Esprimi un desiderio
Il getto luminoso lo colpì in pieno petto e il colpo lo fece sussultare facendogli sgranare gli occhi in un'espressione di paura e stupore insieme.
Erano state tante le volte in cui si era beccato uno schiantesimo durante la sua vita, ma impiegò qualche secondo per capire che qualcosa quella volta era andato storto. Superò il velo logoro appeso all’arco alle sue spalle e tutto il suo corpo venne attraversato da un fremito. Le sue palpebre si fecero improvvisamente molto pesanti e fu in quel momento che decise di lasciarsi andare al buio e al freddo che subito lo presero. Poi sentì il fischio di un treno in lontananza e, quando spalancò di nuovo le palpebre, notò che davanti a lui era apparso uno strano paesaggio. Si trovava in quello che sembrava un bosco innevato, circondato da altissime montagne, a pochi metri da una casa da cui saliva lenta una nuvoletta di fumo dal camino di pietra.
Sirius si guardò intorno: era giorno, faceva freddo e lui indossava degli abiti diversi da quelli che portava all’Ufficio Misteri. Erano vestiti babbani quelli che indossava, adatti a temperature molto basse come quelle e perfino il suo corpo sembrava cambiato, era più robusto e forte, proprio come prima di Azkaban.
Si avvicinò alla casa dove notò, oltre il vetro chiuso della finestra, un grosso albero di Natale addobbato.
Senza un perché, ma con l’impressione che fosse proprio la cosa giusta da fare, Sirius mise la mano sulla maniglia della porta, spalancandola e ritrovandosi in un grazioso ingresso accogliente e caldo. Tutto intorno a lui l’aria aveva un che di onirico, come se si trattasse di un sogno, un gran bel sogno, di quelli che ti mettono pace e che ti fanno venir voglia di dormire per sempre.
Da qualche parte, in fondo ad un corridoio, alcune voce allegre riempivano l'ambiente. Sirius si mosse, varcando la soglia di una cucina rustica ma ben arredata in cui, sedute una di fronte all’altra con due tazze da tè davanti, due donne stavano parlando amabilmente. La prima, con il volto rivolto verso la porta, era Hazel, ma molto più bella di come se la ricordava. I suoi capelli erano lucenti e setosi, la sua pelle era liscia e splendente come quella di una bambola di porcellana. Quando lo vide gli rivolse un sorriso enorme e si alzò in piedi.
- Ciao, Sirius. - Gli disse, andandogli incontro.
Lui rimase interdetto per una manciata di secondi, fermo e zitto sulla soglia, ma quando poi anche l’altra si voltò nella sua direzione per poco non gli venne un colpo.
Si trattava di una donna bellissima, dai capelli scuri e gli occhi grigi, esattamente come i suoi, che indossava un abito da strega verde smeraldo e che ospitava in viso quei tratti aristocratici che tutti nella famiglia Black condividevano.
- Ma che cazzo… -
- Sirius! - Lo bacchettò subito Walburga. - Sei sempre così scurrile! -
Sirius scoccò a Hazel uno sguardo preoccupato che sembrava completare la frase da lui solo accennata un attimo prima. La ragazza, in tutta risposta, sorrise ancora, come se fosse normale che Walburga Black fosse lì con loro in quel preciso momento.
- È sempre stato così bello, molto più di Regulus. - Sospirò Walburga, guardandolo con uno sguardo che poche volte aveva usato con lui.
Sirius cercò di trattenere senza successo una risata molto amara. - Sì, davvero molto divertente. - Disse, scuotendo la testa. - E io che pensavo di essere stato colpito solo da uno innocuo schiantesimo. Probabilmente sono caduto male. -
Walburga trasalì. - Chi ti ha schiantato, bambino mio? -
Sirius sgranò gli occhi, per poi spostare lo sguardo su Hazel. - Hazel, possiamo parlare? -
La ragazza, seppur perplessa, annuì e poi lo seguì fuori dalla cucina. - Che ti prende? Che hai? - Gli chiese, scrutandolo preoccupata.
- Qual è il tuo film preferito? - Domandò lui a sua volta, più serio che mai.
- Ma cosa… -
- Qual è il tuo film preferito. - Insistette Sirius.
Hazel sbuffò e alzò gli occhi al cielo. - Io e Annie. - Rispose scocciata. - Adesso mi dic… -
- Come hai scoperto che ero ricercato? - La interrogò lui.
Hazel esitò, fissandolo con ancor più apprensione. - Stavamo guardando una partita, Scozia contro Portogallo, poi è partito il telegiornale e lì ho visto la tua foto. Mi sono spaventata, ho tentato di scappare, ma tu mi hai schiantata. - Raccontò.
Sirius tirò quello che sembrava un sospiro di sollievo. - Sei veramente tu. - Disse piano, fissandola attentamente. Le era mancata così tanto e adesso lei era così vicina…
- Chi pensavi che fossi? - Rise lei.
Sirius si limitò a sorridere e a scuotere la testa, e poi fece un altro passo verso di lei, avvicinandosi tanto da poterla finalmente toccare. - Potrai mai perdonarmi? - Le chiese, accarezzandole una guancia.
Hazel parve non capire. - Perdonarti? E per cosa? - Gli domandò.
Sirius cercò di parlare, ma le parole faticarono a sgorgare dalla sua bocca. - Per tutto quanto. - Disse alla fine.
Hazel, di nuovo, apparì confusa. - Sei molto strano oggi. - Commentò.
- Perché tutto questo ti pare normale? - Ribatté lui, indicando tutto lo spazio intorno a loro. - Insomma c’è mia madre in cucina, e prima stavate bevendo del tè insieme. -
- E quindi? Tua madre è simpatica. -
Sirius rise sommessamente e annuì. - Certo, Hazel, certo. E scommetto che mio padre è un uomo amorevole e presente, e che mio fratello in questo momento stia insegnando a Janus come volare bene su una scopa. -
- Sì, effettivamente sì. - Hazel sorrise. - Guarda. -
Lei tese il braccio davanti a sé e, senza nemmeno rendersene conto, Sirius si ritrovò in quello che sembrava l’enorme giardino ben curato della casa di campagna in cui la sua famiglia passava le vacanze estive quando lui era solo un bambino. Lì, nel bel mezzo di un immenso prato che sembrava essere stato falciato filo d’erba dopo filo d’erba, suo padre e suo fratello guardavano un bambinetto che sfrecciava rapido sulla sua scopa giocattolo a più o meno di un metro e mezzo da terra.
Orion Black era proprio come se lo ricordava: i capelli scuri e ben ordinati, il viso sempre rasato con cura e con indosso una veste da mago estremamente pomposa ed eccentrica. Non si assomigliavano per niente nell’aspetto fisico, ma in molti gli avevano detto, nel corso della sua infanzia, quanto fosse simile a suo padre nel carattere, ma lui tutta questa somiglianza non l’aveva mai vista.
Regulus, invece, non era più quel ragazzino diciottenne e magrolino che era scomparso molti anni prima ma, bensì, un uomo adulto.
Sirius rimase a guardare i due da lontano, assaporando il retrogusto molto conosciuto del senso di colpa.
- Perché non vai a parlarci? - Lo spronò Hazel.
- Non credo che tutto questo sia reale. - Mormorò lui, continuando a guardare dritto davanti a sé. - Devo andare via… devo tornare indietro. -
Si voltò e mosse qualche passò in direzione opposta, quando la voce di un bambino che lo chiamava lo fermò. Quando si voltò, vide che Janus stava correndo nella sua direzione. Era un po’ più grande rispetto all’ultima volta in cui l’aveva visto e anche molto più sveglio. Non è reale, si ripeteva Sirius, e così riuscì a resistere al bisogno di prenderlo in braccio. Poi alzò lo sguardo su suo fratello e suo padre che proprio come il bambino si erano avvicinati e adesso lo fissavano in modo strano.
- Padre. Reg. - Fece, come per salutarli. - Vorrei dire che è un piacere rivedervi, ma non è affatto così… -
Regulus si fece avanti e, semplicemente, abbracciò il fratello come se aspettasse quel momento da secoli, lasciando Sirius del tutto interdetto. - Dannato idiota, non ci posso credere che hai dato il mio nome a tuo figlio. - Disse, staccandosi da lui quel tanto che bastava per guardarlo.
- Hazel voleva per Jan anche il nome di una stella, non c’è nessun motivo affettivo dietro questa scelta. - Obiettò Sirius, guardandolo male. - Devo andarmene da qui. -
Orion e Regulus si scambiarono uno sguardo perplesso. - Non puoi andartene via. - Disse il signor Black.
- Sì, me l’hai già detta una volta una cosa del genere, molto tempo fa. - Sirius non aggiunse altro, si voltò nuovamente, fece un passo in avanti e all’improvviso tutto si dissolse, per poi ricomporsi.
Adesso era solo, davanti al cancello della villetta di Lily e James, che però non portava i segni di quello che era successo quella tragica notte del 1981. Aveva tutta l’aria invece di un posto abitato da persone felici.
Sirius attraversò il vialetto con la sensazione di avere le gambe molli, varcò il portico di legno, mise mano sulla maniglia e spalancò la porta, entrando. Dentro era tutto intatto, tale e quale a come se lo ricordava: c’erano ancora le fotografie attaccate alle pareti e gli inutili soprammobili di Lily.
Sirius seguì quella voce fino al soggiorno, dove James, Lily e Remus sembravano tornati ad essere di nuovo tre giovani Grifondoro nella Sala Comune.
- Felpato! - Esclamò James sorridendo, prima di alzarsi in piedi. - Ce l’hai fatta! -
Sirius lo guardò avvicinarsi e poi, come aveva sognato tantissime volte, James lo stritolò in un forte abbraccio. Non riusciva a dire una parola, sentiva la gola chiusa in un nodo e gli occhi che gli si appannavano secondo dopo secondo. - James… - Mormorò con voce rotta. - Mi dispiace così tanto, Jim! Scusa… io non… Peter… -
- Che hai combinato adesso al povero Coda? - Lo interruppe James, ridendo.
Sirius boccheggiò e non riuscì a rispondere. James, Lily e Remus, a contrario di Regulus che era diventato adulto, erano tali e quali a com’erano durante la scuola.
- Lui… ti ha tradito, James. Ha tradito te e Lily. - Tentò di spiegarsi. - Voi due siete morti per proteggere Harry, non vi ricordate? Diglielo, Lunastorta, digli cosa è successo! È colpa mia! Pensavo che… io pensavo che… -
James e voltò verso Lily e Remus, che si scambiarono uno sguardo perplesso.
- Chi è Harry? - Domandò Lily, facendosi avanti.
- Come chi è. - Ribatté Sirius, alterato. - Harry, vostro figlio. -
Lily e James si scambiarono un altro sguardo. - Come fai a sapere che sarà un maschio? - Domandò lei, mettendosi una mano sulla pancia.
Sirius alzò le sopracciglia, sorpreso. - In che anno siamo? - Chiese a sua volta.
Improvvisamente la mano di James scattò sulla sua, stringendola forte, e poi l’amico lo guardò molto intensamente. - Sirius, apri gli occhi. - Disse.
E poi… il buio.
Sirius, apri gli occhi. Apri gli occhi, avanti…
- Signor Black, apra gli occhi. - Una voce sconosciuta arrivò alle sue orecchie da vicino, come se chi avesse pronunciato quell’ordine si trovasse a pochi centimetri dal suo volto, mentre qualcuno gli stava dando tanti piccoli schiaffetti su una guancia, forse nel tentativo di fargli spalancare le palpebre.
Sirius ci provò, tentò con tutto sé stesso di aprire gli occhi, ma non ne aveva le forze. Si sentiva così stanco… era immerso nel nulla. Lì c’era la pace, come se in quel luogo i mali del mondo non avessero accesso. Come gli sarebbe piaciuto lasciarsi andare a quell’oblio, lasciarsi trasportare da quella galassia di niente, eppure c’era una parte di lui ancora impigliata all’esistenza, come se la vita fosse una sorta di rete da pesca, una trappola che cercava di tenerlo a sé.
Prese un respiro profondo, raccolse ogni briciola di buona volontà che trovò e si concentrò: doveva tornare indietro, doveva lasciare che quella rete lo pescasse, che quella trappola lo stringesse.
- Sirius? Puoi sentirmi? - Di nuovo una voce. Una voce conosciuta stavolta.
Schiuse le labbra nel tentativo di parlare, ma produsse solo un lamento basso e roco che sembrava provenire dal fondo di un vecchio pozzo abbandonato. Poi finalmente spalancò le palpebre e la luce accecante sopra al suo letto gli fece lacrimare dolorosamente gli occhi. Voltò la testa verso sinistra, scontrandosi finalmente con le iridi verdi di Harry Potter.
Tentò nuovamente di dire qualcosa, ma il ragazzo lo anticipò: - Non ti sforzare. - Gli disse, e Sirius sentì che gli stava stringendo forte una mano.
Lo scrutò attentamente, e solo in quell’istante si rese conto che qualcosa non andava. Harry era diverso, era cresciuto: il suo volto, una volta liscio e fanciullesco, adesso ospitava una barbetta rada e scura di almeno qualche giorno, gli occhiali tondi erano stati sostituiti da una moderna montatura quadrata e i capelli, una volta molto ribelli, proprio come quelli di James, adesso apparivano più ordinati.
Ma la cosa che sorprese di più Sirius fu l'abbigliamento del suo figlioccio, che consisteva in una giacca da mago color prugna, pantaloni scuri e mantello sul viola su cui era cucito lo stemma del Ministero della Magia: era chiaramente una divisa da auror, quella.
- H… Harry… - Mormorò alla fine, con la gola in fiamme.
- Signor Black, bentornato tra noi. - Parlò una donna, apparsa proprio al fianco del ragazzo. - Come si sente? Mi dica, in che anno siamo? -
Sirius guardò anche lei con un certo interesse: era una curatrice del San Mungo, lo si poteva capire dalla divisa color verde acido che indossava. Aveva i capelli chiari e lunghi e due occhi scuri e spalancati che lo fissavano come se si trovasse davanti ad un miracolo. Poi Sirius fece scorrere lo sguardo su Harry, che non sembrava affatto preoccupato dal fatto che una persona che non faceva chiaramente parte dell’Ordine fosse lì con loro in quel momento.
- È il 1996. - Rispose con fatica, e la donna scrisse qualcosa sulla cartella che aveva in mano. - Dove siamo? Che è successo? -
- Lei si trova al San Mungo, signor Black. - Rispose la curatrice. Poi, davanti allo sguardo perplesso dell’uomo, aggiunse: - Non si preoccupi, non è più ricercato. Lei è libero. -
Sirius aggrottò la fronte e rimase a fissare la donna e Harry per qualche secondo, nel tentativo di capire davvero la frase che era appena uscita dalla bocca della curatrice. Che voleva dire “libero”? Come poteva essere libero se fino a qualche ora fa era tra i maghi più ricercati al mondo? Forse Remus aveva ragione, ultimamente beveva troppo, non gli faceva bene, soprattutto ad uno con grossi traumi come lui.
