua futura moglie?
Quel quesito lo tenne sveglio per gran parte della notte.
Percy aveva preso sonno solo da qualche ora quando la luce del sole cominciò a farsi strada tra le tende, ridestandolo. Al suo fianco, tutta raggomitolata e con il volto rivolto nella sua direzione, Hazel dormiva ancora profondamente. Percy la fissò nella penombra della stanza per qualche minuto senza fare un fiato e senza muoversi di un millimetro, poi si fece rotolare finendo con il volto rivolto verso il soffitto, sospirò e si passò una mano sul volto assonnato.
Forse per la mancanza di sonno, o forse per tutto quel rimuginare delle ultime ore, ma l'impressione che ci fosse qualcosa che non andava quella mattina sembrava una vera e propria certezza. Si mise a sedere e i suoi occhi finirono come attratti sul comodino di Hazel, su cui era appoggiato il telefono della donna. Sarebbe bastato poco, poteva allungare semplicemente la mano, afferrare quell'aggeggio e porre fine a quei suoi dilanianti dubbi. Ma non poteva, anzi, non voleva.
E poi qualcosa accadde: il telefono vibrò e lo schermo si illuminò per un secondo prima di tornare scuro. Fu in quel momento che la curiosità di Percy esplose.
Dopo un breve attimo di indecisione il mago cedette, ritrovandosi il telefono di Hazel in mano quasi come se non fosse stato lui a prenderlo. Inserì la password alla svelta e puntò subito tutte le sue attenzioni sull'app che Hazel utilizzava per inviare e ricevere messaggi. Sembrava tutto nella norma: Tonks le aveva raccontato dell'ultimo appuntamento che aveva avuto con un babbano che di mestiere faceva il chirurgo, Ginny le aveva mandato una buffa foto di Lily che pasticciava con dei colori a tempera, qualche sua collega le inviava articoli e locandine di mostre e uno di quegli artisti da strapazzo della galleria faceva palesemente lo scemo con lei ricevendo in cambio qualche risposta gelata di tanto in tanto.
Percy fece scorrere il dito fino a un nome in particolare, quello di Sirius, con cui a quanto pareva aveva parlato proprio il giorno prima.
No, ti prego... pensò con il cuore che gli batteva fortissimo nel petto, pronto ad aprire quella conversazione.
- Che stai facendo? - Tuonò la voce di Hazel, svegli ma assonnata, che lo fissava confusa dalla sua parte di letto.
Percy sobbalzò. Era stato colto sul fatto. - Ti è arrivato un messaggio. - Disse teso.
Hazel si mise seduta e lo scrutò attentamente. - Oh. E cosa dice? - Domandò, lasciandosi sfuggire un tono un po' passivo-aggressivo. - Non è che mi stavi controllando? - Aggiunse ridacchiando nervosamente.
Percy esitò, valutando per bene quale fosse la risposta migliore da dare. - No, certo che no. - Disse, abbandonando il telefono sul materasso e sforzandosi così tanto di apparire naturale che la sua voce uscì piatta e vuota. - Tanto tu non mi nasconderesti mai nulla. -
Hazel annuì con incertezza. Percy solitamente era piuttosto bravo a mentire, eppure in quel momento sembrava palese che ci fosse qualcosa sotto.
- Tu e Sirius vi vedete ultimamente? - Il mago si lasciò sfuggire quella domanda prima ancora di pensare se fosse la mossa giusta chiedere una cosa del genere a Hazel.
Lei, a sua volta, sembrò irrigidirsi come colpita da un petrificus totalus ma tentare di fare il possibile per non darlo a vedere. - Di tanto in tanto. - Ammise. - Perché? -
- Nessun motivo in particolare. - Disse Percy con leggerezza. - Dimmi, oggi fai qualcosa di interessante? Ti aspetta una bella giornata? -
- Le solite cose. - Rispose Hazel evasiva, mentre si alzava in piedi per prepararsi alla giornata che la attendeva. - Starò tutta la mattina a Oxford, nel pomeriggio invece voglio visitare la mostra di un mio ex studente. Tu invece, cosa farai? -
- Ho un paio di relazioni da firmare e qualche regolamentazione da rivedere, nulla di così importante dopotutto. - Raccontò Percy, lasciandola perplessa: di solito Percy gonfiava qualsiasi cosa facesse come se dalla riuscita del suo operato ne valesse il futuro della razza umana. - Vai a una mostra in una galleria gestita da un collettivo di artisti? -
Hazel, che in quel momento era di spalle, con il volto rivolto verso l'armadio spalancato, si sentì di nuovo raggelare. - In verità è una mostra in un centro sociale. -
- Ci vai con qualcuno? - Chiese Percy, molto interessato.
