Ritorno a scuola
Capitolo 35
Se qualcuno avesse chiesto a Janus di descrivere il suo rientro a scuola con una sola parola, era certo che avrebbe riposto dicendo “terrificante” senza esitare un momento.
Era ormai consapevole del fatto che il ritorno in vita di suo padre aveva attirato tanta attenzione e ovviamente non solo sul diretto interessato, ma anche su sua madre e su di lui che, fin da quando aveva passato la barriera del binario 9 e ¾, si era beccato più di qualche occhiata curiosa.
Durante quei primi anni a Hogwarts nessuno si era disturbato di dargli più attenzioni del dovuto, anzi, nonostante fosse tra i migliori studenti della scuola, il ragazzo si reputava piuttosto insignificante. Ora, invece, ovunque andasse poteva sentire i sussurri degli altri studenti e i loro sguardi che lo toccavano come se fossero delle mani, e nonostante la cosa lo irritasse enormemente, Janus decise di fare ciò che da sempre gli usciva meglio: ignorare totalmente la cosa, per quanto possibile.
Insomma, era certo che prima o poi avrebbero smesso, anche se ogni volta che su quei giornaletti da quattro soldi compariva il suo nome, la fine di quella tortura appariva lontana anni luce.
Anche se tutte quelle attenzioni indesiderate lo facessero sentire molto a disagio, Janus era comunque felice di essere tornato a scuola, visto che questo voleva dire poter stare finalmente lontano dall’uomo che tutto quel caos l’aveva provocato.
Quella mattina di metà settembre, il soffitto della Sala Grande era di un azzurro sereno, macchiato da nubi a ciuffi, proprio come i rettangoli di cielo visibili oltre le alte finestre. Janus, seduto al tavolo dei Grifondoro con indosso la sua impeccabile divisa su cui aveva appuntato il distintivo da prefetto, stava facendo colazione, gli occhi puntati nella direzione del tavolo dei Serpeverde in cui Faye era seduta.
Sapeva bene che, una volta iniziata la scuola, il tempo che passava con la ragazza si dimezzava drasticamente. Ikaris non gradiva molto che Faye fosse tanto legata a lui e fin dall’inizio aveva fatto del suo meglio per allontanarli, senza però riuscirci mai del tutto. Ad ogni modo, Janus sentiva la mancanza delle feste del Lumaclub a cui andavano insieme, delle mattine domenicali passate sulla riva del Lago Nero e delle gite a Hogsmeade che aveva passato in sua compagnia in quegli anni, ma si sentiva anche un idiota, perché spesso aveva l’impressione che a lei non importasse poi così tanto della loro amicizia. Così, anche se gli sembrava una pessima idea, aveva iniziato a seguire quello stupido consiglio che Sirius gli aveva dato in stazione: la stava ignorando, o almeno ci stava provando. Era così difficile per lui dirle di no e tirarsi indietro quando gli proponeva di fare qualcosa.
Seduto al suo fianco, Klaus era invece rivolto verso il tavolo dei Tassorosso: - Una tipa strana ti sta fissando. - Lo informò all’improvviso, mentre si ingozzava di porridge.
- Tutti mi stanno fissano. - Gli ricordò Janus, con aria annoiata.
- Lei lo fa in modo diverso e inquietante. - Insistette Klaus, dandogli una gomitata di incitamento. - Dai, guarda. -
Janus sbuffò e finalmente si voltò nella direzione indicata dall’amico. Lì, tra tanti altri studenti di Tassorosso, una ragazzina paffuta, dai capelli neri e lucidi che gli incorniciavano il viso dalla carnagione scura, ricambiò il suo sguardo timidamente prima di distoglierlo imbarazzata. Non era particolarmente carina, eppure qualcosa scatenò una strana curiosità in lui, che ebbe l’impressione di conoscerla già.
Dopo un attimo di esitazione, la giovane si alzò, inciampò scatenando qualche risatina da parte dei suoi compagni di Casa e poi uscì zoppicando fuori dalla Sala Grande guardando a terra, piena di imbarazzo.
- Poverina. - Disse Annie, appena arrivata al tavolo, facendosi spazio tra i due amici sulla lunga panca di legno. Anche lei portava lo stesso distintivo di Janus sulla divisa. - Non fanno altro che prenderla in giro per quel problema che ha alla gamba. -
- Che ha alla gamba? - Domandò Klaus.
Annie scrollò le spalle. - Non lo so, però zoppica, quindi qualcosa avrà, immagino. - Rispose, versandosi del succo di zucca.
- Ma perché, la conosci? - Chiese Janus, insolitamente curioso.
Lei scosse la testa. - No… cioè, la conosco di vista. Non so nemmeno il suo nome. -
La questione scivolò via dalla mente di Janus quando un gufetto tutto spennacchiato e scuro atterrò proprio davanti a lui, con una lettera legata alla zampetta. Lo riconobbe subito, era il gufo di suo padre e quella busta che portava con sé era chiaramente l’ennesima lettera da parte dell’uomo a cui non avrebbe risposto. Nonostante questo la slegò dalla zampa dell’uccello, che volò via con un rapido sbattere d’ali.
- Certo che ne ha di cose da dirti tuo padre. - Commentò Klaus, guardando la busta tra le mani dell’amico. - Ti ha scritto più lui in due settimane che tua madre in cinque anni. -
- Magari potresti rispondergli, di tanto in tanto. - Suggerì Annie.
- Piuttosto mi uccido. - Rispose Janus, infilando distrattamente la lettera in tasca.
- Quanto sei melodrammatico. - Sbuffò Annie, alzando gli occhi al cielo. - Non potrai ignorare la cosa per sempre. È un comportamento deleterio oltre che infantile. -
Janus non rispose, ma si concentrò sul piatto pieno di uova strapazzate che aveva sotto il naso, come per far capire all’amica che non aveva nessuna intenzione di continuare quella conversazione che si ripeteva sempre uguale, ogni mattina, da quando la scuola era ricominciata.
Poi un ragazzino dai capelli turchesi e la cravatta nera e gialla da Tassorosso, allentata attorno al collo, si sedette davanti ai tre, dall’altra parte della tavolata, attirando la loro attenzione. Anche lui aveva una lettera tra le mani, la sua però era aperta, pronta per essere letta: - Zio Sirius dice perché non rispondi alle sue lettere. - Disse Teddy Lupin, guardando Janus.
- È tuo cugino, non tuo zio, idiota. - Lo corresse gelidamente il Grifondoro.
I capelli di Teddy assunsero una tenue sfumatura di rosso. - Che gli devo dire? - Chiese.
- Che ho da fare, che non ho tempo di rispondere alle sue stupide lettere e che potrebbe anche smettere di scrivermi. - Rispose Janus in fretta. - E sistemati quella cravatta, o ti tolgo dei punti. -
Teddy lo guardò male, ma obbedì. - Dice anche se ti va di vederlo quando ci sarà la prima gita a Hogsmeade. - Aggiunse, guardando il foglio di pergamena che aveva poggiato sul tavolo. - Oppure se esci dalla scuola di nascosto così potete vedervi. -
Janus si lasciò sfuggire un verso sprezzante. - Non ci penso nemmeno. Non posso uscire dal castello di nascosto solo perché vuole vedermi. - Disse indignato. - Per la gita a Hogsmeade… non è fatta per vedere i genitori. Trasformati in me e vacci tu. -
Teddy sgranò gli occhi. - Davvero posso? - Chiese, sorpreso ed esaltato.
- Certo che no, Ted, ho una reputazione da mantenere e so che combineresti un sacco di guai. - Sbuffò Janus, alzando gli occhi al cielo. - Inventati una scusa, digli che odio Hogsmeade, che devo restare al castello per qualche motivo o cose del genere. -
Teddy si accigliò. - Però non dovresti trattarlo così. - Disse duramente.
- Pensa agli affari tuoi. - Tagliò corto Janus, prima di alzarsi in piedi, mettendosi lo zaino in spalla. - Che lezioni avete adesso, vuoi due? - Domandò rivolgendosi a Klaus e Annie.
- Io e te abbiamo due ore buche, tu, Annie? - Fece lui.
- Divinazione. - Rispose la ragazza.
Janus e Klaus si scambiarono un’occhiata eloquente. Erano a conoscenza dal terzo anno del fatto che la loro amica avesse quella strana passione per la divinazione, e per quanto ci avessero provato, era più forte di loro, non sarebbero riusciti a prendere sul serio quella materia nemmeno tra un milione di anni. Nonostante questo, Janus trovava la professoressa Cooman estremamente divertente.
- Se venissimo con te? - Propose sogghignando.
- Fate come volete, ma tenete a bada la vostra energia negativa: annebbia il mio occhio interiore. - Borbottò Annie.
Tutti e tre salutarono Teddy in fretta e si avviarono verso l’uscita della Sala Grande.
- Comunque tuo cugino ha ragione. - Ricominciò Annie dopo un po’. - Pensa a come deve sentirsi, povero Teddy: suo padre è morto per davvero e tu tratti il tuo in questo modo. -
Janus alzò gli occhi al cielo e liquidò la questione con un pigro gesto della mano, come se fosse un insetto fastidioso. - Proverai a entrare nella squadra di quidditch anche quest’anno, Klaus? - Chiese all’amico, cambiando discorso.
Klaus arrossì. - No, quest’anno voglio evitare di rendermi ridicolo. È il sesto anno, mio padre dice che devo impegnarmi di più nello studio e lasciar perdere certi sogni che non mi porteranno mai da nessuna parte. - Rispose cupamente.
- Be’, però quest’anno hai una firebolt 3000. -
Lui lo guardò senza capire. - Non ho una scopa del genere, tu ce l’hai. - Obiettò.
- Io non ci faccio niente, è tua se la vuoi… hey, tu, ragazzino! - Esclamò Janus, bloccando uno studente più piccolo che cercava di superarlo con un affare di legno rosso fuoco stretto in mano. - I boomerang rimbalzatutto sono proibiti, dammelo. Meno cinque punti a Corvonero. -
Il ragazzino lo guardò male, ma consegnò lo stesso l’oggetto incriminato, allontanandosi poi velocemente.
- Non si corre nei corridoi! Guarda che ti faccio un richiamo! -
Annie, alle sue spalle, sospirò. - Merlino… tu fai davvero paura. - Disse seria.
- Sei tu che non prendi sul serio il tuo ruolo. - Ribatté Janus, guardando il boomerang.
- Davvero vuoi regalarmi la scopa che ti ha regalato tuo padre? - Si accertò Klaus.
Janus annuì. - Certo, è più utile a te che a me. - Asserì sorridendogli. - Probabilmente Molly ci rimarrà male, dato che la voleva lei, ma vorrei evitare di rendere forti le squadre delle altre Case; Grifondoro non vince la coppa del quidditch dai tempi di Harry. -
- Potresti chiedere a sua moglie se viene ad allenarci qualche volta. - Propose Klaus. - Non giocava nelle Holyhead Harpies? -
Camminarono verso la Torre Nord per almeno dieci minuti, parlando di quidditch e cercando di farsi scivolare addosso gli sguardi che gli studenti lanciavano verso Janus, che a sua volta guardava male chiunque si soffermasse un po’ troppo a fissarlo.
- Ma di che ti lamenti? - Fece Annie, col fiato corto mentre salivano le scale verso l’aula di divinazione. - Cinque anni a lamentarti della tua mancanza di popolarità, e adesso che finalmente qualcuno ti nota vivi la cosa come se ti desse fastidio. -
- Non sono io a essere popolare, ma Sirius. - Le ricordò Janus.
