Kamilah
Dato che le dinamiche di Wattpad ancora mi sfuggono (evidentemente sono troppo vecchia per postare qui i miei scleri e dovrei tornarmene su efp insieme ai vecchietti come me), vi avviso che ho fatto un casino con gli ultimi 3-4 capitoli (in pratica ne avevo perso uno) quindi se ieri non lo avete letto è meglio se lo andate a recuperare, si intitola "guanti di lana verde".
Comunque vi lascio a questo che dovrebbe essere il capitolo 41, fatemi sapere se vi risulta perché qui sto dando di matto. E naturalmente scusate per le millemila notifiche.
Capitolo 41
Nei giorni successivi alle vacanze di Natale, la vita di Hazel prese una piega strana. Da un lato le cose procedevano come sempre: il lavoro occupava gran parte del suo tempo, proprio come l’organizzazione del matrimonio ormai sempre più vicino; la mattina Hazel si alzava all’alba, correva per mezz’ora e dopo una doccia veloce filava a Oxford senza prendersi nemmeno il tempo per pensare. Il pomeriggio, invece, era solita vedere Sirius, che la raggiungeva per prendere un caffè con lei nel discutibilissimo bar della facoltà.
Era davvero strano avere a che fare con lui in quel modo, alla luce del sole, presentarlo a qualche collega come il padre di suo figlio, senza più nascondersi e senza più avere paura, ed era una delle sensazioni migliori che Hazel avesse mai provato. C’erano le basi per poter costruire finalmente un rapporto di amicizia sincero che non aveva spazio per la malinconia o la mancanza di ciò che erano stati.
Proprio perché Hazel si sentiva ancora molto attratta da lui, si assicurava di incontrarlo sempre in luoghi pubblici e si affrettava a cancellare presto ogni pensiero riguardante loro due di nuovo insieme come coppia. Sirius d'altro canto faceva esattamente la stessa cosa, mantenendo sempre un passo indietro, all’erta, e ritrovandosi spesso a usare inconsciamente Kamilah come una sorta di surrogato di Hazel. Non se ne rendeva conto, ma percepiva ogni volta qualcosa di sbagliato quando era in compagnia di quella ragazza bellissima che però lui quasi non riusciva davvero a vedere.
Però vedeva Hazel. Oh sì, lei la vedeva bene.
Con il passare delle settimane Sirius si era reso conto che la ragazzina scapestrata che aveva conosciuto anni prima c’era ancora, solo che era seppellita sotto i vestiti da donna in carriera che Hazel si ostinava a indossare per darsi un tono. Un pomeriggio particolarmente freddo di metà gennaio, quando fuori dall’ufficio di lei nevicava forte, Hazel gli aveva confessato timidamente di aver affittato un posto in cui era tornata nuovamente a dipingere, lontana dallo sguardo giudicante di Percy.
- Non gliel’ho detto per evitare di sentirmi dire per l’ennesima volta che l’arte non è un lavoro vero e che ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità. - Spiegò Hazel, mostrando a Sirius quel suo piccolo angolo segreto.
Si trattava di una minuscola mansarda in cima ad un vecchio palazzo del centro di Londra, il tetto fatto di travi di legno, arredato da un divano rosso posto accanto al camino e da tantissime tele che Hazel aveva dipinto negli ultimi mesi. Nonostante Sirius non ci capisse granché di arte, notò che lo stile pittorico di Hazel era cambiato negli anni, era maturato, ma era anche rimasto tremendamente inquietante. Ogni tela era una finestra sul dolore di lei, ogni pennellata era come una lama affilata nella carne di chi guardava e per l’ennesima volta il mago capì quanto dolore le aveva provocato negli anni.
Iniziarono così a passare in quel posto molto più tempo di quanto sarebbe stato lecito, ma senza mai sfiorarsi, nemmeno per sbaglio. Ogni tanto Sirius posava per lei oppure si dilettava anche lui nella pittura, con pessimi ma esilaranti risultati.
- Le tue opere sarebbero perfette per il MOBA*! - Rideva sempre lei, ogni volta che Sirius le mostrava un suo lavoro.
Sirius aveva lo straordinario potere di farla tornare un po’ bambina; ogni volta che la porta di quella mansarda si chiudeva lasciando il mondo fuori da quelle mura, per Hazel era come una terapia: c’era lei, c’era Sirius, c’era l’arte, ma non c’era più dolore, né cattiveria, né lutto.
Ma, quando la porta si apriva di nuovo, la magia terminava, Sirius volava via su quella sua moto volante e lei tornava a casa, dove c’era Percy ad aspettarla.
- Come è andata oggi? - Gli chiedeva ogni volta l’uomo.
Hazel allora indossava un sorriso e mentiva, raccontava di una ordinaria giornata di lavoro, sorvolando del tutto sul fatto che lei e Sirius avevano passato un intero pomeriggio da soli in una mansarda ingombra a pasticciare con dei colori a tempera.
Dopo cena, Hazel si metteva a letto e una sola domanda iniziava a tormentarla: stava per caso tradendo Percy? Dopotutto lo stava riempiendo di bugie e di certo Percy non se lo meritava.
Sentiva di star vivendo due vite differenti: quella con Percy, in cui manteneva il ruolo di quasi moglie perfetta, di impeccabile docente universitaria e di madre affettuosa e attenta, e quella con Sirius, che tirava fuori dal fondo del suo cuore la creatività e la passione che per anni era scomparsa sotto montagne di dolore. Le sarebbe piaciuto poter unire queste due cose, essere perfetta ma concedersi anche il lusso di essere allo stesso tempo fragile come solo con Sirius riusciva a mostrarsi.
Poi un giorno lui le aveva proposto di conoscere Kamilah e lei aveva accettato di buon grado, sia perché era curiosa di conoscere la donna che l’aveva sostituita, sia perché voleva l’ennesima conferma che non ci fosse più un futuro per loro.
Così Hazel si ritrovò seduta in un pub, in attesa di essere raggiunta da Sirius e Kamilah, accanto a Ninfadora, venuta in suo soccorso al posto di Percy, che in quei giorni si stava occupando di un importante questione ministeriale, questione di vita o di morte, che lo obbligava a restare fuori casa fino a notte inoltrata. Comunque a lei non dispiaceva: sarebbe stato molto più facile affrontare quell’uscita senza i sussurri dei sensi di colpa che ultimamente la assalivano ogni volta che il suo quasi marito le stava accanto.
Il pub aveva un aspetto un po’ trasandato: il bancone di legno tarlato era abbandonato in un angolo con alle spalle tante bottiglie impolverate, i tavoli - anche quelli di legno - affollavano la sala e l’aria aveva un odore pungente di alcol e polvere. Da qualche parte una radio suonava una cover annacquata di One Way Or Another, ma il chiacchiericcio della clientela la sovrastava. Insomma quel posto non era molto il genere di Hazel, a dirla tutta lei preferiva di gran lunga i luoghi puliti e silenziosi in cui poter leggere o magari scrivere o disegnare un po’, con poche persone e buon cibo, ma era invece uno di quei pub che di sicuro potevano piacere a Sirius.
- Siamo qui da almeno mezz’ora e di loro nessuna traccia. - Si lamentò Hazel, dando l’ennesima occhiata ansiosa alla porta.
- Non pensavo che fossi impaziente di conoscere Kamilah. - Disse Tonks, osservandola con interesse.
- Non sono impaziente, ma trovo irrispettosa tutta questa attesa. - Ribatté la babbana.
Ninfadora la guardò scettica ma non ribatté, convinta che il suo sguardo eloquente parlasse per lei.
- Be’, tu l’hai già conosciuta, no? Com’è? - La interrogò allora Hazel.