- No. Non vorrai mica venire con me. -
- Be', perché no? -
- Perché so che non è il tuo genere. - Chiarì lei, chiudendo l'armadio dopo aver scelto un vestito dalle fantasie geometriche.
- A me piace l'arte, lo sai. - Ribatté Percy.
- Sì, quando si tratta di rinascimento o neoclassicismo. - Obiettò Hazel. - In questo caso si tratta della mostra di un ventenne che usa l'arte per urlare al mondo il suo dissenzo per il fatto che la sua generazione non avrà un futuro per colpa dell'odierna classe dirigente che sta prosciugando il mondo, non è come andare a vedere Caravaggio agli Uffizi. E poi è in un centro sociale, Perce, l'ultima volta che siamo stati a un simile evento insieme tu hai calpestato un'installazione. -
- Sembrava un tappeto! - Esclamò Percy, e le sue orecchie diventarono un po' più rosse.
Hazel sorrise e poi si sedette sul letto. - Hai ragione, sembrava un po' un tappeto. Ma oggi ci saranno cose molto più strane, non voglio che ti annoi. -
Percy rimase in silenzio e la fissò con uno sguardo davvero difficile da leggere. Sembrava triste, appesantito da qualcosa di doloroso. - In realtà ora che ci penso direi che non posso nemmeno oggi. - Disse annuendo. - Nel pomeriggio ho una riunione con il capo dell'Ufficio per la Cooperazione Magica per parlare di passaporte internazionali, a quanto pare è in corso un significativo traffico di merce illegale che noi del trasporto dobbiamo tenere sotto controllo. -
- Un vero spasso. - Commentò Hazel
- È molto importante per la sicurezza del mondo magico e anche di quello babbano tenere a sotto controllo certi movimenti. - Sottolineò il mago.
Lei annuì, poi afferrò il telefono ancora abbandonato sul letto e si alzò nuovamente. - Vado a fare una doccia, sono già in ritardo. - Annunciò, prima di lasciare quella stanza, avvolta in una strana sensazione di disagio.
Quella mattinata passò in un soffio grazie agli impegni che riuscirono a tenere la mente di Hazel lontana dal pensare a Percy. All'ora di pranzo però, ormai da sola nel suo ufficio, Hazel non riuscì a fare a meno di rimuginare sulla strana conversazione che aveva avuto con il suo futuro marito solo poche ore prima. Aveva l'impressione che Percy sapesse molto più di quanto non avesse ammesso e, per quanto si sentisse arrabbiata con lui per probabilmente violato la sua privacy, era molto più forte il senso di colpa per avergli nascosto parecchie cose in quegli ultimi mesi. Forse Percy le stava dando la possibilità di redimersi così da tornare sulla giusta via e lei non voleva sprecare quell'occasione, non voleva rovinare tutto.
Hazel sospirò, salvò il documento su cui stava lavorando da computer e chiuse la schermata, ritrovandosi faccia a faccia con la foto dello sfondo. Ritraeva cinque persone: lei, Percy, Janus, Molly e Lucy, e risaliva alla loro prima vacanza insieme come famiglia, almeno quattro o cinque anni prima.
Era passato tanto di quel tempo, avevano fatto tanta di quella strada insieme, e Hazel sentiva che tutto quell'amore le sarebbe sfuggito di mano se avesse continuato a fare errori. Percy le aveva dato stabilità e sicurezza, due cose che lei non aveva mai avuto prima di incontrarlo. Doveva proteggere ciò che aveva da sé stessa. E da Sirius.