Harry ricambiò il suo sguardo, osservandolo attentamente. Il suo padrino era diverso da come se lo ricordava, ma non capiva bene il perché, dato che non era invecchiato nemmeno di un giorno. Aveva ancora i capelli neri e lunghi, gli occhi grigi e infossati, in quel momento pieni di dubbi, quel poco di barba che gli dava quell’aria trasandata che però un po’ gli donava… in quel momento, anche se era visibilmente provato, Sirius appariva molto più simile che mai alla persona che appariva nelle foto del matrimonio di Lily e James.
- Sono successe tante cose. - Disse Harry. - Tu cosa ricordi? -
Sirius sospirò, prendendosi tutto il tempo necessario per rispondere. Poi si mosse sotto lo sguardo preoccupato dei due, cercando faticosamente di mettersi seduto prima di guardarsi intorno. Era finito al San Mungo più volte durante la prima guerra magica e sarebbe stato capace di riconoscere quell’odore di disinfettante e quelle grosse stanze piene di letti ovunque, solo che, quella volta, il suo sembrava l’unico ad essere occupato.
- La battaglia all’Ufficio Misteri… - Bofonchiò, ancora scosso. - Bellatrix mi ha colpito. -
Harry annuì. - Hai superato quell’arcata vuota. Te lo ricordi? - Gli chiese.
Altroché se se lo ricordava, pensò Sirius, mentre una valanga di strani ricordi senza alcun senso logico gli tornavano in mente. Ricordava la battaglia, le grida sguaiate e le risatine di quella pazza di sua cugina, la paura di perdere Harry, e alla fine Bellatrix e il suo schiantesimo e quello stranissimo sogno che aveva fatto.
- Dov’è Remus? - Domandò di getto. - Devo parlare con lui. -
La donna scrisse qualcos’altro sulla sua cartella e Harry deglutì con difficoltà e a occhi bassi. Mosse piano la testa, per dire di no, e Sirius sentì il suo cuore fermarsi per un secondo.
- La guerra è finita. - Raccontò il ragazzo. - Abbiamo vinto, Voldemort è stato sconfitto, ma abbiamo avuto anche noi gravi perdite. Silente, Piton, Fred, Malocchio… e purtroppo anche Remus. -
Il viso di Sirius si adombrò ancora di più e poi un pensiero terribile gli trapassò la mente, distraendolo dal dolore di quella ennesima perdita e facendogli mozzare il fiato. Se Silente, Piton e Remus non c’erano più e l’incantesimo di memoria che avevano fatto anni prima non era stato sciolto, allora forse nessuno sapeva dell’esistenza di Hazel e Janus. Alzò di nuovo gli occhi pieni di lacrime verso il giovane auror, tremando come una foglia. - Harry, tu non te lo puoi ricordare, ma ho una famiglia, un figlio… - Disse con voce spezzata.
Harry annuì. - Lo so, l’incantesimo è stato sciolto anni fa. - Lo rassicurò. - Hazel e Janus stanno bene, li abbiamo ritrovati il giorno dell’undicesimo compleanno di Janus. Sono stato proprio io a portargli la lettera. Adesso ha quasi sedici anni, è un… -
- Sedici? - Tuonò Sirius, sgranando gli occhi. - Come è possibile? Lui ha poco meno di due anni, Harry. Non sedici, due. Jan ha due anni, li farà ad agosto… -
- È passato tanto tempo da quando hai passato quel velo. - Spiegò Harry. - Tu però adesso non devi stancarti, non è vero curatrice? Abbiamo tempo per parlare di questo. -
Sirius vide la donna annuire e si lasciò scappare un verso sprezzante. - Scusi tanto, ma momentaneamente non me ne frega niente del suo parere. - La informò indignato, prima di tornare a guardare Harry.
Lei parve non offendersi per niente e scrisse ancora qualcosa sulla cartellina. Sirius la trovò molto irritante.
- Perché dici che Jan ha sedici anni? E perché tu sembri così… adulto? - Chiese a Harry, senza celare tutta la sua impazienza.
Harry sospirò, lanciando di sfuggita un’occhiata alla curatrice, che annuì. - Dopo che sei stato colpito dall’incantesimo di Bellatrix sei caduto oltre il velo nella Stanza della Morte e tutti ti abbiamo creduto morto per anni. - Raccontò.
- Quanti anni? - Domandò Sirius impaziente.
Harry esitò per una manciata di secondi, come se stesse cercando di capire quale fosse la risposta giusta da dare. - Sei stato via per quattordici anni. - Rispose. - Stamattina alcuni indicibili sono riusciti a tirarti fuori. Vorrei sapere anche io come, ma come sai non possono uscire informazioni dall’Ufficio Misteri. -
Sirius trasalì, mentre la testa gli si affollava di domande e di dubbi che quasi gli tolsero la facoltà di parola. Quattordici anni, si disse dentro di sé, una vita intera, più di un decennio in cui non sono esistito.
- L’abbiamo visitata e fisicamente lei sembra stare bene. - Intervenne la curatrice. - Ma sarebbe l'ideale tenerla sotto osservazione per qualche giorno. -
- Io sto bene, non ce n’è bisogno. - Tagliò corto Sirius. - Mi dia quel foglio in cui c’è scritto che mi prendo tutte le responsabilità, voglio andare a casa. -
- Purtroppo questo non è possibile. - Sospirò la donna. - Lei non ha una semplice lesione da incantesimo, lei è morto ed ora è di nuovo qui tra noi. Potrebbero sopraggiungere dei problemi, lo capisce questo? Non posso dimetterla, signor Black. Il primario è stato avvertito, sarà qui a momenti. A lui spetta prendere una decisione sul suo particolare caso. - Concluse e poi attraversò la stanza fino alla porta. - Ora vi lascio soli, avrete sicuramente molto di cui parlare. - Aggiunse, e poi uscì.
Sirius, rimasto a bocca aperta nel tentativo di ribattere, sentì forte il bisogno di rincorrerla e urlarle contro, ma si trattenne, stringendo forte i pugni e prendendo un respiro molto profondo. Gli era appena venuto un forte mal di testa e, inoltre, uno strano senso di malessere lo aveva attanagliato non appena la porta di quella camera d’ospedale si era chiusa. Sembrava tutto così irreale, così finto, per un attimo si ritrovò a pensare persino che quella non fosse la realtà ma solo un altro stranissimo sogno.
- Tu e Janus vi assomigliate tanto. - Disse Harry, tirandolo fuori dal flusso di pensieri circolari e paranoici in cui si stava infilando. - Credevamo tutti che fosse un nato babbano con un nome molto particolare, ma quando l’ho visto ho capito subito che aveva a che fare con te. -
- Lui è davvero a Hogwarts? - Domandò Sirius, ancora confuso. - In che Casa è? -
- Grifondoro, naturalmente. Ci teneva tantissimo. - Sorrise Harry. - È un bravo ragazzo, si impegna molto a scuola. È addirittura prefetto, ha preso undici G.U.F.O. … -
- E Hazel? Lei dov’è adesso? - Chiese Sirius con estrema urgenza. - Raccontami tutto. -
- Lei e Janus hanno vissuto per molto tempo a New York, tornando in Gran Bretagna solo sei anni fa, per aspettare l’arrivo della lettera da Hogwarts. - Iniziò a parlare Harry partendo proprio dall’inizio. - Adesso lei insegna qualcosa inerente all’arte in un'importante università e scrive libri di critica molto pomposi. Ha ritrovato suo padre, ha scoperto di avere un fratellastro, e ha avuto una vita bene o male felice. -
- Si è sposata? - Domandò bruscamente Sirius. - Ha un altro uomo? -
Harry sospirò. Sapeva che Sirius glielo avrebbe chiesto prima o poi. - Non è sposta, no… ma ha un compagno da ormai quasi cinque anni. - Svelò.
Una quantità innumerevole di emozioni passarono sul volto stanco di Sirius, che per un attimo sembrò quasi essere di nuovo quell’uomo dall’aria folle e spenta che Harry aveva conosciuto alla Stamberga Strillante. - Si tratta di un babbano come lei? - Chiese gelido.
- No, è un mago. -
- Lo conosco? -
- Non di persona. - Rispose Harry, e poi sospirò. - Si tratta di uno dei figli di Molly e Arthur… Percy. Te lo ricordi? Quello che lavorava come assistente del Ministro. -
Sirius all’inizio non rispose, rapito dai suoi pensieri. Sono passati quattordici anni, è normale che sia andata avanti, si diceva nella sua testa, certo, ma con quell’idiota leccaculo del Ministro?
- Possiamo andare da lei? Ho bisogno di parlarle. - Disse rompendo il silenzio.
- No, Sirius. Non so neanche se sia o meno a casa in questo momento. - Disse Harry. - Oggi è il suo compleanno e stasera sicuramente la vedrò alla Tana, ma farei prendere un colpo a tutti se ti portassi lì all’improvviso. -
- Non me ne frega niente. - Ribatté lui, mettendosi seduto. - Devo vederla, devo vedere mio figlio, devono sapere che ci sono. -
Gli girava la testa e si sentiva debole, ma era deciso a non rimanere in quell’ospedale nemmeno un secondo di più.
- Dove sono i miei vestiti? - Domandò infastidito, quando si rese conto di indossare un camice azzurro senza nient’altro sotto. - Sul serio? Qualcuno mi ha spogliato? Harry, per favore, recupera per me dei vestiti e andiamo. -
Harry sospirò. Sapeva quanto il suo padrino potesse essere ostinato, ma non poteva permettergli di andarsene via. - Sirius, ascoltami… - Iniziò fermamente, quasi come se stesse parlando con uno dei propri figli. - Facciamo così: adesso andrò da Hazel, le parlerò, parlerò con lei e con Janus, così sapranno che sei di nuovo tra noi. -
- E li porterai qui. -
- No, non puoi ricevere visite, non puoi stressarti, è già troppo che ci sia io qui con te, non li farebbero entrare. - Ribatté Harry, domandandosi se Sirius fosse sempre stato così seccante. - Quando verrai dimesso andremo subito da lei, te lo prometto. Però adesso è di vitale importanza che tu stia qui tranquillo. Devi avere solo un po’ di pazienza. -
Sirius gli scoccò un’occhiataccia e poi sbuffò. Si sentiva sopraffatto, confuso… Hazel quel giorno faceva gli anni, ma quanti anni? Trentasei? Trentasette? Chissà com’era adesso, chissà se era ancora bella come se la ricordava, e chissà quante cose erano cambiate in quegli anni.
- Sei un auror adesso? - Chiese a Harry, facendo un cenno verso la divisa che il ragazzo indossava. Il suo figlioccio annuì e basta. - E sei sposato? Ti sei sposato con Hermione? -
Harry sorrise e scosse la testa. - Anche Hazel pensava che mi fossi sposato con Hermione. - Raccontò. - Ma io ho sposato Ginny. Abbiamo anche tre figli. -
- Davvero? - Domandò Sirius, sgranando gli occhi. - Tre figli? -
- Sì; James Sirius, Albus Severus e Lil… -
- Albus come? - Lo interruppe Sirius, certo di aver capito male.
Harry esitò. - Albus… Seerus… Severus. Albus Severus, sì. - Balbettò in fine. Seguì qualche attimo di teso silenzio e poi aggiunse: - Ci sono tante cose che non sai su Piton. -
- So quanto basta. - Rispose seccamente Sirius. - Non ci posso credere che hai dato il nome di Mocciosus al nipote di James. Sul serio, Harry… sei impazzito? -
- È una storia lunga… Piton era innamorato di mia madre, mi ha protetto per anni per lei! - Tentò di giustificarsi Harry.
Sirius aggrottò la fronte e poi assunse uno sguardo pensieroso. Che Mocciosus avesse avuto una cotta per Lily ai tempi della scuola era palese, ma da qui a dire che ne fosse innamorato…
- Credo che ci siano tante cose che devi dirmi. - Disse alla fine. - E comunque, al di là di Mocciosus, è proprio un nome di merda. -
- Grazie, Sirius. -
Lui, suo malgrado, quasi sorrise. - Figurati, sono qui per questo. Inoltre credo che James sarebbe d’accordo. - Annuì solenne. - Adesso possiamo andare? -
- Sirius… -
- Harry. Per favore. - Lo supplicò, guardandolo dritto negli occhi.
L’auror sospirò. Sirius aveva passato metà della sua esistenza chiuso in quattro mura: prima l’infanzia a Grimmauld Place, poi Azkaban, e dopo di nuovo quella maledetta casa; non voleva privarlo della libertà ancora una volta.
- Va bene, ti farò uscire da qui. - Decise. - Mando un messaggio a Ginny così che siano tutti preparati… ma prima passiamo a Grimmauld Place, lì ci sono ancora tutti i tuoi vestiti, così ti sistemi e poi… non so, vuoi fare altro prima di andare alla Tana, stasera? -
Sirius esitò. - Davvero posso andarmene in giro senza essere arrestato? - Chiese.
Harry annuì e sorrise.
Sirius aveva pensato parecchie volte a quale sarebbe stata la prima cosa che avrebbe fatto una volta di nuovo libero. Probabilmente, in altre circostanze, sarebbe corso da Hazel e Janus, ma non sapeva nemmeno dove abitassero, quindi… - Esiste ancora McDonald’s? -
°°°°°°
Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, seduto a terra nel giardino della Tana, Janus osservava in disparte la scena che gli si palesava davanti, dietro le lenti scure di un paio di occhiali da sole che aveva trovato a Grimmauld Place. Non sapeva con certezza a chi fossero appartenuti, se a suo padre o a suo zio, ma doveva ammettere che non riusciva proprio a immaginare Regulus con indosso un accessorio tanto babbano.
Un’intera schiera di ragazzini e ragazzine stava svolazzando qua e là, improvvisando una partita di quidditch anche piuttosto avvincente, mentre gli adulti si occupavano di liberarsi degli gnomi o semplicemente si godevano gli ultimi raggi di sole di quella afosa giornata di agosto, che era stata più corta delle altre, come per avvertirli che l’estate stava finendo.
In estate la Tana diventava più affollata e caotica che mai: i piccoli Weasley trovavano in quel grosso giardino una sorta di parco giochi, anche Ted passava lì la maggior parte del suo tempo, prendendosi la libertà di usare la sua scopa da corsa nuova di zecca lontano dagli occhi indiscreti dei babbani.
A qualche metro da lui, intento a chiacchierare con Charlie, Percy appariva nervoso e sudato proprio come qualche ora prima, quando gli aveva chiesto il permesso di sposare sua madre. Probabilmente aveva l’anello per Hazel ancora in tasca, lo si poteva notare dal mondo in cui infilava sempre la mano destra nella giacca, come per accertarsi che ci fosse ancora, dunque era ovvio che non avesse seguito il suo consiglio, quello di fare una proposta in grande stile.
Avrebbe chiesto a Hazel di sposarlo e lo avrebbe fatto lì, durante la cena per il compleanno di lei, davanti a tutti, da bravo e banalissimo mago perfettamente in linea con ogni tradizione. E Hazel, in tutta probabilità, avrebbe anche risposto di sì.
Per quanto quei due fossero diversi, - e per quanto fosse difficile ammetterlo, - Hazel e Percy sembravano proprio fatti per stare insieme. Ciò che mancava a uno ce l’aveva l’altra e viceversa: Percy aiutava Hazel a tenere i piedi ben saldi a terra, mentre Hazel aiutava Percy a guardare il mondo anche oltre le cose pratiche della vita quotidiana.
Janus sospirò e nello stesso momento una figura di donna gli coprì la visuale, facendogli ombra. Ninfadora Tonks era in piedi davanti a lui, in controluce, i capelli neri e corti e uno sguardo indagatore negli occhi.
- Mia madre dice che sembri Sirius durante le cene di famiglia dei Black. - Esordì sorridendo, prima di sedersi al suo fianco. - Che succede? -
Janus alzò le spalle e per qualche minuto non parlò, continuando a fissare Percy, che sembrava proprio non vedere l’ora di liberarsi dell’anello che aveva nella tasca. - Guarda Percy. - Disse poi a Ninfadora. - Dimmi… che cosa vedi? -
Tonks strinse gli occhi luminosi verso l’uomo. - Un mago impettito, sui trentaquattro o trentacinque anni, che sta iniziando a stempiarsi in modo vergognoso. - Descrisse, riuscendo perfino a farlo sorridere.
- Sei molto accurata. - Annuì il giovane. - Non noti altro? -
Dora continuò a studiare Percy con molto interesse. - È un po’ strano, ora che me lo fai notare. - Ammise. - Ma in realtà oggi sono tutti un po’ strani. Ginny e Fleur sembrano diventate migliori amiche e non fanno altro che parlare di matrimoni e vestiti da sposa da ore e ho sentito Charlie dire a Percy che sarà lui il testimone. -
Janus si portò gli occhiali da sole sulla punta del naso, e poi si voltò a guardarla. - Percy vuole chiedere a mia madre di sposarlo. - Svelò senza nessuna inflessione. - Mi ha praticamente chiesto il permesso stamattina. -
Tonks si portò una mano alla bocca. - Davvero? - Chiese incredula e allegra. - Che carini. Io non avrei dato loro più di qualche mese e invece, cinque anni dopo, assisterò addirittura alla proposta! -
- Sì, molto carini. - Mugugnò Janus, senza preoccuparsi di nascondere il suo fastidio.
Dora sorrise, comprensiva e amara allo stesso tempo. - Janus, se vuoi sentirti dire che lei era più felice con tuo padre, io posso farlo. - Gli disse. - Ma non sarebbe la verità. -
- Ma lei era più felice con mio padre. - Contestò freddamente il giovane.
Tonks sospirò e scosse la testa. - No, era solo più innamorata, e fidati se ti dico che una parte di lei lo sarà per sempre. Non devi temere che lei lo dimentichi. -
Lo sguardo di Janus si scurì. - Lei non parla più di lui. Non lo nomina mai. - Mormorò quasi impercettibile. - Delle volte sembra quasi che non sia mai esistito. -
- Tu sei qui, quindi vuol dire che è esistito. -
Lui scosse la testa, il volto deformato dalla tristezza. - Non lo so, Dora. Delle volte ho l'impressione che lui mi stia scivolando via dalla mente. So che è una cosa stupida. -
- Non lo è. - Disse subito Tonks. - E comunque non è vero che tua madre non ne parla mai, con me lo fa spesso. Ogni volta che viene a trovarmi parliamo di lui e di Remus e di come sarebbe la vita se fossero ancora con noi. -
Janus non rispose, ma si ritrovò ad immaginare un mondo in cui c’era anche suo padre. Come sarebbe stato? Sarebbe stato migliore? Lui sarebbe stato diverso? Erano quesiti inutili, lo sapeva, eppure spesso gli capitava di rinchiudersi in quelle fantasia, soprattutto quando si sentiva un po’ giù di morale, come in quel momento.
Poi, all’ingresso della Tana, spuntò la signora Weasley, proprio come se fosse apparsa per tirarlo fuori da quei pensieri dolorosi e accoglienti allo stesso tempo. - Il tè è pronto, venite dentro a fare merenda! - Urlò, richiamando a sé i più piccoli.
- Hai fame? Io un po’ sì. - Gli disse Tonks, alzandosi goffamente da terra.
Janus scosse la testa. - Non molta… ma tu vai, non ti preoccupare per me. Credo che farò una passeggiata. -
Dora indugiò per un secondo, ma poi decise di entrare, seguendo la mandria di piccoli Weasley all’interno della Tana, lasciandolo da solo in giardino.
Quando fu certo di essere solo, Janus si alzò in piedi e fece una delle cose di cui andava più fiero in assoluto: si trasformò in un corvo imperiale nero e spiccò il volo, lasciandosi tutto alle spalle. Era riuscito a diventare un animagus solo da qualche mese, dopo anni di tentativi andati a vuoto, ma ormai trasformarsi gli veniva naturale. In pochissimi sapevano di questa sua particolare abilità, e non registrarsi era l’unico strappo alle regole che si era concesso di fare in tutta la sua vita.
Essere un corvo gli piaceva talmente tanto che più di una volta aveva pensato di abbandonare per sempre la sua condizione di essere umano per rifugiarsi nel cielo e sui rami più alti degli alberi. Sotto quella forma tutto era più rilassante: la sua testa si svuotava, i pensieri diventavano meno articolati ma molto più chiari.
Volò per circa una decina di chilometri, la distanza che divideva Ottery St Catchpole da Godric’s Hollow. Era lì che era stata sistemata la finta tomba di suo padre, vicino a quella in cui riposavano i resti di Lily e James. Di tanto in tanto, ma ultimamente sempre meno, Janus andava lì, si sedeva sull’erba, davanti a quella fredda lapide, e parlava al vuoto, come se quel nome scolpito nella pietra potesse ascoltarlo o dargli consigli. Razionalmente non aveva senso e lui ne era consapevole, ma gli dava conforto e dunque lo faceva lo stesso.
Il corvo atterrò elegantemente appena oltre il cancello del cimitero, si accertò di non essere visto da nessuno, e poi tornò sé stesso. Davanti a sé, le pietre tombali spuntavano come strani funghi dal prato arido e rinsecchito, le cicale cantavano sulle cime dei cipressi e l’aria tutto intorno a lui sembrava polverosa e secca. Dopo un attimo di esitazione, Janus prese a camminare tranquillo tra quelle tombe ormai tanto familiari, passò accanto al monumento dedicato a Lily e James, notò i soliti cognomi conosciuti su alcune lapidi e poi si fermò davanti a quella dedicata a suo padre. La guardò in silenzio, rimanendo in piedi di fronte ad essa per qualche minuto, e chiedendosi perché fosse andato fin lì, quale fosse il senso.
- Ciao. - Sussurrò alla fine dopo un sospiro, quasi impercettibile. - Percy vuole sposare mamma. - Aggiunse poi, dopo un breve attimo di esitazione.
Come previsto, non ci fu nessuna risposta da parte di quel pezzo di marmo.
- Lo so che non sei lì. - Continuò Janus. - Però mettiamo che tu possa sentirmi lo stesso… dimmi, che devo fare? Percy mi ha chiesto il permesso e io ho detto di sì, ma se tu mi dessi un segno, se tu mi facessi capire che ci sei ancora, allora io potrei fare in modo di… non lo so. -
Nessun segno, ma solo silenzio.
Silenzio. Ancora.
Non c’era stato neppure un giorno, durante tutta la sua esistenza, in cui Janus si era sentito arrabbiato con suo padre. Era stato arrabbiato con sua madre, con Percy, perfino con Harry, ma mai con Sirius. Eppure, in quel momento, se ce l’avesse avuto davanti, era certo che non si sarebbe risparmiato dal gridargli contro, anche se non sapeva quale fosse il motivo.
Fece un lungo sospiro, gli occhi ancora fissi su quelle lettere nere incise sulla superficie bianca, e poi si trasformò nuovamente, spiccando il volo. Ripercorse la stessa strada all’indietro, passando sopra i tetti scoscesi delle case di Godric’s Hollow, fino ad raggiungere nuovamente Ottery St Catchpole.
