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Capitolo 25

🔴🔴🔴

Scene leggermente più spinte, se siete particolarmente sensibili non leggete, grazie.

Sofia's POV

E voglio sapere tutta la verità, nient'altro che la verità.

In pochi passi mi ritrovo esattamente davanti la porta, infuriata più che mai con il ragazzo che codardamente si nasconde lì dentro, senza uscire allo scoperto forse per paura che sia io che Valeria gli saremmo saltate addosso, incazzate nere per il suo comportamento.

E ne avremmo avuto tutte le ragioni di questo mondo, entrambe, siamo donne e a noi non piace essere prese in giro da nessuno, specialmente da un tipo che è stato con tutte e due contemporaneamente.

No, ma che dico, quello è Matteo, mi sto confondendo...

<<Anche Alessio non credere sia tanto meglio>> ammonisce la mia parte razionale, e le devo dare assolutamente ragione.

Se tutto quello che mi ha raccontato Valeria dovesse rivelarsi vero io non saprei più da che parte stare, dove sotterrarmi o in che città scappare, non volendolo più rivedere.

La cosa che mi fa rabbia è che sia in grado di dirmi con le parole tutt'altro di ciò che poi, invece, dimostra con i gesti: afferma, anzi, finge di voler solo me e poi non è nemmeno capace di tradirmi di nascosto, ma sotto il mio sguardo e quello dei vicini, e questo mi irrita parecchio, che vergogna.

Non sa che lui è come un attore, controllato da tutti di nascosto: la gente che abita nei dintorni sono i paparazzi, assetati di nuove esuberanti notizie e lo tengono d'occhio in ogni sua mossa, pronti per scatenare il putiferio non appena si ciberanno di qualche succulenta rivelazione hot, la quale credo abbiano già avuto prima del mio arrivo.

Poi è naturale che mi vengano certe crisi di nervi, per l'esasperante pressione che sento alle spalle, dovendo guardarmi dietro con il doppio dell'attenzione, perché da un lato potrei trovare quella ragazzetta pronta a portarmi via il marito e dall'altro mio padre, pronto ad accaparrarsi i suoi soldi.

Lui non deve osare metter mano in cose che non gli appartengono, perché quel denaro servirà a me per ricostruirmi una nuova vita molto lontano da qui, e prenderò pure gli interessi per i mesi preziosi che ho sprecato della mia esistenza dando ascolto a un essere infimo del genere.

Solo io ho il diritto di farlo, perché quell'uomo che ha il mio stesso sangue mi costringe a stare con Alessio soltanto per i suoi quattrini, che secondo lui potranno sicuramente risollevare la famiglia che non definisco più mia da tanto tempo.

Il giochetto di chi si definisce coraggiosamente mio padre, è un ricatto psicologico e morale che piano piano sta prendendo vita, diventando sempre più reale e oppressante, tra poco palpabile nell'aria.

E sono sicura che se le cose continueranno in questa maniera, il mio ragazzo scoprirà tutta la verità, sento un'angoscia al petto che mi dice di stare attenta a ogni sua mossa di rimando ai miei rimproveri, ogni reazione potrebbe essere fatale e costarmi il futuro, c'è la mia vita in ballo.

Una mossa avventata potrebbe delineare la fine che tanto bramo ma al contempo tengo lontana con il pensiero, perché se una buona volta la facessimo finita con la nostra storia, dovrei comunque fingere di aver perso il bambino che non esiste, e poi nessuno incrocerebbe più i miei occhi, come se fossi spazzatura.

I miei mi crederebbero una buona a nulla, un'incapace, perché l'unica speranza che avevano di vivere meglio è andata distrutta a causa della loro primogenita che altro non fa che creare guai e rovinare tutti i loro piani.

Mamma ormai non ragiona più, pensa ciò che le è stato inculcato dall'uomo che si ostina a tenere ancora accanto, accecata dall'amore che provavano un tempo l'una per l'altro.

Perché una volta era davvero così, ma adesso lo stimato pediatra non è capace di amare nemmeno se stesso, altrimenti sarebbe andato a ricoverarsi in psichiatria, per il suo bene, ne avrebbe davvero bisogno.

Invece stando a casa con noi rompe così tanto, non mi permette di vivere una vita come tutte le adolescenti della mia età perché sì, sono ancora un'adolescente a neanche vent'anni, e sono già obbligata a pensare al mio futuro.

No, molto peggio, posso solo guardare da lontano e con le punte dei piedi i mesi che avverranno di cui già una persona si è occupata di programmare, si tratta della mia vita ma non sono mai stata interpellata per deciderla, è così.

Tra poco va a finire che mi dirigo io in modo autonomo in ospedale, dicendo ai dottori <<Tenetemi qui con voi, fate quello che volete ma non voglio ritornare a casa.>>

Prima o poi sono consapevole che arriverò a un punto del genere e dalla mia bocca usciranno testuali parole, perché diventerò matta da legare, il mio cervello è troppo stordito con tutte le regole che deve tenere a mente su determinati comportamenti da assumere, che cambiano in base alle persone.

Io non sono più Sofia, quella vera che a quindici anni era così spavalda e sicura di sé che riuscì a farsi notare dal ragazzo più grande della compagnia che frequentava, senza troppi sforzi.

Quante storielle potrei raccontare sulla mia vita da minorenne, quasi clandestina, non mi sono fatta sfuggire nessuna occasione: se qualcosa la volevo la ottenevo, anche senza il consenso della mia famiglia.

A descrivermi io stessa in questa maniera posso ben dire di essere stata un animo ribelle, ricordando per esempio quando fuggì in piena notte dalla finestra per vedermi con il mio primo amore, Giorgio, un tipo niente male che possedeva una moto dato la sua più che maggiore età, quando mi portò con sé a vedere il mare sotto un cielo pieno di stelle.

Lui, il bello e il dannato, con i suoi sensuali capelli ricci castani e gli occhi neri come il suo cuore, non aveva paura di niente e nessuno, vivendo appunto per sfida, per non darla vinta alla morte.

Mi sono sempre piaciuti quelli tosti, ma a diciotto anni ho cambiato vita, forse per colpa dell'insistere dei miei genitori, che volevano una figlia perfetta, e così mi hanno ridotta a loro modo: adesso sono un mostro che non riesce più a provare sentimenti belli per qualcuno, e anche se ci provo ogni volta vengono calpestati e ridotti in cenere, come quella che ne rimane della mia quotidiana sigaretta mattutina.

È merito suo se ho preso il vizio del fumo, e mi sento di ringraziarlo perché altrimenti non sarei qui...

Fumando riesco a rimanere calma, a far ribollire dentro tutto il rancore che tengo senza essere troppo manesca e risultare aggressiva fuori; non so che avrei fatto se non ci fosse stato il tabacco a far dimenticare momentaneamente parte dei miei pensieri, è stato la mia salvezza.

Quanti bei ricordi potrei evocare su quel ragazzo dall'animo afflitto che si vedeva per lo più un'ombra, vuoto, come me in questo istante, ma è meglio se rimangano sommersi certi momenti.

Non sono più quella ragazzina spensierata e vivace di un tempo, a cui piaceva fare nuove esperienze, sono un'essenza priva di tutto, un fantasma che vaga ancora su questa Terra perché non ha trovato la pace interiore; sono divenuta piatta, scialba, la mia vita è una continua monotonia.

Una volta ero furba e scaltra e riuscivo a non farmi beccare mai da mio padre durante le mie scappatelle notturne, adesso non riesco neppure a guardarlo male e con furia negli occhi, sono stanca pure di questo.

Un giorno io e mister gentilezza, talmente alto da sembrare un lampione in confronto al mio metro e cinquanta scarso dell'epoca, ci recammo nel silenzio della notte a Giarre, un luogo abbastanza lontano da casa mia, viaggiando per almeno trenta minuti, solo perché a quell'ora le strade erano totalmente libere.

Abbiamo avuto tutta la città a nostra disposizione e, di conseguenza, tutta la vista del mare: sì, mi portò proprio qui, con il vento leggero che tirava alle quattro del mattino e il buio che faceva sì non mi vergognassi a guardarlo negli occhi.

Perché potevo mostrarmi tutta un peperoncino, ma dentro ero piuttosto timida e riservata anche se sono sempre stata brava a nasconderlo.

Mi prese per mano trascinandomi letteralmente sugli scogli, dove ci sedemmo vicini come due innamorati da una vita, ammirando lo splendido paesaggio nella penombra.

Fu una sensazione strana stare insieme, nel più totale silenzio, nessuno osò proferire parola al che mi chiesi che ci facessi lì, fin quando la mia muta domanda non ricevette risposta.

<<I miei abitavano qui, prima di morire.>> disse, con voce calma.

Ecco che con una semplice frase divenne tutto più chiaro, la sua identità stessa e il suo essere così misterioso, spiegò tutto con poche parole, perché al resto ci pensarono i gesti.

Girava voce che abitasse con qualche sua zia, ma si conosceva davvero poco su di lui, era davvero troppo taciturno e in pochi ebbero la fortuna di parlare e conoscere la sua vita privata, cosa che mi fece lusingare.

Era un ragazzo a cui piaceva tutto ciò che agli occhi degli altri fosse brutto, come un posto lugubre da cui non entrava neanche uno spiraglio di luce, avrebbe sempre voluto vivere in un film horror.

Non temeva girovagare di notte da solo, sapendo la mala gente si possa incontrare, forse perché lui si definiva uno di loro, anche se ai miei occhi non lo fosse affatto.

E sono sicura che neanche lui lo pensava sul serio, però era intenzionato a farlo credere agli altri, probabilmente per essere lasciato in pace, non amava molto stare a contatto con le persone, specialmente con chi fosse il suo contrario.

Mi rivelò in seguito di odiarsi, di non amarsi abbastanza, e se una persona non è capace nemmeno di amare se stessa non può di certo voler bene chi lo circonda.

Quei pochi amici che gli stavano vicino, avevano la chiara intenzione di aiutarlo, come se fosse un matto, mentre io mi avvicinai a lui soltanto perché mi affascinava il suo carattere enigmatico, volevo capire perché si comportasse così, ci doveva essere una spiegazione sotto, e ora la sapevo.

Si confidò, con me, forse perché entrai nella sua vita senza mai pretendere nulla, neppure un'amicizia, è stato lui ad accettarmi nei mesi e vedermi come tale, anche se io speravo di meglio fin da subito, ma ogni cosa con il suo tempo...

Non dovevo avere fretta, ma la mia era una cotta adolescenziale che poi si trasformò man man in vero amore, in passione, in ossessione quasi, l'una per l'altro.

Eravamo perfetti insieme, finché tutto prese una piega inaspettata...

<<Avevano una casa qui vicino>> continuò Giorgio, girandosi dall'altro lato, come se si vergognasse a raccontarmi qualcosa di così personale.

In fondo lo capì, non doveva essere semplice per lui parlare con una semi sconosciuta di questioni che chissà da quanto tempo si trovavano sepolte dentro la sua mente.

Mi sentì gratificata, importante, per la voglia che avesse di raccontarmi senza che gli avessi ordinato nulla, non avevo pretese e non potevo di certo averne, o lo accettavo così com'era o nulla.

Riconobbi il suo tentativo di aprirsi e lo sforzo immane stesse facendo, osservai la sua fronte corrugata e l'espressione accigliata, in difficoltà, come se non sapesse da dove partire.

Molti direbbero dall'inizio, ma non sarà mica facile per uomo di ventidue anni ripercorrere la sua vita in modo così veloce da etichettare un determinato ricordo come l'inizio del suo cambiamento interiore, perché ero sicura fosse stato un bambino tranquillo da piccolo.

Ma la vita ci mette degli ostacoli davanti, a cui noi permettiamo di entrarci sotto pelle e cambiarci radicalmente, anche in peggio.

<<Hey, non devi se non vuoi.>> Gli presi la mano, per infondergli coraggio, ma lui si scansò subito dopo, spaventato forse per il mio gesto, anche se poco prima lui fece lo stesso, forse non se ne accorse nemmeno.

Mentre era intento a cercare qualcosa nelle sue tasche, io mi presi un po' di tempo per ammirarlo senza sentirmi in soggezione, con la coda dell'occhio.

Spostai i capelli lunghi a metà spalle dietro la schiena, poggiando i gomiti alle ginocchia piegate al petto.

Guardai ogni particolarità del viso, che riuscì a distinguere grazie alla luce fievole delle stelle: naso dritto e appuntito, labbra perfette e barba non rasata da qualche giorno, era bello da mozzare il fiato.

E dentro me, nel mio subconscio, mi chiesi cosa avessi fatto di bello per aver avuto l'opportunità di conoscerlo, perché non credevo sarei stata così fortunata un giorno da diventare la confidente di qualcuno, e quel qualcuno fu proprio il primo ragazzo per cui presi una sbandata senza rendermene conto, in un istante.

Mi innamorai del suo aspetto da duro, forse, ma anche delle sue poche parole, a tal punto che anche a me cominciò a piacere il silenzio, perché lui era solito isolarsi.

Dalla giacca in pelle estrasse un pacchetto di sigarette molto comuni, le fumava pure mio padre, gliele vedevo sempre cacciare in borsa prima di recarsi allo studio.

A modo suo voleva tenerlo nascosto, minimizzando in parte questo brutto vizio che poi sarebbe potuto diventare una vera e reale dipendenza, da cui non se ne esce quasi più fuori.

Giorgio avvicinò le labbra alla confezione e trattenne una sigaretta con le labbra, cingendo la cicca in un modo che mi mise i brividi.

La sensazione di calore alla bocca dello stomaco si presentò esattamente dopo quando, lanciandomi un'occhiata divertita, strinse ancor di più quell'oggetto con la bocca fino a farmi inconsciamente desiderare di trovarmi io lì, volendo essere io il suo unico capriccio.

Avvampai nel buio della notte, illuminati solo grazie alla torcia del cellulare in suo possesso che aveva appena preso, con un gesto fulmineo da non farmene accorgere.

O forse fui io troppo indaffarata a studiarlo che non mi accorsi di quel gesto potuto durare solo pochi secondi; fatto sta che con un sorriso beffardo sulle labbra accese la sigaretta, che emanò luce e scintille non appena ne fece un tiro, per poi cacciare fuori il fumo girandosi verso destra.

Era talmente sexy con quell'aria da strafottente che credo di aver perso qualche battito, e credo anche di non aver più voluto prendere ossigeno, il mio lo cedetti volentieri alle creature del mare e del cielo, loro ne avrebbero avuto più bisogno.

A me bastò ammirare quel bellissimo uomo ventiduenne per poter respirare qualcosa di meglio nell'aria che l'ossigeno, l'amore.

Ammisi a me stessa di esserne follemente innamorata, come mai prima d'ora, e il fatto che mi avesse portato con lui quella notte stava a significare solo una cosa: che per lui non fossi solo un'amica come temetti mi vedesse soltanto.

Allora non mi spiegavo il suo atteggiamento schivo nei miei confronti, il suo non proferire una sillaba, ma in quel momento pure io divenni muta come un pesce, senza farci caso.

Capii cosa si provasse a essere in soggezione, ansiosi a mille in attesa che accadesse qualcosa che finora potei solo sognare, perché non ammissibile ed errato, pure a me stessa.

Non dovevo innamorarmi di lui, un amante della notte, che con il tempo riuscì a portare con sé tutta la mia vitalità, risucchiandomela fino all'ultima goccia come un vampiro assetato di sangue.

Io avevo fame e lui mi ha saziato, ma in cambio gli ho dato tutta me stessa per renderlo felice.

<<Io voglio, Sofia...>> parlò, e io dentro esultai come non mai, pensando si stesse in qualche modo dichiarando, così lo spronai, prima con gli occhi e poi con il cuore, a cui si collegò il cervello per dare vita alle mie parole.

<<Cosa, Giorgio?>> esalai, fremendo e sudando freddo sulla fronte, nonostante avessi i capelli lontani dal viso e indossassi una maglietta a maniche corte, senza nulla sopra a coprire le braccia.

Eppure le mani erano fredde, a cui si aggiunsero presto anche dei tremori insoliti per la sottoscritta, mai avvenuti in quindici anni.

Menomale che mi trovavo seduta, le gambe non avrebbero retto una simile tensione, così come non lo fece neanche il mio cuore, che sembrò pronto per esplodere.

Sospirò ancora dalla sua amata sigaretta, scostandosi ulteriormente per cacciare fuori dai polmoni tutta la nicotina, e io avrei tanto voluto essere quel fumo, per il privilegio di essergli entrata dentro con così tanta facilità, capendo i suoi bisogni e le esigenze nel profondo.

Nessuno c'era mai riuscito con me, quindi capivo cosa provasse, almeno un po', e avrei tanto voluto che lui fosse stato il primo a leggermi l'anima, e fu così che accadde...

<<Dirti queste cose.>> Se ne uscì fuori con questa subdola affermazione, che mi fece ruotare il capo e aggrottare le sopracciglia.

Intendeva il fatto che mi stesse parlando della sua vita, non di altro come speravo, e quella cosa mi incupì molto, ma non lo diedi a vedere; d'altronde non avrei potuto desiderare di meglio, si stava aprendo con me, un passo alla volta.

<<Perché ti allontani?>> domandai all'improvviso, non tenendo a freno la mia indole curiosa.

Ero irritata a dire il vero, per lo strano comportamento che stava avendo nei miei confronti: prima mi passava a prendere alle quattro del mattino a casa mia, sapendo che i miei genitori non avrebbero voluto nemmeno se fosse accaduto di pomeriggio, e poi lo vedevo prendere le distanze, non si fa così.

Doveva decidere cosa voleva, non farmi impazzire in quel modo...

<<Perché me lo chiedi?>> controbattè prontamente, facendomi pentire subito della mia impulsività.

Aveva ragione, noi non eravamo nulla e dunque poteva fare ciò che voleva, starmi a pochi millimetri di distanza oppure addirittura metri.

Meglio la seconda opzione, con la prima avrei perso del tutto la lucidità.

<<Comunque sia, bellezza...>> mi chiamò e io per la sorpresa sussultai, allargando le mie labbra in un sorriso sincero.

Prese la sigaretta tra indice e medio della mano destra e la guardò consumarsi a causa del vento, e io istintivamente lo imitai, portando tutta la mia attenzione verso quella piccola luce rossa escandescente, come sentivo stesse diventando il mio corpo a ogni minuto che passava.

Se era capace di provocarmi delle simili sensazioni solo rimanendo immobile, non osavo pensare se avesse compiuto qualche altro gesto...

E avrei dovuto continuare a non riflettere, ma così non fu, perché immaginai le sue labbra posarsi sul mio collo, degnandomi delle stesse attenzioni di quell'oggetto.

Ebbi un sussulto quando il ragazzo, con la mano libera, cercò delle pietre sotto i nostri piedi per poi lanciarle lontano da noi, non in acqua perché eravamo troppo distanti.

<<Mi sono allontanato perché sto fumando, non vorrei che respirassi questo schifo>>, si giustificò il riccio, spostando lo sguardo altrove; la sua risposta non faceva una piega e io inghiottii la saliva in evidente disagio.

Perché non fui capace di tenere la bocca chiusa?

<<E da quando ti preoccupi per la salute degli altri?>> osai chiedere, avendo lo stomaco sottosopra.

I crampi dovuti alla fame si erano trasformarti in un lieve fastidio, a cui non diedi più di tanto peso non appena udì le sue parole.

<<Da quando ho trovato qualcuno di cui preoccuparmi senza risultare ridicolo.>> Sospirò ancora dalla sua sigaretta a metà e prima che potesse gettarla a terra gliela tolsi dalle mani, prendendola per la prima volta in mano.

Stupito si girò verso di me, si sentì derubato di una parte di lui, forse, perché stava condividendo non solo i suoi ricordi con me ma pure qualcosa di ancora più personale, che lui stesso aveva assaporato poco prima, e io desideravo tanto fare lo stesso, per sentirmi più vicino a lui.

<<Non sei ridicolo>>, dissi, <<almeno, non per me.>>

Fu come una liberazione, mi sentì subito più sollevata per aver detto qualcosa che mi portavo dentro da così tanto tempo, e che non avevo voluto ammettere nemmeno a me stessa.

<<Che intenzione hai?>> Indicò con un cenno del capo il mozzicone, nel frattempo il vento aveva portato via ancora tabacco.

<<Nessuna.>> Fissai le mie dita, che tenevano stretta quella sigaretta come se fosse oro.

Molto di più, perché era come una parte del suo cuore, e io avrei voluto farne parte, provare a entrarci almeno e capire cosa avesse provato nel ridurla così, aspirando tutto il suo veleno.

<<Sei una bambina, non ce la puoi fare>>, mi schernì, e questo mi diede la spinta necessaria per fare tutto il contrario di ciò che lui volesse.

Ero sempre stata così, più una cosa mi veniva proibita più la voglia di infrangere quella regola saliva, finché non l'avessi avuta vinta io.

<<Ah, davvero?>> domandai sarcastica, più per auto convincermi che dovevo riuscirci, non era niente di che in fondo, lo facevano tutti e a tutti piaceva, perché non sarebbe dovuto accadere lo stesso a me...

<<Sofia, non devi...>> Provò a replicare, con tono serio, ma era ormai troppo tardi.

La mia mano si avvicinò del tutto alle labbra senza rossetto, le quali si chiusero e trattennero il mozzicone, aspirando in modo poco abituale, e si capì dal colpo di tosse che mi lasciai sfuggire poco dopo.

Il fumo a contatto con la gola bruciava un casino, e anche se avevo provato a inghiottirlo come avevo visto fare alcune volte alla gente, non ci riuscì, e il risultato fu una totale figuraccia davanti il ragazzo che mi piaceva.

<<Maledizione>>, imprecai mentalmente, così sì che risultai un vero e proprio disastro, una ragazzina che non sapeva nemmeno aspirare un tiro da una sigaretta, gentilmente statomi offerta, si fa per dire.

<<Cazzo Sofia, ti avevo detto di non farlo.>> Si preoccupò per me Giorgio, anzi, più che preoccupare si arrabbiò parecchio, per aver permesso di intossicarmi per qualche secondo.

<<Non sono cose per te>>, aggiunse, separando la nostra distanza una buona volta e togliendomi la sigaretta dalle mani, per poi riprendersela lui.

La sensazione delle nostre mani fredde che si sfiorarono fu come una scintilla, un fulmine, un fenomeno tanto bello e affascinante che non aveva bisogno di spiegazioni.

<<Questo chi lo dice?>> intervenni, interrompendo il flusso dei suoi pensieri che sarebbero voluti uscire allo scoperto tutti insieme.

Infatti rimase zitto, con la mano ancora a mezz'aria, non essendo arrivata alle labbra tesi e sottili, che si chiusero ancor prima di accogliere la ninfa della sua vitalità.

<<Non sei mio padre>> ammisi acida, affrontandolo inconsciamente.

Eh, lui non lo avrebbe mai rivelato, ma fu proprio questa frase a far traboccare il vaso e scatenare la serie di eventi successivi, del tutto piacevoli anche se inaspettati, in parte.

Mi finsi dispiaciuta per la sua mossa, per essersi ripreso quello che per me era soltanto un gioco e non un modo per sopravvivere, come ho realizzato invece fosse per lui.

<<Per fortuna.>> Si lasciò sfuggire in modo malizioso, ammiccante, ghignando per aver avuto lui il controllo della situazione.

Distese una gamba sullo scoglio accanto a sé e guardò le onde del mare scontrarsi tra di loro, come sentivo di voler fare in quel momento con i nostri corpi.

<<Cosa vorresti dire?>> Mi levai in piedi, guardandolo dall'alto: ora la visione era più nitida, il cielo stava perdendo il suo colore scuro per lasciar spazio alle prime luci dell'alba, forse.

Quello che notai più di tutti non fu la sua strabiliante bellezza, di cui già ero a conoscenza, ma che quella dannata sigaretta fosse ancora accesa, e stava vedendo come noi il cambiamento del tempo, da notte a giorno.

Un cambiamento che dopo qualche anno ebbi io, da così a così, come il retro di una moneta girata; oggi sono molto differente da quella ambiziosa ragazza, sia nel carattere che nei pensieri.

<<Che è una fortuna che non sia un componente della tua famiglia.>> Questa rivelazione mi spiazzò del tutto, mandandomi in fibrillo l'anima.

Avevo capito bene?

Questo non lasciava intendere nient'altro che il suo senso letterale, ovvero che mi desiderasse come un qualsiasi ragazzo voglia la propria donna, allo stesso identico modo.

Starebbe pure a significare che si fosse finalmente deciso a fare pace con il suo cervello, dicendo di volere la stessa cosa, senza sentirsi in colpa.

Mi soffermai sulla bocca, schiusa per fare un altro tiro per poi lanciare il rimasuglio lontano, mentre abilmente ne prese un'altra, inventando una scusa.

<<La metà di quella di prima se l'è portata via il vento, e anche una piccola ladra.>> Mi indicò, con il chiaro obiettivo di farmi sentire in colpa.

Chiuse poi la mano sinistra a pugno per riparare la piccola fiamma dell'accendino che diede vita a una nuova dipendenza, per me.

Il vizio che presi da lui, per lui...

Quando fece per aspirare gli portai via la sigaretta, quella volta ancora tutta intera, immacolata, come il mio cuore, che fino ad allora non aveva mai ricevuto delusioni.

Risi vittoriosa della mia conquista e per la sua faccia torbida, imbronciata per aver dovuto assistere alla scena senza poter fare nulla per evitare che tutto quello accadesse.

Ancora non mi conosceva bene, nessuno poteva dirmi di no, neanche il ragazzo che era riuscito a scombussolarmi lo stomaco con il solo suono della voce.

Chiusi gli occhi timorosa, stavolta non dovevo fare la brutta figura di poco prima e ce l'avrei messa davvero per tutta per far risultare i miei gesti naturali.

Aspirai il fumo che rimase per un po' in bocca, nonostante la gola cominciasse a pizzicare e i miei polmoni chiedessero venia, come gli occhi che si stavano leggermente inumidendo.

Lo feci uscire dalle narici, scuotendo poi il capo per la strana sensazione di leggerezza che mi invase ovunque, facendomi addirittura sentire più forte e sicura di me.

Cominciai a far andare a ruota libera tutti i miei pensieri più lussuriosi, bramosa di assaporare un solo uomo che, aprendo gli occhi, era ancora di fronte a me, ad attendere un mio verdetto finale.

Lui, con i palmi delle mani poggiati a terra, sugli scogli spigolosi, freddi e forse pure umidi, che parevano non dargli alcun fastidio, anzi, sembrava stesse pure comodo sdraiato in quella posizione; forse ci era abituato a differenza mia, che faticai per non mostrarmi dolorante quando mi trovavo seduta.

Le braccia tese, e i muscoli che immaginai esplodere sotto la giacca primaverile, volevo solo liberarglieli al più presto, come tutto di lui.

Volevo liberarlo dagli spiriti del passato, e dalle preoccupazioni che gli abbiano potuto offuscare la mente gli anni addietro, a causa della grave perdita subita.

Non era solo, e glielo avrei voluto dire, ma la mia bocca non accennava nessun suono comprensibile che fosse qualche verso strano dovuto al colpo di tosse che reprimevo di fare.

In quel momento mi interessò soltanto concentrarmi sul suo sguardo, così accattivante e penetrante che ti entrava dentro e rimaneva senza più fartelo scordare; aspettava una mia parola, una sola sillaba per dare inizio all'attacco famelico, e io invece attendevo soltanto un piccolo gesto, anche un sopracciglio alzato con un sorriso accennato, per avere conferma delle mie idee.

Sì, glielo leggevo negli occhi, o forse era solo ciò che volevo io che, come uno specchio, lui riusciva a riflettere i miei desideri più peccaminosi e le mie voglie più incontrollate di saltargli addosso e strappargli i vestiti, scoprendolo sotto nudo come mi sono sempre sognata.

Basta giacche in pelle pure i primi di giugno, ero stanca del suo outfit da tutti i giorni, avevo necessità di vederlo sotto un altro punto di vista, e che punto di vista, oh sì...

Un po' ci stavo riuscendo, vederlo lì, seduto e inerte non era da tutti i giorni, nemmeno quella tranquillità; ma nonostante i suoi arti fossero fermi e inchiodati allo stesso punto da non so quanto tempo, le sue iridi parlavano, gridavano tutto ciò che non avevano mai potuto dire.

<<E metà di quest'altra se la porta via sempre la sottoscritta.>> Mi avvicinai, abbassandomi alla sua altezza e rimanendo in equilibrio sulle punte dei miei piedi, in un modo davvero insolito.

Lui fletté il busto verso di me, raddrizzando la schiena, come se volesse sentire i battiti del mio cuore accelerati, che prepotente andava a scontrarsi contro la gabbia toracica.

Cominciai ad aspirare dell'altra sostanza tossica per i miei polmoni, avendoci ormai fatto l'abitudine, mi stava pure piacendo perché mi aveva resa totalmente rilassata.

Posizionata a oramai pochi centimetri dal suo viso, ammirai la sua bellezza a così poca distanza che cominciai a tremare: i capelli ricci e leggermente lunghi gli donavano quell'aspetto da selvaggio, occhi neri e chiusi a due fessure, come se in questo modo potesse squadrarmi meglio e scattare una fotografia visiva, conservandola nel tempo.

Chissà se ancora si ricorderà di me...

Prendendomi di coraggio cacciai fuori la nuvola di fumo trattenuto, che si dissolse immediatamente nell'aria sotto il suo sguardo a così pochi millimetri che bastava uno schiocco di dita per scontrarci.

Lui non si girò, anzi, ghignò divertito dell'audacia di una giovane quindicenne alle prese con la sua prima sigaretta, come se fosse la centesima che ella fumasse.

Conservò quell'immagine di me nei suoi ricordi, come io feci con lui? Chi può mai dirlo...

<<Chi sarebbe la bambina?>> lo provocai, con una voce più bassa del solito, colpa del bruciore che era ancora vivido nel cavo orale.

<<Sempre tu>> sussurrò, sfilando la sigaretta dalle mie mani per portarsela alla bocca, al che io persi la pazienza.

No, forse più che pazienza persi l'equilibrio, perché subito dopo che tentai di alzarmi posizionai male il piede e sarei caduta se non fosse stato per Giorgio, che mi trattenne con le gambe lunghe che non so come ritrovai a cingermi, e anche un suo braccio dietro la mia schiena, un movimento innaturale oserei definirlo.

Forse il fumo mi aveva dato davvero alla testa, per questo me la sentì girare, o forse erano le vertigini dovute alla vista di qualche metro più giù, dove sarei piombata come un sacco di patate se fosse dipeso da me.

Un urlo di terrore si fece largo nella deserta spiaggia, cosa che fece ridere di gusto Giorgio, come un ragazzino spensierato.

Non lo avevo mai osservato in quel modo, e la visione mi piacque parecchio, così come il suo intervento malizioso alla discussione.

<<Non è ancora il momento di gridare, dolcezza...>> canzonò, più divertito che mai per il mio gesto involontario, temetti davvero di cadere.

<<Non ti ho nemmeno sfiorata.>> Si difese, mentre io mi rialzai in piedi.

Dunque se per caso mi sfiorasse avrei tutto il diritto di gridare?

Una strana idea mi frullava nella mente, per capire una volta per tutte le sue intenzioni, che non sembravano chiare nemmeno a lui stesso.

Senza dargli il tempo di riflettere mi fiondai su di lui, accovacciata sul suo bacino come meglio avevo potuto poggiai le ginocchia ai lati, trattenendogli le braccia a terra e facendolo ritornare sdraiato.

Con il suo sguardo più che scettico sbalordito, gli strappai di mano la sigaretta, indecisa se gettarla o meno; decisi di aspirarne un altro tiro, mi sarebbe servito per farmi avere la grinta necessaria di continuare, dopo la buttai in basso.

<<Che hai fatto...>>

Il ragazzo parve più preoccupato per quell'oggetto di cui era dipendente anziché rendersi conto delle nostre posizioni facilmente equivocabili.

<<Tu, semmai...>> mormorai, mettendogli l'indice sulle labbra per non farlo più fiatare.

<<... cosa hai fatto a me>> rivelai, chiara e concisa, se non lo avesse capito neanche in quella maniera allora avrebbe avuto bisogno di un disegnino.

Strinse le labbra diventando subito serio, cosa che mi eccitò parecchio; inghiottì la saliva che si venne subito a formare nella mia bocca, che poi divenne asciutta e arida, come il suo cuore che fino ad allora lo era stato, non affezionandosi mai a nessuna sul serio.

Non era tipo da relazioni romantiche, serie, d'altronde non sapevo se essere d'accordo con lui, non avevo mai sperimentato tutto ciò e non sapevo se mi sarebbe piaciuto.

La risposta la ebbi subito dopo il nostro incontro, che mi fece dire di dover sempre accettare qualsiasi occasione mi si fosse parata davanti, anche se poi avrei sofferto, ma in quel momento mi sarei sentita in paradiso.

La vita è una, meglio essere felici una sola volta che non esserlo mai.

To be continued...

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Spazio autrice
Ciaoo a tutti! 🥰 Finalmente eccomi con un nuovo capitolo, non vi ho abbandonati! Ma dovete sapere che la scuola non mi lascia neanche il tempo di fare uno shampoo (e non scherzo 😰) quindi figuratevi se trovo il tempo di scrivere! In queste vacanze di pasqua mi sono dedicata alla prima storia, ho riscritto tre capitoli, e ora eccomi qui anche con questo! Spero vi sia piaciuto questo tuffo nel passato di Sofia 😍 da questo si capirà molto su di lei, quello che ha passato e perché è diventata cattiva, gelosa e ossessiva con il suo ragazzo, Alessio, quando stavano insieme perché si amavano davvero. Nulla, buon proseguimento! Non so quando sarà il prossimo aggiornamento, bye
~Sabrina~ ❤️

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