Hazel fece appena in tempo a finire di formulare quel pensiero quando all'improvviso la porta dell'ufficio si spalancò. Proprio come se l'avesse appena evocato, Sirius Black varcò quella soglia.
- Che ci fai qui? - Gli chiese, perplessa.
Sirius apparve sorpreso da quella domanda. - È venerdì, di solito pranziamo insieme. - Rispose, mostrandole il sacchetto che teneva in mano, prima di voltarsi per chiudere la porta. - Stai bene? Sembri strana. - Aggiunse, sedendosi sulla sedia dall'altra parte della scrivania con molta naturalezza.
- Sì, sto bene. - Tagliò corto lei.
- Ottimo. - Disse allegramente Sirius, tirando fuori il pranzo dal sacchetto. - Oggi il bar dell'università offriva la solita triste scelta di panini ammuffiti, mi dispiace. -
- Non ti preoccupare, in realtà non ho molta fame. - Rispose Hazel.
Sirius la scrutò con sospetto per qualche secondo. - Hazel, te lo chiederò di nuovo: stai bene? -
Lei posò gli occhi sullo schermo ancora acceso del suo computer per guardare la fotografia e subito il viso di Percy ricambiò il suo sguardo. - Credo che Percy mi spii. - Disse, andando dritta al punto.
- In che senso? -
- Nel senso che stamattina l'ho beccato a curiosare nel mio telefono, inoltre sono quasi del tutto certa che sappia che ho ripreso seriamente a dipingere. - Raccontò cupamente Hazel. - Forse ha letto anche i nostri messaggi. -
- Quale sarebbe stato il problema? - Domandò Sirius senza capire.
Solo a quel punto Hazel staccò lo sguardo dallo schermo, rivolgendolo verso il mago. - Ci vediamo quasi tutti i giorni e lui non ne sa niente. - Gli ricordò amareggiata.
- E quindi? Non facciamo niente di male quando siamo insieme. - Controbatté Sirius.
Quella conversazione stava prendendo una strana piena.
- Io sarei molto infastidita se lui facesse lo stesso con Audrey. - Spiegò lei. - Spesso mi sento come se lo stessi tradendo e mi sento uno schifo. -
Sirius rimase in silenzio. Era faticoso essere amico di Hazel, averla accanto per tutto il tempo senza poterla nemmeno sfiorare, guardare mentre amava un altro uomo e si preoccupava per uno che non era lui, ma sarebbe stato molto peggio non averla affatto accanto. Aveva bisogno di lei, dei loro momenti in cui tutto sembrava come una volta e la vita tornava ad avere un vero senso.
- Forse dovresti solo lasciarlo. - Asserì bruscamente il mago.
Hazel aggrottò la fronte. - Ma cosa dici? - Sbottò sulla difensiva.
- Perché ti ostini a stare con lui, Hazel? - Insistette Sirius.
- Secondo te? Perché lo amo! - Esclamò la donna, incredula di doverlo sottolineare. - Lui è la mia famiglia, i Weasley sono la mia famiglia: Janus è legato a Molly e Lucy come se fossero le sue sorelle, Molly e Arthur sono come dei nonni per lui e come dei genitori per me! Non posso lasciarlo. -
- Quindi sei innamorata della sua famiglia, non di lui. - Insinuò Sirius.
Hazel si irrigidì. - Per te è sempre tutto o bianco o nero. - Affermò freddamente. - Ma è più complicato di così; l'amore è complicato in generale e io non devo di certo darti delle spiegazioni riguardo i motivi che mi spingono a stare con Percy. -
- Invece dovresti farlo, dato che si nota lontano un miglio quanto tu sia infelice e annoiata con lui. - Ribatté Sirius. - Percy non ti rispetta. -
Hazel guardò Sirius con incredulità e poi sulle sue labbra apparve un piccolo sorriso amaro, privo di ogni allegria e molto più simile a una smorfia. - Tu mi hai modificato la memoria e poi sarebbe lui quello che non mi rispetta? - Domandò tagliente. - Tu pensi che io sia infelice e annoiata, quando in realtà sono al sicuro, sono tranquilla. Con te era come vivere continuamente sull'orlo di un precipizio e non è in tutta sincerità ciò che voglio. Quel tipo di rapporto mi stava logorando. -
Sirius percepì la punta arroventata del senso di colpa conficcarsi nel suo stomaco in un modo che non accadeva da molto tempo. Aveva rovinato così tante esistenze, aveva fatto così tanti errori, e spesso Hazel glielo ricordava proprio come se fosse ancora molto arrabbiata con lui.
