Andare avanti
Capitolo 18
Nei mesi successivi, Hazel ebbe come l’impressione che Remus si aspettasse di vederla andare in pezzi da un momento all’altro; ma non fu questo ciò che accadde. Contro ogni aspettativa, la giovane non diede nessun segno di tristezza e, anzi, continuò con la sua vita come se nulla fosse cambiato. Passava molto del suo tempo a lavoro e quando era in casa tendeva a non fermarmi mai, inventandosi tantissimi modi per non rimanere senza far niente. Mai, durante tutta quella terrificante e cupa estate, aveva nominato Sirius o aveva concesso a Remus di parlare di quello che era successo all’Ufficio Misteri. Inoltre, ogni volta che l’uomo tentava di intavolare il discorso, lei semplicemente si allontanava, come se non lo avesse nemmeno sentito parlare.
Dall’altra parte, Remus Lupin era certo di non essersi mai sentito più triste di così in vita sua: il suo migliore amico, l’ultimo che gli era rimasto, era morto dopo una vita ricolma di sofferenze, lasciandogli la responsabilità di Hazel e Janus, la guerra era scoppiate e lui aveva chiuso definitivamente il rapporto con Tonks, che adesso probabilmente lo detestava.
Come se tutto questo ancora non bastasse, Silente gli aveva proposto di infiltrarsi in alcuni branchi di lupi mannari, cercando di capire se fossero o meno dalla parte di Voldemort. Così, verso l’inizio di agosto, l’uomo partì, cercando di combattere contro la preoccupazione di lasciare Hazel da sola. Non era normale, secondo lui, che lei non avesse più pianto dal giorno in cui le aveva detto che Sirius era morto. Non era normale che non volesse parlarne, che evitasse anche di nominarlo. Ad ogni modo era in quella casa che tornava ogni volta che poteva, assicurandosi che lei e Janus stessero bene.
Quell’umida mattina di fine settembre, Remus Lupin aprì gli occhi, ritrovandosi sul divano nel salotto di Hazel, con Janus che, inginocchiato proprio accanto a lui, lo chiamava con insistenza, battendo la manina sulla sua spalla. Il mago si stiracchiò e, con fatica, si tirò su, stropicciandosi gli occhi prima di guardarsi intorno. Il sole sembrava essere sorto già da diverse ore e i suoi raggi incandescenti illuminavano tutto lo spazio, mostrando il salotto stranamente ordinato e il bambino, che lo fissava talmente tanto intensamente da farlo sentire quasi a disagio. Aveva compiuto due anni proprio il mese scorso ma era incredibile quando somigliasse già al padre.
- Ho fame. - Dichiarò. - Mamma dice che è stanca e non vuole alzarsi. -
Remus sembrò sorpreso, ma tentò di non darlo troppo a vedere. Non era da Hazel rimanere a letto fino a tardi senza curarsi dei bisogni di suo figlio. - Vado a vedere come sta la tua mamma e poi facciamo colazione. - Disse con il suo tipico tono conciliante, prima di alzarsi in piedi. - Ti va un bel toast con la marmellata? -
Janus annuì e poi si buttò sul divano. - Aspetto qui. -
Remus gli rivolse un ultimo sorriso, prima di avviarsi verso la stanza di Hazel.
Attraversò il corridoio, puntando dritto verso la porta accostata della camera di lei, fermandosi sulla soglia osservando all’interno. Tutto l’ambiente era in penombra, disordinato e caotico come al solito. Il pavimento era disseminato delle cose di Sirius che lui aveva portato da Grimmauld Place, come se Hazel avesse rovesciato quella grande scatola di cartone, rivelando il contenuto. C’erano molte buste da lettera e alcune erano state aperte mentre altre erano ancora sigillate, la videocamera che Sirius aveva ricevuto per il suo compleanno qualche anno prima da parte di Hazel, insieme ad alcune cassette che aveva registrato durante tutti quei mesi. C’erano anche gli abiti da babbano che la ragazza aveva preso per lui quando lo aveva trovato nella sua cucina quella notte tempestosa del 1993, e qualche vecchio libro di magia. Sul letto, invece, Hazel giaceva dandogli la schiena, immobile, coperta fino alla testa sebbene facesse piuttosto caldo.
Remus fece un passo avanti, entrando definitivamente. - Hazel, stai bene? - Le domandò.
- Sì, tutto bene. - Mormorò lei, e la sua voce giunse alle orecchie dell’uomo come se provenisse da un luogo lontano. - Sono solo un po’ depressa oggi. - Aggiunse.
Remus socchiuse la bocca e inarcò le sopracciglia. - Non ti preoccupare. Ci penso io a Janus. - Disse, un po’ sorpreso. - Oppure vuoi che rimanga un po’ con te? -
Hazel si voltò finalmente nella sua direzione e annuì. Aveva gli occhi lucidi come se avesse pianto per tutta la notte, i capelli le ricadevano spettinati e crespi su un volto che in quel momento pareva più vecchio di almeno dieci anni. - Sirius ha lasciato degli strani bigliettini. - Disse quando Remus si sedette al suo fianco, indicando il mucchio di buste da lettera aperte sul pavimento e afferrandone una. - Guarda. - Ordinò, mostrandogliela.
Si trattava di una comunissima busta da lettere in carta bianca dove, sul resto, era stata scritta con una frase con la bella scrittura di Sirius: “per quando ti accorgerai che non ci sono più”.
Remus la aprì, tirando fuori un piccolo biglietto di poche righe e leggendone avidamente il contenuto. Era indirizzato a Janus e diceva: “se stai leggendo queste parole allora è probabile che sono morto. Mi dispiace, ci sono tantissime cose che avrei voluto fare insieme a te e anche cose che avrei tanto voluto spiegarti di persona. La vita sa essere decisamente ingiusta. Comunque ho deciso di scriverti per ogni tappa che raggiungerai (o non raggiungerai) in modo che, almeno in un certo senso, io possa accompagnarti in questo tuo viaggio. Salutami tua madre.”
- Sono tutte più o meno così, bravi e concise. - Spiegò Hazel, alzandosi dal letto e raccattandone un’altra da terra, mostrandogliela. - Ad esempio questa… per il primo giorno di scuola, oppure questa qui, guarda. -
Anche quella era una normalissima busta da lettera ma, questa volta, sul retro c’era scritto “per quando farai l’amore per la prima volta”. Remus soffocò una piccola risata amara, scuotendo la testa prima di aprirla. - “Congratulazioni!” - Lesse. - “Lo so, la prima volta è sempre strana. La mia è stata con una ragazza di qualche anno più grande, non mi piaceva nemmeno ma mi sentivo in dovere di farlo. Spero che per te non sia stato così ma che ne sia valsa la pena, ma soprattutto che qualcuno ti abbia spiegato come farlo in modo protetto, così da evitare cose come le gravidanze indesiderate o le varie malattie orribili che esistono, (in caso contrario leggi la busta con su scritto “Il Discorso)”. -
Anche Hazel quasi sorrise. Tirò su con il naso e poi strinse le labbra. - Questo è tutto ciò che è rimasto di lui. - Disse tristemente. - Queste sono le uniche parole che potrà mai rivolgere a nostro figlio. E io mi sento così arrabbiata, Remus. Così arrabbiata con lui per il mondo in cui mi ha lasciata. Se n'è andato e non so neanche se mi abbia mai amata. -
Remus si lasciò andare ad un sonoro sospiro, prima di voltarsi per poterla guardarla dritta negli occhi. - Ti amava. Ti amava profondamente. - Le disse. - E non c’è stato un giorno durante i suoi ultimi sei mesi in cui lui non abbia pensato a te e a Jan. -
Le labbra di lei, piegate verso il basso, tremarono. - L’ultima volta che ci ho parlato mi ha detto esattamente il contrario. - Mormorò.
- Hazel, devi capire che lo ha fatto con il solo intento di allontanarti per tenere te e Janus lontani da questa guerra. - Ribatté l’uomo. - Ti ha amata così tanto da avere la forza di rinunciare a te pur di tenerti al sicuro. -
- Vorrei tanto crederti, ma non ci riesco. - Disse con voce rotta. - Sai, in questi mesi ho avuto speranza. Tantissima speranza. Speravo di vederlo apparire di nuovo in salotto come faceva quando tornava da Hogwarts, cercando di farsi perdonare. Ero certa che lui sarebbe tornato, capisci? Ma oggi… oggi… non lo so per qualche motivo ma… -
- Oggi ti sei resa conto che non tornerà mai più. - Imbeccò Remus.
Hazel annuì e rimase in silenzio per almeno un minuto, gli occhi bassi e lucidi, puntati su tutti quegli oggetti che una volta erano appartenuti all’uomo che amava e che adesso non erano più di nessuno. Si sentiva così vuota…
- Se solo ci fosse un corpo su cui piangere… - Mormorò piano dopo un sospiro. - Non riesco a mettermi l’anima in pace. So che non tornerà più, te l’ho detto, l’ho capito; tuttavia non riesco a crederci del tutto. Delle volte io… io lo sento. -
- Lo senti? -
- Sì. Sento che lui è lì fuori, da qualche parte. - Tentò di spiegare Hazel. - Lo so che non ha senso, so che probabilmente è tutta una tecnica che la mia mente sta usando per non farmi morire di dolore, ma se fosse reale? Remus, se lui fosse ancora vivo? -
Remus sbuffò e si irrigidì. - Non è vivo. - Ribatté gelido.
- Non puoi saperlo con certezza. - Rimarcò lei. - Dietro quel velo c’è qualcosa, ma quel qualcosa non può essere la morte, perché la morte non è un luogo, non è un posto. -
- Hazel, io non lo so cosa c’è dietro quel velo. - Ammise Remus. - Ma so che non c’è niente da fare. Sirius è morto e se hai bisogno di un funerale o di una lapide davanti a cui andare a piangere io lo capisco. Ma non devi lasciarti suggestionare, lo hai detto tu stessa: è la tua mente che ti fa credere che lui sia ancora vivo, non è la realtà. -
La giovane rimase in silenzio per qualche attimo, guardando Remus con uno sguardo pieno di malinconia e dolore. Poi annuì, stringendo le labbra e cercando di trattenere a stento le lacrime che stavano cominciando ad inumidirle gli occhi.
- Sirius è morto per davvero. - Sussurrò impercettibile.
- È morto per davvero. -
I mesi successivi furono caratterizzati dalle ansie e dal terrore che quella guerra appena cominciata aveva portato con se. Nonostante Remus l’avesse tranquillizzata sul fatto che lei e Janus non avessero niente da temere, Hazel viveva in un costante stato di allerta: dormiva poco e male, era diffidente nei confronti di chiunque le si avvicinasse troppo e questo suo atteggiamento inquieto si rifletté presto sul suo bambino.
Janus, mese dopo mese sempre più vicino ai tre anni, stava crescendo senza un pezzo della sua identità, in una realtà oscura e piena di pericoli, consapevole fin da piccolissimo di quanto la vita potesse essere infame, lontano dal suo mondo e da quella che, una volta, era stata la sua famiglia. Nonostante la giovane età era già capace di mentire ai suoi compagni d’asilo e alle maestre, a cui aveva raccontato una versione babbana della storia di suo padre. Detestava andare a scuola, detestava i suoi coetanei, li trovava stupidi e noiosi, preferiva di gran lunga passare del tempo con lo zio Remus che si divertiva quasi quanto lui a mostrargli gli incantesimi che un giorno avrebbe imparato a Hogwarts.
Mese dopo mese, i ricordi di Grimmauld Place e di tutte le persone che avevano vissuto insieme a lui al numero dodici sparirono dalla mente del bambino insieme a tutti i ricordi che aveva con suo padre, che divenne pian piano solo un nome e un viso stampato su tutte le fotografie che Hazel custodiva come tesori.
Hazel invece sentiva la mancanza ancora forte la mancanza di quei mesi: le manca la cucina della signora Weasley, gli scherzi dei gemelli, il tono di voce rassicurante di Kingsley, gli occhi di Harry, ma soprattutto le mancava Sirius, quella sua strana risata simile ad un latrato e ogni altro aspetto di lui. Le mancava così tanto che, spesso, si lasciava consapevolmente trascinare dalla convinzione di poterlo sentire ancora. Capitava che, soprattutto di notte, una certa suggestione si impadronisse di lei, facendole credere di poterlo avere indietro o, almeno, di poter essere in qualche modo ancora in contatto con lui. Sentiva la sua presenza per giorni, ovunque andasse, per poi sparire di nuovo e tornare quando finalmente si convinceva di esserselo solamente immaginato.
La vita scorreva rapida e inesorabile verso un futuro incerto e buio ma, almeno tra le mura di quel cottage, Hazel, Janus e Remus potevano fingere che stesse andando tutto bene. Remus si rese conto presto di quanto il bambino fosse straordinariamente dotato, seppur molto insicuro delle sue capacità. Gli piaceva passare del tempo con lui, vederlo crescere, imparare cose nuove e muovere i suoi primi goffi passi verso il lungo cammino che aveva davanti. Sapeva che sarebbe diventato un mago talentuoso almeno quanto Sirius, se non di più data la sua bruciante curiosità per tutto ciò che riguardava la magia.
Un anno passò in un batter d’occhio e una sera di fine giugno Remus apparve in giardino con la stessa aria sconvolta di quando, poco più di dodici mesi prima, si era presentato alla porta di Hazel per informarla della morte di Sirius.
Hazel, che era lì, sotto il portico di casa sua con un libro tra le mani e con indosso solo un leggero pigiama estivo bianco, ricambiò la sua occhiata con un po’ di timore.
- Fai le valigie. - Esordì subito l’uomo, andandole velocemente incontro. - Tu e Janus dovete andare via subito. -
Lei sobbalzò, alzandosi in piedi. - Che è successo? - Domandò perplessa.
Remus le si fermò proprio davanti, prese un respiro profondo e le mise entrambe le mani sulle spalle. - Silente è morto. - Rispose, andando dritto al punto. - È stato Piton, ha fatto entrare i Mangiamorte a Hogwarts. C’era anche Bellatrix… -
Un brivido scosse la giovane donna dalla testa ai piedi. - Piton sa di me e Janus. - Fu tutto ciò che riuscì a dire, tremando. - Lui sa di noi… lui potrebbe… -
Il lupo mannaro annuì, gonfio di rabbia. - Sveglia Janus, prendi solo lo stretto necessario e andiamo via. - Le disse con fermezza. - Io intanto chiamo un taxi. -
- Ma dove andiamo? -
- Tu e Janus lascerete il paese. - Spiegò Remus alla svelta, entrando dentro casa. - Vi accompagnerò in aereoporto e prenderete un volo qualunque che vi porti il più lontano possibile, magari fuori dall’Europa. Avevo pensato agli Stati Uniti o al Canada o ad un altro paese anglofono. Comunque dovreste stare in una grande città, a stretto contatto con i babbani, magari in un condominio. -
Hazel si pietrificò. - E tu? - Mormorò piano. - Tu vieni con noi? -
- No, ma ci terremo in contatto. Ti scriverò spesso e ti chiamerò da qualche cabina telefonica una volta al giorno. - Rispose Remus, ma come se gli costasse un’immensa fatica. - Quando poi la guerra sarà finita tornerete qui e saremo di nuovo una famiglia. -
Hazel si sentì tremare ancora. - Ho paura. - Confessò, facendo un passo nella sua direzione.
- Anche io, Hazel. - Le disse l’uomo. - Però so che sarete al sicuro lontani da qui. Potrai comprare una casa con i soldi di Sirius, iscriverti in un buon college, ricostruirti la vita che il mio mondo ti ha strappato via. Però non è un addio. -
Lei annuì. L’ennesimo distacco, l’ennesimo stravolgimento alla sua esitenza. Se fosse successo solo un anno prima non avrebbe smesso un secondo piangere ma in quel momento, lì di fronte a quell’uomo che per lei era diventato come un fratello, si rese conto che non aveva più lacrime. - Dimmi che resterai vivo. -
- Ci proverò, te lo assicuro. -
- E promettimi che la smetterai di fare l’idiota con Tonks, lei è quella giusta. -
Remus rise, e ripensò a quello che proprio Dora gli aveva detto in infermeria, poche ore dopo l’omicidio di Silente. - Lo so, è quella giusta per davvero. - Disse.
