Avanti
Capitolo 26
La mattina del ritorno a casa di Janus, Hazel si svegliò presto e tutto in una volta, sorpresa di ritrovare qualcuno steso al suo fianco.
Con un gemito sommesso, la donna si voltò nella direzione in cui Percy Weasley giaceva ancora addormentato. L’ultima volta che Hazel aveva dormito con un uomo risaliva ai tempi di Grimmauld Place, quando si svegliava accanto a Sirius, e doveva ammettere le faceva un po’ strano sentire nuovamente il peso di un’altra persona sull’altro lato del letto. Nonostante si frequentassero da ormai tre lunghi mesi, non si erano mai spinti fino al punto di dormire insieme prima della notte appena trascorsa. Forse per questo motivo aveva riposato poco e male.
Si mise seduta e sospirò, poggiando la schiena alla spalliera del letto. Rivolse un altro sguardo all’uomo che dormiva al suo fianco, scrutandolo per una manciata di secondi, osservando il modo in cui quei capelli rossi ed eccessivamente curati facevano contrasto con la federa blu notte del cuscino su cui la testa di Percy era appoggiata.
Sebbene non fosse bello come il fratello Bill e nemmeno lontanamente simpatico quanto Charlie o George, a lei piaceva, soprattutto per quella particolare affinità che avevano sviluppato. Era raro per lei sentire affinità in qualcuno; in verità non le capitava da molti anni e, prima di incontrarlo, era assolutamente certa che per lei certi sentimenti fossero ormai andati, svaniti dietro quel velo insieme a Sirius. Nonostante ciò, quando un bel giorno si rese conto di sentire la sua mancanza quando non c’era, per poco non le venne un colpo: si stava innamorando di lui e mentre una parte di lei le gridava di scappare via da quel sentimento a gambe levate, l’altra la pregava di restare.
L’idea di costruire insieme a lui qualcosa che potesse durare nel tempo la faceva sentire bene, anche se per era ancora difficile fare con lui tutte quelle cose normali che una volta aveva fatto con Sirius, come mangiare sul divano guardando un film di Woody Allen o, semplicemente, come quella notte, dormire vicini.
Hazel sbadigliò e si stiracchiò, e poi lo scosse piano da una spalla. - Percy? Buongiorno. - Mormorò. - Devi portare via le tue cose, oggi Jan torna da Hogwarts. -
L’uomo si lamentò sommessamente, voltandosi nella sua direzione prima di spalancare le palpebre. - Quali cose? - Domandò, ancora assonnato.
- Hai qui tutti quei libri che mi hai prestato, devi portarli via. Jan potrebbe chiedersi dove li ho presi, se dovesse vederli. - Spiegò Hazel. - E poi è meglio se ci diamo una mossa: il treno arriverà tra tre ore. -
Percy sbuffò, portandosi una mano al volto e stropicciandosi gli occhi. - Verrete alla Tana direttamente oggi, vero? - Domandò con voce assonnata. - E rimarrete fino al 26? -
- Sì, credo proprio che passeremo un bel po’ di tempo insieme in questi giorni. -
Percy sbadigliò e poi si mise a sedere. - Quindi conoscerò finalmente tuo figlio. -
Hazel aggrottò la fronte. - Sì, lo conoscerai, ma solo come uno dei figli di Molly e Arthur, non come il mio… - Si bloccò per un attimo muovendo la mano a mezz’aria con un gesto sconclusionato, in cerca delle parole esatte.
- Fidanzato? Compagno? - Suggerì lui, dopo un sospiro.
La donna scoppiò in una risata nervosa. - Avrei detto più una cosa come… caro amico con cui faccio del sesso più o meno decente qualche volta alla settimana, ma può andare bene anche quella parola, se ti aggrada tanto avere un’etichetta. -
- “Più o meno decente”? - Ripeté lui risentito.
Hazel fece un sorrisetto innocente e poi allungò una mano, dandogli un buffetto leggero sulla testa. - Sei così carino. - Commentò divertita.
Lui assunse un espressione infastidita, poi si fece avanti, avvicinandosi a lei. - Però ieri sera non dicevi così. - Asserì, prima di sovrastarla, ritrovandosi sopra di lei.
- Avevo bevuto troppi gin tonic. - Rispose lei sogghignano, con un tono falsamente spiacente. - Lo sai che l’alcol mi rende molto disinibita. -
- Lo so. - Soffiò Percy sulle sue labbra.
Hazel si lasciò baciare per una manciata di secondi, prima di appoggiare le mani sul petto di lui, spingendolo via. - Davvero, Perce, è meglio se ci diamo una mossa. Abbiamo tante cose da sistemare e non voglio rischiare di arrivare tardi in stazione. Mi sentirei una pessima madre. Una volta ho dimenticato di andarlo a prendere a scuola e ho pianto per tre giorni per i sensi di colpa. -
Percy sospirò. - Tu ti senti sempre una pessima madre. Ma non lo sei. - Disse.
- Io, a contrario di te, non ho avuto chissà che modelli a cui ispirarmi. - Gli ricordò lei, mentre si alzava dal letto. - Una volta mia madre mi ha persa in un centro commerciale e se n'è accorta una cosa come sei ore dopo essersene andata. -
Raggiunse l’armadio e spalancò le ante alla ricerca dei vestiti adatti a quella fredda e nevosa giornata di dicembre, e Percy prese ad osservarla.
Hazel non era bellissima, ma aveva quel qualcosa di inspiegabile che la rendeva decisamente molto attraente. Sapeva così tante cose, e a lui piaceva così tanto l’odore della sua pelle, la morbidezza dei suoi capelli scuri, la curva dei suoi fianchi e il modo in cui sussurrava il suo nome mentre erano avvinghiati. Ma non poteva pensarci, non in quel momento almeno, altrimenti avrebbe passato l’intera giornata a desiderarla e lui odiava sentirsi vittima di quella passione. In compenso, però, non odiava sentirsi vittima dei sentimenti che da qualche tempo aveva cominciato a provare per lei. Quelli sì che gli piacevano.
- Tua madre era così male per tutto il tempo? - Le domandò.
- No, non per tutto il tempo. - Rispose Hazel, chiudendo l’armadio e voltandosi verso di lui. - Vado a fare la doccia, tu intanto fa pure colazione, se ti va. -
- Vuoi che ti accompagno in stazione? - Chiese Percy.
Lei scosse la testa. - Sarebbe strano se Janus ti vedesse lì. - Spiegò spiacente.
- Però tu le mie figlie le conosci già entrambe. - Ribatté Percy. - Per loro non è strano vederci insieme. -
- È una situazione completamente diversa. - Obiettò Hazel. - Molly e Lucy sono piccole e soprattutto Audrey non è morta. Inoltre Janus non ha mai conosciuto ufficialmente nessuna delle mie frequentazioni, quindi non vedo perché tu dovresti fare eccezione. -
Percy rimase impietrito per una manciata di secondi e poi sospirò. - Ho capito. - Disse con un certo distacco, prima di uscire da letto, iniziando a rivestirsi.
Hazel sbuffò. Quel tono non le era piaciuto. - Cosa hai capito? - Chiese.
- Che il problema non è tuo figlio ma sei tu. - Decretò Percy, abbottonandosi la camicia.
Gli occhi di Hazel si ridussero a due fessure. - Ma cosa… cosa dici? -
- Dico che usi Janus come scusa, ti nascondi dietro di lui per evitare di fare con me il passo successivo. - Spiegò saccente il mago.
Lei boccheggiò. - Io non… non faccio niente del genere! Sei tu, casomai, che corri troppo, che hai bisogno di etichettare qualsiasi cosa e di mantenere un controllo costante di tutto ciò che ti circonda! - Sbottò infastidita. - Credi forse che sia così facile? Pensi che per me stanotte sia stato facile dormire al tuo fianco? Tu non puoi pretendere nulla di più da me, Percy. -
- Ma io non pretendo niente, Hazel. - Sottolineò lui. - Ma il mondo in cui ti comporti, il fatto che cerchi sempre di nasconderti come se stessimo facendo qualcosa di male… mi sembra di essere tornato a scuola, quando nascondevo la mia prima fidanzata ai miei fratelli per evitare che mi prendessero in giro! -
- Non ne voglio parlare adesso, sono già in ritardo. - Rispose lei, muovendosi per raggiungere il corridoio fuori dalla camera.
- Hazel, per favore. - La bloccò lui. - Mi dici cosa ti turba tanto? Di cosa hai paura? -
- Di niente. - Affermò Hazel, ma la sua espressione e voce, inclinata com’era, sembrò dire tutt’altro. - Semplicemente tra noi non può funzionare. È evidente che tu abbia bisogno di una persona emotivamente più disponibile di me, una con cui fare tutte quelle cose normali e perfette che ti piacciono tanto. Dovremmo tornare a scambiarci dei libri da leggere e basta… -
Percy, contro ogni previsione, sorrise, lasciandola di stucco.
- Piantala, Percival, togliti quel sorrisetto irritante dalla faccia. - Borbottò, incrociando le braccia sul petto. - Ti preferivo tutto impettito e soprattutto educato com’eri all’inizio. -
- Non ci credi nemmeno tu che tra noi non possa funzionare. - Disse lui, riprendendo il discorso. - Può funzionare se ti fidi di me. -
- Ma io mi fido di te, Perce. - Replicò Hazel dopo un sospiro. - So che non te ne andrai da un momento all’altro, che non mi cancellerai la memoria per liberarti di me, che la guerra è finita e che nessuno ti ucciderà, ma d’altra parte più tra noi le cose si evolvono più io mi spavento. Ho bisogno di più tempo, te l’ho già detto. -
- Hai tutto il tempo del mondo. - La tranquillizzò. - Però ti confesso che mi piacerebbe far parte della tua vita del tutto, per quanto incasinata essa sia. -
- Ma tu fai già parte della mia vita. - Rispose Hazel, accarezzandogli il volto. - È davvero così importante per te definire il nostro rapporto? -
Lui tergiversò, ma poi annuì. - Mi trasmetterebbe più sicurezza, sì. - Ammise. - Dare un nome alle cose mi tranquillizza. -
- Ho capito. - Annuì Hazel. - Va bene. -
- Va bene? -
- Sì, Perce, va bene. - Ripeté Hazel. - Dai un nome a questa cosa, se ne hai bisogno. Conto sul fatto che hai troppo pudore per lasciarti andare in smancerie in pubblico. -
- Questo è vero. - Convenne lui. - Io e Audrey siamo stati insieme sette anni, eravamo sposati ma non l’ho mai tenuta per mano né baciata davanti a qualcuno. -
- Poverina. - Commentò Hazel. - Sirius invece era un tipo molto fisico. Sai, una di quelle persone irritanti che ti toccano mentre parlano o che ti baciano in pubblico. -
Percy aprì la bocca senza dire una parola, rimanendo qualche secondo zitto, limitandosi a fissarla con cura. - Era? -
Fu il turno di Hazel di rimanere perplessa. - Be’, sì… era. - Bofonchiò, stringendosi nelle spalle. - Così non ti lamenti più se sbaglio il tempo verbale. Detesto essere corretta. -
- A me piace correggerti. -
- Lo so, dev’essere dura stare con una persona molto più intelligente ed istruita di te, caro il mio ministro dei trasporti. -
- A parte che sono il capo dell'Ufficio del Trasporto Magico… -
- Fa lo stesso. -
- … inoltre non sei più istruita di me, sei più intelligente, forse questo sì, ma più istruita non credo proprio. Ho preso ben dodici M.A.G.O., con il massimo dei voti per giunta. -
Hazel sogghignò. - Ed io ho un dottorato alla NYU, ma mica mi vanto. Altro che i vostri sventolii di bacchette e le vostre pozioni magiche. -
Percy alzò gli occhi al cielo e scosse la testa. Poi aprì bocca per ribattere in modo piccato dicendo quanto si fosse impegnato in quei sette anni a Hogwarts, quando lei lo zittì, premendo le labbra sulle sue. Non si baciavano mai fuori dal letto, forse per questo si ritrovò confuso da quel gesto inaspettato.