- Mi perdonerai mai per ciò che ti ho fatto? - Le chiese.
- Ti ho già perdonato da un pezzo. - Assicurò Hazel, anche se il tono sembrava dire il contrario. - Ti ho perdonato, ma non ho dimenticato. -
Sirius scosse la testa. - Non riuscirai mai più a fidarti di me come un tempo, lo so. - Disse. - Ma in fin dei conti è colpa mia, quindi non posso far altro che accettarlo. -
- Adesso ti stai autocommiserando. - Commentò Hazel.
- Ma è la verità. Rovino tutto ciò che tocco da sempre, la mia esistenza è un flagello. -
Lei scosse la testa, fissandolo con un'espressione dura dipinta in volto. - Piantala. - Ordinò duramente. - Non credo che sarei la persona che sono oggi se non ti avessi incontrato. È stato doloroso, questo lo sappiamo entrambi, ma non cambierei nulla, anzi ti incontrerei di nuovo un altro milione di volte. Quindi piantala, perché un mondo senza di te ti assicuro che è un posto ben peggiore. -
Lui abbozzò un sorriso anche se dentro sembrava essere tornato il gelo tagliente dei dissennatori.
- Ci ho pensato e forse è il caso di allentare un po' questa cosa tra noi. - Continuò a parlare Hazel, e subito l'espressione di lui mutò radicalmente, stravolta dalla preoccupazione.
Sirius aveva la sensazione che Hazel gli stesse scivolando tra le dita, era ormai certo che un giorno le loro vite si sarebbero divise per sempre senza nemmeno dargli il tempo di rendersene conto. - Che vuol dire? - Domandò l'uomo.
Hazel esitò. - Non lo so... credo che continuare a vederci con questa frequenza sia un po' deleterio per entrambi. Percy potrebbe scoprirlo e io non voglio rovinare tutto, mentre tu... insomma a Kamilah non importa? -
- Io e lei non abbiamo quel tipo di rapporto. - Rispose Sirius alla svelta. - Inoltre tu sei più importante di lei, se mi chiedesse di scegliere io non esiterei un momento a scegliere te. Peccato che per te non sia lo stesso. -
- Questo è un discorso infantile. - Lo criticò Hazel. - Tu sei... -
- Uno con cui sei stata tantissimo tempo fa per qualche anno e con cui per sbaglio hai fatto un figlio. - La interruppe gelidamente Sirius. - Mentre Weasley... be' lui è il tuo futuro marito perfetto. -
Hazel sbuffò. - Senti, non ho nessuna voglia di mettermi a litigare con te adesso. -
- Nemmeno io. -
- Allora piantala di usare quel tono e per una volta rispetta una mia decisione. -
- Non so se voglio venire al tuo matrimonio. - Disse Sirius.
Lei annuì. - Vorrei che tu ci fossi, ma ti capisco se preferirai non venire. -
Crollò il silenzio su quell'ufficio per qualche secondo e per entrambi fu come veder sfumare sotto il loro occhi i progressi degli ultimi mesi. Eppure Hazel ne era certa, stava facendo la scelta giusta.
- Ho comprato uno dei tuoi quadri. - Disse d'improvviso lui, quasi come se non riuscisse più a sopportare il silenzio.
- Lo so, sospettavo che fossi tu. Non dovevi. -
- Volevo solo farti sapere che ti sostengo. Sempre. -
Hazel gli sorrise e basta, poi distolse lo sguardo, posandolo nuovamente sullo schermo del computer, mentre gli occhi di Sirius erano inchiodati sul suo volto, come se quella fosse l'ultima possibilità di poterla guardare.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro