Primo settembre
Capitolo 21
Il primo settembre, Hazel spalancò le palpebre all’alba, ritrovandosi ancora totalmente immersa nella penombra che avvolgeva tutta la sua camera da letto. Non poteva crederci, dopo tutti quegli anni di attesa quel momento tanto atteso era finalmente arrivato ma lei non riusciva affatto a sentirsi felice.
Erano stati giorni parecchio intensi quelli appena trascorsi, passati quasi tutti a sistemare le ultime cose per la partenza di Janus e a fare i conti con quel passato che sembrava voler tornare a torturarla.
Con un sospiro scontento Hazel si allungò verso la lampada appoggiata sul comodino alla sua destra, accese la luce e si guardò intorno. Viveva in quella casa da pochi mesi e questo lo si poteva notare lontano un miglio: le quattro pareti che formavano la sua camera da letto erano bianche e spoglie, non c’erano fotografie e nemmeno oggetti d’arredamento ad abbellire le superfici dei mobili che puzzavano ancora di nuovo. Tutto, intorno a lei, sembrava quasi dare l’impressione di ritrovarsi in una anonima e fredda stanza d’albergo.
Con un altro sospiro, Hazel si alzò dal letto e si stiracchiò, voltandosi poi verso la finestra spalancata da cui si poteva vedere un cielo che si stava man mano schiarendo sopra di lei. Si affacciò, poggiando entrambi i gomiti sul davanzale, dando uno sguardo alla strada deserta sottostante e poi alle stelle che brillavano ancora ferendo il manto oscuro. Nonostante Sirius glielo avesse spiegato milioni di volte, non aveva mai imparato a trovare quella stella di cui lui portava il nome ma, quella mattina, le sarebbe piaciuto poterla osservare di nuovo. Dopo tutti quegli anni, per quanto fosse dura da accettare, lui le mancava ancora, soprattutto nei momenti importanti come quello.
Hazel si voltò verso il letto, immaginando come sarebbe stato poterlo guardare mentre se ne stava lì disteso, magari ancora mezzo addormentato, sdraiato sul lato sinistro ma con il viso nascosto nel cuscino come faceva sempre quando le prime luci dell’alba lo infastidivano svegliandolo. Era stato così difficile abituarsi a dormire senza averlo al suo fianco quando lui l’aveva lasciata, e ancora adesso le capitava spesso di trovare quel vuoto nel suo letto assolutamente dilaniante.
Non sarebbe dovuta andare così, lei ne era certa; sapeva che erano destinati a stare insieme. Eppure lui non c’era più, se ne era andato via, non esisteva, non era rimasto neppure più il suo corpo.
In quei giorni, a quel dolore già difficile da sopportare, si era poi aggiunto quello che aveva provato nel momento in cui aveva finalmente conosciuto il piccolo Teddy Lupin, qualche giorno prima. Anche lui, come Janus, somigliava al padre tanto da farla star male, ma con quell’atteggiamento frizzante che era tipico di Dora.
Si sentiva così vuota.
Hazel sbuffò, si portò una mano al volto e poi raccolse le forze per uscire da quella stanza, dirigendosi verso il bagno. La casa era immersa nel più surreale silenzio e, proprio come la sua camera da letto, appariva fredda e poco accogliente, così diversa dall’appartamento in cui lei e Janus avevano vissuto a New York, che invece appariva proprio come un posto nel quale abitavano persone felici.
Varcò la soglia del bagno e accese la luce. Appoggiò entrambe le mani al bordo del lavandino e alzò lo sguardo, scontrandosi con il suo riflesso. Complice l’ansia per l'imminente partenza di suo figlio, non aveva dormito molto bene e questo lo si poteva notare dal viso un po’ gonfio di sonno arretrato e dalle occhiaie sotto gli occhi scuri.
Non aveva più l’aspetto da ragazzina di un tempo ma, in compenso, era certa di essere migliorata con l’età adulta. I suoi capelli castani, una volta crespi e senza forma, adesso apparivano ordinati e curati, e ricadevano sulle sue spalle con piccole onde dall’aspetto setoso. Aveva acquisito sicurezza, un certo modo di fare che, secondo suo fratello Chris, la rendeva affascinante. Hazel si lasciò scappare un sorrisetto amaro: da quando l'aveva conosciuto, Chris le aveva fatto incontrare ogni suo amico, organizzando una quantità svariata di appuntamenti mai andati a buon fine. Dopo la morte di Sirius, era come se il suo cuore si fosse raggrinzito e, quelle poche volte in cui si era sentita attratta da qualcuno, il tutto era finito nel giro di una notte. Non si dava il tempo né la possibilità di innamorarsi nuovamente e si convinceva di non averne bisogno.
Hazel si concesse un lungo bagno rigenerante, alla fine del quale si sentì in qualche modo più riposata. Si asciugò e si vestì con più cura del solito, indossando un vestito estivo a fiori, e poi raggiunse la cucina, notando con sorpresa che anche Janus era già sveglio. Come lei, anche suo figlio era già pronto, e in quel momento stava facendo colazione con una tazza di latte e cereali. Sul tavolo, accanto alla tazza, giaceva abbandonata una delle brevi lettere che Sirius aveva scritto per accompagnare Janus lungo tutta la sua esistenza. Sul retro della busta, con la solita calligrafia elegante, c’era scritto “per il tuo primo giorno a Hogwarts”.
Hazel si sedette dall’altra parte del tavolo, sorridendo al bambino, per poi far scorrere di nuovo lo sguardo sulla lettera. - Che cosa dice? - Domandò curiosa.
Janus alzò le spalle. - Di divertirmi e cose del genere. - Rispose senza inflessioni.
- Posso leggere? -
- No. - Tagliò corto Janus. - Lo sai che sono cose private tra me e lui. Papà non vorrebbe che tu leggessi. -
Hazel gli fece il verso, prendendolo un in giro. - Come ti senti? - Chiese poi, tornando estremamente seria. - Sei un po’ nervoso? -
Janus scosse la testa, ingoiò l’ultima cucchiaiata di cereali e poi si alzò per mettere la tazza nel lavandino alle sue spalle. - E tu sei nervosa? - Domandò a sua volta, sedendosi di nuovo di fronte alla madre.
- Certo che lo sono, Jan. Sei il mio bambino e stai per andartene via per mesi! - Esclamò.
- Ma torno a Natale. - Ribatté, un po’ scocciato. - E poi non sono più un bambino. -
Hazel sospirò tristemente. - Per me lo sarai per sempre. - Gli disse. - E poi hai soltanto undici anni, certo che sei ancora un bambino, cosa credi? -
Janus alzò gli occhi al cielo e sbuffò, senza però preoccuparsi di rispondere. Sua madre era sempre stata piuttosto protettiva nei suoi confronti e ormai si era ben abituato a sopportare tutte le sue ansie e le sue angosce, anzi un po’ riusciva anche quasi a comprenderla. Dopotutto, dalla fine della guerra, erano sempre stati soltanto loro due, avevano superato tutto insieme e si erano sempre fatti forza uno con l’altra.
Hazel lo osservò in silenzio per qualche secondo, prendendosi qualche istante per poter imprimere nella sua mente quell’ultima mattinata di quotidianità insieme a lui. Di lì a poco sarebbe iniziato il suo viaggio verso l’età adulta, ma già sembrava in qualche modo più grande, più consapevole di sé stesso rispetto a qualche settimana prima, come se finalmente fosse diventato chi era sempre stato destinato ad essere: un mago, un futuro studente di Hogwarts, un Black.
- Non sai quanto vorrei che tuo padre fosse qui con noi in questo momento. - Gli disse, continuando a guardarlo. - Ma io so che è fiero di te, ovunque sia in questo momento. -
Janus abbozzò un mezzo sorriso. Durante quegli ultimi giorni aveva sentito tanto parlare di suo padre. Tutti sapevano la sua storia, in molti lo avevano conosciuto quando era ancora vivo, mentre lui se lo ricordava a stento e questo lo faceva sentire triste, ma anche molto arrabbiato.
Osservò sua madre in silenzio, e dovette ammettere a sé stesso che, nonostante non facesse altro che ripetere di non essere più un bambino, gli sarebbe mancata ma soprattutto si sentiva triste al pensiero di doverla lasciare da sola per così tanti mesi.
- Mamma, devi trovarti un fidanzato. - Asserì serio.
Hazel aggrottò la fronte e, dopo un attimo di esitazione scoppiò a ridere divertita.
- Guarda che dico davvero. - Ribatté Janus. - Mi dispiace che stai sola. -
- In realtà avevo intenzione di prendere un cane. - Spiegò Hazel. - Sono troppo occupata per potermi permettere una relazione, lo sai. E poi non rimarrò sola, c’è lo zio Chris. E poi andrò a trovare Harry di tanto in tanto. -
Janus la guardò di sottecchi. - Zio Chris sta in Scozia. - Le ricordò. - Andare a trovarlo una volta ogni tanto come fai sempre non basta, e nemmeno vedere di tanto intanto Harry o avere un cane. Non basta per non essere soli. -
Hazel posò la mano su quella di suo figlio, stringendola piano. - Non devi preoccuparti per me, Jan. Piuttosto tu… -
- Cosa? -
Hazel sogghignò. - Se a Hogwarts ti invaghisci di qualche ragazzina o qualche ragazzino voglio essere la prima a saperlo! - Esclamò divertita. - Ad esempio… la bambina con cui parlavi in libreria sembrava molto carina, non trovi anche tu? -
Janus fece un'espressione disgustata e scosse freneticamente la testa, ma le sue guance si arrossarono leggermente, tradendolo. - Sai chi era molto carino? Quel tuo amico scenografo, quello di Brooklyn con il nome strano… -
Fu la volta di Hazel di assumere un’espressione contrariata, scuotendo la testa. - Raimar ti piaceva solo perché ti portava a quei ridicoli musical di Broadway. - Ribatté, alzando gli occhi al cielo. - Io detestavo troppo il suo accento tedesco. -
- A parte che i musical non sono ridicoli ma, casomai, sono la cosa migliore in cui l’essere umano si sia mai cimentato. - Iniziò Janus. - Tu detestavi il fatto che lui non fosse come papà. Anzi, forse detestavi proprio il fatto che non fosse lui. -
Hazel lo guardò di sottecchi. - Sei un ragazzino impertinente, lo sai? - Disse.
- Però ho ragione. - Insistette il giovane.
- Sei sicuro di aver preparato anche la gabbia per il gufo? - Domandò Hazel nel tentativo di cambiare radicalmente discorso.
Janus sospirò e poi annuì. - Sì. Però Wilson è un barbagianni. - La corresse.
- È uguale, Jan. - Sbuffò lei, alzando gli occhi al cielo. - Sei così precisino. -
Lui scrollò le spalle. - Harry dice che la tecnologia a Hogwarts non funziona, ma ho pensato di portare comunque il lettore mp3 per il viaggio. - Disse. - Secondo te è una cosa stupida? -
- È una cosa stupida che tu voglia stare con le cuffie nelle orecchie mentre sei sul treno, quando invece potresti fare amicizia, sì. - Lo ammonì lei. - A Hogwarts non sarà come durante la scuola babbana, Jan. Nessuno penserà che sei diverso lì. -
Il ragazzino sospirò ma annuì. - Lo so, Harry e Hermione mi hanno detto lo stesso. Solo che mi sento ancora un po’... scombussolato. -
- Anche io lo sono, parecchio anche. - Confessò Hazel. - Lo sai quanto abbiamo dovuto attendere per questo momento, ma adesso ci siamo. Andrai a Hogwarts. -
- Andrò a Hogwarts. - Ripeté il giovane, più a sé stesso che a sua madre.
Qualche ora più tardi, fermi nel bel mezzo della banchina del binario 9 e ¾, Hazel e Janus guardavano dritto davanti a loro, dove la locomotiva a vapore scarlatta era ferma lungo il binario gremito di gente. Una nube di fumo proveniente dal treno si alzava in grossi anelli sopra la testa della folla rumorosa, mentre gatti di ogni colore si aggiravano qua e là tra le gambe della gente. Gufi e civette si chiamavano l'un l'altro col loro verso cupo, quasi di malumore, sovrastando il cicaleccio e il rumore dei pesanti bauli che venivano trascinati.
Pochi metri più avanti, Harry aveva appena terminato di riporre il baule di Janus sul treno quando si voltò per guardarli. Era la prima volta che assisteva alla partenza per Hogwarts senza essere un passeggero della locomotiva e doveva ammettere che era una strana sensazione. Se poi a questo ci si aggiungeva il fatto che Janus era il figlio del suo padrino scomparso nove anni prima, allora il tutto diventava quasi surreale.
Anche per Harry, quelle ultime settimane, erano state strane e faticose. Il dolore per la morte di Sirius aveva nuovamente bussato alla porta della sua anima e aveva passato giorni a pensare e a ripercorrere gli eventi che avevano portato alla sua improvvisa dipartita. Si domandò se potesse esistere un modo per avere indietro almeno il suo corpo per dargli una degna sepoltura, soprattutto dopo tutto quello che aveva passato in vita. Forse arrendersi così davanti a quell’evento tragico non era stata la scelta giusta, forse, se avesse almeno tentato di riportarlo indietro, adesso Sirius sarebbe stato lì con loro, su quel binario. Ma non aveva fatto niente, nemmeno dopo la guerra, non aveva cercato informazioni sul velo e non aveva mai più messo piede all’Ufficio Mistero da quella notte.
Con un sospiro, Harry tentò di scrollarsi di dosso il senso di colpa e tutti quei pensieri negativi che lo stavano tormentando da quando aveva ritrovato Janus e Hazel, si avvicinò ai due con un sorriso stampato sul volto. - Sei pronto? - Chiese al ragazzino, mettendogli una mano sulla spalla.
Janus annuì, lanciando poi uno sguardo fugace verso sua madre prima di tornare a guardare Harry negli occhi. - Posso parlarti in privato? - Mormorò.
Harry parve sorpreso. - Ma certo. - Sussurrò in risposta, prima di alzare lo sguardo su Hazel. - Hazel, ti dispiacerebbe andare un attimo a… controllare se le prime carrozze sono già piene? Così io e Jan continuiamo a sistemare i bagagli. -
Lei annuì in fretta, le piaceva essere utile a qualcosa nonostante fosse babbana, e iniziò a percorrere il binario, allontanandosi. Poi Harry guardò Janus, in attesa che il ragazzo parlasse.
Lo vide sospirare, come per fare chiarezza nella sua testa e poi esordì: - Harry, come faccio a finire in Grifondoro? - Chiese, guardandolo dritto negli occhi. - Ci tengo troppo, deve essere la mia Casa a tutti i costi. Ma se finissi in Serpeverde? Ci saranno tutti i figli degli ex mangiamorte, persone che odiano i babbani e mamma è babbana e anche io mi sento in parte babbano. Il punto è che non capisco chi sono, ha senso? Anche la storia del cognome… io non so se me la sento di chiamarmi Black. Io non sono un vero Black, ma se finissi in Serpeverde come tutti loro? Insomma, io ho anche quella cosa che parlo con i serpenti… Serpeverde sembra quasi una strada segnata. -
- In tal caso vorrà dire che la Casa Serpeverde avrà guadagnato un ottimo studente, no? Ma se per te è davvero così importante finire in Grifondoro allora il Cappello Parlante lo capirà. Lui tiene conto della tua scelta. -
Il ragazzino alzò un sopracciglio con fare sorpreso. - Davvero? - Domandò.
- Certo, con me lo ha fatto. - Confermò Harry. - Una volta il professor Silente mi disse che sono le scelte che facciamo che dimostrano chi siamo veramente, molto più delle nostre capacità. Se sceglierai di essere davvero un Grifondoro, se lo farai capire al Cappello, allora ti assicuro che lo sarai. -
Janus lo guardò ma non disse niente, come se quella risposta non lo avesse del tutto soddisfatto.
- Prima che torni tua madre… - Continuò dunque a parlare Harry, frugano nella tasca interna del suo mantello, e tirando poi fuori una vecchia pergamena. - Credo che questa possa servirti. Diciamo che è una piccola eredità lasciata da Felpato, Ramoso e Lunastorta. -
Janus sgranò gli occhi. Aveva sentito così tante volte parlare della Mappa del Malandrino come una sorte di oggetto leggendario che quasi si emozionò quando Harry gliela mise tra le mani. Anche suo padre aveva toccato quella pergamena, anche zio Remus… l’avevano fatta loro.
- Sai come funziona? - Gli chiese Harry.
Janus annuì in fretta e sorrise. - Giuro solennemente di non avere buone instenzioni. - Recitò a memoria. - Harry… grazie. -
- Ora mettila via, non credo che Hazel approverebbe. - Sussurrò Harry sogghignando, quando notò che la donna stava camminando rapida nella loro direzione.
- Le uniche carrozze rimaste vuote sono in coda al treno. - Avvertì, avvicinandosi in fretta, mentre gli sportelli sbattevano lungo il treno rosso. - Sono quasi le undici. Janus, sei pronto? Sei sicuro di voler partire? Perché non sarebbe assolutamente un problema se tu non volessi, magari potresti studiare a casa, rimanere con me e… -
- Mamma… - Sbuffò lui, alzando gli occhi al cielo. - Vedi che devi trovarti un fidanzato? -
Harry si lasciò sfuggire una breve risata, mentre Hazel alzò gli occhi al cielo. - Però se non ti trovi bene ti vengo a prendere. - Insistette, abbracciandolo.
- Mi troverò benissimo, Hogwarts è il mio posto. - Ribatté Janus, cercando di svincolarsi dalla sua stretta. - Adesso però lasciami… mamma, dai, è imbarazzante! -
Harry rise ancora, anche se con una dolorosa scheggia nel cuore. Nessuno l’aveva abbracciato in quel modo durante il suo primo giorno di scuola, era sicuro di essere solo al mondo e ancora non sapeva che, nella glaciale solitudine di Azkaban, c’era qualcuno anche per lui.
Il treno fischiò e Janus salì a bordo. Salutò ancora una volta sua madre e Harry, poi lo sportello si chiuse e il treno iniziò lentamente a muoversi verso l’uscita della stazione.
Con il cuore in gola, Hazel vide la locomotiva allontanarsi.
- Quando sapremo dello smistamento? - Domandò a Harry, con lo sguardo ancora rivolto al binario.
- Entro le dieci di sera. - Rispose il ragazzo. - Perché non vieni a cena da noi alla Tana? Così quando arriverà il gufo da Hogwarts possiamo leggere insieme la lettera. -
Hazel sorrise, voltandosi verso di lui. Le sembrava ancora tutto così assurdo. - Sì, mi farebbe davvero piacere. - Disse.
- Allora ci vediamo stasera verso le otto. - Decise Harry alla svelta. - Adesso devo scappare a lavoro. Sono già in ritardo ma non potevo assolutamente perdermi la partenza di Janus! -
°°°°°°
Il treno sfrecciava, rapido e senza sosta, addentrandosi sempre più a fondo nelle selvagge campagne inglesi. Sopra la locomotiva, il sole brillava altissimo in un cielo terso e senza nemmeno una nuvola, neppure in lontananza, infrangendo i suoi raggi caldissimi contro il vetro sporco del finestrino e illuminando tutto lo scompartimento.
Lì, un ragazzino di undici anni se ne stava seduto da solo, fissando i sedili vuoti davanti a sé da almeno un’ora, con un piccolo sorrisetto dipinto in volto e una copia di “Storia di Hogwarts” chiusa e appoggiata sulle sue ginocchia. Anche se gli mancavano poche pagine, era troppo eccitato per mettersi a leggere, anzi, forse era troppo eccitato per fare qualsiasi cosa.
Ormai era fatta, era partito e tra poco sarebbe finalmente arrivato a Hogwarts. L’emozione bruciava nel suo petto con la potenza di mille supernove ad un passo dall’esplosione, e più ci pensava e più non poteva fare a meno di sorridere.