- Adesso devo davvero andare a fare la doccia. - Mormorò lei, staccandosi giusto di qualche centimetro. - Vuoi venire con me? -
- No, credo che la farò a casa. -
Hazel alzò le sopracciglia, lasciandosi scappare un’occhiata perplessa.
°°°°°°
Il treno su cui Janus viaggiava stava sfrecciando nelle immense e innevate campagne della Gran Bretagna da almeno due ore e lui, in piedi nel bel mezzo del corridoio, guardava fuori dal finestrino con aria assente e le cuffie nelle orecchie. Allontanarsi da Hogwarts voleva dire poter tornare finalmente ad usare la tecnologia, e Janus aveva davvero voglia di ascoltare un po’ di sana musica babbana, dopo tutti quei mesi con le Sorelle Stravagarie alla radio.
Non era riuscito a dormire molto quella notte, sia perché era tornato in dormitorio molto tardi e sia perché, agitato dagli eventi, non era riuscito a chiudere occhio: si era girato e rigirato nel letto immaginando tantissimi modi per vendicarsi di Kreacher mentre teneva in mano il medaglione, deciso a ridarglielo solo dopo le vacanze di Natale, giusto per farlo soffrire un po’ e poi, poco prima dell’alba, si era addormentato.
Man mano che il treno sfrecciava, Janus dovette ammettere che, sebbene gli fosse dispiaciuto lasciare Hogwarts, era contento di poter finalmente rivedere sua madre.
Immaginava già il soggiorno di casa sua addobbato, i pacchetti sotto l’albero, i film di Natale in televisione e il pranzo abbondante a casa dello zio Chris. Non avevano saltato nemmeno un anno, nemmeno quando vivevano ancora a New York e in realtà il giovane non aveva mai veramente capito come mai sua madre ci tenesse così tanto al Natale. Ma, chissà, magari quell’anno avrebbero passato le feste insieme a Harry e Ginny, e Janus avrebbe finalmente conosciuto tutte le altre persone di cui sua madre gli aveva sempre parlato, come la famiglia Weasley. Sapeva tutto di loro, su Arthur e Molly e i loro innumerevoli figli: C’era Bill, che era stato attaccato da un lupo mannaro e che ora aveva una cicatrice fighissima sul viso; Charlie, che nella vita era un allevatore di draghi; George e il gemello Fred (caduto durante la battaglia di Hogwarts), che secondo sua madre erano tra le persone più divertenti con cui avesse mai avuto a che fare, e poi ovviamente Ron e Ginny, che aveva già conosciuto alla fine dell’estate. Ah, e poi c’era quell’altro… Berny? Perry? Insomma, sì, il leccaculo del Ministero della Magia. Tutti loro erano ormai sposati e con figli. Tutti tranne Charlie, aveva sentito dire da Ginny.
Con lo sguardo perso nel panorama innevato che si estendeva al di là del finestrino, Janus si ritrovò a fantasticare sul fatto che Charlie potesse essere davvero perfetto per sua madre. Insomma, era un Weasley, quindi una brava persona; certo, non era un auror, ma almeno non era nemmeno uno di quei noiosissimi burocrati che passavano tutta la vita chiusi in un ufficio, come quel Berny, Perry… insomma, sì, il traditore.
L’ennesima canzone nelle sue cuffie si arrestò e solo a quel punto Janus si decise a tornare nello scompartimento occupato da Annie e Klaus.
Lui se ne stava totalmente sdraiato sui sedili di destra, mentre lei leggeva seduta su uno dei sedili di sinistra, ma entrambi si voltarono nella sua direzione quando lo sentirono entrare. - Ci hai messo un sacco di tempo. - Osservò Klaus, tirandosi su.
- Sì, stavo… cercando la signora del carrello. - Buttò lì Janus, sedendosi al suo fianco mentre si infilava le cuffie nella tasca della felpa che indossava in quel momento.
Annie, come al solito da qualche settimana a quella parte, lo guardò come se avesse detto qualcosa di molto offensivo, e poi chiuse il libro. - Quest’anno prevedo un Natale molto noioso. Io e la mia famiglia andremo a trovare i miei zii nel Kent. - Disse. - Voi cosa farete in questi giorni? - Domandò.
- Io e i miei andremo in Irlanda dai nonni, come al solito. - Rispose Klaus. - E tu, Jan? -
Janus si strinse nelle spalle. - Di solito io e mamma passiamo le feste in Scozia da zio Chris. Ma forse quest’anno resteremo a Londra con Harry, o forse staremo tutti insieme a casa dei Weasley, non saprei. -
- Non ci posso credere che forse passerai il Natale con le persone che hanno salvato il mondo, mentre io dovrò stare con quegli ubriaconi dei miei parenti. - Si lamentò Klaus.
- Se staremo a casa mia sei ufficialmente invitato. - Dichiarò Janus. - E anche tu, Annie. - Aggiunse educatamente.
- Hai invitato anche la Serpeverde? - Chiese lei, velenosa.
- Sì, ma non credo che suo zio la manderebbe mai. - Spiegò il ragazzino, e lei fece una faccia disgustata. - Mi spiegate perché Faye non vi piace? - Chiese dunque Janus.
- Neanche a te piace. Dici sempre che è irritante. - Gli ricordò Klaus. - E poi lei… prima di tutto è una Serpeverde e poi ha l’aria da ricca viziata. -
- In Serpeverde potevamo capitarci tutti. Certo, è una Casa con una brutta nomina, ma non deve essere poi così male. - Ribatté Janus. - Anche io ho l’aria da ricco viziato. -
- Sì, ma tu non lo sei sul serio. - Replicò Annie. - Tu non guardi tutti dall’alto al basso, non cammini per la scuola come se fosse di tua proprietà come invece fa lei, sempre con quello stupido sorrisetto sulla faccia. -
- Sentite: neanche a me piaceva molto la prima volta che l’ho incontrata. - Spiegò Janus, incrociando le braccia sul petto. - Ma poi ho scoperto che non è così male come può apparire. Il fatto che sia una Serpeverde non è davvero così importante. -
- Sì, Jan, in questo caso sì. - Lo contestò Klaus. - I suoi genitori erano invischiati con le arti oscure fino al collo. Secondo te perché sua madre è rinchiusa al San Mungo? Per non parlare di suo padre, che è ancora rinchiuso ad Azkaban per tutti i crimini che ha commesso in guerra. -
- E con questo? La maggior parte dei parenti di mio padre sono stati mangiamorte o simpatizzanti ma questo non ha fatto di lui uno di loro. - Controbattè fermamente Janus.
Klaus sospirò. - Certo che sei testardo. - Disse arreso. - Ma se proprio ci tieni allora va bene, daremo alla Selwyn una possibilità, vero Annie? -
- Sì, come no. - Borbottò lei.
Man mano che il treno procedeva sferragliando con velocità costante sui binari gelati, fuori la campagna si fece sempre più rara e le case sempre più presenti. Quando finalmente arrivarono a Londra, il binario 9 e ¾ era pieno zeppo di genitori in trepidante attesa del ritorno dei loro figli.
- Oh, ecco i miei. Venite, ve li faccio conoscere. - Disse Annie, salutando qualcuno tra la folla quando raggiunse la banchina. - Mamma! Papà! -
I genitori di Annie, entrambi babbani e per niente abituati alla magia, si guardavano attorno incuriositi dalle vesti sgargianti dei maghi e delle streghe, cercando di farsi spazio nella calca per raggiungere la figlia. La madre era una giovane donna dai capelli rossi e gli occhi scuri proprio come Annie, mentre il padre sembrava più vecchio e aveva un’aria piuttosto stralunata, un paio di occhiali sul naso, pochi capelli brizzolati in testa ed una folta barba molto lunga.
- Ann! Sei cresciuta, piccola mia! - Esclamò l’uomo, abbracciando la figlia, prima di rivolgere lo sguardo verso Klaus e Janus. - E loro due da dove spuntano? -
- Mamma, papà, loro sono Janus e Klaus, due dei miei compagni di Casa. - Lì annunciò Annie emozionata.
La signora Carter fece ai due Grifondoro un grosso sorriso, mentre il signor Carter li scrutò attentamente, come alla ricerca di qualcosa. - Qual è quello di cui parli sempre? -
Annie arrossì fino alla punta delle orecchie. - Forse è meglio se andiamo. - Bofonchiò, tirando i genitori verso la barriera che divideva il binario dal mondo babbano. - Allora buon Natale, ragazzi. Mi raccomando fate i compiti. Ci vediamo al rientro! -
I due ricambiarono l’augurio, per poi guardarsi perplessi.
- Secondo me sei tu quello di cui Annie parla con i suoi. - Sentenziò Klaus.
- Certo, sicuramente per dirgli quanto mi detesta. - Ribatté Janus, che nel frattempo aveva preso a cercare nella folla il volto di sua madre.
Qualche metro più a destra, tra la folla rumorosa, notò Faye che si trascinava dietro il baule, seguendo svogliatamente un uomo dai capelli chiari che indossava una veste da mago dall’aria molto costosa e che non la degnava nemmeno di uno sguardo. Lì, sulla banchina del binario 9 e ¾, lei sembrava diversa, come se fosse triste, scontenta. Stava quasi per fare un passo nella sua direzione per andarle a parlare, quando la voce di Klaus lo fece tornare alla realtà.
- Ecco papà. - Annunciò, facendo un cenno verso un omone grosso e sfigurato. - Lo so, è ridotto un po’ male… quella cosa che ha in faccia è un piccolo ricordo della guerra, lunga storia. Ti fa senso? A molti fa senso. -
- A me no. - Si affrettò a chiarire Janus.
Man mano che il signor Hopper si avvicinava, si poteva notare quanto la cicatrice che aveva in faccia fosse effettivamente brutta da vedere, il suo occhio destro, inoltre, era come velato e dunque appariva bianco e immobile. Nonostante questo, non appena l’uomo vide il figlio, il suo viso si aprì in un ampio sorriso.
Klaus agitò un braccio in aria per farsi notare, gridando “papà!” a gran voce, e quando finalmente il signor Hopper li raggiunse entrambi, strinse forte il figlio con il solo braccio che aveva, e Janus si sentì un po’ in imbarazzo. I due si separarono, e poi il signor Hopper scrutò bonariamente il viso di Janus, prima di presentarsi con il nome di Magnus Hopper.
- Dimmi, ragazzo, come ti chiami? - Gli domandò curioso.
Janus esitò. Sapeva del lavoro del padre di Klaus, esperto di genealogia magica, e non aveva molta voglia di presentarsi come l’ultimo Black. - Janus… Rains? - Fece in fine, scambiando uno sguardo con l’amico.
