PROLOGO
Ora non posso più tornare indietro.
Freddo metallo mi cinge le estremità.
Mi sento sola, persa senza alcuna protezione in questo luogo sconosciuto.
In balia del mio destino, sospesa in uno spazio avverso dove lo scorrere del tempo diventa labile, fino a sfumare in qualcosa di intangibile.
I miei sensi sono solleticati dall'effluvio persistente di un incenso che intorpidisce le mie membra, annebbia la mia mente immergendola in uno stagno dalle acque calme.
Un'ombra ondeggia sinuosa attorno alla mia persona, con le sue gelide dita sfiora il mio nudo corpo, seguendolo in ogni suo confine. Percepisco in essa qualcosa di trascendentale, di potente, una spiritualità che varca i confini della nostra realtà. Scarsa è in me l'angoscia che provo di fronte a tal figura, anzi, l'incedere delle sue falangi sul mio corpo è persino rassicurante.
Cosa mi succederà tra poco?
Forse morirò, forse no...
Ma sono giunta sin qui perché altrimenti sarei già morta. Perché la mia esistenza aveva perso ogni significato, perché senza lui io non potrei vivere.
Lui.
Il ricordo di ogni suo gesto vive nella mia testa, come lucciole che danzano al ritmo della brezza di una notte d'estate. Quelle lievi carezze con cui sfiorava il mio viso, gli incoraggiamenti durante gli allenamenti, i suoi rimbrotti durante le sedute di studio.
Mi manca quel suo sorriso, piccolo, debole, una leggera increspatura delle labbra che poche persone avevano il piacere di scorgere, in un uomo la cui anima era macchiata da un'indelebile destino di sofferenza. Era proprio la rarità di tale gesto a renderlo così caldo e sincero, in un mondo di falsità, in un mondo dove le esistenze degli uomini venivano erose dal lento scorrere dei giorni, come scogliere sferzate dalle onde del mare.
Ho provato a vivere lontano da lui, a dare un senso al suo addio, ma senza il calore del suo sorriso il tempo è solo il pigro scandire dell'orologio della vita. Senza la possibilità di rivederlo io sono soltanto un involucro di carne e sangue che si trascina senza lasciare traccia alcuna.
Trasformare il mio corpo, perdere la mia essenza, sprofondare con l'anima in un abisso senza fondo, non è nulla in confronto a ciò che provo da quando lui se n'è andato.
Perché lui è il sole che rischiara il mio risveglio, perché lui è la strada che scorre sotto ogni passo, la fiamma che scalda il mio cuore nei freddi inverni della mia esistenza.
Perché io...io lo...
***
L'oscurità della stanza era attenuata dalla fioca luce di alcune torce, disposte lungo le pareti del perimetro. Nella penombra risaltavano le sculture con cui erano decorate le colonne di marmo: creature angeliche che si calavano sinuose dal soffitto, in contrasto con gli orribili demoni vomitati dai freddi blocchi di ardesia su cui poggiavano le basi del colonnato.
Lungo il suolo correvano linee e forme geometriche, descrivendo rune e simboli magici che si intensificavano al centro, dove sorgeva una singolare struttura metallica. Era costituita da due anelli concentrici: quello più esterno posto in verticale e fissato al suolo attraverso delle staffe, mentre quello interno era parallelo al terreno, ma libero di ruotare attraverso due perni posti ai poli. Al centro di esso, una ragazza poco più che adolescente, era cinta da solide catene ai polsi e alle caviglie.
Attorno a lei un misterioso essere, con il corpo celato da una pesante cappa, scorreva le proprie dita lungo la pelle diafana della giovane. Dopo averla prima accarezzata come per rassicurarla, cominciò a inciderne le carni utilizzando le taglienti unghie corvine. Le sue gelide grinfie solcavano il ventre sudato, producendo una leggera fuoriuscita di sangue, che sfumava i contorni dell'astratta rappresentazione scolpita sul corpo immacolato. Lei gemeva debolmente in risposta a quel trattamento: il torpore delle droghe, somministratele in precedenza, faceva sì che la sua mente viaggiasse lontana da quel luogo.
«Oh, come è puro il tuo spirito» sussurrò lo strano essere, ammirando estasiato il frutto del suo lavoro. «Sei la tela più bianca dove ho portato la mia arte».
La ragazza ansimò con un leggero sospiro, quasi in risposta a quelle parole.
«Ci divertiremo insieme vedrai, il destino che ti attende è speciale.»
Grazie alla struttura ad anello, poteva capovolgerla e proseguire la sua opera sulla schiena e sulle altri parti del corpo non raggiungibili quando si trovava supina. Incideva e scarnificava con dovizia, con movimenti leggeri e regolari come le pennellate di un artista esperto, che con cura dei particolari andava realizzando un affresco maestoso.
Conclusa l'apposizione dell'ultimo glifo, Zephir si ritirò qualche passo indietro, iniziando a pronunciare una sorda litania. Le ferite, tracciate dalle sue unghie sul corpo della ragazza, cominciarono a ribollire, provocandole un dolore lancinante. La pelle glabra si riempì di sudore, i muscoli si contrassero per gli spasmi causandole lividi su polsi e caviglie incatenate. La sottile nebbiolina argentea, che permeava l'atmosfera, sembrò reagire di fronte a quel macabro spettacolo. Prima si raccolse sopra il corpo della giovane, per poi essere risucchiata attraverso le incisioni dell'epidermide.
Le sue urla strazianti non sembravano minimamente fermare il diabolico essere che, avvolto nella sua nera veste, proseguiva ininterrotto la sua nenia.
***
Il mio corpo brucia, arde come un falò in una gelida notte senza fine.
Percepisco la mia carne sfrigolare e sfaldarsi, disperdendosi nell'aria come semplice vapore. La mia anima viene separata dal corpo e trascinata in un nero vortice, sento dozzine di mani che mi afferrano e trascinano nell'abisso, un pozzo senza fondo dove neanche la luce può giungere. Una bestia dalle nere zanne si stringe a me, avviluppandosi al mio Io come una serpe. Comincia a divorarmi, pezzo dopo pezzo.
Dolore.
Il dolore è insopportabile, soffoca ogni mio pensiero, ogni tentativo di placarlo è vano. Forse sono solo pochi istanti che sto soffrendo così, ma sono attimi che sembrano durare da un'eternità.
Il mio corpo chiede di morire, mi implora con voce strozzata di non resistere. Vuole che io venga divorata dal mostro, vuole che tutto questo tormento finisca. Lasciar che la mia anima si smarrisca nell'oscurità, che sprofondi nella fossa da cui non si può far ritorno.
Eppure, lassù la luce di una stella lontana continua a risplendere nei miei occhi. E'una macchia color avorio, uno schizzo pallido in un cielo senza gioia.
Qualcosa trema dentro al mio petto, si agita cercando di divincolarsi per raggiungere quel puntino lontano. Lo percepisco distintamente: è il battito del mio cuore che mi invita a non arrendermi e mi ricorda perché sono giunta fino a questo punto.
Lui.
No, non posso desistere, non posso permettermi di abbandonare questo mondo di dolore, questo mondo di lacrime e sangue.
La mia mano si tende verso l'alto, il mio sguardo si rivolge al cielo. La luce di quella piccola stella ora è accecante, è calda e lenisce le mie membra. L'oscura bestia si ritira impaurita davanti a tale luminosità, nessuno mi trascina più verso il basso. Una mano giunge in mio soccorso attraverso quell'oceano di purezza, stringe con delicatezza la mia e mi solleva verso l'infinito, allontanandomi per sempre dal fondo dell'abisso.
***
SPAZIO DELL'AUTORE
Buongiorno e ben trovati su queste pagine.
Alla fine di ogni capitolone, troverete un mio piccolo angolino dove butto giù qualche considerazione sulla storia, così per poter interagire meglio con i lettori.
Ai fini del racconto nudo e crudo, questi spazi valgono zero quindi "se ti infastidisco skippa e vai oltre" (cit.).
Che ne dite di questo inizio?
Che succederà a questa povera ragazza in balia di tale Zephir?
Per chi proverà i sentimenti descritti tra i suoi deliri interiori?
Tutte domande che troveranno risposta nel prosieguo della storia, quindi non mi resta che augurarvi buona continuazione!
Alessandro
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