Il sole stava calando su tutto il Devonshire e dunque decise di godersi il crepuscolo camminando a piedi per la campagna fino alla Tana, giusto per ingannare il tempo.
Quando finalmente varcò la porta della cucina di casa Weasley, si trovò di fronte a un’enorme tavolata di persone intente ad apparecchiare per la cena.
C’erano quasi tutti, dal più grande al più piccolo: c’era Teddy, (che quella sera sfoggiava una capigliatura rosso Weasley, come per mimetizzarsi), insieme Tonks e Andromeda; c’erano Bill e Fleur e i loro figli, tornati in Inghilterra per le vacanze estive, Ron e Hermione, insieme a Rose e Hugo, George con Angelina, Fred e Roxanne, che era la più piccola di casa Weasley; poi Ginny e i tre piccoli Potter, ma senza Harry, che a quanto pare era occupato con un affare molto importante al Ministero e che li avrebbe raggiunti più tardi. Per ultime, ma non meno importanti, le due figlie di Percy, Molly e Lucy, sedute una accanto all’altra sul divano davanti al camino spento.
Se con Percy ogni tanto le cose erano ancora difficili, l’affetto che legava Janus a quelle due ragazzine era proprio quello che un fratello poteva provare nei confronti di sorelline minori. Molly era decisamente la sua preferita: nonostante avesse solo dodici anni era tra le persone più intelligenti che avesse mai conosciuto, una Corvonero perfetta, piena di senso dell’umorismo e con una passione smisurata per le serie tv e i film babbani, tanto che spesso parlava per citazioni. Lucy, invece, era il suo esatto contrario: non riusciva a ridere nemmeno alle più esilaranti battute di George, si comportava come se fosse convinta di far parte della famiglia reale inglese, era sempre pronta a riprendere gli altri e come se già tutto questo non bastasse per renderla sgradevole, sembrava trarre un certo piacere nel vedere Molly finire nei guai.
- Come è andata la tua passeggiata? - Fece la prima, lanciandogli un’occhiata complice.
Se ne stava seduta sul divano senza far nulla, accanto a sua sorella che, invece, era tutta concentrata nella lettura di un grosso romanzo babbano.
- Direi benissimo. - Rispose Janus con nonchalance, consapevole a cosa alludesse Molly, per poi sedersi al suo fianco. - Ti prego, dimmi che mi sono perso la proposta. -
Lei sogghignò. - Ti piacerebbe. In realtà credo che papà stia aspettando che arrivi anche zio Harry per farla, quindi credo che ormai sia rimandata a dopo cena. -
- Ah sì? Ma che carino. - Rispose Janus, anche se sembrava voler dire tutt’altro.
Solo in quel momento Lucy alzò gli occhi dal libro, fulminandolo con un’occhiata torva e altezzosa. - Perché devi usare sempre quel tono? - Lo riprese stizzita.
- E tu perché mi ascolti parlare se ti do tanto fastidio? - Ribatté lui.
- Purtroppo non ho scelta, visto che purtroppo sei qui. -
Janus alzò gli occhi al cielo ma non ribatté, lasciando cadere quel battibecco nel vuoto.
Quando la cena fu finalmente pronta, tutti alla Tana si riunirono attorno al tavolo al centro della cucina, gustando quel pasto che sembrava fatto apposta per Hazel. La signora Weasley aveva cucinato tutti i suoi piatti preferiti, proprio come faceva ad ogni compleanno, riempiendo le pance di tutti con pollo arrosto, patate al forno, sformati e, infine, una bella torta con tanto di candeline.
- Adesso devi esprimere un desiderio! - Esclamò Tonks, quando Hazel le spense tutte in un colpo solo.
Lei ci pensò su. Per la prima volta nella sua vita non c’era nulla che le mancasse: aveva un ottimo lavoro, un uomo che l’amava, una grande famiglia sempre pronta a sostenerla. Stava bene, era realizzata, ed era certa di vivere nel migliore dei mondi possibili. Ma poi si ritrovò a far scorrere lo sguardo su tutte le persone presenti in quella cucina: Molly e Arthur che ormai la trattavano come una figlia, Percy che le aveva mostrato che poteva essere ancora capace di amare, Ninfadora e Andromeda che erano ancora in piedi nonostante tutte le perdite che avevano avuto, e poi Janus… il suo bambino che ormai era quasi un uomo.
In quel momento gli occhi di suo figlio la colpirono come uno schiaffo, riportando a galla quell’antico dolore, quel lontano sentimento di perdita. Se proprio doveva esprimere un desiderio allora voleva che Sirius tornasse, non perché lo amasse ancora ma, nel migliore dei mondi possibili, lui doveva esserci. Ma non poteva di certo dirlo ad alta voce, non dopo tutti quegli anni.
- Lo hai espresso? - Le domandò Victoire, curiosa.
- Sì, ma è un segreto. - Rispose sorridendo Hazel.
Molly tagliò la torta, facendo porzioni abbondanti per tutti. Janus si ritrovò dunque a mangiare la sua parte, guardando sua madre e Percy, seduti a qualche metro da lui, intenti a giocare con il piccolo Hugo Weasley, che rideva seduto sulle ginocchia di Hazel.
Visti così sembravano già marito e moglie, mentre quel bambino di due anni dai capelli rossicci poteva sembrare, senza nemmeno troppo sforzo di immaginazione, figlio loro.
Quel pensiero terribile fece attorcigliare lo stomaco di Janus in modo doloroso: sentirsi fuori posto era sempre stata una sua grande specialità, ma in quel momento, in mezzo a quella grande e strana famiglia, ebbe l’impressione di essere veramente di troppo.
Si ripeté nella sua testa che le sue erano paure infondate, che in fin dei conti Percy viveva con lui e sua madre da ormai qualche anno, che un matrimonio non avrebbe cambiato le cose e che di certo sua madre e Percy non volevano altri figli. Ma allora perché le cose non potevano semplicemente, restare uguali, immutate nel tempo?
Janus notò di sfuggita un’occhiata da parte di Percy, dunque si voltò per guardarlo e, di fronte l’esitazione dell’uomo, sorrise e poi annuì come per dargli di nuovo il permesso, anche se questo gli costò parecchia fatica.
Lo vide alzarsi in piedi impettito, attirando gli sguardi curiosi di tutti e poi sedersi di nuovo, come se ci avesse ripensato. Ginny e Fleur sbuffarono in contemporanea e Percy le fulminò con un’occhiata torva entrambe.
- Stai bene? - Mormorò Hazel, alzando gli occhi dal bambino che aveva in braccio per puntarli dritti su di lui.
Percy non rispose. Teneva lo sguardo puntato su Ginny che, a sua volta, ricambiava l’occhiata del fratello maggiore come per dire “che aspetti?”.
Alla fine Percy sospirò e si voltò verso Hazel, cercando di assumere un atteggiamento di nonchalance. - Da quanto stiamo insieme, io e te? - Le domandò, anche se conosceva già la risposta.
- Qualche anno ormai. Perché? - Chiese lei a sua volta.
- Sono quasi cinque anni. - Precisò.
Hazel fece un piccolo sorriso nella sua direzione, e poi lasciò andare Hugo, che raggiunse con passo incerto i genitori, dall’altra parte della tavolata. - Allora ormai siamo proprio una di quelle coppie noiose e consolidate. - Constatò con leggerezza. - La me stessa di una ventina d’anni fa non approverebbe affatto, lo sai? -
- Il me stesso sedicenne invece ne sarebbe pienamente soddisfatto. - Ribatté Percy.