Salirono gli ultimi gradini e sbucarono sul piccolo pianerottolo, e poi ancor più su, lungo la scalinata che li portò direttamente nella classe della professoressa Cooman.
Faceva caldo e il fuoco che ardeva nel camino scoppiettava attorno ad un grosso bollitore di rame emanava un profumo intenso malsano. Gli scaffali che arredavano le pareti erano stipati di oggetti polverosi, candele a mozziconi e tantissime sfere di cristallo, alcuni dei tavolini rotondi erano già occupati da una ventina di studenti seduti a gruppi da tre sulle poltroncine foderate che li circondavano. C’erano parecchi Corvonero, qualche Tassorosso e tre Serpeverde, tra cui Faye, che li salutò con la mano sorridendo.
In altre circostanze, Janus si sarebbe avvicinato a lei, dato che non c’era traccia del suo fidanzato perfetto, ma la stava ignorando, dunque si sedette tra Klaus e Annie su una di quelle seggioline imbottire.
- Ultimamente passate poco tempo insieme tu e Faye. - Osservò Klaus, sotto voce.
Janus scrollò le spalle, e prima che potesse rispondere, la professoressa Cooman fece il suo ingresso in aula. Come al solito era avvolta in più strati di scialle, al collo indossava una lunga collana di perle e le sue braccia erano ricoperte di braccialetti che tintinnavano ad ogni sua mossa.
Guardò tutti gli studenti, uno ad uno, attraverso le spesse lenti degli occhiali che la facevano quasi sembrare una mosca rinsecchita. - Buongiorno, cari ragazzi, bentornati a divinazione. - Disse la professoressa, con quella sua soffice voce sognante. - Sono felice di ritrovarvi a Hogwarts tutti sani e salvi… e sono lieta di vedere che anche i più insospettabili vogliono prendere un M.A.G.O. nella mia materia. Accetto nella mia classe chiunque abbia voglia di esplorare il proprio occhio interiore, per tanto per me non conta affatto il voto che avete preso agli esami dello scorso anno. - E dicendo ciò guardò Janus e Klaus, che a loro volta tacquero cercando di rimanere seri. - Oh… caro ragazzo. - Continuò la Cooman; adesso i suoi grossi occhi da insetto erano puntati e fissi solo su Janus. - Durante tutta l’estate ho osservato da questa torre ogni evento e ora ciò che vede il mio occhio interiore è la tua anima inquieta e tormentata proprio come sospettavo che fosse. - Poi fece un passo indietro e, finalmente, tornò a rivolgersi alla classe. - Oggi, cari ragazzi, affronteremo la nobile arte della chiromanzia. Il vostro destino e chiuso nei palmi delle vostre mani, quindi dividetevi in coppie e con l’aiuto del libro cercate di leggervi la mano a vicenda. -
Ci fu un basso chiacchiericcio. Gli studenti tirarono fuori i propri manuali e seguendo le indicazioni della professoressa si divisero in coppie.
- Noi facciamo coppia a tre. - Sogghignò Janus, mentre Annie leggeva tutta concentrata il capitolo sulla chiromanzia. - Chi comincia? -
- Faccio io. - Disse Klaus, e gli prese una mano, assumendo intanto un atteggiamento che scimmiottava quello della Cooman. - Mio caro ragazzo! Ti attende una tragica sorte, una morte orribile a ventisette anni, come tutti quei cantanti famosi babbani… -
- Ma piantala. - Borbottò Annie, dando un’occhiata al palmo pallido di Janus. - Io vedo una lunga vita, un matrimonio felice con una donna più giovane e quattro figli. Però prima… una delusione d’amore. Eh sì, qualcuno ti spezzerà il cuore, caro mio… -
Janus alzò gli occhi al cielo. - Fortunatamente mia madre dice che la grande arte nasce dal dolore. - Buttò lì con disinteresse. - Adesso tocca a me. -
Continuarono così per molto: nel palmo di Annie, Janus vide una brillante carriera da veggente per babbani, una casa piena di gatti e una profonda crisi d’indentità a quarant’anni, mentre in quello di Klaus un brillante futuro da allenatore di quidditch, una frattura con la sua famiglia di origine ma un matrimonio felice.
- Magari litigherai con tuo padre perché non vuoi fare lo storico come lui. - Immaginò Janus. - Comunque sono tutte scemenze. -
- Come dici, caro? - Si avvicinò la Cooman. - Vieni, dammi la mano… oh sì… vedo tante cose irrisolte, mio caro, ma come potrebbe essere il contrario? Ho visto nelle mie sfere ciò che è accaduto, quell’inaspettato ritorno… stai soffrendo, caro ragazzo. -
- Nelle sue sfere, eh? Bastava aprire la Gazzetta del Profeta, ma questo lei già lo sa. - Ribatté il ragazzo con un tono insolitamente arrogante.
Annie e Klaus gli rivolsero uno sguardo perplesso. Sapevano bene che non fosse affatto da lui rispondere ad un’insegnante in quel modo, eppure lo aveva fatto e non sembrava nemmeno voler rimediare.
La Cooman lo fissò, ma decise di non rispondere.
Una volta suonata la campanella, tutti e tre si diressero verso l’aula di trasfigurazione. La mattinata passò con sorprendente rapidità e dopo un pranzo altrettanto veloce, Janus si rifugiò nella quiete della biblioteca.
Nella sua tasca c’era ancora la lettera di suo padre, intatta e chiusa, proprio come erano intatte e chiuse tutte quelle che Sirius gli aveva spedito durante quelle prime settimane di lezioni. Janus le aveva conservate tutte, ma l’orgoglio che gli scorreva dentro gli impediva di aprirle e leggerle.