Tonks scrollò le spalle. - Praticamente il tuo esatto contrario, però non è male. Certo, è talmente consapevole di essere una gran gnocca che ogni tanto vorrei prenderla a sberle, ma a parte questo a Sirius piace, quindi… ecco, in verità non impazzisco per lei. -
Hazel strinse le labbra, assaporando quell’ormai conosciuto senso di gelosia. Poi, una manciata di secondi più tardi, la porta d’ingresso del pub si spalancò facendo entrare l’aria gelida.
Hazel scoccò uno sguardo in quella direzione, notando che una giovane donna dai fluenti capelli corvini aveva appena fatto il suo ingresso, seguita subito dopo proprio da Sirius che alzò una mano nella loro direzione in segno di saluto prima di avvicinarsi.
- Scusate il ritardo! - Disse allegramente sedendosi, ma Hazel sembrò non averlo nemmeno sentito, troppo occupata a fissare Kamilah che, nel frattempo, si era sistemata proprio davanti a lei, al fianco di Sirius.
I suoi capelli, che da lontano le erano sembrati semplicemente neri, da quella distanza erano lucenti, molto curati e lunghi, le incorniciavano infatti un volto che sembrava essere appena stato scolpito nel marmo. Portava abiti babbani molto alla moda, ma Hazel ebbe l’impressione che la strega non fosse solita indossare vestiti del genere.
Gli occhi di Kamilah, scuri anche quelli e posizionati come due gemme preziose sugli zigomi pronunciati, ricambiarono il suo sguardo con una certa arroganza. - Kamilah, molto piacere. - Si presentò informale, porgendole la mano affusolata.
Hazel la strinse con una presa molto salda. - Hazel. - Disse distaccata.
L’altra alzò i lati della bocca in un sorriso più finto di una banconota da tre sterline e Hazel ricambiò: d’improvviso l’aria attorno a quel tavolo si era fatta pesante.
Nessuno disse una parola per qualche interminabile e teso istante, poi Kamilah tossicchiò così da schiarirsi la voce e esordì: - Ehm… allora… - Bofonchiò nel tentativo di intraprendere una conversazione, rivolgendosi proprio a Hazel. - Sirius mi ha detto che sei un insegnante ma che volevi fare l’artista, una volta. Un vero peccato. -
Ninfadora, accanto a lei, trattenne rumorosamente il fiato: sapeva che c’era solo una cosa da fare se ciò che si desiderava era farsi Hazel come nemica, bastava alludere alla sua mancata carriera artistica.
Nonostante ciò Hazel rimase rilassata, anzi, quasi sorrise. - Parlate molto di me quando siete insieme? - Chiese melliflua.
- Sì, in effetti lui parla molto spesso di te. - Disse Kamilah, quasi come se se ne fosse resa conto solo in quel momento.
- Oh, davvero? - Disse Hazel, continuando a mantenere quel tono sardonico. - Invece di te non ne parla mai, infatti di te non so quasi niente: dimmi, che lavoro fai? -
- Anche se te lo dicessi temo che non potresti capire, dopotutto sei solo una babbana. -
Davanti a quel tono vagamente sprezzante, Ninfadora sgranò gli occhi e Sirius prese a tamburellare con le dita sulla superficie del tavolo attorno a cui erano riuniti, mentre Hazel, di nuovo, non fece una piega.
- I babbani hanno inventato l’elettricità, il penicillina, il motore, internet… siamo andati sulla luna, sbaglio o voi maghi viete ancora nel 1700? Senza offesa, ragazzi. - Aggiunse, guardando Tonks e Sirius.
- Noi maghi e streghe non ne abbiamo bisogno. - Ribatté Kamilah.
- Però io adoro l’elettricità, i motori e internet. - Si mise in mezzo Sirius, nel tentativo di calmare gli animi. - Non so cosa sia la penicillina ma presumo che sia qualcosa di molto divertente e utile, come il resto delle cose che fanno i babbani, che per inciso io adoro. -
- Sì, il tuo interesse per quelli come lei è universalmente noto, Sirius. - Disse freddamente Kamilah. - Forse è meglio se andiamo a ordinare, vieni con me? -
- Tra poco dovrebbe arrivare il cameriere. - Rispose l’uomo.
- Senti, vieni con me e basta. - Ribatté la strega, poi si alzò, lo afferrò per un braccio e lo trascinò verso il bancone lanciando a Hazel uno sguardo di puro sdegno.
Le due rimaste al tavolo si scambiarono uno sguardo molto esplicito.
- Credo di odiarla. - Confessò poco dopo Hazel, mentre guardava Kamilah e Sirius che discutevano a qualche metro da lì.
- È così odiosa, proprio non so cosa ci trovi lui in lei. - Sbottò Hazel a Percy quando tornò a casa quella sera, mentre si sfilava le calze e il vestito per indossare il pigiama. - È bella, questo sì… ma solo perché è molto appariscente. Comunque è proprio il suo tipo, Sirius è così prevedibile… io sono l’unica con un po’ di intelletto con cui lui sia mai stato. -
Ovviamente Kamilah non era il mostro demoniaco che Hazel descriveva, ma era esattamente quel tipo di donna che facilmente risultava antipatica agli occhi delle altre: era vero, non solo molto era bella, ma era anche molto sicura di sé.
Insomma era proprio il contrario di Hazel, che sicuramente l’avrebbe detestata anche se non ci fosse stato Sirius di mezzo. Se le ricordava quelle come Kamilah, quando andava a scuola, perfette, con le loro vite perfette, i corpi perfetti e i vestiti di marca, sempre pronte a guardare tutti dall’alto al basso. Non era gelosa, si ripeteva, è che quella Kamilah era davvero una stronza di prima categoria!
- In realtà Kamilah Burke è tra gli impiegati più promettenti del Ministero. - La informò Percy. - È molto preparata, non è solo bella. -
Hazel lo fulminò con lo sguardo e poi lasciò cadere sul letto. - Quindi tu pensi che lei sia bella? - Chiese tutta alterata, incrociando le braccia sul petto. - Più di me? -
Percy aprì e chiuse la bocca un paio di volte, alla ricerca della risposta giusta. - Dipende da cosa intendi per bella. In fin dei conti che cos’è la bellezza? Se con bellezza intendi la capacità di appagare il mio animo allora tu sei la più bella donna del mondo, se invece intendi bellezza oggettiva… allora sì, lei rispecchia i canoni odierni. - Spiegò, come se si trattasse di un esame. - Ma sei tu l’esperta di quesiti come questo, professoressa Rains. -
- Quindi pensi che lei sia oggettivamente bella. - Riassunse Hazel, ignorando tutto il resto.
Percy sospirò, arreso. - No, cara, ora che mi ci fai pensare devo dirti che la trovo bruttina, e sono convinto che sia anche antipatica e stupida come dici tu. - La assecondò.
- Ah, non ne hai idea! È davvero orribile, te lo garantisco. Sai cosa ha fatto? L’ha baciato davanti a me per tutta la sera, come per marcare il territorio! Non lo sa che io glielo lascio volentieri! È veramente patetica e imbarazzante, una sorta di adolescente troppo cresciuta; anche se in effetti dovevo aspettarmelo, da una che si chiama Camilla. -
- In realtà è un nome diverso. - Puntualizzò Percy, beccandosi un’occhiata torva. - Ma ad ogni modo che cos’hai contro quelle che si chiamano Camilla? Ho sempre pensato che fosse un bel nome. -
- Mi ricorda Camilla Parker Bowles, che è anche il terzo incomodo per antonomasia. - Spiegò Hazel, alzando gli occhi al cielo.
Percy aggrottò la fronte. - In tutta sincerità io credo che qui sia tu la Camilla Parker Bowles della situazione. - Obiettò, incassando l’ennesimo sguardo assassino da parte di Hazel. - Pensaci: tu e Sirius vi conoscete da molti anni e avete bel un trascorso alle spalle, mentre lei è la nuova arrivata che tutti considerano più bella di te, ed è anche più giovane. Dovrebbe essere lei a darti del terzo incomodo. -
- Quindi lei sarebbe la giovane e graziosa Lady D e io la vecchia e sgradevole Camilla. -
Il mago alzò le sopracciglia e sospirò. Proprio non capiva perché Hazel provasse tutta quella antipatia per Kamilah Burke. Certo, non aveva l’aria di essere una simpaticona, anzi se la ricordava a scuola come una Serpeverde piuttosto altezzosa, ma era passato talmente tanto di quel tempo. Tuttavia anche lui all’inizio aveva odiato quello che in seguito sarebbe diventato il nuovo marito di Audrey.
Ripensando a quel triste periodo della sua vita, Percy si sentì accartocciare le viscere. Già una volta era stato lasciato e poi sostituito, ma stavolta le cose sarebbero state diverse, si sarebbe preso cura della sua relazione, avrebbe battuto quell’idiota ad ogni costo.
Lui era migliore di Sirius Black, se lo ripeteva di continuo, soprattutto da quando Black e Hazel si erano nuovamente riavvicinati. Se l’era ripetuto così intensamente negli ultimi giorni che quasi aveva iniziato a crederci.
In fin dei conti Sirius si comportava come un ragazzino la maggior parte delle volte, non era una persona matura e con la testa sulle spalle come lui; non aveva un lavoro, non aveva prospettive né ambizioni, a stento sapeva badare a sé stesso, figuriamoci prendersi cura di un'intera famiglia, figuriamoci prendersi cura di una persona fragile come Hazel. Percy si diceva che non aveva nulla da temere, non importava quanto l’altro fosse bello o intraprendente, perché lui, Percival Ignatius Weasley, era proprio ciò di cui Hazel aveva bisogno: un uomo serio, responsabile e rispettoso.
- Questo è un paragone che non ha né capo né coda per innumerevoli motivi, come il fatto che Sirius non è l’erede al trono britannico. - Disse Percy. - Sei proprio sicura che la vuoi al nostro matrimonio? -
- Più sicura che mai. - Assicurò Hazel. - Anche se probabilmente sarà oggettivamente molto più bella di me anche quel giorno, quindi guarderai lei anziché la tua sposa. -
- Impossibile. - Sorrise il mago. - Non vedo l’ora che arrivi quel giorno.
Hazel alzò i lati della bocca in un sorriso incerto, come se fosse stata colta alla sprovvista dalla frase di lui. - Sì… manca pochissimo. - Rispose, sdraiandosi finalmente al fianco dell’uomo. - Mancano sei mesi, un altro po’ di pazienza e ce l’avremo fatta. Però se penso a quante cose ci sono ancora da sistemare mi prende lo sconforto. -
- Il ristorante è stato prenotato e il vestito l’hai già scelto, quindi direi che la parte più difficile è stata fatta. - Disse Percy, stringendosi dolcemente a lei. - Ginny dice che sei bellissima con quell’abito. -
Hazel sorrise timidamente. - E lei non ha visto ciò che indosserò sotto. - Mormorò maliziosa.
°°°°°°
Molto più a nord rispetto a Londra, tra le mura del castello di Hogwarts, Janus stava vivendo un periodo particolare, ancora diviso tra il desiderio di riavere la sua famiglia unita e il senso di colpa nei confronti di Percy.
Nonostante ciò, il giovane Black era felice di come stavano andando le cose attorno a lui: i suoi genitori entrambi molto presenti nella sua vita anche se non stavano più insieme e in più c’era Percy che sopperiva a tutte le mancanze di Sirius: mentre uno faceva la parte del rigido e inflessibile padre tradizionalista che imponeva un coprifuoco e altre regole spesso assurde, l’altro si comportava più come una sottospecie di fratello pronto a propinare consigli su come farsi passare la sbornia o cose del genere.
Durante le vacanze, quando Sirius aveva scoperto che suo figlio ce l’aveva fatta, che era riuscito nella missione impossibile di scalfire il cuore di pietra di Faye, si era mostrato molto ben disposto a lasciare loro gli spazi adatti per poter passare un po’ di tempo da soli.
