Capitolo 2 - RINASCITA - prima parte
Un soffitto sconosciuto, una stanza che non ho mai visto, un letto dove non ho mai dormito.
Chissà da quanto tempo sono qui, ricordo a malapena il mio nome.
Mi sento stanca tremendamente stanca, continuo a sudare, la mia pelle scotta: devo avere la febbre alta.
Qualcuno mi cambia il panno umido che ho sulla fronte, la sua pelle è liscia, le sue dita lunghe e affusolate. Vedo una ragazza, deve essere poco più grande di me, ed è molto bella.
Si sta prendendo cura di me anche se non mi conosce. È gentile a farlo, mi piacerebbe ringraziarla, ma dalla mia bocca non esce alcun suono.
Mi ricorda mia madre quando ero bambina. C'è stata un'età in cui ero particolarmente cagionevole di salute, lei si prodigava a fornirmi tutte le cure necessarie e il suo amore.
Vedo il suo volto e quello di mio padre, gli occhi mi si riempiono di lacrime.
Una strana sensazione pervade le mie membra, sento qualcosa che scorre nel mio corpo, qualcosa di misterioso, qualcosa di potente, qualcosa di oscuro. Giace nel buio accanto a me, mi accarezza, mi sussurra all'orecchio invitandomi a lasciarmi andare.
No!
Non sono arrivata fino a qua per smarrire la mia anima, questo per me è solo un punto di partenza.
La ragazza impone i suoi palmi sopra il mio corpo, cosa sta facendo?
Sento una calda energia che mi avvolge, mi sento come se stessi per nascere una seconda volta, il mio cuore si calma, l'ombra accanto a me si dissolve, ora posso lasciarmi abbandonare e perdere nuovamente i sensi.
***
«Aaaahhhh!» la ragazza si sollevò dal letto urlando come una pazza. Era pallida, sudata, il respiro affannoso gli occhi sgranati come se si fosse svegliata da un lunghissimo incubo. Strinse le coperte tra le mani come se si dovesse proteggere da un'oscura presenza.
Non era sola in quel luogo.
Nella piccola, spoglia sala, dalle bianche pareti un'altra ragazza seduta su una sedia, dondolava sfiorando il muro alle sue spalle.
«Ah buongiorno!» esclamò con sufficienza la giovane dai capelli corvini.
«Ero incatenata! C'era uno strano individuo che mi toccava! Stavo bruciando!» la ragazza a letto urlava delirante.
«Calmati! Sei ancora sotto shock, ti ricordi il tuo nome?»
«Alteria.» Rispose di riflesso, «il mio nome...»
«Piacere, io sono Selene.»
Alteria giaceva seduta sulla branda vestita di una sola camicia bianca. Aveva un caschetto di capelli biondi con una frangetta che le incrociava la fronte, sotto ad essa due grandi occhi nocciola come quelli di una cerbiatta rilucevano dell'innocenza tipica di una ragazza di paese poco più che adolescente.
«Sei molto giovane, quanti anni hai?» domandò con interesse la ragazza che si era presa cura di lei.
«Ho diciotto anni, dove mi trovo signorina Selene?»
«Questa stanza è una specie di infermeria.»
«No ecco, non era questo che intendevo.» disse imbarazzata la giovane degente, credendo di non esser stata compresa dalla sua interlocutrice.
«Ho capito.» annuì Selene, mentre versava da una brocca acqua in un bicchiere.
«A meno che tu non sia giunta qui per caso, sei proprio dove volevi arrivare.» la ragazza prese una piccola pausa per aggiungere un po' di teatralità alle parole che stava per pronunciare.
«Benvenuta alla Torre Scarlatta!»
«Torre Scarlatta...» Quelle due parole rimbombarono come macigni nella mente di Alteria causandole un leggero capogiro.
«Bevi un po' d'acqua, la febbre alta ti ha debilitato.»
Prese il bicchiere con entrambe le mani e bevve in un sol sorso il trasparente liquido che rinfrescò la gola arsa.
Selene posò a terra vicino al letto l'intera brocca.
«Lì c'è un secchio con dell'acqua calda se vuoi darti una sciacquata.»
Alteria si tirò in piedi, le sue secche gambe traballarono a causa della mancanza di forze dovuta ai lunghi giorni passati a letto vittima dell'iperpiressia. Con fatica si trascinò fino a dove le era stato indicato: c'era un mastello pieno d'acqua appoggiato su un tavolino. Sulla parete adiacente era appeso un piccolo specchio di forma rettangolare. La giovane si paralizzò per parecchi istanti a guardare la sua immagine riflessa, come se fosse la prima volta che vedeva se stessa. Si prese il volto tra le mani accarezzandosi la pelle diafana, il viso scavato la faceva sembrare ancora più magra di come si ricordava. Come un fulmine a ciel sereno i ricordi di quell'essere che scarnificava il suo corpo la investirono con la forza di un fiume in piena. Indietreggiò qualche passo cercando di non perdere l'equilibrio. Cominciò a slacciare i bottoni della camicia con le dita che le tremavano febbricitanti.
Il suo corpo era ricoperto di cicatrici, ma incredibilmente erano quasi invisibili, assomigliavano tutt'al più a piccoli graffi simili a quelli provocati dalle unghie di un piccolo gattino. Stupefatta Alteria le sfiorò ricordando come quel mostro fosse andato in profondità con le sue unghie causandole fortissimi dolori. Per quanto fosse felice che quei segni non avessero deturpato il suo corpo, sentiva che sotto di essi si nascondeva qualcosa. Qualcosa di misterioso, di oscuro che pulsava sotto la sua pelle come un parassita alieno. Con coraggio sciolse gli ultimi bottoni della sua veste fino a farla scivolare sul pavimento. Strinse le braccia davanti al torace, pur essendo davanti ad un'altra ragazza poco più grande di lei si vergognava a mostrare il suo corpo senza veli. Gli occhi si gonfiarono colmi di lacrime mentre si voltava a cercare lo sguardo della sua compagna di stanza.
«Stai tranquilla, quelle cicatrici spariranno del tutto tra pochi giorni. Sul tuo bel corpicino non rimarrà alcun segno.» disse Selene agitando la mano per minimizzare il problema.
«Che cosa mi ha fatto?» Alteria sentiva che qualcosa in lei era cambiato, dopo esser stata sottoposta a quello strano rito.
«Quaresh, ne hai già sentito parlare?»
«Quaresh...»
«Dal tuo silenzio deduco di sì.»
Selene si alzò dalla sua seduta raggiungendo l'altra ragazza che sostava stretta in se stessa davanti allo specchio.
«Il Quaresh,» le sussurrò all'orecchio, «ora sei una di noi, ora appartieni alla Torre Scarlatta.»
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