Con un secco sospiro, il ragazzo si infilò la mano in tasca, tirando fuori la busta. Sembrava che dentro ci fosse giusto un foglietto, e quando la aprì, Janus si rese conto che era proprio così. La calligrafia di suo padre era chiara e raffinata, molto diversa da quella caotica di sua madre o da quella precisissima di Percy, e riempiva giusto un quarto di pergamena.
Janus lesse quelle poche righe in cui Sirius gli raccontava ciò che faceva durante quelle prime giornate autunnali, gli domandava come se la passasse a scuola e poi, alla fine, gli chiedeva se potevano vedersi quel giorno stesso a Hogsmeade verso le sei.
Uno strano senso di tristezza e disagio invase il cuore del giovane. Si sentiva combattuto: da un lato il fatto che suo padre sembrasse tenere tanto a lui gli faceva piacere ma, dall’altro, lo spaventava a morte. Lasciare entrare Sirius nella sua vita voleva dire fare un grande atto di fiducia, cosa che non gli apparteneva affatto. Janus non era come sua madre, lui non nutriva grande speranza nell’umanità e a stento si fidava di sé stesso, figuriamoci di Sirius Black, che non era di certo conosciuto per essere un tipo affidabile.
Sospirando di nuovo, lasciò andare il foglio di pergamena e alzò lo sguardo davanti a sé dove notò, seduta in un tavolo a qualche metro dal suo, la ragazza di Tassorosso che era inciampata in Sala Grande qualche ora prima. Senza sapere per quale motivo, Janus le sorrise e lei ricambiò timidamente, quella volta senza distogliere lo sguardo.
Cosa doveva fare? Doveva alzarsi e andare a parlarle? Si sentiva un tale imbranato.
Poi l’espressione della ragazza mutò e, nello stesso istante, Faye si lasciò cadere sulla sedia al fianco del Grifondoro.
- Cazzo, hai rimorchiato. - Sogghignò la Serpeverde, tirando fuori dalla sua vecchia borsa di pelle marrone il manuale di trasfigurazione.
Janus si sentì arrossire ma rimase impassibile, ripetendosi in testa che doveva ignorarla. - Hai tutta la biblioteca a disposizione, devi sederti proprio qui? - Sbottò infastidito.
Faye parve perplessa da quella reazione. - Mmh… sì, direi di sì. - Rispose poi. - Che c’è, hai forse paura che la tua spasimante possa pensare che stiamo insieme? -
Janus fece un verso sprezzante. - Ma figurati. E non è la mia spasimante. -
- Fidati, secondo me questo è proprio il tuo anno. - Insistette Faye, sicura, iniziando a sfogliare il manuale di trasfigurazione. - E sai chi devi ringraziare? La Skeeter, che ti sta rendendo desiderabile agli occhi di tutti. -
- Non ha senso. - Borbottò Janus, puntando lo sguardo sulla lettera di suo padre, ancora abbandonata lì davanti a lui, sul tavolo.
- Ne ha invece. - Rimarcò la giovane. - Prima avevi l’etichetta dello sfigato secchione, rompicoglioni e pure perfettino, adesso invece sei l’avvenente e misterioso erede dei Black, direi che è un bel salto di qualità, tu non trovi? -
- Già, una vera fortuna essere notato perché sono l’ultimo discendente di una famiglia di pazzi razzisti incestuosi. - Mugugnò lui scontento.
Faye alzò gli occhi al cielo. - Ma non è solo per questo che adesso le ragazze ti notano. - Disse, facendo un sorrisetto beffardo. - Stamattina in Sala Comune una mia amica ha detto che quest’estate sei “cresciuto proprio bene” e che vorrebbe chiederti di uscire. -
- Ah sì? - Domandò Janus, adesso incuriosito. - E chi è questa tua amica? -
- Clara Pritchard, settimo anno. - Rispose Faye. - Io le ho detto che non sei interessato. -
Janus aggrottò la sopracciglia. - Ma… cosa… perché? -
- Lei è una tipa molto fisica, se capisci cosa intendo. - Spiegò Faye. - Tu sei un romantico, non potevo lasciarti nelle grinfie di una che è interessata solo al tuo corpo. -
Janus gli lanciò uno sguardo torvo. - Che gesto gentile. - Sibilò con sarcasmo, per poi tornare a osservare la lettera ancora aperta che teneva davanti.
- Chi ti scrive? - Gli chiese dunque lei, dando un’occhiata alla pergamena abbandonata sul tavolo davanti a lui.
- Secondo te? Sirius, come al solito. - Rispose lui, lugubre. - È pazzo, vorrebbe che oggi uscissi dalla scuola di nascosto per fare una passeggiata a Hogsmeade con lui. -
Faye sorrise. - Io adoro il signor Black. È come se avesse la nostra età, ma è un adulto. -
- Guarda che non è mica una cosa buona. - Puntualizzò Janus.
- Per te che sei noioso non è una cosa buona. Per noi persone normali è fantastico. - Ribatté lei con nonchalance. - Davvero, secondo me è arrivato il momento che tu gli dia una possibilità. È davvero questo il rapporto che vuoi con tuo padre per il resto della tua vita? -
Janus sospirò. Ovvio che non era ciò che lui voleva, ma era troppo orgoglioso, o troppo stupido, anche solo per ammetterlo. E poi, come se questo non fosse già abbastanza per rendergli le cose difficili, l’insicurezza e la paura di essere ferito erano forti dentro di lui, troppo forti per essere combattute. Si stava sforzando di non provare niente per paura di provare poi cose spiacevoli. Lo faceva di continuo, da quando ne aveva memoria, si rifugiava dietro uno spesso vetro immaginario e da lì, al sicuro, osservava gli altri mettersi in gioco.
- Non voglio uscire da solo con lui. - Disse. - Non saprei di cosa parlare. -
- Puoi far parlare lui, sembra uno abbastanza loquace. - Suggerì Faye. - Fino ad ora vi siete visti sempre in mezzo ad altre persone e non è andato un granché. Magari, faccia a faccia, soli voi due… potresti scoprire che non è poi così male come ti appare. -
- Sì, magari è peggio. -
- Può darsi, sì. - Ammise la ragazza. - O magari no. Forse è proprio figo come sembra. Ora che lo conosco capisco perché mia madre era praticamente pazza di lui da giovane! -
Janus fece una faccia scettica, ma poi, suo malgrado, si lasciò scappare un piccolo sorriso. - Chissà se sono mai usciti insieme o cose del genere. - Disse. - Magari anche a lui piaceva lei. Tu e tua madre vi somigliate e tu sei così… -
- Così come? - Rimbeccò la Serpeverde, davanti all’esitazione del ragazzo.
Janus deglutì a fatica e la sensazione che ebbe fu quella di avere la gola ricoperta di spilli incandescenti. - Tu non sei così male da vedere, in fin dei conti. - Buttò lì, ricordandosi di sembrare disinteressato. - Però non ci proverei mai con te, nemmeno se fossi l’ultima ragazza sulla faccia della terra; a qualcuno potresti anche piacere, ma non a me. -
Dopo una manciata di secondi di esitazione, lei alzò entrambe le sopracciglia, assumendo uno sguardo sorpreso che venne sostituito poi da uno sguardo torvo. - Quanto sei stronzo, cazzo. - Disse, con una certa animosità. - Ultimamente mi chiedo perché siamo amici: mi ignori per la maggior parte del tempo, e quando sono io a venire da te, tu non fai altro che ripetermi quanto ti faccio schifo, come se fossi repellente. Mi spieghi che problemi hai? -
Janus si sentì un po’ in colpa, ma si limitò a scrollare le spalle.
- Dico davvero, che ti succede? - Riprese lei, e la sua voce rimbombò nella biblioteca silenziosa, attirando l’attenzione.
Il ragazzo sbuffò e unì le mani davanti a sé, assumendo una posa calma e rilassata, anche se dentro di lui stava sorridendo. Forse quel consiglio di suo padre stava dando i suoi frutti dopotutto, e anche se così non fosse stato, doveva ammettere che era piacevole che fosse lei ad elemosinare un po’ di attenzioni, una volta tanto.
- Perché hai bisogno che io ti dica che sei carina, scusa? Dopotutto hai già Ikaris… -
- Senti, lasciamo stare. - Ribatté lei con un tono contrito. - Tu non capisci mai niente. -
Janus la osservò in silenzio per qualche secondo. Le avrebbe voluto dire che la trovava tutt’altro che repellente, che la trovava meravigliosa e che adorava il modo in cui i suoi capelli si illuminavano d’oro, colpiti dai raggi del sole che in quel momento stavano trapassando le vetrate delle grandi finestre della biblioteca. Ma ovviamente non lo fece.
- Anche tu non capisci mai niente, se è per questo. - Le disse invece. - Dimmi, va tutto bene tra te e Ikaris? Perché pare che tu abbia bisogno di attenzioni. - Aggiunse poi.
- Non è affar tuo. - Tagliò corto a Faye, senza nemmeno degnarsi di alzare lo sguardo dal manuale di trasfigurazione.
- E poi sarei io lo stronzo. - Mormorò Janus tra sé e sé.
Faye gli lanciò uno sguardo talmente brutto che avrebbe potuto ucciderlo, chiuse il libro, si alzò e raccolse il suo zaino da terra. - Sì, sei tu lo stronzo. - Ripeté gelidamente.
Poi, senza aggiungere altro, girò i tacchi e si allontanò, lasciandolo di stucco.
Janus sospirò. Era abituato all’umore un po’ volubile di Faye, dopotutto non era mai stata una persona controllata come invece era lui ma, solitamente, quando lei dava di matto Janus la rincorreva e faceva di tutto per risolvere subito le cose. Non quella volta però.
Abbassò di nuovo lo sguardo sulla lettera di suo padre, poi la piegò e se la mise di nuovo in tasca. Forse Faye aveva ragione, forse era giunto il momento di dare a quell’uomo una possibilità.
Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, da dietro il bancone dei Tre Manici di Scopa, Talitha Davis, la barista che lavorava in quella piccola locanda da poco meno di un mese, osservava con interesse Sirius Black. L’uomo se ne stava seduto a un tavolo un po’ appartato, con il volto rivolto verso l’entrata, come se stesse aspettando qualcuno di molto importante, ma con l’aria arresa di chi era consapevole che nessuno si sarebbe in realtà mai presentato.
Talitha non sapeva per quale motivo, ma da circa due settimane, più o meno da quando il castello di Hogwarts si era ripopolato di studenti e studentesse, il signor Black era diventato un cliente abituale: arrivava alla stessa ora, ogni singolo pomeriggio, si sedeva nello stesso e identico tavolo e semplicemente aspettava. Ogni tanto, come per ingannare il tempo, il mago ordinava qualcosa da bere o da mangiare, scambiava quattro chiacchiere con il resto della clientela, (che a quell’ora era sempre poca e spesso mal disposta) o con il personale, e poi se ne andava via quando il sole tramontava dietro alle alte montagne che circondavano il villaggio, volando via sulla moto volante parcheggiata proprio davanti all'entrata del pub.
Nessuno aveva capito chi il signor Black stesse aspettando con tanta fiducia, ma ognuno aveva le proprie teorie: Madama Rosmerta, ad esempio, era certa che l’uomo non aspettasse proprio nessuno, ma che andasse lì perché sentiva nostalgia dei tempi in cui, da giovane, si era seduto a quel tavolo insieme ai suoi amici; Francis, il cuoco, sperava di veder entrare Harry Potter da un momento all’altro, mentre la moglie, Jenny, era sicura che il signor Black stesse aspettando quella donna babbana di cui parlavano i giornali.
- Ve lo dico io, - diceva sempre, tutta alterata, - aspetta quella lì… la babbana, Hazel Rains. Sì, sì, proprio quella che lo ha lasciato per quel Weasley… -
- Pover’uomo, dopo tutto quello che ha passato. - Commentava allora Rosmerta. - Se penso che una volta a quel tavolo sedeva insieme a James Potter, Remus Lupin e quella canaglia di Minus… era così allegro, spensierato, e adesso sembra tutt’altra persona. E che bel ragazzo era ai tempi! Non che ora non lo sia più… -
In effetti il signor Black era decisamente un bell’uomo, ma Talitha aveva l’impressione che fosse una di quelle persone la cui tristezza inficiava molto sull’aspetto esteriore. Insomma, Black non se la passava benissimo e lo si poteva capire dal fatto che, più passavano i giorni, e più sembrava uno che non sembrava guardasi molto allo specchio.
Quel pomeriggio, seduto su quella sedia di legno davanti a una bottiglia di burrobirra vuota, l’uomo indossava gli stessi vestiti del giorno precedente, due profonde occhiaie sormontavano i suoi occhi grigi e penetranti, i capelli scuri gli ricadevano sul viso non rasato in modo disordinato e l'impazienza gli faceva muovere nervosamente una gamba sotto il tavolo.
- Che tenerezza che mi fa. - Mugugnò Jenny, la moglie del cuoco, nonché cameriera, ad un certo punto, facendo uscire Talitha dal suo flusso di pensieri dopo aver rivolto un’occhiata di sfuggita al mago. - Se fossi giovane e carina come te, non ci penserei due volte e ci andrei io a consolarlo, al posto di quella babbana. -
Talitha trattenne a stento una risata e scosse la testa, divertita. - Per tutti i fondatori, Jenny! - Esclamò scandalizzata. - Cosa direbbe Francis se ti sentisse? -
- Ma cosa deve dire, quello lì! - Esclamò l’anziana strega, facendo un gesto stizzito con la mano nodosa. - E tu non essere pudica e piuttosto goditi questi ultimi anni di giovinezza che ti sono rimasti. -
Talitha sorrise e annuì, anche se quell’ultima frase le aveva fatto tornare in mente il fatto che, tra meno di sei mesi, avrebbe compiuto trent’anni. Poi lanciò uno sguardo fugace verso il signor Black. - Non faccio quella pudica. È che in realtà lui mi fa un po’ paura. - Spiegò, storcendo il naso. - Rita Skeeter dice che è impazzito dopo tutto quello che ha passato. Forse è per questo che viene qui così spesso, è pazzo. -
- Rita dice tante cose, bambina mia. - Le ricordò Jenny. - Sai io cosa vedo quando lo guardo? Un gran bel pezzo di figliolo. E non è solo bello, no no, è pure ricco! -
Talitha era sempre più sconcertata. - Jen, ascolta: io sono davvero felice che ti preoccupi della mia vita sentimentale. - La fermò, sospirando. - Il signor Black è un cliente, non potrei approcciarmi a lui in quel senso nemmeno se volessi. -
- Però lui approccia a te. - Sogghignò Jenny.
- Che intendi dire? -
- Francis mi ha detto che vi vede sempre chiacchierare dalla cucina, quando ormai qui non c’è più nessuno. - Spiegò la vecchia strega.
- Abbiamo parlato ogni tanto, è vero. - Ammise Talitha. - Ma in modo innocente. Lui è stato solo per così tanto tempo, è normale che abbia voglia di chiacchierare. -
Gli occhi di Jenny brillarono. - E cosa ti ha detto? - Domandò impaziente.
- Niente di che. - Talitha si strinse nelle spalle. - Credo che abbia dei problemi con la sua ex… sai, la babbana. Ho motivo di pensare che sia ancora innamorato di lei. -
- Ah! Lo sapevo che c’entrava quella lì! - Esclamò Jenny. - E non è meno così carina, o almeno così sembra dalle foto. Sai cosa penso? Che quando l’ha incontrata era appena uscito da Azkaban, si è fatto andare bene ciò che ha trovato. -
Talitha sbuffò. Solitamente Janny era una brava donna, ma il gossip la infiammava e la sua lingua tagliava e cuciva come le dita agili di Madama McClan. - Be’, comunque è un tipo strano, e il suo sguardo è inquietante. - Disse.
- Anche il tuo sguardo sarebbe inquietante se avessi passato dodici anni ad Azkaban. - Disse Jenny, rabbrividendo. - Te la ricordi la foto segnaletica di quando scappò? Quel viso scarno… terribile, veramente terribile. Quanti anni avevi all’epoca tu? -
- Appena dodici, era il mio secondo anno a Hogwarts. - Rispose Talitha.
Jenny sospirò ripensando a quel lontano 1993 e poi sentì la porta del pub aprirsi con uno scampanellio, facendo entrare una frizzante brezza autunnale. Sulla soglia era appena apparso un ragazzo dall’aria seria, di sicuro ancora in età da Hogwarts, con indosso vestiti talmente babbani da poter sembrare uno di loro senza nessun problema. Rimase a lungo fermo, con gli occhi sul signor Black, e fu quello il momento in cui Jenny notò quanto quei due si somigliassero.
Il ragazzo si mosse e Sirius si alzò dalla sedia su cui sedeva, guardandolo avvicinarsi con un’espressione molto sorpresa dipinta in volto. - Sei venuto. - Gli disse.
Janus annuì e poi si sedette davanti a lui, dall’altra parte del tavolo senza dire niente.
Anche Sirius si lasciò cadere nuovamente sulla sedia di legno e per qualche secondo ci fu silenzio. - Vuoi qualcosa da bere? - Domandò alla fine.
Il ragazzo scosse la testa.
- Hai fame? - Tentò ancora.