Magnus Hopper rise. - Non sembri così sicuro, ragazzo. -
Le guance di Janus si tinsero di rosso ma, prima che potesse dire qualsiasi cosa, notò la faccia sorridente di sua madre fare capolino alle spalle di Klaus e suo padre. - Mamma… ciao. - Disse, tirando un sospiro di sollievo.
- Jan… come stai? Sei più alto! - Esclamò Hazel, prima di abbracciarlo.
- Mamma… e dai, mi metti in imbarazzo… - Borbottò Janus, cercando di svincolarsi da quella stretta. - Mamma. Mamma, per favore, non lo vedi che… -
Hazel ridacchiò, si staccò da lui, lo osservò per bene cercando di capire cosa avesse di diverso il suo bambino, sembrava quasi più grande, e poi rivolse un grande sorriso nella direzione di Klaus e il signor Hopper. - Piacere, Hazel. - Si presentò stringendo la mano di Magnus.
- Salve, signora Black! - Si mise in mezzo il giovane. - Io sono Klaus, Klaus Hopper! Molto piacere. Sono il migliore amico di Janus. -
Janus si chiese da quando in qua Klaus si fosse accaparrato il titolo di migliore amico, ma non disse niente. Anzi gli faceva piacere, dato che non ne aveva mai avuto uno prima.
- Black? Sei un Black, ragazzo? - Chiese il signor Hopper con rinnovato interesse.
Janus esitò nella risposta e fu dunque Klaus a parlare al posto suo. - Ti ho raccontato di lui in qualche lettera, non ti ricordi? - Disse. - Suo padre è Sirius Black, solo che lui delle volte si vergogna e allora usa il cognome di sua madre, che è babbana. -
- Oh! Ma certo. Storia curiosa, la vostra. - Commentò Magnus.
L’espressione di Hazel si incupì, e poi scoccò a Janus uno sguardo difficile da leggere. Quando poi tornò a guardare Klaus e suo padre alzò i lati della bocca esibendosi in un sorriso più che credibile. - Scusate, ma credo che sia giunta l’ora di andare. Sa, dobbiamo arrivare nel Devon, è un lungo viaggio. - Disse educatamente. - Sono molto felice di aver finalmente conosciuto un amico di Janus. -
- Non si preoccupi, signora Black, vada pure. - Rispose il signor Hopper. - Viaggiate alla babbana, non è vero? Lei ha una di quelle… automobili? -
- Proprio così. - Annuì Hazel. - Ma, la prego, mi chiami per nome. In fin del conti non sono la signora Black, io e Sirius non ci siamo mai sposati. -
- Come desidera… Hazel. Ma lei mi chiami Magnus, a questo punto. -
- Certamente. - Hazel fece un sorriso educato e poi abbassò lo sguardo su suo figlio. - Avanti, Janus, saluta il tuo amico e andiamo. - Disse, con un tono severo.
Janus sbuffò. - Ciao, Klaus. Passa buone vacanze in Irlanda. - Mormorò.
- E tu divertiti con Harry Potter. - Ricambiò Klaus con un tono funebre. - Ciao, Jan. -
Seguendo sua madre a passo di lumaca, Janus superò la barriera del binario 9 e 3/4, ritrovandosi a King’s Cross. I pendolari correvano su e giù per le banchine, la voce dagli altoparlanti annunciava arrivi e partenze e nell’aria c’era il tipico odore delle stazioni e dell’inverno. Raggiunsero la macchina senza dire una parola, e quando Janus si chiuse lo sportello di lato Hazel andò dritta al punto:
- Ti vergogni di tuo padre? - Gli chiese freddamente.
- No. -
- Il tuo amico dice il contrario. - Ribatté Hazel, mettendo in modo. - Dice che usi il mio cognome invece che il suo. -
- Klaus è un po’ strano. - Buttò lì il giovane. - È solo per non attirare l’attenzione che ogni tanto uso il tuo, non perché mi vergogno di papà. -
Hazel non sembrò soddisfatta della risposta. Strinse le labbra in una espressione di disapprovazione e poi accese la radio come se non riuscisse a sopportare il silenzio.
- Perché hai detto che andiamo nel Devon? - Domandò Janus, dopo qualche secondo.
- Perché è vero. - Rispose Hazel. - Passeremo qualche giorno alla Tana dei Weasley. -
Il viaggio durò circa due ore. Due ore in cui sua madre non parlò quasi per niente, come faceva ogni volta in cui era arrabbiata. I Weasley, notò Janus, vivevano nello stesso villaggio in cui viveva anche Teddy con sua madre e sua nonna, ma più in campagna, in una casa che sembrava sfidare ogni legge della fisica. Sembrava più un'installazione di arte contemporanea che una casa, o un qualche esperimento architettonico, ad ogni modo, da fuori, a lui piaceva parecchio.
- Lascia pure in macchina il baule e andiamo. - Ordinò sua madre, una volta scesi dall’auto, attraversando il giardino innevato verso la porta d’ingresso.
Janus obbedì senza dire niente, seguendola. La vide bussare alla porta di legno e attendere ferma sullo zerbino, quando poi quella si spalancò Hazel entrò in casa come se fosse abituata a farlo da sempre. - Ciao, Molly. - Disse salutando la signora che aveva aperto, una donna non più tanto giovane, rossa e con un’aria un po’ smunta, e poi si voltò nella sua direzione. - Avanti, vieni. -
Janus varcò timidamente la soglia, salutò la signora dai capelli rossi e lei, in tutta risposta, lo abbracciò come se fosse sua nonna. - Oh, eri così piccolo! E adesso guardati! - Esclamò commossa, stringendogli le guance. - Vieni, togli la giacca, hai fame? -
- Hem… io… non so. - Balbettò Janus, imbarazzato, lanciando un’occhiata a sua madre.
Camminarono lungo il corridoio, verso una stanza che doveva sicuramente essere molto affollata, visto le innumerevoli voci che arrivavano alle sue orecchie. Quando giunsero in cucina, talmente addobbata per Natale che quasi sembrava di trovarsi in un negozio di decorazioni e ghilande, Janus si ritrovò davanti ad un folto gruppo di persone dai capelli rossi, tra cui riconobbe Ron e Ginny, e poi notò anche la presenza di Hermione e Harry.
Ci fu un rapido susseguirsi di nomi e presentazioni: Bill e Fleur, con i loro tre figli, Victoire di cinque anni, Dominique di tre e Louis di pochi mesi; Charlie l’allevatore di draghi; George, con la moglie Angelina e il loro bambino Fred, e poi Percy (non Berny e nemmeno Perry), insieme alle due figlie che dovevano avere su per giù sei o sette anni, identiche in tutto tranne che per gli occhi, che in una erano azzurri mentre nell’altra erano color cioccolato. Quella con gli occhi azzurri, Lucy, arrossì nel momento stesso in cui lui si presentò e poi scappò via con un gridolino, scatenando l’ilarità degli adulti.
- A tavola, forza, prendete posto - Intervenne la signora Weasley e poi, con uno sventolio di bacchetta, apparecchiò la tavola.
- Vieni, Janus, siediti. - Gli disse Percy, che sembrava molto più interessato degli altri di conoscerlo.
Il ragazzo non poté fare a meno di lanciargli uno sguardo di pura diffidenza.
Sua madre, in tutti i suoi racconti sulla famiglia Weasley, non aveva mai detto molto su Percy, dato che non lo aveva mai incontrato, e, quando lo aveva fatto, era stato per raccontargli del modo in cui aveva trattato tutta la sua famiglia.
Comunque, dopo una rapida occhiata verso Hazel, come alla ricerca di consenso, decise di obbedire, sistemandosi accanto all’uomo, che a sua volta prese a fissarlo come se si trovasse di fronte ad un animale strano, mettendolo in imbarazzo.
Quando anche tutti gli altri si furono seduti, Molly portò in tavola talmente tanto cibo che quasi sembrava di essere ancora a Hogwarts. C’era del pollo, patate al forno e una quantità inimmaginabile di contorni, mentre dal forno ancora acceso arrivava l’odore fragrante di pan di Spagna.
Dritto davanti a lui, dall’altra parte del tavolo, Charlie aveva un’espressione molto più rilassata rispetto a quella del fratello e, così, a pelle, gli stette subito simpatico.
- Allora, Janus, ti piace il quidditch? - Gli domandò subito l’allevatore di draghi.
Janus annuì. - Da guardare sì, ma non sono un granché nel volo e non mi piace molto fare qualcosa in cui non sono bravo, quindi non gioco. - Rispose. - So che invece lei era molto portato, signor Weasley. Ho visto qualche suo vecchio trofeo a scuola. -
Charlie aggrottò la fronte e poi rise forte. - Dammi del tu e chiamami Charlie! - Esclamò allegro. - Sai, mi ricordi un po’ Percy alla tua età. Vero, Perce? Anche tu non giocavi perché non riuscivi ad essere il migliore sulla scopa, però il quidditch ti piaceva. -
Janus assunse un’espressione che lo fece quasi apparire offeso e non rispose, mentre Percy lanciò un calcio al fratello da sotto il tavolo.
- In realtà non giocavo perché ero troppo occupato con lo studio, non perché non ero bravo con il volo. - Si affrettò a dire. - Inoltre ho sempre pensato che praticare sport, babbano o magico che sia, fosse solo una perdita di tempo. -
Janus trovò il tono di voce usato dal mago irritante tanto quanto la sua argomentazione gli parve stupida. A lui piaceva lo sport babbano, gli piaceva soprattutto il football, anche se sua madre non gli permetteva più di giocarci, e non lo aveva mai ritenuto una perdita di tempo, ma non ebbe il coraggio di ribattere.
Hazel gli mise davanti un piatto pieno di pollo, patate e cavoletti e poi si sedette alla sua destra, facendo un sorriso strano a Percy.
Fu il pranzo più caotico e rumoroso a cui Janus avesse mai partecipato, ma in compenso i Weasley gli piacevano molto e riteneva che la Tana fosse uno tra i luoghi più magici e incantevoli in cui avesse mai messo piede: c’erano stoviglie che si pulivano da sole, maglioni che si stavano cucendo magicamente grazie allo sferragliare dei ferri, e poi gli innumerevoli oggetti strani provenienti dal negozio Tiri Vispi Weasley.
Dopo il dolce, che consisteva in una torta di pan di Spagna, Janus si ritrovò seduto a terra, davanti al camino acceso, intento a giocare a sparaschiocco insieme a Charlie, che sembrava un vero esperto, e Victoire, che invece non faceva altro che far crollare il castello di carte che lo zio stava tentando di creare.
- Charlie, tu per caso ce l’hai una fidanzata? - Chiese Janus ad un certo punto, quando ormai aveva acquisito una certa confidenza.
Charlie alzò un sopracciglio con fare sorpreso. - Perché me lo chiedi? - Domandò a sua volta. - Ti sei preso una cotta a Hogwarts e ora hai bisogno di un consiglio? -
- No, no! - Chiarì subito il ragazzino, sentendosi arrossire quando la sua mente cadde su Faye. - Solo che… se non ce l’hai… perché non esci con mia mamma? -
Charlie rise divertito e poi scosse la testa, prese due carte, le posizionò in cima al castello e subito quello si disgregò, accompagnando la caduta con un forte scoppio. - Non credo di essere adatto per Hazel, sai? - Disse bonario. - Insomma… potrebbe piacerle un altro. -
- Tipo chi? - Chiese Janus, senza nascondere tutta la sua curiosità.
