Capitolo 15 - SCONTRO DI LUCE E OMBRA - terza parte
Esgarth rimase impassibile di fronte al vampiro che si avvicinava a lui a gran velocità. Bastò un leggero movimento del braccio con il quale reggeva il suo scettro, per scaraventare il mostro contro una colonna di marmo bianco e farlo rotolare al suolo. Prima che si potesse rialzare, fu investito da una potente scarica elettrica che lo fece contorcere come un tarantolato, mentre la pelle gli si staccava dai muscoli riducendosi in cenere.
«Maestro, a questi bastardi ci pensiamo noi» esclamò Bolton, che assieme alla sorella, aveva appena finito di fulminare l'ultimo vampiro. Polvere e fumo era tutto ciò che rimaneva dei nemici, dopo che i due stregoni, maestri nell'uso dell'elettricità, avevano terminato il loro incantesimo.
Il sacro suolo della navata principale era stato violato dai resti dei corpi, periti nel violento scontro tra guardie e vampiri del clan Cremisi. Dall'alto delle loro cupole, gli affreschi dei divini erano stati testimoni di quell'orgia di violenza che aveva inzaccherato di sangue impuro la splendida cattedrale, faro del culto della Grande Madre. Organi strappati, arti mozzati, cadaveri lacerati; galleggiavano in un mare di crudeltà che si stendeva come un lenzuolo ai piedi dei tre stregoni, giunti in quel luogo seguendo le tracce dell'ex arcimago Alexandros.
«Il vero spettacolo deve trovarsi ai piani alti» disse Esgarth, percependo distintamente le due tremende forze che stavano combattendo in cima alla torre principale.
Mentre i tre si guardavano intorno, cercando una via che portasse verso l'alto, dalle numerose porticine che collegavano quella parte della cattedrale con altre stanze, entrò un manipolo di soldati che assunse una formazione da battaglia, puntando le armi contro gli stregoni. Il capitano di quel gruppo, un uomo in alta uniforme dall'espressione nobile, fece un passo avanti sguainando la propria spada.
«Maledetti invasori, vi respingeremo da questo luogo sacro!» disse, volteggiando la punta della sua lama in segno di sfida. Nel frattempo, i soldati armati di moschetto si erano inginocchiati e incamerato il primo proiettile nella canna delle loro armi da fuoco.
«Stupidi soldati, vi sembriamo forse vampiri?» rispose piccata Thundara, enfatizzando le sue parole con dei gesti che è meglio non descrivere.
«Taci, eretica! Avete portato la vostra superstizione in questo luogo benedetto! » Il capitano continuava a darsi un tono di superiorità, forte dell'istituzione che rappresentava. «Quindi per quanto mi riguarda voi tre siete alla stregua dei vampiri!»
«Capitano, suvvia, non sia così sciocco da mettere in pericolo la vita dei suoi uomini» lo canzonò Esgarth, che per quanto riguardava la spavalderia non era di certo da meno.
«Cos'è? Forse una minaccia?» poi si girò verso i suoi uomini: «Soldati, pronti a fare fuoco!»
«E sia capitano» l'arcimago allargò le braccia in segno di resa «però poi non dica che non l'avevo avvertita!»
L'ufficiale sbavando dalla rabbia, lanciò l'ordine di attaccare che precedette di un istante l'esplosione dei colpi di fucile. Tuttavia, non una sola pallottola giunse a destinazione, erano tutte ferme a mezz'aria a circa un paio di braccia di distanza dai bersagli.
Sotto gli occhi terrorizzati dei guardiani della cattedrale, Esgarth sorrideva divertito, mentre stava per schioccare le dita della mano sinistra.
«Addio.»
I proiettili si animarono all'improvviso, e assumendo le più disparate traiettorie, andarono a infilarsi con precisione chirurgica nei crani degli inermi soldati, che perirono in pochi istanti.
Soltanto il capitano fu risparmiato; abbandonata per sempre la sua boria, giaceva inginocchiato a terra con il viso stretto tra le mani. Lo stregone direzionò su di lui la punta del suo scettro, paralizzandolo all'istante e sollevandolo da terra.
«Io l'avevo avvertita» disse all'inerme essere umano che annaspava disperato, mentre un invisibile morsa gli stringeva la gola.
Clap! Clap! Clap!
Un ritmico battere di mani attirò l'attenzione degli stregoni verso uno degli angoli, avvolti dalla penombra, nella grande sala della cattedrale.
«Complimenti, uno spettacolo davvero gradevole.»
Vestito con un'elegante giacca, il signore dei vampiri dai capelli d'argento, si manifestò alla vista dei tre.
«Lo sentite?» disse, indicandosi la punta del naso «il profumo della disperazione. Io lo adoro e per quel che vedo anche voi stregoni non lo disdegnate.»
Esgarth contrasse il volto in una smorfia di sdegno, mentre lasciava libero l'ufficiale dal suo incantesimo. L'uomo guidato dall'istinto di sopravvivenza provò a guadagnarsi una via di fuga, ma Lothor non era della sua stessa idea. Con la sua velocità sovrannaturale lo raggiunse in un istante e con gli artigli felini lo squarciò da parte a parte strappandogli il cuore dal petto. Il vampiro lasciò cadere a terra il corpo esanime della sua vittima, per poi leccare l'organo ancora pulsante.
«Questi pseudonobili, hanno un pessimo sapore.»
Con gli occhi iniettati di sangue, gettava uno sguardo di sfida ai tre rappresentanti della Torre Scarlatta.
«Deduco sia tu quello che guida l'invasione della cattedrale» disse Esgarth.
«Molto perspicace stregone!» rispose il signore dei vampiri «...e io deduco che tu non sia qua per impedircelo.» Si passò una mano tra i capelli grigi che gli cascavano lungo il viso rivelando così il suo malvagio sorriso. «Voi siete qua per lo stregone del fuoco, giusto?»
«È un tuo alleato?»
«Alleato? Uhm, diciamo che ci stiamo facendo un rispettivo scambio di favori.»
«Quindi ha evocato Keshnal per conto tuo giusto?» comprese Esgarth senza troppa fatica. «Quello che mi sfugge è quello che otterrebbe lui da tutto questo.»
«Perché non vai a domandarglielo di persona?» Lothor sollevò un braccio indicando con l'indice di raggiungere i piani più alti della cattedrale, luogo dove Alexandros stava assistendo al cruento scontro tra Keshnal e Emmaniel.
«Maestro, vada pure!» esclamò Thundara
«A questo tipo ci pensiamo noi» concluse Bolton.
«Lo lascio a voi, ma fate attenzione.»
Esgarth si affrettò a raggiungere una delle uscite della grande stanza rettangolare.
«Mi lasci da solo con i pesci piccoli?» lo canzonò il non morto, guardando con delusione l'arcimago della Torre che si allontanava.
I due maghi gemelli allargarono le proprie braccia opposte come se stessero per fare un gigantesco abbraccio. Tra le dita delle mani, accompagnate da un crescente sfrigolio, si crearono cinque archi voltaici che elettrificarono tutta l'aria circostante.
«Pesci piccoli?» domandò sarcastica la sorella.
«Forse non siamo così piccoli come credi» sorrise il fratello, preparandosi allo scontro.
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