- Secondo me invece non approverebbe il fatto che non ci siamo ancora sposati. -
A quelle parole, Ginny quasi si strozzò con il succo di zucca, Fleur si sporse nella loro direzione smettendo addirittura di fingere di non origliare, mentre Percy boccheggiò. Poteva cogliere la palla al balzo, tirare fuori l’anello in quel momento, inginocchiarsi e farle la fatidica domanda, oppure poteva rimandare, seguire il consiglio di Janus, portare Hazel in un posto meraviglioso e chiederglielo lì. In entrambi i casi c’era solo una cosa che intimoriva Percy: un eventuale rifiuto.
Certo, essere rifiutato davanti a tutta la famiglia poteva aprire davanti a lui uno scenario di mesi di prese in giro da parte dei suoi fratelli ma, d’altra parte, sapeva che sua madre sarebbe impazzita dalla gioia nell’assistere alla proposta, quindi forse valeva la pena correre il rischio.
Si infilò una mano nella tasca e subito le sue dita sfiorarono il velluto che ricopriva la scatoletta che custodiva l’anello. La afferrò e la strinse forte nel tentativo di farsi coraggio. Si era preparato un discorso, ma in quel momento gli sembrava stupido e banale, per nientea all’altezza del momento, dunque decise: quella sarebbe stata una delle rare volte in cui avrebbe improvvisato.
La mano ancora libera si andò a posare delicatamente su quella di lei, e Hazel alzò lo sguardo, guardandolo perplessa. Sapeva che Percy non amava molto il contatto fisico, ma che soprattutto non amava il contatto fisico in pubblico.
- Sei sicuro di stare bene? - Gli domandò sussurrando. - Vuoi andare a casa? -
Percy scosse la testa, l’espressione seria, ma non aprì bocca.
- Per la barba di Merlino, Perce! Diglielo e basta! - Sbottò Ginny.
Le orecchie di Percy diventarono rosse all'istante, e poi si voltò infastidito verso la sorella. - Ginny… di grazia, potresti non rovinare la… -
- Che mi devi dire? - Lo interruppe Hazel. - Hai qualcosa che non va, non è vero? Stai male? Hai una malattia da mago come… il vaiolo di drago? -
Ultimamente stava andando tutto fin troppo bene, lei era felice e soddisfatta della sua vita, ed era ovvio che quella quiete non fosse destinata a reggere per sempre. Se c’era una cosa che aveva imparato dalla innumerevole quantità di disgrazie che le erano capitate era la certezza che la catastrofe fosse sempre dietro l’angolo.
Percy si affrettò a scuotere la testa, e quando poi si voltò nuovamente verso Ginny si rese conto che quasi tutti quelli che erano seduti a quel tavolo in quel momento tenevano lo sguardo rivolto nella loro direzione. Adesso o mai più, pensò, stringendo la scatoletta che aveva in tasca per l’ultima volta, prima di tirarla fuori.
Alla vista di quel particolare oggetto, sul viso di Hazel apparve una palese espressione di sorpresa, poi dubbio e, infine, quando alzò lo sguardo su di lui, le sue labbra si piegarono in un sorriso incerto ma sincero.
- Perce… - Mormorò un po’ imbarazzata e un po’ commossa.
Anche lui sorride, le guance che gli erano diventate un poco più rosse del solito, poi si inginocchiò e aprì la scatoletta che aveva in mano, mostrando il contenuto. Aveva scritto un discorso, l’aveva provato e riprovato più volte fino a che non l’aveva imparato a memoria eppure, in quel momento, si sentiva come se qualcuno gli avesse lanciato un incantesimo di memoria, spazzando via dalla sua mente quelle inutili parole. - Ti amo. Amo tutto di te, soprattutto le cose che dovrei odiare. - Disse, parlando senza seguire schemi. - Ti amo perché disegni la lista della spesa invece di scriverla, ti amo perché ti interessi alla vita sentimentale dei tuoi studenti e ti amo perché hai sempre cieca fiducia nel prossimo nonostante tutto. So che non ne abbiamo mai veramente parlato ma… Hazel Rains, vuoi diventare mia moglie? -
Hazel si portò le mani al volto, sorrise e arrossì vistosamente; poi lo fece alzare, lo abbracciò, e un piccolo applauso scattò dal resto della famiglia, accompagnato da commenti inteneriti e congratulazioni.
- Allora, vuoi sposarmi? - Chiese ancora Percy, cercando di accertarsi di aver compreso davvero le sue intenzioni, staccandosi da lei quel poco che bastava per guardarla.
- Vuoi proprio sentirtelo dire, eh? - Fece lei ridendo. - Sì, voglio proprio sposarti! -
Ci fu un lungo e intenerito “ooh” e, quando Hazel si girò sorridendo verso il resto della tavolata, poté notare il viso commosso della signora Weasley e l’entusiasmo negli occhi di tutti gli altri. Janus, seduto accanto all’altra Molly, le sorrise pur mantenendo quella sua tipica aria malinconica, e poi il signor Weasley appellò una bottiglia di idromele ancora sigillata, la stappò e invitò tutti a fare un brindisi.
- Ma ci pensate? - Fece George ad un certo punto, senza rivolgersi a qualcuno in particolare. - A me sembrava già un miracolo che fosse riuscito a sposarsi una volta, e invece… chissà cosa ci trova lei in lui. -
- Non essere cattivo, George. - Lo bacchettò Angelina, cercando di non ridere.
- Sì, infatti, sono carini insieme. - Interloquì Hermione, guardandoli. - Sono felici. -
E lo erano, lo erano davvero.
Hazel si sentiva… leggera. Si sentiva protetta da tutti i mali del mondo, come se lì, in quella strana casa, nulla potesse toccarla. Stava bene, tutti stavano bene, ed era grata per questo e per tutto ciò che aveva ottenuto dalla vita nonostante lo svantaggio con cui era partita. Guardò Percy, che parlava con sua madre di una eventuale data per il matrimonio e cominciò a immaginare la vita che li attendeva, una vita fatta di cose semplici, di calma e routine, una vita in cui nessuno l’avrebbe mai più abbandonata.
- Guardate, è arrivato Harry! - Esclamò improvvisamente Teddy, lo sguardo puntato verso la finestra. - Ma chi c’è insieme a lui? -
Percy si voltò, e subito dopo fu imitato da tutti gli altri: Hazel si alzò per vedere meglio, constatando che c’era proprio Harry Potter che avanzava a grandi passi nel giardino buio verso la porta sul retro, e dietro di lui camminava un uomo dall’aria conosciuta ma con il viso nascosto dalla penombra.
Ginny si portò una mano alla tasca in cui teneva il telefono e, quando lo tirò fuori per controllare se Harry avesse avvertito dell’arrivo di eventuali ospiti, si ritrovò davanti a una decina di messaggi in cui c’era scritta più o meno la stessa cosa: Sirius era vivo e stava arrivando insieme a lui alla Tana.
Incredula e scossa, la ragazza abbandonò sul tavolo il telefono, si alzò in piedi e si precipitò alla porta sul retro, uscendo fuori, seguita da buona parte della famiglia.
- Credo che zia Ginny sia appena impazzita. - Commentò Molly, disinteressata.
- Chissà a quale burocrate leccherà il culo tuo padre stasera. - Sogghignò Janus.
Molly rise, mentre Lucy lo fulminò con lo sguardo, ma nessuno dei tre lasciò il tavolo.
- Ma che è successo? - Chiese invece Hazel, senza rivolgersi a nessuno in particolare, prima di alzarsi in piedi, avvicinandosi alla soglia, dove cui i Weasley si erano appena accalcati. Strani sguardi la attraversarono e poi uno strano silenzio cadde su tutti loro e, non appena varcò l’uscio, si pietrificò e spalancò gli occhi, incredula.