Charlie alzò le spalle, lasciandosi sfuggire un’occhiata verso Hazel e Percy, che parlavano tra loro, ancora seduti al tavolo a qualche metro da lì. - Magari qualcuno con cui ha qualcosa in comune, una persona seria e a modo… come Percy. - Buttò lì, con una invidiabile nonchalance.
Janus aggrottò la fronte, per poi scoccare un’occhiata verso il diretto interessato. - No, non credo. - Disse, quando tornò a guardare Charlie.
Charlie non se la sentì di ribattere, dunque decise di portare il discorso su qualcos’altro, chiedendo al giovane quale fosse la sua materia preferita.
Nel frattempo, al tavolo alle sue spalle, Hazel lo guardava con un’espressione serena dipinta in volto. Quella si stava rivelando una bella giornata: quasi tutte le persone a cui teneva erano raggruppate in quella stanza e Janus sembrava andare d’accordo con i Weasley e, anzi, non sembrava minimamente intimidito, come gli capitava spesso con gli sconosciuti.
- Quando hai intenzione di parlargli? - Domandò Percy, al suo fianco, facendola tornare bruscamente alla realtà. - Di noi due, intendo. -
- Non lo so. - Rispose Hazel, senza guardarlo. - Non so neanche cosa dirgli. Tu come hai fatto con Molly e Lucy? -
Percy esitò. - Be’... ecco… non è che io ci abbia proprio parlato. -
Hazel si voltò nella sua direzione, guardandolo con due occhi ridotti a fessure. - Non ci hai parlato, dunque non sanno niente di noi. - Elaborò. - Però vorresti che io parlassi con mio figlio. Non credi che sia un po’ impari la questione? -
- Loro sono troppo piccole per capire, lo hai detto anche tu. - Si giustificò Percy. - E poi lo direbbero ad Audrey… -
- E quindi? - Chiese gelidamente Hazel. - Hai paura che venga a scoprire che non ti stai più struggendo per lei? -
Lui rimase perplesso. - Sei per caso gelosa? - Le domandò tronfio.
Hazel fece un verso sprezzante. - Non ho mica quindici anni, Percy. - Ribatté scoccandogli uno sguardo torvo. - Vado a prendere un po’ d’aria. - Aggiunse prima di alzarsi in piedi, allontanandosi fino a lasciare la cucina.
Percy, dopo un attimo di esitazione, la seguì, raggiungendola all’ingresso. - Non c’è mica niente di male se lo sei. - Le disse, afferrandola per un polso così da fermarla.
- Ma non lo sono, Percival. - Obiettò lei, alzando gli occhi al cielo. - Però, se pensare il contrario fa bene alla tua autostima, allora sì, lo sono. Lo sono perché lei è davvero bellissima e poi è una strega e soprattutto non è incasinata come lo sono io. -
Percy sospirò. A contrario dei suoi fratelli, perfino a contrario di Ron che era riuscito a sposare la ragazza di cui era innamorato da sempre, lui non ci aveva mai saputo fare con le donne. Non le capiva, le trovava incoerenti, proprio come la frase che Hazel aveva appena pronunciato. Cosa voleva dire? Perché non parlava in modo chiaro?
- È vero, lei è bella, è una strega e non è incasinata quanto te. - Ammise Percy, e Hazel lo fulminò con lo sguardo, furente.
- Tu sei… sei… -
- Completamente andato. -
Hazel aggrottò la fronte. - Andato. Andato dove, scusa? - Gli chiese, infastidita.
Percy sgranò gli occhi e arrossì, come se si fosse reso conto di aver detto qualcosa di molto strano e azzardato. - Intendevo dire che non devi preoccuparti di Audrey. - Disse, aggiustandosi nervosamente gli occhiali sul naso.
- E perché no? Lo hai detto anche tu che è bella e senza tutti i miei stupidi problemi. -
- Perché io sto bene così. - Dichiarò Percy. - Con te e i tuoi problemi. -
Hazel non disse niente, ma prese a fissare il pavimento come se ci fosse qualcosa di molto interessante da vedere. Dopo qualche secondo di imbarazzante di silenzio alzò nuovamente lo sguardo puntandolo sul viso di lui. - Anche io. - Mormorò.
- Che cosa? -
- Sono completamente andata. -
Percy sorrise compiaciuto e intenerito insieme, e poi fece un passo verso di lei, puntando gli occhi nei suoi. Non era mai stato un uomo di poche parole, in realtà lui adorava parlare, dire la sua, era un oratore mancato, ma in quel momento qualsiasi frase gli sembrava stupida. Così, semplicemente la baciò, proprio lì all’ingresso della Tana e, per la prima volta, a nessuno dei due parve importare di essere visti.
Quando si divisero Hazel rise e poi si voltò per tornare in cucina. Fu quello il momento in cui entrambi notarono la presenza di un ragazzino dai capelli scuri che li fissava con gli occhi spalancati e la bocca aperta.
Janus fece saettare lo sguardo tra i due, incredulo e scosso. Non aveva mai visto sua madre baciare qualcuno e si era appena reso conto che non voleva assolutamente che lo facesse. No, sua madre non poteva avere un fidanzato, ma se proprio doveva averlo sicuramente non poteva essere quel Berty… Percy!
La vide prendere un breve respiro per poter dire qualcosa, ma non voleva ascoltare nemmeno una parola.
- Scusate. - Disse anticipandola, poi si voltò e se ne andò.
