Capitolo 5
Al commissariato il commissario spiegò la situazione ai colleghi , che avevano già sentito qualcosa dai telegiornali, e portò il macchinista nella sala degli interrogatori .
" Bene , ti dico subito che non credo per niente alla tua storia, nessuno si fa ricoprire di soldi, per fermare un treno, da una persona sconosciuta.
Ma non finisce qui, tu mi hai detto che lui sapeva che sarei arrivato e che un mago non rivela mai i suoi trucchi. Ciò significa che tu sapevi che ti avrei arrestato, perché ti sei fatto arrestare signor Francesco D'Ambrosio?"
Disse il commissario al giovane macchinista che non rispose alla domanda del commissario.
"Sei un suo collaboratore? Credi in lui? Pensi che sia il tuo mentore? Magari una persona da seguire? Un vero esempio di moralità e giustizia cazzo!" Continuò il commissario dando un pugno sul tavolo.
Ormai continuavano così da ben sei ore senza alcuna pausa.
"Lo sai ora cosa farò ora userò una cosa che fecero i nazisti durante la seconda guerra mondiale, durante i loro interrogatori" il commissario così smise di parlare. Era questa la tecnica che aveva usato anche con camorristi, assassini, ladri...
Stare in silenzio finché il colpevole non sopportando più la tensione avrebbe parlato.
Erano passate altre due ore.
Due ore di silenzio ormai era diventata una sfida sia per il commissario che per il macchinista non parlare, ma quest'ultimo non ce la fece più e cominciò ad urlare
"Basta! Ti racconterò tutto contento?"
Certo che il commissario era contento aveva fatto parlare quel pezzo di merda .
"Io sono un hacker, anche molto bravo, ecco perché sapevo quale treno avresti preso. Facevo parte di una cellula antiterrorismo creata dai nostri servizi segreti, poi è arrivato il vecchio"
"Il vecchio? Ma se Gantenaro ha solo una quarantina d'anni" disse il commissario.
"No sto rivelando troppo, se racconto tutto poi me la uccideranno ..."
"Noi possiamo aiutarti"
"No non potete" rispose l'hacker
"Facciamo così, ora vado a prendere il caffè e ne parliamo meglio, in fondo siamo nel cuore della notte" e così uscì per andare a prendere i caffè alla macchinetta di quel piano.
Ci mise poco per andare a prendere i caffè,cinque minuti circa, ma quando rientrò lui era morto, lasciando molte altre domande in sospeso. Proprio in quel momento suonò il cellulare del commissario, era Gantenaro.
"La tua famiglia chiede di te, mi fanno troppa pena poverine, le troverai nel hotel Garibaldi stanza 127c, al quinto piano" il commissario prese il cappotto e cominciò a correre verso l'albergo.
Arrivato all'albergo che si trovava vicino a piazza Garibaldi, il commissario mostrò il distintivo alla ragazza della reception e salì al quinto piano. La stanza 127c era aperta, il commissario aprì la porta e vide la moglie e la figlia.
Erano a terra, e sul muro era disegnata con il loro sangue una faccina sorridente.
Non era riuscito a salvarle.
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