Hazel aveva sognato per anni di ritrovarsi Sirius davanti, così, all’improvviso, ed era certa del fatto che, se mai questo fosse successo, lei gli sarebbe andata incontro e lo avrebbe abbracciato per almeno un giorno intero. Ma quando lì fuori, nel giardino buio della Tana, con gli occhi di tutti puntati contro, lo sguardo di lei incontrò quello di lui, tutto quello che Hazel riuscì a fare fu portarsi le mani alla bocca, mentre la sua testa si riempiva si svuotava completamente, togliendole del tutto la capacità di elaborare pensieri complessi.
Sirius, invece, non fece niente, non si mosse e non parlò, ma si limitò a guardarla con uno degli sguardi più tristi che lei avesse mai visto comparire su quel volto, una volta tanto familiare, e che ora le appariva diverso, sebbene non fosse invecchiato nemmeno di un giorno da quando l’aveva lasciata.
Fu forse in quel momento, molto più rispetto a quando aveva visto Harry invecchiato di quattordici anni e con indosso una divisa da auror invece che quella da giovane Grifondoro, che Sirius sentì il peso del tempo in cui non c’era stato.
Era cambiato tutto. Era cambiato il taglio di capelli di Hazel, che adesso le ricadevano, ordinati e ben curati poco oltre le spalle, era cambiato il suo viso, che si era tramutato in quello di una donna bellissima e sicura di sé, era cambiato perfino il suo abbigliamento: sembrava aver abbandonato tutte quelle camicie a quadri, le magliette delle band e i jeans per sostituirli con dei vestiti decisamente molto più sobri, quasi eleganti, proprio come quel grazioso vestito estivo che indossava in quel momento. Ma la cosa che era cambiata di più era il modo in cui lei gli stava rivolgendo lo sguardo, come se avesse paura di lui e allo stesso tempo cercasse di non scoppiare in lacrime.
Sirius pensò rapidamente a cosa sarebbe stato giusto fare in quella strana situazione: le avrebbe dovuto dire ciao? Si sarebbe dovuto avvicinare a lei o abbracciarla?
Sembrava tutto così sbagliato e così innaturale.
Hazel singhiozzò. Le girava la testa, sentiva le sue gambe deboli e stanche, ma trovò la forza di staccare gli occhi da lui per poterli puntare su Harry. - Come… - Mormorò scossa e tremante. - Lui… Harry… come… -
Harry si affrettò ad avvicinarsi, abbracciandola quasi come per sorreggerla e lanciando nel frattempo uno sguardo che sembrava quasi gridava “fa qualcosa” verso il suo padrino. Sirius però, di nuovo, non fece niente, rimase immobile e con lo sguardo vacuo. Si sentiva un perfetto idiota, impotente e stretto in una morsa di emozioni che lo stava completamente stritolando. Quando poi un uomo dai capelli rossi, che sicuramente doveva essere Percy Weasley, si avvicinò a Hazel, sentì il graffio della gelosia squarciare il suo petto, e solo a quel punto si riscosse.
- Vieni, torniamo dentro, sei sconvolta… - Disse quell’uomo, ma Hazel sembrò non averlo nemmeno sentito.
Rimase in piedi, prese un respiro profondo e poi, molto pallida in volto, guardò nuovamente Sirius. Non riusciva a parlare: era come se la sua testa si fosse svuotata di tutto, come se il dolore di quegli anni fosse riuscito finalmente a sconfiggerla.
- Hazel… - Mormorò a quel punto Sirius, facendo un timido passo nella sua direzione.
Al suono di quella voce, che sembrò rimbombare a lungo nella sua testa, Hazel sussultò. - Non può essere… non puoi essere lui… -
- Invece sì. - Rispose Sirius e poi, guardandola con gli occhi sempre più lucidi, cancellò la distanza che li divideva, prendendo il suo viso tra le mani. - Hazel, sono io. -
Hazel singhiozzò ancora e scosse ancora la testa, per poi lasciarsi andare in un pianto disperato tra le braccia di lui. Quante volte aveva sognato di poterlo rivedere, quante volte aveva cercato di ricordare com’era essere abbracciata da lui. Pianse più di quanto non avesse mai fatto in tutta la sua vita, in preda al più feroce sconvolgimento che avesse mai vissuto.
- Sei qui. - Mormorò tra un singhiozzo e l’altro, senza staccarsi da lui.
Sirius annuì e poi cercò di fare un passo indietro, ma Hazel si tenne a lui come se quel contatto tenesse in vita oggi essere vivente presente sulla terra in quel preciso momento. - No, non ti muovere, non mi lasciare. - Lo supplicò.
- Non ti lascerò mai più. - Assicurò lui, continuando a tenerla stretta.
A qualche metro da loro, la signora Weasley piangeva come un rubinetto rotto, e lo stesso faceva Hermione e perfino Ginny, che si commuoveva molto di rado, aveva gli occhi più lucidi del solito. Erano felici, tutti quanti, tutti tranne Percy, che osservava la scena in disparte, con una dolorosa morsa allo stomaco. Erano di nuovo lì le parole che Janus gli aveva rivolto moltissimi anni prima, e con loro era arrivata la paura. Cosa sarebbe successo adesso?
- Zio Ron, spostati, ci togli la visuale! - Esclamò la voce di una ragazzina dalla porta.
E poi sulla soglia apparvero due giovani identiche e un ragazzo, più grande di loro di qualche anno, che subito si pietrificarono alla vista di Sirius.
Janus sentì i suoi occhi bruciare all’istante. Non sapeva come era possibile che suo padre fosse a pochi passi da lui, ma non gli importava: lui era lì, era vivo.
- Sei… sei davvero tu? - Gli domandò.
Sirius si limitò ad annuire, senza dire una parola, consapevole che se avesse emesso un solo suono sarebbe scoppiato in lacrime esattamente come Hazel.
Il suo bambino era cresciuto, era praticamente un uomo adesso, ed era l’ennesima dimostrazione di tutte le cose che si era perso. Osservandolo per bene, si rese conto che Harry aveva ragione: si somigliavano tantissimo, era quasi come guardarsi in uno specchio che ringiovaniva di decenni.
Dovette raccogliere ogni briciola di coraggio per potersi muovere, ma quando Janus fece a sua volta un passo indietro si fermò. Che stava cercando di fare? Quel ragazzo non lo conosceva nemmeno, non poteva semplicemente abbracciarlo come se avesse ancora due anni. Di nuovo, Sirius sentì l’impulso di scappare via, sparire, tornarsene in quello strano sogno in cui era tutto perfetto.
Ora sì che iniziava la parte difficile.
Lo so, lo so, questo capitolo è inutilmente lungo. Avevo pensato di dividerlo in due parti ma poi ho pensato che prolungare ancora le cose non avrebbe avuto senso. Insomma, ci abbiamo messo quasi trenta capitoli ad arrivare a questo punto dopotutto.
Partiamo dall’inizio: so che quel mega trip che Sirius si fa mentre dorme è strano, ma sappiate che è in parte autobiografico. Qualche anno fa ho avuto una mezza specie di esperienza pre-morte in cui ho fatto un sogno assurdo simile a quello, da quel momento vivo nella speranza che la morte sia un piano dimensionale in cui tutto è esattamente come sarebbe dovuto sempre essere (sì, lo so che non ha un senso, ma ognuno esorcizza la cosa come meglio credere, dai).
Per quanto riguarda la parte alla Tana… da una parte mi piace, dall’altra l’ho riletta così tante volte che mi fa cagare. Comunque per quanto riguarda la trama in generale direi che è tutto bello incasinato ormai quindi sono felice, perché da qui si possono aprire diversi scenari e io li trovo davvero tutti molto interessanti. Sarà molto difficile scegliere una sola strada, lo ammetto!
Grazie per essere arrivati in fondo a questo capitolo gigante, spero che almeno un po’ vi sia piaciuto.
J.
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