- No. - Rispose Janus.
Sirius esitò, chiedendosi se ci fosse davvero qualcosa di sbagliato in suo figlio. Quel ragazzo era come una fortezza inespugnabile e questo lo spaventava, lo faceva sentire impotente e inutile. - Stai bene? - Gli chiese. - Ti serve qualcosa? -
- Guarda che sei tu ad avermi chiesto di venire. - Sbottò Janus, incrociando le braccia sul petto. - Ho infranto decine di regole per essere qui. -
- A proposito, come sei arrivato? Hai usato uno dei passaggi segreti sulla Mappa? - Domandò Sirius, e stavolta non riuscì a fare a meno di farsi scappare un sorriso.
Janus scosse la testa. - Ho volato. - Disse.
- Con la scopa che ti ho regalato? -
- No. - Si limitò a dire il giovane. - La scopa l’ho data ad un mio amico, io non me ne facevo nulla dato che non gioco a quidditch e non ho intenzione di iniziare a farlo. -
Sirius strinse le labbra e lo sguardo gli si indurì. - Ti comporti sempre da stronzo o sono l’unico ad avere l’onore di questo trattamento? - Scattò, irritato.
Janus rimase impassibile. Che ci faceva lì? Come gli era venuto in mente di uscire di nascosto dal castello per incontrare quel povero idiota di suo padre? Era stato così ingenuo nel pensare di poter trovare con lui un punto d’incontro.
- Io me ne torno al castello. - Disse, alzandosi in piedi.
- No. - Lo fermò Sirius. - Scusa, è che davvero sei stronzo. Sei insopportabile, cazzo. -
Sul volto di Janus apparve un’espressione truce e sorpresa insieme. Si sedette di nuovo, senza staccargli gli occhi di dosso, poi giunse la mani poggiate sul tavolo davanti a sé e prese un lungo e profondo respiro. Aveva infranto un milione di regole, forse valeva la pena rendere quell’incontro costruttivo.
Aprì bocca con l’intenzione di dire qualcosa di meno pungente del solito, quando notò che sul volto di Sirius era apparsa un’espressione tesa, gli occhi puntati su un punto non meglio specifico alle sue spalle.
- No, no, non ti girare! - Gli intimò a bassa voce, quando il giovane, curioso, tentò di dare un’occhiata all’entrata proprio dietro di lui.
Janus si sentì gelare. - Che succede? - Chiese, in ansia.
Sirius sogghignò, adesso sembrava quasi divertito. - È appena entrato il professor Lumacorno, caspita quanto è invecchiato… comunque non ti preoccupa… -
Ma non ebbe il tempo di finire la frase: ci fu un bagliore che gli fece socchiudere gli occhi, accompagnato da un suono che Sirius aveva sentito parecchie volte in vita sua. Quando spalancò nuovamente le palpebre, un millesimo di secondo dopo, si rese conto con sorpresa che un corvo aveva appena preso il posto di suo figlio.
L’uccello gracchiò scontento contro di lui e con grazia spiccò il volo, sfrecciando al di sopra della testa di Lumacorno e poi fuori dal locale.
Sirius, ancora a bocca aperta per quell’inaspettata sorpresa, non si accorse nemmeno che il vecchio professore di pozioni si era avvicinato al suo tavolo:
- Per la barba di Merlino! Guarda un po’ chi abbiamo qui! - Esclamò Lumacorno, con la stessa aria gioviale con cui, ai tempi della scuola, aveva tentato tante volte di invitarlo nel suo Lumaclub. - Che piacere… avevo intenzione di scriver… -
- Hem… sì! È vero un piacere rivederla, professore. - Lo interruppe Sirius, alzandosi in piedi. - Ma adesso devo proprio andare, mi scusi tanto, mi mandi un gufo, nel caso… -
Si precipitò fuori dal pub, ritrovandosi nel mezzo della strada principale, che era un po’ più vuota e un po’ più buia rispetto a qualche ora prima. Si guardò intorno con ansia, alzò lo sguardo e fu lì che lo vide, sul cornicione del tetto della casa di fronte. Il corvo prese il volo e lui lo seguì di corsa, fino a raggiungere un vicolo un po’ più appartato in cui Janus tornò subito sé stesso.
- Non ci posso credere, sei un animagus! - Esclamò Sirius ridendo.
- Dimmi la verità, vuoi per caso rovinarmi la vita? - Inveì il giovane, furioso e tremante, camminando verso di lui e spegnendo ogni sorta di entusiasmo. - Ti sembra divertente? -
- Sinceramente sì. - Ammise Sirius, continuando a sogghignare. - Scommetto che non sei nemmeno registrato, altrimenti Hazel me lo avrebbe detto. Fai tanto il noioso ligio alle regole, e invece… non sei perfetto come vuoi far sembrare, vero? -
- Almeno non sono un fallito su tutta la linea come te. -
Quella frase fu per Sirius come una secchiata d’acqua ghiacciata dritta in faccia, capace di farlo riscuotere all’improvviso. - Come hai detto? - Scandì, fissandolo con furia.
- Che sei un fallito. - Ripeté Janus. - Sei solo una piaga, una maledizione nella vita delle persone. Tu non pensi prima di agire, no… ogni scelta di merda che hai preso durante la tua patetica esistenza non ha fatto altro che portare distruzione e dolore nelle vite altrui: è stato così con mia madre, ed è stato così anche con i genitori di Harry. E io ti odio. Ti odio così tanto che preferirei che tu morissi di nuovo! -
Sirius sfoderò la bacchetta così in fretta che Janus non fece nemmeno in tempo a pensare di sfoderare la sua: ci fu un lampo scarlatto e uno scoppiò, poi si sentì spingere all’indietro, finendo a terra senza nemmeno accorgersene.