- Se volete c’è casa mia, io mi faccio un giro per qualche ora così voi potete fare le vostre cose in tranquillità. - Aveva detto loro una mattina, sogghignando.
Janus, più rosso di un pomodoro bello maturo, si era affrettato a scuotere la testa, mentre Faye, che trovava Sirius davvero molto divertente, si era messa a ridere, per nulla toccata dall’imbarazzo.
- È completamente pazzo! - Si lamentava il giovane con la fidanzata ogni volta che Sirius faceva un'imbarazzante uscita del genere. - È troppo presto! -
Ma Faye non la pensava affatto così e, anzi, si sentiva anche un po’ sorpresa dal fatto che lui non volesse ancora andare oltre a qualche bacio timido con lei. Il sesso per lei era una cosa talmente naturale e quasi scontata che proprio non riusciva a capire come mai invece Janus risultasse tanto rigido sull’argomento.
Ad ogni modo c’era anche un’altra questione su cui Sirius aveva dato il suo inestimabile e saggio parere, cioè su come poteva Janus lasciare Pilar senza apparire come uno stronzo senza cuore:
- Secondo me dovresti solo ignorarla, magari piangerà un po’, ma almeno non dovrai affrontare la faccenda rischiando di dire qualcosa di sbagliato. - Gli aveva detto, contento che suo figlio chiedesse aiuto proprio a lui. - Oppure ti fai coraggio e le dici tutte quelle frasi di circostanza come “non sei tu, sono io”. -
Ma era ormai passato più di un mese dal ritorno a scuola, e Janus non era ancora riuscito a chiudere con la Tassorosso: ogni volta che tentava di farlo, Pilar a sua volta faceva qualcosa che lo faceva sentire un vermicolo davanti alla prospettiva di spezzarle il cuore lì, su due piedi.
La prima volta, sul treno, gli era praticamente corsa incontro dicendogli quanto gli fosse mancato durante quelle settimane di vacanze, la seconda lo aveva interrotto per dirgli che gli aveva scritto una canzone, mentre la terza l’aveva guardato negli occhi e gli aveva rivelato che l’amava e, in quella circostanza, Janus era rimasto zitto per almeno una decina di secondi per poi rispondere con un sussurrato e imbarazzato “ah, va bene”.
Così, qualche giorno prima di San Valentino, Faye gli diede un ultimatum: o lasciava Pilar senza farsi fermare dalla pietà o sarebbe stata lei a chiudere con lui.
Dunque quella sera a cena Janus l’aveva fatto, era andato dritto al punto, e Pilar era scoppiata in lacrime davanti a tutta la Sala Grande.
- Sei stato orrendo. - Ripeté Annie per l’ennesima volta, mentre varcavano la soglia della Sala Comune. - Orrendo, senza cuore, un vero bastardo. -
Janus alzò gli occhi al cielo. - Pensavo che fossi felice per me e Faye. - Ribatté scocciato.
- Ma lo sono! - Esclamò Annie. - Ma ciò non toglie che mi dispiaccia per Pilar. -
- Per me ha fatto bene. - Commentò Klaus con nonchalance, mentre si sedeva sul solito divano rosso davanti al camino. - Stava diventando difficile sopportare tutti quegli slinguazzamenti. Che schifo. -
- Vedrai che adesso inizierà a farlo con Faye. - Fece Annie disgustata, sistemandosi tra i due amici. - Anzi no, dato che lui a stento riesce a farle dei bacini casti e innocenti. -
Janus si sentì arrossire. - E te lo ha detto lei? - Domandò. - Insomma, se ne lamenta? -
La ragazza scrollò. - Non se ne lamenta, ma le fa strano che tu non voglia fare sesso con lei, dato che praticamente chiunque a scuola vuole scoparsela, compresa me, quando sono un po’ ubriaca. - Disse. - Comunque perché non vuoi farlo? Hai dei… problemi? -
- In che senso? - Si allarmò Janus.
Annie agitò una mano in aria con leggerezza. - Qualche disturbo della sfera sessuale, qualche strana e inconfessabile parafilia, ansia da prestazione… magari pensi di averlo piccolo e questo ti blocca, che ne so. - Elencò con noncuranza. - In ogni caso ti posso aiutare io, ho letto un sacco di libri di sessuologia. -
- No, grazie. - Si affrettò a rispondere lui. - Ma ci tengo a precisare che lì sotto è tutto perfettamente nella media. -
- Posso confermare, ha un cazzo straordinariamente ordinario. - Annuì Klaus.
Janus fece una faccia sconvolta e divertita insieme. - Ammettilo, hai scoperto grazie a me di essere gay, sono il centro delle tue fantasie da sempre. -
Klaus avvampò, ma mantenne lo stesso un certo inusuale contegno. - Ti piacerebbe, eh. -
- Sarebbe una gran bella botta alla mia autostima, quindi sì. - Convenne Janus e poi si alzò in piedi. - Rimarrei volentieri ancora un po’ qui con voi a parlare di certe cose per nulla imbarazzanti, ma ho un appuntamento con Sirius a Hogsmeade. - Annunciò.
- Sì, sì, scappa via! - Esclamò Annie.
Janus prima la guardò storta e dopo rise, poi salì su per le scale senza aggiungere altro, pronto a volare via dalla finestra del dormitorio fino al villaggio.
Fuori faceva ancora molto freddo, ma la neve si stava sciogliendo, lasciando intravedere i primi fili d’erba che facevano capolino nella distesa color opalino. In cielo, invece, non c’erano parecchie nuvole illuminate dal chiarore argenteo della luna che brillava per metà in un angolo del manto oscuro.
Quando Janus arrivò ai Tre Manici di Scopa notò che come al solito Sirius era già lì, seduto al solito tavolo, che parlava con Talitha e Rosmerta come se stesse tenendo banco. Il giovane osservò suo padre per una manciata di secondi prima di avvicinarsi pensando a quanto sarebbe più semplice la propria vita se solo fosse un po’ più spigliato, proprio come Sirius, invece di sentirsi inadatto e troppo timido anche solo per sfiorare la propria fidanzata. Si sentiva proprio un povero idiota ed era ormai certo di una cosa: probabilmente Faye l’avrebbe lasciato se non si sarebbe sciolto un po’.
Quando le due locandiere lo videro arrivare si mossero, allontanandosi verso il bancone, e Janus si lasciò cadere dall’altra parte del tavolo, davanti all’uomo.
- Ciao. - Esordì allegramente Sirius.
- Mi spieghi come fai? - Domandò il ragazzo, a bruciapelo.
Sirius aggrottò la fronte. - A fare cosa? - Chiese a sua volta, perplesso.
Janus lanciò un’occhiata eloquente verso il bancone, nella direzione delle due locandiere. - Sei sempre così sicuro di te. - Chiarì dopo un sospiro. - Credo che Talitha sia cotta persa, per non parlare di Rosmerta. -
Sirius rise di cuore. - Sì, io e madama Rosmerta abbiamo dei trascorsi risalenti a quando avevo più o meno la tua età. - Svelò divertito. - Ah… tempi d’oro, quelli. Se avessi sedici anni come te di sicuro non perderei il mio tempo con una ragazza fissa come stai facendo tu, senza offesa, eh. In realtà Faye mi piace, sembra una tipa sveglia. -
- Già… fin troppo sotto certi aspetti. - Borbottò Janus, più a sé stesso che al padre.
Sirius lo fissò con interesse. - Cosa intendi dire? - Domandò interessato.
Il giovane esitò. - Lei è così… be’... lei è… - Balbettò con indecisione. - Senti, lascia stare, davvero, è imbarazzante. -
- È molto difficile mettermi in imbarazzo, ragazzo. -
- È imbarazzante per me, infatti. - Spiegò Janus. - Parliamo di te. Mamma dice che hai una fidanzata, una tale Kamilah. Dice che gliel’hai fatta conoscere settimane fa e che è una vera stronza. -
Sirius sussultò, ma poi si sporse un po’ verso suo figlio, lasciando trapelare un bel po’ di interesse per la piega che stava prendendo quella conversazione. - Che altro ti ha detto? -
- Solo questo. - Rispose Janus alla svelta. - Pensavo che fossi ancora innamorato di lei, ma come non detto. - Aggiunse, parlando in tono deluso.
Sirius fece una risatina impacciata, poi prese a dondolarsi sulla sedia guardando altrove senza ribattere nulla; sembrava nervoso.
- Allora? - Lo incitò Janus, impaziente e improvvisamente distante com’era solo all’inizio. - Sei riuscito ad andare avanti o questa Kamilah è solo un ripiego per tentare di distogliere la tua attenzione dal fatto che mamma sposerà Percy tra sei mesi? -
La sedia di Sirius tornò con tutte e quattro le gambe di legno ben piantate a terra e poi l’uomo alzò lo sguardo verso il proprio figlio con un’espressione amareggiata dipinta in volto. - Io e tua madre siamo solo buoni amici ormai. - Disse.
- Be’, non mi sembra che tu ti stia sforzando tanto per riconquistarla. - Insinuò Janus.
Sirius alzò le sopracciglia e socchiuse la bocca sorpreso. - Che stai cercando di dirmi? -
- Che hai gettato la spugna troppo presto e non mi sembra una cosa molto da te, anche se dopotutto non ti conosco bene. - Spiegò il giovane, vagamente accusatorio.
- E cos’altro dovrei fare? Lei non mi vuole, tu pensi che io debba starle lontano… -
- Non lo pensò più. - Lo interruppe Janus, ammettendolo a fatica. - Non so se lei ti voglia o meno, ma vi ho osservati a Natale e secondo me non dovresti darlo per scontato… e mi odio per il fatto che io te lo stia venendo a dire. -
- Ti odi? Perché? -
- Per Percy, ovviamente. - Sbuffò Janus. - Lui mi ha cresciuto negli ultimi sei anni, è stato sempre presente, sempre attento alle mie necessità, anche quando non lo volevo vicino. Ne ha sopportate tante e adesso io lo sto pugnalando alle spalle, sono pessimo. -
- Lui ti avrà anche cresciuto come dici tu, ma sono io tuo padre. - Gli ricordò gelidamente Sirius. - Quindi è normale che tu stia dalla mia parte. -
Janus strinse le labbra con disapprovazione e poi scosse la testa. - Percy ha ragione, sei proprio infantile. - Disse tagliente.
Sirius strinse gli occhi, fulminandolo con lo sguardo. - Come ti permetti? -
- Che c’è, vuoi mettermi in punizione adesso? Fidati, non sei nella posizione adatta. -
Sirius sospirò stancamente e unì le mani davanti a sé, senza dire niente. Eccolo lì, il risentimento e la rabbia di Janus contro cui non riusciva a lottare nemmeno adesso che usciva fuori solo di tanto in tanto.
- Io voglio solo aiutarti. Ma devi capire che mi costa fatica. - Continuò il ragazzo.
- E come potresti aiutarmi, sentiamo un po’? - Domandò allora Sirius.
Janus assunse un’espressione meditabonda. - Ancora non ci ho pensato. - Borbottò dopo, incrociando le braccia sul petto.
Sirius lo fissò tristemente. - Tra me e lei è finita, Jan. Forse è meglio se te ne fai una ragione anche tu. - Disse.
E Janus ebbe l’impressione che suo padre, in realtà, stesse cercando di convincere sé stesso.
*per chi non lo sapesse il MOBA (Museum of Bad Art) è un museo privato che si propone di "celebrare la fatica di artisti il cui lavoro non potrà venir apprezzato in nessun'altra tribuna".
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