- Jan, aspetta! - La voce di Hazel, alle sue spalle, era piena d’urgenza e di ansia, ma lui non si voltò, né si fermò, ma continuò ad attraversare la Tana con passo deciso, puntando verso la cucina. - Janus, per favore, fermati e ascoltami. -
Il ragazzo sbuffò e obbedì, voltandosi verso sua madre, che lo aveva rincorso seguita da Percy, che in quel momento lo stava guardando come se temesse di essere ucciso da un momento all’altro. - Che c’è? Che devi dirmi? - Chiese Janus, con freddezza mortale.
- Jan, mi dispiace! Non dovevi venirlo a sapere in questo modo. Io… te ne avrei parlato non appena avessi avuto l’occasione di farlo! - Esclamò sua madre, agitata.
Il volto di Janus, inespressivo e impassibile come non mai, la fissò in silenzio per una manciata di secondi. Alla fine gli occhi grigi del giovane si posarono su Percy e poi di nuovo su di lei. - Non importa. - Disse. - Va bene così. -
Hazel tirò un sospiro di sollievo. - Amore, sei sicuro? - Gli domandò ansiosa.
Janus annuì. Era consapevole che fare una scenata lì, davanti a quel povero idiota, non avrebbe di certo giocato a suo favore, dunque si ricompose e sfoderò un più che credibile sorriso. - Certo, mamma. Sono solo un po’... sorpreso, tutto qui. - La rassicurò.
Tutta l’angoscia che riempiva il petto di Hazel svanì e lei sembrò sgonfiarsi come un palloncino ormai vuoto. Si avvicinò al figlio e lo abbracciò, lasciando un bacio sulla sua fronte. - Scusa se non te l’ho detto fin da subito. - Gli disse. - Sono così fortunata… sei un bambino talmente maturo per la tua età. -
Janus sospirò. Non era un dannato bambino, anche se lei si ostinava a trattarlo come tale. Si staccò da lei, facendo un passo indietro e la guardò negli occhi. - Possiamo parlare? - Chiese, e poi scoccò uno sguardo torvo a Percy. - Senza di lui intendo. -
L’uomo sussultò. - Certo… me ne vado, vi lascio alle vostre cose. - Annuì, schizzando fuori dall’ingresso con una velocità tale che quasi sembrò essersi smaterializzato.
Janus fissò sua madre a lungo e in silenzio, lasciando trapelare dal suo sguardo tutta la sua disapprovazione, e poi parlò: - Da quanto tu e quello lì… -
- Da settembre. - Disse Hazel, rispondendo a quella domanda lasciata a metà. Voleva essere sincera con lui, per una volta. - Chiedimi quello che vuoi. -
Il ragazzino sospirò con aria affranta. - Non ami più papà? - Domandò, andando dritto al punto. - Lo hai dimenticato? -
Hazel socchiuse la bocca e aggrottò la fronte. - Jan, come ti viene in mente una cosa del genere? Io non posso dimenticare tuo padre, non voglio farlo. - Chiarì. - Lo sai che lui era la mia anima gemella, che lo amerò sempre. -
- E Percy cos’è? -
- Percy è un’opportunità. -
Le labbra di Janus tremarono e si piegarono verso il basso, mentre i suoi occhi si fecero lucidi. - Quindi tu… t-tu sei contenta? Sei felice con lui? - Chiese, parlando con un nodo alla gola. - Gli vuoi bene? -
Hazel annuì. - Sì, Jan, gli voglio bene, molto. - Ammise. - Ma se per te è troppo, se pensi che sia ancora troppo presto per accettare qualcuno nelle nostre vite, allora io farò un passo indietro, va bene? Tu sei più importante, sei il mio bambino. -
- Non sono più un bambino. - La corresse lui, tirando su con il naso.
Hazel sorrise. - Lo so, amore. Sei grande adesso. - Disse, abbracciandolo.
Janus si strinse a lei come non faceva da parecchio, nel tentativo di riempire il vuoto che era nato nel suo petto. Sapeva che sua madre era giovane e razionalmente era consapevole che era giusto che lei concedesse una seconda possibilità all’amore, eppure non riusciva a far altro che sentirsi più triste di quanto non fosse mai stato. Doveva comportarsi bene, si ripeteva, non poteva metterle sulle spalle dell’altro inutile peso, lui doveva proteggerla e far si che stesse bene. Rimase fermo in quella posizione finché non si sentì un pochino meglio, poi si allontanò, ma quel tanto che bastava per poter guardare sua madre nuovamente negli occhi. - Non mi piace molto Percy. - La informò, sincero.
Hazel trattenne una piccola risata. - Lo so, fa sempre quest’effetto, all’inizio. - Disse.
- Se però a te piace e sei felice, - continuò lui serio, come se sua madre non l'avesse interrotto, - allora va bene. Posso accettarlo, ma se ti tratta male… -
- Non succederà. - Lo tranquillizzò Hazel. - Ma ci sarai tu a proteggermi, in tal caso. -
Lui annuì deciso. - Mamma… - Mormorò poco dopo. - Se papà tornasse? Se un giorno io riuscissi a farlo tornare? -
Il volto di Hazel si indurì. - Non può tornare, Jan. - Asserì amaramente. - Lui non c’è più, è andato… avanti. Adesso tocca a noi fare lo stesso. -
- Io non ci voglio andare avanti. - Ribatté gelidamente il ragazzino. Poi si voltò, imboccò le scale e sparì dalla sua vista.
Ciao persone!
Siamo arrivati a una delle mie parti preferite anche se questo capitolo mi sembra inutilmente lungo e un po' lento, ma vabbé. Ad ogni modo... ho visto che siamo arrivati alle mille visualizzazioni: lo so, sono niente se messe a confronto con i numeri che alcune storie riescono a fare, ma sono comunque abbastanza contenta anche se mi piacerebbe ricevere da voi qualche parere in più, giusto per farmi capire che non sto pubblicando a tempo perso.
Grazie per aver letto fin qui,
J.
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