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CAPITOLO 12 - GIORNI DI UN DOLCE PASSATO - terza parte

Il suo grido di dolore rimbombò sordo tra quelle quattro mura, il corpo sfrigolava fra le fiamme mentre si rotolava al suolo, nel vano tentativo di fermare l'inferno che l'avvolgeva. 

Ero immobile davanti a quel macabro spettacolo, ancora legata al ceppo dove pochi istanti prima giacevo senza speranza, impotente davanti ai miei carcerieri.

Non mi rendevo conto di ciò che era accaduto, come se quel concatenarsi di eventi fosse soltanto parte di un brutto sogno. Osservavo a occhi sgranati il contorcersi dell'uomo che pochi istanti prima voleva abusare di me. Non provavo rabbia né soddisfazione, né disgusto, né gioia nel vederlo urlare di dolore nei suoi ultimi istanti di vita: soltanto meraviglia. 

Meraviglia per quello che fu il mio primo incontro con la magia. Fino ad allora, ne avevo sentito parlare soltanto nei miti e nelle leggende che gli anziani usavano raccontare ai piccoli per spaventarli.

Mi trovai libera dalle corde senza accorgermene, mi persi nei suoi occhi penetranti che mi fissavano, carichi di compassione. Così belli, profondi come lo spazio che ci separa dalle stelle.

Credevo di trovarmi davanti a un essere divino, un essere onirico parto della mia mente sconvolta. Strinsi il suo mantello tra le mani mentre cercava di allontanarsi. Lo sentivo sfregare sulle dita, era tangibile, era reale.

Allora, non sto sognando.

In quel momento pensai che non l'avrei mai lasciato andare via. Quando comprese che non avevo intenzione di tornare a casa, perlomeno non in quella notte umida e fredda, mi fece accomodare accanto a lui, mi avvolse nella sua cappa cremisi e mi lasciò scivolare fino ad accovacciarmi al suo fianco. 

Prima che la tensione dentro di me si sciogliesse definitivamente, facendomi perdere i sensi, pregai la Dea per far durare questi momenti in eterno. 

Sentivo il mio corpo formicolare in una strana sensazione che non avevo mai provato nei miei primi quattordici anni di vita. Nel mio stomaco volavano farfalle colorate, una dolce melodia suonata da un piccolo violino rimbalzava nelle mie orecchie.

No, non posso confondermi, per la prima volta nella mia vita ero innamorata.

***

«I tuoi genitori saranno preoccupati.» disse lui, mentre si lasciava guidare da Alteria per le vie della città di Mirtia. 

Era l'alba e l'operosa cittadina si svegliava, ritornando alla vita dopo la fredda notte senza stelle. I contadini con i loro carri si recavano al duro lavoro nei campi, mentre negozi e botteghe spalancavano le proprie saracinesche. Garzoni e proprietari si affrettavano a esporre le merci, per attirare a sé i primi clienti che si riversavano lungo le tortuose vie di terra battuta.

«Grazie per avermi salvato.» riuscì a dire lei con un filo di voce. 

Erano le prime parole che pronunciava da quando quel tizio l'aveva salvata.

«Ero lì per caso, sei stata fortunata.» tagliò corto il ragazzo che non aveva voglia di prendersi alcun merito.

«Sei per caso un mago o qualcosa di simile?» 

La curiosità della ragazza venne fuori all'improvviso, dopo che i due si erano addentrati in una stretta e poco percorsa via secondaria.

«Una specie.» rispose lui a labbra strette.

I due camminarono per alcuni minuti in rigoroso silenzio, finché Alteria, giunta a pochi metri dalla sua abitazione, trovò il coraggio per avanzare un'insolita richiesta.

«La insegni anche a me?»

«Che cosa?» domandò lui stupito.

«La magia!»

Rise di gusto. Per la prima volta sembrò lasciarsi andare in un gesto spontaneo, liberandosi per qualche istante della perenne espressione seriosa.

«Non è qualcosa che può essere insegnato a tutti.»

La risposta però non scoraggiò la ragazza.

«Ti prego, insegnami a difendermi allora!» esclamò lei mordendosi le labbra. «Non voglio più trovarmi in una situazione come quella di ieri sera!»

«Purtroppo il mondo è un luogo pieno di vermi di quel genere.» sentenziò lo stregone, cercando di smorzare sul nascere le richieste della giovane.

«Ma ci sarà qualcosa che posso fare? Ho visto che i primi due li hai affrontati a mani nude, che mosse hai usato? Non erano arti marziali quelle?»

«Lo erano.»

«E non sono qualcosa che anche io posso imparare?»

«Soltanto con lunghi e duri allenamenti.» disse il ragazzo, quasi scocciato dal protrarsi di quella conversazione.

Alteria scivolò davanti a lui per bloccarne l'avanzata.

«Per favore, insegnale anche a me.»

Avanzò quell'insolita richiesta in realtà non perché volesse veramente imparare a difendersi, ma al momento era l'unico pretesto che le era venuto in mente per non far andare via quell'uomo.

Lui la evitò, proseguendo la sua marcia.

«Ora torna a casa, e non pensare più alla scorsa nottata.»

«Per favore» supplicò lei, tenendolo per un lembo del mantello.

Lo stregone incrociò i suoi grandi occhi nocciola. Forse si lasciò incantare dall'innocenza di quell'animo gentile, o forse voleva solo togliersela il più velocemente possibile di mezzo, fatto sta che Alteria riuscì a estorcergli una promessa.

«Va bene, allora la prossima volta che tornerò da queste parti, ti darò qualche dritta per difenderti da certa gentaglia.»

«Grazie! Grazie!» esclamò Alteria al settimo cielo.

L'uomo si congedò con un sorriso proseguendo il suo cammino nelle sconfinate vie di quel luogo.

«Aspetta!» urlò lei. «Non mi hai detto il tuo nome.»

«Alexandros.» disse, prima di perdersi tra la folla.

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