Con un sospiro che sapeva quasi di sollievo, si lasciò affondare ancora un po’ nel suo sedile di moquette marrone e, nello stesso istante, la porta dello scompartimento alla sua sinistra si spalancò, mostrando una ragazzina sulla soglia. Janus si voltò a guardarla incuriosito: probabilmente anche per lei era la prima volta su quel treno, si notava da come si guardava intorno, intimorita ed eccitata insieme. Aveva i capelli rossi e un po’ crespi, legati in due trecce che le cadevano sulle spalle, due grandi occhi scuri che sembravano ancor più enormi per colpa della montatura di occhiali piuttosto spessa che portava sul naso pieno zeppo di lentiggini. Come lui, anche lei indossava abiti babbani e, quando sorrise imbarazzata, Janus notò che portava l’apparecchio.
- Posso sedermi qui? Tutti gli altri scompartimenti sono già molto affollati. - Esordì.
Janus annuì. - Certo. Sì. Accomodati. - Disse.
La bambina fece un altro sorriso imbarazzato e obbedì, sedendosi proprio sul sedile di fronte a quello del ragazzo, continuando a fissarlo. - Io mi chiamo Annie Carter, a proposito. Sono del primo anno. - Disse alla svelta. - E sono anche un po’ agitata, sai, i miei sono babbani, per me questo è tutto nuovo. I tuoi, invece? -
- Mamma è babbana, papà un mago. - Rispose lui. - Ma è tutto nuovo anche per me. E comunque a Hogwarts si parte tutti dallo stesso livello, non ti preoccupare. -
- Oh… be’, meno male. Ho scoperto di essere una strega solo a giugno, quindi non so praticamente niente sul mondo dei maghi e su Hogwarts. - Annie sbuffò, arricciando il naso con disapprovazione. - Ma tu come ti chiami? Non me l’hai detto. -
- Janus. - Rispose lui, porgendogli la mano.
- Hai un nome molto strano. - Osservò Annie, stringendogliela con vigore. - Ma è un complimento. Strano è bello! - Si affrettò a dire, facendo un grosso sorriso.
- È il nome di una divinità romana, ma anche di uno dei satelliti di Saturno. - Spiegò con cura. - La famiglia di mio padre ha come tradizione questa cosa di chiamare i nuovi nati come dei corpi celesti, anche se lui avrebbe preferito di gran lunga chiamarmi come il cantante dei Black Sabbath, dice mamma. -
Annie rise, portandosi una mano alla bocca e Janus si sentì un po’ in imbarazzo. Di solito le persone non parlavano molto con lui, lo consideravano troppo strano, diverso.
- Ma quindi tuo padre ti avrà raccontato tutto di Hogwarts. - Intuì la giovane.
Janus esitò e poi annuì e scosse la testa insieme. - Sì, in un certo senso. - Rispose, il tono vago. - Però quasi tutto ciò che so sulla scuola l’ho letto in Storia di Hogwarts durante le ultime due settimane. - Aggiunse, facendo un cenno verso il libro che aveva sulle gambe.
La ragazzina lo osservò incuriosita Janus mentre sfogliava quel libro, e quando notò che le immagini si muovevano spalancò la bocca in una perfetta “o”. Ma, prima che potesse dire qualsiasi cosa, la porta dello scompartimento si aprì di nuovo ed entrambi si voltarono in quella direzione, dove era apparso un altro studente. Si trattava di un ragazzo nero, forse due o tre anni più grande di loro, i capelli ricci e scuri tagliati corti e due grossi occhi rotondi incastonati sopra gli zigomi alti, che li guardò rimanendo sulla soglia e per poi domandare: - Tu, ragazzino, sei Janus Black? -
Janus sobbalzò e poi annuì timoroso, come se si trovasse in classe, al cospetto di un insegnante.
L’altro tirò un sospiro di sollievo. - Ma che fai, ti nascondi? Ho dovuto cercare in tutti gli scompartimenti prima di riuscire a trovarti. - Sbottò alzando gli occhi al cielo, entrando e chiudendosi la porta alle spalle. - Mio padre ha detto che dobbiamo fare amicizia, quindi eccomi qui. -
Annie e Janus si scambiarono uno sguardo perplesso, poi lei, che probabilmente era la più sfacciata tra i due, si fece avanti. - E tu chi saresti, scusa? - Gli domandò.
- Hughie Shacklebolt, sì sì, mio padre è il Ministro della Magia. - Disse scocciato, prima di rivolgersi direttamente a Janus. - Mio padre e tuo padre erano entrambi nell’Ordine della Fenice, hanno combattuto insieme durante la battaglia dell’Ufficio Misteri, sai quella in cui tuo padre… be’ hai capito. Comunque assurda la tua storia. -
Annie guardò Janus, cercando di comprendere meglio le parole dell’altro. - Che storia? - Chiese, senza cautela, troppo curiosa per trattenersi.
Hughie parve sorpreso da quella domanda. - Il padre di Janus è Sirius Black, il padrino di Harry Potter, hai presente? -
La ragazzina scosse la testa.
- Harry Potter ha sconfitto il più grande mago oscuro di tutti i tempi e Sirius, il padre di Janus, ha nascosto lui e sua madre, cancellando la memoria di tutti quelli che li avevano conosciuti, per far in modo che il resto della famiglia Black non li uccidesse. - Iniziò a spiegare Hughie, come si trattasse di una trama avvincente di un’opera letteraria. - Ma poi il signor Black è morto e Janus ha dovuto dunque aspettare che gli arrivasse la lettera da Hogwarts per tornare nel nostro mondo. -
Annie guardò Janus, che sospirò senza però parlare. - Mi dispiace per tuo padre. - Gli disse.
Il ragazzo abbozzò un piccolo sorriso. - Non fa niente. - Rispose. - Voi sapete già in che Casa finirete? - Domandò, nel tentativo di cambiare discorso.
Annie scosse la testa, mentre Hughie rispose: - Io sono del terzo anno e sono stato smistato in Grifondoro come mia madre e mio padre. -
- Anche io spero tanto di finire in Grifondoro. - Disse Janus.
- Ma come funziona lo smistamento, nel dettaglio? - Domandò Annie, con interesse. - Ho letto qualcosa a riguardo, e credo che mi piacerebbe Grifondoro, ma anche Tassorosso non sembra affatto male. Solo che non capisco con quale criterio ci smisteranno. -
- Harry mi ha detto che il Cappello prende in considerazione la scelta dello studente. - Spiegò Janus.
- Con me non l’ha fatto, ha gridato “GRIFONDORO” due secondi dopo che mi ha sfiorato la testa. - Raccontò Hughie. - Magari tu sarai un Serpeverde come tutti gli altri Black. -
Janus scosse la testa. - Io non sono un vero Black, quindi non credo. -
Hughie lo scrutò dal basso all’altro un paio di volte, prima di sogghignò divertito. - Tu credi? Secondo me l’aspetto un po’ ce l’hai. - Osservò annuendo. - Sì, ecco, siete tutti belli nonostante veniate da secoli di matrimoni incestuosi tra cugini. E poi avete questo atteggiamento. -
- Che atteggiamento? - Chiese Janus, inarcando le sopracciglia.
Hughie lo indicò come se la risposta fosse ovvia. - Questo sguardo altezzoso e fiero, quest’aria da nobile pieno di soldi. Tu non credi? - Domandò ad Annie.
La ragazzina rivolse a Janus uno sguardo indagatore. - In effetti Hughie ha un po’ ragione. - Dichiarò. - Hai l’aria di uno che gioca a polo, sì. Giochi a polo? -
Janus arrossì fino alla punta delle orecchie e Hughie gli diede una forte pacca sulla spalla ridendo. - No, non gioco a polo. - Mugugnò. - Una volta giocavo a football, ma poi mi sono rotto una costola e mia mamma mi ha fatto smettere. -
- Poteva lasciarti giocare, ma magari in porta. - Buttò lì Annie.
Il ragazzino aggrottò la fronte, guardandola come se non avesse ben capito le sue parole. - Non ci sono le porte nel football che dico io. - Spiegò intimorito. - Forse tu intendi dire soccer, il calcio. -
Annie e Hughie si scambiarono uno sguardo piuttosto perplesso; poi lui parve colto da un'improvvisa illuminazione. - Giusto, tu sei cresciuto in America. -
- Oh, ora capisco l’accento un po’ strano. - Commentò Annie. - Comunque… non giocherai a polo ma sicuramente suoni il violoncello o altre cose del genere. -
- Suono il violino. - Ammise Janus, alzando gli occhi al cielo, infastidito. - Ma questo non fa di me un nobile ricco e viziato, io non sono così e nemmeno mio padre lo era. Quindi no, niente Serpeverde. Sarò un Grifondoro e questo è quando. -
- E ti scaldi facilmente, anche questo è tipico di voi Black. - Rise Hughie. - Ma staremo a vedere tra qualche ora. Comunque dicono che la Sala Comune di Serpeverde non si male, si trova sotto il Lago Nero. Certo, un po’ umida e poco accogliente, ma in compenso potrai fare amicizia con la Piovra Gigante. Ad ogni modo, caro Blackie, cara amica di Blackie, è il caso di iniziare ad indossare le divise. -
Janus guardò Hughie con uno sguardo torvo, tentando di capire se quel ragazzo gli stesse simpatico o meno, e poi sbirciò fuori dal finestrino. Stava calando la sera, le montagne e le foreste si stagliavano contro un cielo che si stava facendo sempre più buio.
Nel bagno della carrozza, Janus indossò finalmente la sua divisa, rivolgendo poi un sorriso allo specchio. Lo stemma della scuola era lì, cucito in bella mostra sul suo petto, e quella divisa, a suo parere, gli donava parecchio. Immaginò suo padre durante il suo primo giorno di scuola, vestito in quello stesso modo, su quello stesso treno e, nonostante il sorriso non gli si fosse ancora spento sul volto, Janus percepì una morsa famigliare stringere il suo stomaco. Si rese conto che si sentiva solo e un po’ spaesato.
Quando tornò nello scompartimento, notò che anche Annie aveva indossato la sua divisa dal primo giorno, mentre Hughie indossava già i colori di Grifondoro.
Una voce risuonò per tutto il treno: - Tra cinque minuti arriveremo a Hogwarts. Siete pregati di lasciare il bagaglio sul treno; verrà portato negli edifici della scuola separatamente. -
Dopo aver rallentato, infine il treno si fermò e gli studenti, ormai fuori dai loro scompartimenti, si mossero a spintoni verso lo sportello, per scendere poi sul marciapiedi stretto e buio. Janus rabbrividì all'aria gelida della notte. Rivolse uno sguardo al suo fianco, notando che Annie era pallida come un cencio e che si stava torcendo nervosamente le mani. Aveva voglia di dirle di stare tranquilla, che quello era il suo posto anche se era nata babbana e che non aveva niente da temere ma, anche al solo pensiero, si sentì un po’ ridicolo.
Poi, sopra le teste degli studenti, si accese una luce, e Janus udì una voce: - Primo anno! Primo anno da questa parte! -
Alla vista di Hagrid, il custode della scuola di cui aveva tanto sentito parlare, Janus non poté fare a meno di spalancare la bocca. Era alto almeno due volte un normale essere umano e aveva un aspetto a dir poco selvaggio. I capelli e la barba erano un unico cespuglio crespo, le sue mani erano enormi e i suoi piedi giganteschi; era semplicemente troppo grosso per essere una persona vera, eppure era lì, davanti a loro e li stava guidando verso un sentiero ripido e stretto.
- Fra un attimo avrete una bella prima vista panoramica di Hogwarts! - Annunciò allegramente Hagrid.
Lo stretto sentiero si era spalancato all'improvviso sul bordo di un grande lago nero e proprio lì, appollaiato in cima a un'alta montagna sullo sfondo, con le finestre illuminate che brillavano contro il cielo pieno di stelle, si stagliava un grande castello con molte torri e torrette.
- È bellissimo. - Mormorò Janus, tra sé e sé.
- È reale. - Commentò invece Annie, ferma al suo fianco.
Hagrid indicò una flotta di piccole imbarcazioni in acqua, vicino alla riva. - Non più di quattro a barchetta. - Avvertì.
Janus e Annie salirono a bordo, e insieme a loro un giovane di nome Abner Rowle e Faye Selwyn, la ragazza che Janus aveva incontrato in libreria. Lei lo fissò per qualche attimo, come per essere certa che si trattasse proprio di lui, gli sorrise e poi le barchette si staccarono dalla riva, scivolando sul lago liscio come vetro. Tutti tacevano, lo sguardo fisso sul grande castello che li sovrastava e torreggiava su di loro, man mano che si avvicinavano alla rupe su cui era arroccato.
- Ciao, Black. - Gli disse Faye sottovoce. - Ti ricordi? Ci siamo incontrati al Ghirigoro. -
- Ciao. - Mormorò lui di rimando. - Sì, che mi ricordo. Sei quella che non conosce i Linkin Park. -
Abner Rowle, che fino a quel momento non aveva mostrato nessun interesse nei suoi confronti, staccò gli occhi dal castello per posarli su di lui. Aprì la bocca nel tentativo di dire qualcosa, quando la voce grossa di Hagrid lo sovrastò:
- Giù la testa! - Gridò quando le prime barche raggiunsero la scogliera.
I ragazzi obbedirono e le barchette li trasportarono attraverso una cortina d'edera che nascondeva una grande apertura sul davanti della scogliera stessa. Poi attraversarono un lungo tunnel buio, che sembrava portare dritto sotto il castello, e infine raggiunsero una sorta di porto dove camminarono tra scogli e sassi lungo un passaggio nella roccia, preceduti dalla lampada di Hagrid, e finalmente emersero sull'erba morbida e umida, proprio all'ombra del castello. Salirono la scalinata di pietra e si affollarono davanti all'immenso portone di quercia.
- Ci siamo tutti? - Fece Hagrid, e poi alzò il pugno gigantesco e bussò tre volte.
La porta si spalancò all'istante e si vide una vecchia strega alta, dai capelli corvini, vestita di verde smeraldo. Aveva un volto severo, e Janus si sentì un po’ in soggezione davanti a lei.
- Ecco qua quelli del primo anno, preside Mcgranitt. - Disse Hagrid.
- Grazie, Hagrid. Da qui in avanti li accompagno io come al solito. -
Spalancò la porta. La sala d'ingresso era così grande che ci sarebbe entrata comodamente un’intera casa. Le pareti di pietra erano illuminate da torce, il soffitto era talmente alto che si scorgeva a malapena, e di fronte a loro una sontuosa scalinata in marmo conduceva ai piani superiori.
I ragazzi seguirono la preside calpestando il pavimento tutto lastre. A destra si udiva il brusio di centinaia di voci, forse il resto degli studenti doveva essere già arrivato, ma la preside Mcgranitt condusse quelli del primo anno in una saletta vuota, oltre la sala d'ingresso. Ci si assieparono dentro, guardandosi intorno tutti nervosi.