Hazel fece un piccolo sorriso e lo guardò con uno sguardo intenerito, prima di dargli una pacca sulla spalla. - Bravo, Lunastorta. - Disse. - Dammi una mano a fare le valigie. -
Dopo quella notte, ormai confinata dall’altra parte del globo, il mondo dei maghi cominciò ad apparere a Hazel come qualcosa di lontanissimo che non avrebbe mai più potuto toccare. Remus le scriveva e la chiamava spesso come aveva promesso, ma non parlavano quasi mai della guerra, né di Voldemort. Le loro conversazioni erano quasi unicamente concentrate su Janus, su come cresceva e su come si stava adattando all’America. Spesso parlavano anche di Sirius, della vita che avevano avuto a Grimmauld Place, di quanto lui mancasse ad entrambi.
Qualche settimana dopo la partenza di Hazel e Janus, Remus e Dora si sposarono in una piccola locanda in Scozia e, qualche mese più tardi, Teddy Lupin venne al mondo.
- Non hai idea di quanto vorrei essere lì con voi in questo momento. - Confessò una notte Hazel, parlando al telefono con Remus dalla sua nuova casa a New York. - Mi mandi una foto di Teddy? Sono troppo curiosa e anche Jan non vede l’ora di vederlo! -
- Te l'ho già spedita qualche ore fa, ma il mio gufo è vecchio, ci mette un po’. - Rispose Remus, dall’altro capo della cornetta. La sua voce sembrava stanca e lontana, ma il suo tono era calmo e leggero. - Tu come stai? -
Hazel sospirò, appoggiandosi con i gomiti al davanzale della finestra, da cui poteva vedere la città che si imbruniva al calar del sole. Aveva lasciato il Regno Unito da mesi e doveva ammettere che abbandonare la casa che aveva diviso con Sirius era stato in qualche modo terapeutico. Aveva ripreso a studiare e, per la prima volta nella sua vita, non doveva nemmeno preoccuparsi di guadagnare abbastanza per sopravvivere.
Spesso, quando Janus era all’asilo e lei a lezione, le piaceva fingersi una studentessa qualsiasi, con una vita normale e noiosa, studiare in biblioteca e prendere il caffè con i suoi compagni durante le pause. Si lasciava travolgere da quella sorta di tenera illusione in cui si rifugiava di tanto in tanto, e che le aveva permesso perfino di fare amicizia.
- Sto bene. - Rispose con sincerità.
- E con quel tuo compagno di corso come va? - Sondò Remus.
Hazel aggrottò la fronte, presa alla sprovvista. - Di chi parli? - Gli domandò.
- Di quello con cui sei uscita insieme giovedì. - Rispose il mago. - Come è andata? -
- Non ci sono uscita insieme! - Esclamò Hazel indignata. - Abbiamo pranzato insieme, questo è vero, ma alla mensa universitaria, non era mica un vero appuntamento. -
- Allora perché non gliene chiedi uno? Invitalo da Starbucks o in un posto simile, no? -
Hazel tacque per una manciata di secondi prima di scoppiare a ridere. - Da Starbucks? Perché proprio da Starbucks? - Chiese divertita.
- È una cosa tipica americana. - Rispose Remus sorridendo. - Ma puoi sempre portarlo in una sala da té se proprio ti manca casa. -
Hazel fece un verso pieno di disapprovazione. - In tutta sincerità io credo che sia ancora troppo presto per uscire con qualcuno, Remus. - Disse facendosi di nuovo seria. - Poi questo qui ha detto chiaramente di odiare i bambini e inoltre pensa che la Scozia e l’Inghilterra siano la stessa cosa. -
- Ma non deve essere mica l’uomo della tua vita. - Incalzò lui. - Hazel, tu sei ancora così giovane. Sirius è morto da quasi due anni, e non credo che vorrebbe vederti da sola. -
- È ancora troppo presto. - Ripeté lei. - E non ho nemmeno il tempo per pensare a certe cose adesso. Ho una laurea da prendere, un bambino di quasi quattro anni a cui badare; un bambino che per giunta è un mago, quindi ci sarebbero troppe cose da spiegare. -
Remus sospirò. - A proposito, lui come sta? - Chiese.