Pieno di rabbia si alzò in piedi ed estrasse la bacchetta, puntandola verso suo padre. - Mi hai schiantato! - Sbottò, incredulo e furioso insieme.
- Non ti conviene puntarmi la bacchetta contro. - Ribatté l’uomo, gelido.
Janus alzò i lati della bocca in un ghigno. - A te non conviene, fidati di me. - Obiettò, facendo un passo in avanti. - Chissà che cosa penserebbe mamma del fatto che mi hai attaccato. Conoscendola ti impedirebbe di vedermi con ogni suo mezzo, ti taglierebbe completamente fuori dalle nostre vite e io non aspetto altro. -
L’espressione di Sirius cambiò radicalmente e, in un attimo di confusione ed esitazione, abbassò di poco la bacchetta.
Il ragazzo è furbo, dopotutto.
Fu in quel momento che Janus attaccò, cogliendolo di sorpresa: - Expelliarmus! - Gridò, pieno di collera, ma Sirius riuscì a parare l’incantesimo. - Stupeficium! Impedimenta! -
Ci fu un rapido e serrato duello in cui uno attaccava e l’altro incassava i colpi con facilità, poi Sirius sbuffò, mosse rapidamente la mano armata contro il ragazzo e lo disarmò.
- Se ti agiti tanto non riuscirai mai a vincere un duello. - Disse Sirius, prima di chinarsi a raccogliere la bacchetta del figlio, finita ai suoi piedi. - Mi aspettavo di meglio da te, un così bravo studente… ma pessimo nella pratica a quanto pare. -
- Anche io mi aspettavo di meglio da te. - Rispose freddamente Janus, poi si mosse a grandi passi verso di lui, riprendendosi la bacchetta. - Avevo così tante aspettative su di te e tu non ne hai rispettata nemmeno una. Non riesci ad ammettere di aver sbagliato tutto, non riesci a parlarmi in modo sincero, cerchi solo di piacermi facendo l’amicone e regalandomi cose. Io non voglio essere tuo amico, non voglio delle cose, non voglio niente da te, lo vuoi capire questo o no? Voglio solo che mi stai lontano e che la smetti di scrivermi. -
Sirius non disse niente, ma lo guardò come se lo vedesse per la prima volta. Riconobbe negli occhi di suo figlio lo stesso sguardo con cui lui stesso aveva guardato suo padre per l’ultima volta, tanti anni prima, prima di andare via di casa. Pensò alle parole che Orion Black non era riuscito a pronunciare in quel frangente, al fatto che non aveva nemmeno tentato di fermarlo, troppo orgoglioso per farlo.
Prese un lungo respiro profondo, chiuse gli occhi e poi, semplicemente, mormorò quasi impercettibile: - Scusa. - Come se gli costasse un’enorme fatica, spalancando di nuovo le palpebre. - Per tutto quanto. Mi dispiace se sono stato una delusione per te. Ma sappi che tu non lo sei affatto per me. -
Il volto di Janus sembrò quasi accartocciarsi come una foglia secca: le sue labbra si piegarono verso il basso, le sue sopracciglia si aggrottarono e i suoi occhi si strinsero come colpiti da un bagliore improvviso. Un singhiozzo gli uscì fuori dalla gola prima ancora che se ne potesse accorgere e si maledì per questo.
- Scusa, Jan. Scusa. - Disse di nuovo Sirius, mettendogli una mano sulla spalla. - Ti meritavi di meglio, ma ciò che ho fatto l’ho fatto sempre e solo per te, per proteggerti. Se ho allontanato te e tua madre è stato solo per tenervi al sicuro. Ma ora sono qui, ci sono, hai capito? Ci sono e non ti lascerò mai più da solo. -
Il ragazzo scosse la testa e singhiozzò di nuovo. Non doveva cedere, non gli avrebbe mai dato il permesso di entrare, né ora né mai. - I-io ti odio. Non voglio… n-non voglio averti intorno! - Balbettò con voce rotta, ma non si mosse di lì. - Devi starmi lontano… devi stare lontano anche da mia madre, altrimenti ti ucciderò! Se ti azzardi ad avvicinarti a lei… se ti metti tra lei e Percy… -
- Ti capisco, vuoi proteggerla. - Lo interruppe Sirius. - Ma ti posso assicurare che non succederà, che non mi metterò tra lei e Weasley. -
Per un attimo, pensò alla cena di due settimane prima, a quel bacio che gli aveva letteralmente strappato via le viscere e alle ultime parole che Hazel gli aveva rivolto prima di lasciare casa sua. “Stammi lontano”, questo aveva detto, e lui aveva deciso all’istante che, almeno in questo, l’avrebbe rispettata.
Janus lo fissò per molto tempo senza dire nulla e poi annuì. Era solo un ragazzino, ma in quel momento era così triste e così arrabbiato da sembrare molto più vecchio. - Tu pensi che io non sia abbastanza. - Asserì serio.
- Non è vero, sei molto più che abbastanza. - Si affrettò a dire Sirius. - Non ero sicuro di volere dei figli prima di te, ma da quando sei nato non sono più riuscito nemmeno a immaginare un mondo in cui non esistevi. Quindi, per favore, non tagliarmi fuori, dammi l’opportunità di conoscerti davvero e di farmi conoscere. -
Janus sospirò e scosse la testa. Si sentiva così scarico… odiare era così stancante. - Non lo so. - Disse stancamente. - Tra qualche giorno… magari ci vediamo tra qualche giorno, non lo so. -
- Sì, va bene. - Disse Sirius. - Posso chiedere alla McGranitt il permesso di venirti a trovare a scuola, se uscire dal castello per te è troppo. -
- No. - Tagliò corto Janus.
Non aggiunse nient’altro, ma si trasformò e spiccò il volo, lasciando Sirius da solo in quel vicoletto buio del villaggio di Hogsmeade con una grande speranza nel cuore: erano finalmente sulla buona strada.
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