- Benvenuti a Hogwarts. - Esordì la strega. - Il banchetto per l'inizio dell'anno scolastico avrà luogo a breve, ma prima di prendere posto nella Sala Grande, verrete smistati nelle vostre Case. Lo Smistamento è una cerimonia molto importante, perché per tutto il tempo che passerete qui a Hogwarts, la vostra Casa sarà la vostra famiglia. Per il tempo che resterete a Hogwarts, i trionfi che otterrete le faranno vincere punti, mentre ogni violazione delle regole gliene faranno perdere. Ora, prego, seguitemi pure. -
Uscirono dalla stanza, attraversarono di nuovo la sala d'ingresso, oltrepassarono un paio di doppie porte, ed entrarono nella Sala Grande. Janus non avrebbe mai potuto immaginare che, al mondo, potesse esistere un posto tanto splendido e sorprendente. Era illuminato da migliaia e migliaia di candele sospese a mezz'aria sopra quattro lunghi tavoli, intorno ai quali erano seduti gli altri studenti. I tavoli erano apparecchiati con piatti e calici d'oro scintillanti. In fondo alla Sala c'era un altro tavolo lungo, intorno al quale erano seduti gli insegnanti. Fu lì che la preside accompagnò gli allievi del primo anno, cosicché, sempre tutti in fila, si fermarono davanti agli altri studenti, dando le spalle agli insegnanti. Alla luce tremula delle candele, le centinaia di facce che li guardavano sembravano tante pallide lanterne. Qua e là, tra gli studenti, i fantasmi punteggiavano la sala come velate luci argentee. Soprattutto per evitare tutti quegli occhi che li fissavano, Janus alzò lo sguardo in alto e vide un soffitto di velluto nero trapunto di stelle.
- Quando chiamerò i vostri nomi, indosserete questo cappello e vi siederete sullo sgabello per essere smistati. - Parlò la McGranitt, con il Cappello Parlante già pronto in una mano e un foglio di pergamena nell’altro. - Bene, iniziamo subito con… oh. -
La strega alzò lo sguardo sul gruppo di studenti del primo anno, come alla ricerca di qualcuno in particolare. Passò gli occhi su ognuna delle loro facce, fermandosi poi su Janus e, in un attimo, si sentì quasi catapultata indietro di anni.
- Black Janus! - Esclamò, tornando a guardare il foglio di pergamena.
Janus sgranò gli occhi e quasi gemette. Perché diamine doveva essere il primo? Dietro di lui, la manina gracile di Annie lo spinse leggermente, e lui avanzò verso lo sgabello con lo stomaco chiuso e un nodo in gola. Si sedette sullo sgabello traballante e, l’ultima cosa che vide prima che il cappello gli coprisse gli occhi, fu la sala piena di gente che allungava il collo per guardarlo meglio. L'attimo dopo, era immerso nel buio.
- Mmmh. Solitamente voi Black siete facili. - Gli sussurrò una vocina all'orecchio. - Vedo ambizione e un dono molto raro che ti lega alla Casa Serpeverde, ma hai anche un bel cervello… Oh sì, sei sveglio, forse anche Corvonero potrebbe essere una buona scelta… tuttavia Serpeverde sembrerebbe essere proprio il tuo posto… -
Non Serpeverde, qualsiasi cosa tranne Serpeverde. Se mi metti lì giuro che scapperò dalla scuola! Pensò il ragazzino, aggrappandosi forte ai bordi dello sgabello, Grifondoro, per favore, voglio essere un Grifondoro!
Il Cappello tacque per qualche interminabile secondo e poi tornò a parare: - Be’ vedo che hai le idee ben chiare, ragazzo. - Disse. - Se ne sei davvero convinto allora ti ascolterò… non farò lo stesso errore che ho fatto con tuo zio. GRIFONDORO! -
Janus udì il cappello gridare l'ultima parola a tutta la sala. Se lo tolse di testa e si avviò con passo vacillante verso il tavolo dei Grifondoro. Il sollievo di essere stato scelto per la Casa di suo padre e non per Serpeverde era tale che a malapena si accorse di essere stato salutato con un forte applauso.
- E bravo il nostro piccolo Blackie! - Esclamò Hughie, seduto dall’altra parte del tavolo, stringendogli la mano e facendogli un grosso sorriso.
Subito dopo di lui, fu Annie Carter ad essere chiamata per lo smistamento. Rimase seduta sullo sgabello e poi il Cappello gridò ancora una volta “GRIFONDORO”, e la ragazzina saltellò nella sua direzione, sedendosi al suo fianco.
- Siamo nella stessa Casa! - Esclamò eccitata, battendo le mani.
Dopo di lei ci furono una sfilza di Serpeverde, (tra cui, con grande sollievo di Janus, Faye Selwyn), un Tassorosso, qualche Corvonero e poi un ragazzo di nome Klaus Hopper, che finì in Grifondoro e che si accomodò tra Janus e Annie, salutando lui con un cenno del capo e lei con un baciamano molto imbarazzante.
Il banchetto fu abbondante, ma Janus quasi non toccò cibo, lo stomaco chiuso per l’emozione. Si guardò intorno, passando lo sguardo tra gli studenti seduti lungo i quattro tavoli e, per la prima volta nella sua vita, si sentì a casa.
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