Hazel si voltò, dando uno sguardo al divano a pochi passi da lei, su cui suo figlio era mollemente accomodato, tutto preso a guardare il Re Leone. - Lui… sta come al solito. -
- La scuola? Come è andata la sua prima gita? Dev’essere carino lo zoo di Central Park per i bambini della sua età, no? -
- Lasciamo stare. - Sospirò Hazel.
- Cosa ha combinato? - Domandò Remus, il tono divertito e preoccupato insieme.
- Fidati, non vuoi saperlo. - Rispose.
Remus mugugnò scontento. - Hazel, avanti. - Borbottò, tentando di spronarla.
- Ha fatto evadere per sbaglio un serpente gigante perché dice che era gli stava simpatico. E questo serpente simpatico ha quasi fatto fuori il cagnolino di un’altra visitatrice dello zoo davanti a tutti. - Raccontò Hazel rabbrividendo. - Comunque, questo incidente a parte, sembra che si sia dato una calmata, anche se continua a non avere nessun interesse per i suoi coetanei, anzi per gli esseri umani in generale. La maestra dice che in classe non parla, che non socializza, che vive in un mondo tutto suo e che dovrei mandarlo in terapia. -
Remus tacque per qualche istante, tanto che Hazel si chiese se fosse ancora al telefono.
- Poteva andare peggio. - Disse alla fine.
Hazel fece un verso sprezzante. - Tu credi? Ad esempio? - Fece in tono amaro.
- Il serpente poteva quasi far fuori un umano invece che un cagnolino. - Buttò lì Remus.
Lei sospirò. - Remus, dai, non è divertente. - Si lamentò. - Insomma, immagina se Teddy da un giorno iniziasse ad avere interazioni sociali solo con te e con dei rettili. Vorresti dirmi che non saresti preoccupato? -
- Certo che lo sarei. - Rispose lui in tono ovvio. - Ma è pur sempre un’interazione, e con questo non voglio dire che sia una cosa sana, solo che non dovresti fargli credere che questa sua peculiarità sia solo un male. -
- Cosa dovrei fare allora, prendergliene uno domestico al posto di un gattino? - Chiese Hazel con una punta di gelido sarcasmo.
- Se non vuoi no, ma non dovresti demonizzare la cosa. - Ribatté Remus. - Hazel, ascolta, lui probabilmente ha solo bisogno di uno sfogo. Perché non gli trovi qualcosa da fare dopo la scuola? Qualcosa con cui poter lasciare un po’, come uno sport. -
- L’avevo iscritto a giocare a calcio, ma casualmente tutti i suoi compagni inciampavano nei lacci delle loro scarpe ogni volta che lui gli si avvicinava. - Spiegò Hazel.
Remus tentò di trattenere senza successo una piccola risatina. - Be’ allora potrebbe provare con un corso di musica. - Propose. - Uno strumento difficile… come il violino. -
Hazel guardò di nuovo Janus, con un fare pensieroso. - Tentar non nuoce, dato che non posso di certo portarlo da uno psicologo babbano come consigliano le sue maestre. - Disse in fine. - Vuoi che te lo passo al telefono, così ci parli un po’? -
- Sì, magari. - Approvò Remus.
- Jan, amore, vieni a parlare con lo zio? -
Tutti i giorni Janus trovava la frequenza di Radio Potter e, insieme a sua madre, rimaneva fermo ad ascoltare la voce di zio Remus che si alternava alle canzoni delle Sorelle Stravagarie, in una, a tratti tremenda, telecronaca della guerra.
La sera del primo maggio 1998, un grosso gufo bruno si appollaiò stanco sul davanzale finestra di casa Rains, con una lettera da parte di Remus legata alla zampina. Erano poche righe, scritte di fretta, giusto per avvertirla che la battaglia stava per cominciare e che tutto, nel bene o nel male, sarebbe presto finito.
Fu una lunga notte, interminabile, e Hazel la passò sveglia e incollata alla radio, bevendo caffè mentre Janus sonnecchiava sul divano alle sue spalle. Quando poi, mentre il sole sorgeva sugli alti grattaceli di New York, la voce di Harry uscì da quelle casse, per poco il cuore di lei non si fermò.
- Qui Harry Potter. Voldemort è stato sconfitto. Voldemort è morto e noi siamo liberi. - Disse, ma senza nessuna allegria nella voce. - Siamo liberi, ma vorrei prendermi qualche momento per leggere insieme i nomi di tutti quelli che non sono sopravvissuti alla battaglia che c’è stata questa notte a Hogwarts. -
Accanto a lei, Janus strinse la sua manina attorno al suo braccio, guardando la madre quasi con timore, che a sua volta però fissava la radio a bocca aperta, quasi pietrificata.
I nomi si susseguirono in ordine alfabetico, erano tanti, senza un volto e la voce di Harry diventava sempre più grigia e inclinata man mano che leggeva. E poi accadde, arrivò il nome di Remus, il nome di Fred Weasley, il nome di tantissime altre persone che non conosceva, ma almeno non sentì quello di Dora.
Fu straziante, ogni secondo, fino all’ultima lettera.
- Mamma, anche zio Remus è andato? - Chiese Janus, quando alla radio partirono le note allegre dell’inno della scuola. - È andato con papà? -
- Sì, adesso stanno insieme. - Rispose Hazel, asciugandosi gli occhi.
Il volto del bambino divenne crucciato e gli occhi gli si riempirono di lacrime. - Anche tu morirai, mamma? - Le domandò, con le labbra piegate verso il basso.
Hazel si voltò a guardarlo, gli asciugò il viso e lo abbracciò, tenendolo stretto. - Prima o poi succederà, sì. Ma non adesso e nemmeno nei prossimi anni, te lo prometto. - Disse seria. - È tutto finito, Jan, non dobbiamo più avere paura. Sei contento? -
Il bambino annuì, ma poco convinto. - Adesso viene Harry? Torniamo a casa? - Chiese, guardandola speranzoso.
Fu quello il momento in cui Hazel si ricordò dell’incantesimo di memoria, del fatto che non era stato sciolto e che, in tutto il mondo magico, non era rimasto più nessuno che si ricordasse della loro esistenza. Un senso di solitudine, di vuoto e di abbandono le strinse il cuore in una morsa: si sentiva così stanca, così arresa.
- Harry arriverà, ma tra qualche anno. - Disse a suo figlio, tentando di sorridere, nonostante avesse solo voglia di mettersi ad urlare. - Adesso ha tantissime cose da fare, è un supereroe come… come Spider Man. Ma verrà a prenderci. -
Janus sospirò e, nuovamente, annuì arreso. - Va bene… - Mormorò.
- Vogliamo fare una passeggiata? - Propose Hazel allegramente.
Magari avrebbero incontrato qualche strega o qualche mago intenti a festeggiare la caduta di Voldemort, magari così sarebbe potuta arrivare a Harry…
Ma il bambino scosse la testa. - Sono stanco. - Disse tristemente.
Hazel sospirò. Anche lei era stanca, se non stremata, spaccata in due da tutti gli eventi degli ultimi anni. - Allora andiamo a dormire. - Decise.
Fuori le mura di quel piccolo appartamento di Brooklyn, mentre madre e figlio finalmente si permettevano di riposare, stormi di gufi iniziarono ad invadere il cielo terzo che si estendeva sopra quei grattacieli, proprio come in quel lontano 1981, mentre la comunità magica locale scendeva in strada per festeggiare la caduta, questa volta reale, del più grande mago oscuro di tutti i tempi che, per la seconda volta, era stato sconfitto dal ragazzo che è sopravvissuto.
Con questo capitolo siamo arrivati alla fine del primo tempo, questo vuol dire che dal prossimo in poi saremo finalmente nel presente che è dove per me la vera storia comincia. Non so ancora se ci sarà un lieto fine, e voi probabilmente vi starete chiedendo come potrà mai esserci un lieto fine dato che Sirius è morto, ma questa è una fan fiction quindi tutto può succedere o non succedere. Spero che continuerete a seguire la storia e che io vi abbia fatto venire almeno un po’ di curiosità.
Lasciatemi un commento, se volete,
J.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro