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Capitolo 2 ✔️

Valeria's POV

Mia sorella lecca pure il piatto, non lasciando un singolo spaghetto. Modestamente, me la cavo in cucina! La nuova chef apprendista ha proposto una frittata di pasta, anche se sarebbe venuta più buona se quest'ultima fosse stata cotta ieri e lasciata riposare in frigo, anziché preparata sul momento. Mentre cuocevo il sugo di pomodoro con un soffritto di cipolla e un pizzico di sale, -perché mi piace mangiare poco saporito-, ho cotto i carboidrati dalla forma allungata che purtroppo, ahimè, non sopporto proprio. Sì, sono certamente una brutta persona: romani miei compaesani, non odiatemi per questo.

Non riesco proprio ad arrotolare gli spaghetti, è più forte di me, ma non per questo non sono un'amante della carbonara: semplicemente la preparo con i maccheroni. Tralasciando questo piccolo ma grande dettaglio, dopo aver scolato la pasta l'ho unita al condimento, miscelata con qualche uovo sbattuto, grana padano e formaggio a dadini. Ho aggiustato di pepe e messa in una padella antiaderente con un po' d'olio. Una volta formata la crosticina croccante da entrambi i lati, la delizia era pronta. Inutile dire che non ne è rimasta neanche un po' per farla assaggiare a papà stasera, anche se aveva espresso questo desiderio. La rifarò un'altra volta.

Mentre siamo ancora sedute a tavola a contemplare il vuoto con la pancia piena, a me arriva un messaggio, precisamente una foto che ritrae Marco al parco giochi. Subito dopo papà, con un vocale, spiega che mio fratello si sta divertendo così tanto che sicuramente non tornano prima del tardo pomeriggio. Amore mio, piccolo, tutto con le mani sporche di terra. I suoi occhioni azzurri spiccano sotto la luce del sole e fortunatamente ha un berretto che lo copre, altrimenti tornerebbe con un'insolazione. I capelli castani così corti non possono proteggerlo dal forte calore.

Ai bambini basta fargli avere un contatto con la natura per essere felici, sono instancabili a differenza di chi si avvia alla vita adulta. Vorrei tanto essere al suo posto, invece mi ritrovo con i dolori di un'anziana: una fitta alla schiena, verso il basso, mi dà fastidio, ed è dovuta agli sforzi che ho fatto salendo quelle ingombranti valigie. Sono stanca ma non lo do a vedere, infatti sparecchierò le mie cose come se niente fosse.

Ovviamente mamma si appropria del mio telefono e raccomanda al marito di igienizzare bene le dita del piccolo prima di farlo mangiare, altrimenti si prende chissà quale assurda malattia. Apprensione portami via. Mi lascia il cellulare che io blocco immediatamente, tenendolo stretto tra le mani. Aspetto un messaggio importante che so non arriverà, ma ci spero fino all'ultimo.

<<Vado a fare una doccia e mi preparo per dopo>> informo mamma, alzandomi e mettendo il piatto sporco dentro il lavabo. Prendo la spugna con un po' di sapone e metto le mani ammollo all'acqua, ma vengo spinta via dalla padrona di casa.

<<Vai, ci pensiamo io e tua sorella qui>> ordina, e non me lo faccio ripetere due volte: sono a conoscenza del lavoro che ancora mi tocca fare una volta arrivata su. A tentoni muovo le gambe e mi trascino al secondo piano, notando come la casa sia spoglia e asettica. Noi abitiamo al secondo e terzo piano rialzato, collegati internamente da delle scale. Se volessimo potremmo pure dividere e fare due appartamenti, ognuno per sé, tanto ci sono due bagni e abbastanza camere da letto. È davvero grande, più di quella dove stavamo a Roma.

È colorata arcobaleno, nel senso che mamma ha voluto tingere ogni stanza diversamente. I corridoi, per esempio, sono giallo chiaro, mentre il bagno di questo piano dovrebbe essere rosa, constaterò quando vi entrerò. Apro la porta della mia stanza e neanche riesco a vedere i muri talmente gli scatoloni sono ammucchiati uno sopra l'altro, bene. La mia prima intenzione era riposarmi un po', ma a quanto pare mi tocca sistemare qualcosa anche solo per lasciare il sentiero libero per passare.

Mi rimbocco metaforicamente le maniche e mi accovaccio a terra, iniziando a strappare con le unghie lo scotch che tiene chiusa una scatola. Faccio così un po' con tutte e poi passo a tirare fuori la roba. Me la dovrò cavare da sola in questa ardua impresa. Intanto cerco una presa così, nel mentre aggiusto tutto, metto a caricare il cellulare. Ho la fobia di rimanere con la batteria a terra mentre sono fuori. Fortuna che la valigia l'ha salita mamma durante la mia assenza per andare al supermercato, ma può rimanere qui fino a stasera o finché non trovo uno spazio per sdraiarla e tirare fuori i miei vestiti.

Con occhio attento vado alla ricerca delle scritte poste sopra ogni imballaggio, finché non trovo quella marchiata "scrivania". Menomale che ho riposto tutto per tipologia, così non andrò alla frenetica ricerca di qualcosa per tutti gli scatoli, ma saprò dove trovarla. Decido di mettere il turbo perché voglio entrare in quella tanto attesa e desiderata doccia, infatti mi do un tempo stimato per riordinare tutto di sessanta minuti, poi scapperò a prepararmi. Comincio a tirare fuori pezzi di carta, listini di scuola, portamatite, beauty-case che hanno all'interno tutto tranne che trucchi. 

Stavolta a mettere le mani tra i capelli sono io e non più mamma, che ha evitato questo casino. Caccio via dentro con furore ciò che mi viene sottomano, ma una calamita mi attacca al mio diario segreto di qualche anno fa. Curiosa, perché non ricordo neanche più cosa scrivevo, inserisco la chiave nel lucchetto e prendo una pagina a caso. Ventitré settembre duemiladieci. Aspetta, ora ricordo. Avevo due diari, uno dove raccontavo le mie cotte di scuola e del grest estivo, e un altro con gli sfoghi non sempre belli della giornata.

<<Caro diario, oggi sono super super felice! Ho preso dieci all'interrogazione di matematica e al mio rientro a casa mamma mi ha fatto trovare il Nintendo! Lo desideravo da tanto tempo e finalmente è mio! Sono così emozionata che vado a provarlo subito a domani!>>

Rido sotto ai baffi. Quando ero alle elementari sconoscevo la punteggiatura, per me non esistevano né virgole né punti, solo sonore esclamazioni. Direi che ne ho fatti di passi avanti da allora. Non mi piaceva leggere, odiavo l'italiano: ho cominciato ad apprezzare la letteratura alle medie, grazie alla mia bravissima insegnante che ricordo perfettamente e che tra l'altro ho come amica su Facebook; un giorno di questi le devo scrivere. È solo grazie a lei se adesso mi ritrovo in questo liceo, non pentita della mia scelta.

Mi ricordo di quel gioco che tanto adoravo e finalmente ero stata accontentata. Non avevo mai provato una gioia così immensa, a parte la nascita dei miei fratelli. Bastava poco per rendermi felice per tutto l'anno, un semplice regalino mi aveva portato il morale alle stelle. Ora non è più così purtroppo, negli anni ho perso l'ingenuità di quella bambina, di cui tutti hanno tanto abusato psicologicamente per i loro scopi. Apparentemente sembro una ragazza tranquilla e felice, ma dentro soffro un po' di solitudine.

Sento che mi manca qualcosa che non ho mai provato: l'amore. O meglio, sono stata innamorata ma mai ricambiata, ed è una cosa per niente bella. Non parlo delle cotte delle medie, quando i miei occhi vedevamo tutto rosa e fiori e i ragazzini invece guardavano la play, in quel caso la situazione era accettabile. Le cose si sono complicate crescendo, quando i miei innamorati si interessavano a qualcun'altra. Ho sempre vissuto gli stessi drammi e oramai sono abituata, ma quando mi sono disgraziatamente ritrovata con il coltello dalla parte del manico, non ho saputo come comportarmi.

Una sola volta c'è stata un'eccezione, quando un ragazzo in prima superiore era interessato a me. In quel momento avrei preferito non dare un simile dispiacere a Carmelo, un tipo molto singolare quasi diciottenne che si lasciava condizionare dai coetanei. Quel maledetto giorno sì è dichiarato durante l'ora di educazione fisica, davanti le mie compagne di classe: destino volle che i nostri orari coincidessero, sembrava fatto a posta. È accaduto che io stessi male per i dolori da ciclo e non ero scesa in pista a fare gli esercizi di motoria. Direi che la prima e unica volta in cui mi sono giustificata, è stato un trauma che mi porto ancora dietro.

Adesso faccio lezione anche morente, non mi importa, ho imparato la lezione. In mente risuonano ancora le voci fintamente dolci di quelle arpie che tutto a un tratto sembravano essere mie amiche da sempre. Mi avevano presa a braccetto e spinta verso di lui, volevano vedermi baciarlo. Io non potevo, non volevo. Sono riuscita a scansarlo con la scusa che a quattordici anni non mi sentivo pronta per una relazione, per non farlo rimanere male. Carmelo non era lui. Il fatto di essere minorenne ha agevolato la questione, ma non gli ha fatto perdere l'interesse.

Speravo di aver visto male, ma in cuor mio sapevo che prima o poi sarebbe successo. Nei giorni antecedenti l'avevo visto troppo attaccato a me: usava la scusa di voler parlare del metodo di insegnamento di un nostro docente in comune, il professore di italiano ormai prossimo alla pensione. Si avvicinava per motivi banali, mi chiedeva un fazzoletto, una matita, o addirittura un aiuto per spiegargli le sue lezioni -aveva perso un anno ed era al terzo-. Tutto questo avveniva in quei pochi minuti di prima mattina nel cortile della scuola, quando la campanella non era ancora suonata per dare inizio a ciò che per alcuni può essere il carcere, per altri un luogo di passaggio per il nostro futuro.

Nessuno si era mai avvicinato per parlarmi, avevo capito quasi immediatamente le sue intenzioni. Successivamente, in classe, c'era un'aria più tesa: le male lingue parlavano ma le mie orecchie non ascoltavano, si tappavano. Non ho mai dato retta ai pensieri a vanvera di persone che di bene non mi volevano, cercavano solo un ulteriore pretesto per deridermi, di cosa poi? Da una minima questione che sarebbe dovuta rimanere tra me e quel tizio, mi sembrava quasi lo avesse saputo tutta la scuola. Lo so io che vergogna ho provato a farmi vedere in giro... questo non ha portato altra conseguenza che farmi chiudere ulteriormente in me stessa.

Quella vicenda è ancora fresca nella mia testa, come i sentimenti che provo verso il mio unico vero amore. Ai tempi era attratto da una mia amica, o forse dovrei dire conoscente perché nessuno voleva un legame puro e sincero con me, venivo solo sfruttata. La bella notizia è che lei non ricambiava, quindi non li dovevo vedere insieme mano nella mano, mi avrebbe fatto ferito di più. Sapere che avesse occhi per un'altra, anche se solo per un'avventura, mi faceva tremare il cuore e la testa. Mi sono posta mille di quelle domande, ma la risposta la conoscevo perfettamente.

Ero arrivata alla conclusione che mi sarei accontentata di averlo vicino con la mente, ma inaspettatamente e in modo indiretto lo è stato anche fisicamente. Per tanti mesi l'ho potuto osservare non solo da lontano, e sono andata avanti perché la speranza che mi notasse teneva in vita quel briciolo di sentimenti che credo ancora sia giusto che io provi. Quando si è diplomato è stato un colpo: non vederlo più tra i corridoi con la sua affascinante sicurezza, mentre camminava leggiadro sul pavimento liscio e piano, girovagando al posto di fare lezione. Ci siamo scontrati diverse volte ma quasi mai l'hanno fatto anche i nostri sguardi.

Quando è successo, però, non sono più riuscita ad abbassare le mie iridi, puntate nelle sue così limpide e tenebrose allo stesso tempo. Era misterioso, ed è questo che mi ha particolarmente colpita. Tutti dicevano di sapere tante cose su di lui, ma nessuno secondo me lo conosceva veramente, eccetto la mia unica migliore amica: sua sorella. Ho saputo dopo che fossero fratelli, ed è stata una piacevolissima sorpresa.

Andando a casa sua è capitato che ci scambiassimo qualche parola, e in quelle occasioni il mio cuore faceva le capriole e usciva fuori dal petto. Certo, tutto era dettato da delle circostanze, non lo faceva di sua volontà, ma sinceramente poco mi importava. Non era niente di approfondito, ma per me valeva più di mille ore trascorse a chiacchierare. Mi accontento di poco, anche se vorrei tanto.

Fiù, non mi sono neanche affaticata a mettere in ordine la roba pensando ai miei desideri più reconditi, ai sogni irrealizzabili. Stringo già tra le mani il mio outfit, così vado in bagno per lavarmi. Ci voleva proprio una bella doccia fredda, per placare la mia pelle bollente come se qualcuno l'avesse sfiorata. Quando lo visualizzo, nella sua perfetta figura, tutto il mondo si ferma. La fatica svanisce, le pupille si dilatano, le braccia si allargano perché vorrebbero stringerlo forte, ma non ne ho mai avuto il coraggio.

Indosso velocemente la canottiera azzurra a fantasia floreale, i jeans stretti dello stesso colore e le scarpe bianche. Lego i capelli come al solito, con una coda alta anti-afa che a breve mi ritroverò sul collo, forse meglio usare due elastici. Passo le dita sulle guance asciutte e prive di make-up, mi scioglierei prima io e poi il trucco essendoci quaranta gradi all'ombra. Prima di andare via, mi assicuro di aver nascosto bene il diario e di aver chiuso il lucchetto con la chiave, la stessa che ho usato per il mio cuore. Direi che il grosso è sistemato, al resto ci penso dopo. La scrivania era già montata e ho solo dovuto riempirla con la marea di cianfrusaglie e giocattolini che mi porto dietro da dieci anni.

Ho persino due peluche che ho sempre odiato, ma a mamma piacciono quindi mi obbliga a lasciarli esposti, ma qualche giorno glieli faccio trovare nella stanza di Marco: poi si lamenta che ho un mucchio di cose, ma se non mi permette di toglierle! Con poca grazia stacco il cellulare da sotto carica e mi fiondo in cucina per prendere una bottiglietta di acqua dal frigorifero che, seppur non sia freddissima, è sempre meglio di quella temperatura ambiente. Butto tutto in borsa assicurandomi che sia chiusa bene, e mamma mi ricorda le chiavi. Non pensavo che avesse già una copia, ma conoscendola non avrei dovuto avere dubbi.

Poggia le mani sui fianchi e me le passa, in effetti tornerò sicuramente prima di loro due, non ci avevo pensato. Ah, l'amore mi rimbambisce proprio assai. Si avvicina per lasciarmi un bacio sulla guancia e mi lascia libera di spiccare il volo. Almeno in pianerottolo c'è un'aria fresca, ma appena apro la porta sembra di essere appena entrata in un forno. Inizio a incamminarmi verso la ripida salita e adocchio subito due tabelloni, uno più distante. Non so in quale andare e questo caldo non aiuta a riflettere.

Sento il tessuto dei jeans aderire come una seconda pelle, li percepisco addirittura umidi di sudore! Per fortuna che con me ho il mio amato ventaglio, che lascio sempre in borsa per momenti di necessità come questo. Non mi sfugge niente, prevedo tutto o quasi. Certo che se avessi saputo prima che ci fossero trentotto gradi, forse avrei messo qualcosa di più leggero. Metto il ventaglio sopra la testa, per proteggere gli occhi da quell'accecante luce. Digito su internet le poche informazioni che ho e trovo subito la linea di autobus di cui necessito per arrivare alla mia scuola. Mi avvio nella strada di fronte e attendo pazientemente l'arrivo dell'autobus, per avere delle informazioni più concrete.

Dieci minuti. Diciassette, ventiquattro, trenta. Ok, l'attesa non è mai stata il mio forte, poi complice il sole alto in cielo... non ne posso più. Sento la mia pelle bruciare e diventare rossa, non c'è neanche un riparo, è uno strazio. Almeno farò scorta di vitamina d, un lato positivo c'è. In lontananza vedo una signora, ma che dico, un angelo venuto a salvarmi dalle calde fiamme dell'inferno. Una donna bassina e robusta, dai corti capelli neri e grigi, avanza verso di me e io colgo la palla al balzo, come se avessi visto una pozza d'acqua nel deserto.

<<Salve, mi scusi, sa per caso a che ora dovrebbe arrivare questo mezzo? È più di mezz'ora che sono qui.>> Le pongo subito una domanda, con tono frustato e tutto d'un fiato. Metto una mano sul fianco e distanzio le gambe, sentendo troppo caldo pure per stare con i piedi uniti. Sventolo sia il ventaglio che la mano libera sul viso, ma l'aria che mi arriva è ovviamente afosa.

<<Sì gioia, è tutto nella norma. C'è solo un autobus di questa linea e dovrebbe arrivare alle quindici e trenta>> risponde con l'affanno, è visibilmente stanca. Sposta il ciuffo bicolore dalla fronte per poi passarvi sopra un tovagliolo di stoffa. La imiterei volentieri ma ne avrei più bisogno sotto le ascelle, ho due fiumi. Per fortuna le mie disgustose constatazioni vengono interrotte da un rumore che fa voltare il capo a entrambe. Pieghiamo le labbra all'insù in un modesto sorriso quando qualcuno frena davanti a noi, facendoci salire.

Le porte centrali della vettura si aprono e saluto la signora che mi ha tenuto compagnia seppur per breve tempo, che va a prendere posto in fondo. Io invece mi incammino verso l'autista, stando attenta a sorreggermi come si deve perché è partito spedito. Prima di rivolgergli parola indugio, perché rimango incantata dal riflesso che vedo dallo specchietto di fronte. Corti capelli biondo cenere si posano sbarazzini sulla sua fronte, a causa del vento che glieli sposta continuamente.

Il ragazzo, che sarà quasi mio coetaneo, rimane fisso a guardare dinnanzi a sé, concentrato sul suo mestiere. Riesco miracolosamente ad avanzare qualche passo fino a trovarmi al suo fianco, seppur distanti almeno un metro. Da qui riesco a osservarlo meglio e mamma mia, cosa non vedo. Il suo profilo è lineare, sembra disegnato da un bravissimo pittore. Una camicia azzurra, suppongo sia la sua uniforme, gli fascia l'addome senza lasciar intravedere nulla. Si capisce che è un uomo preciso e meticoloso, per la professione che mette anche nelle sue risposte.

<<Buon pomeriggio>> balbetto, non so perché la voce mi sia uscita spezzata. Anzi, forse sì che l'ho capito. L'autista si gira e due occhi verdi come smeraldi mi scrutano con fare attento, sembrano una distesa di prato in primavera. Sono identici ai suoi. Le mie gambe tremano più delle corde vocali e immediatamente tossisco perché mi sono strozzata con la saliva. Maledizione, che figuraccia. Gratto nervosamente il braccio sinistro e lui rallenta, per non rischiare di farmi cadere durante il mio atto poco prudente.

Mi rivolge un'occhiata interessata, ma anche un po' dubbiosa: certo, sembrerò drogata per non riuscire a mettere insieme poche parole per formulare una frase di senso compiuto. Giuro che non mi era mai successo fino a questi livelli. Sì, quando mi innervosisco i pensieri si affannano e sono confusi come me quando vedevo certe persone che mi fan... facevano battere il cuore. Ormai è passato. Muovo le labbra ma non ne esce alcun suono, sono stata folgorata dal suo aspetto così innocente ma voluttuoso. No aspetta, cosa ho appena pensato di un perfetto sconosciuto? Valeria, per caso non hai digerito bene il pranzo e stai avendo scariche elettriche in tutto il corpo? Che ti è preso?

Dentro di me rido istericamente, ma grazie a Dio non espongo nessun sibilo fuori luogo. Per un attimo mi sono sentita la protagonista di uno di quei film principeschi dove si assisteva a un colpo di fulmine, ma sono sciocchezze. Al massimo, quello che mi può capitare in questo momento è un colpo di testa contro la vetrata che mi tiene a debita lontananza da questo ignoto signore.

Sono solo molto stanca e confusa, ecco spiegato tutto. Cerco di trovare una logica spiegazione al mio irrequieto cuore palpitante: ma sì, è il caldo che mi provoca tachicardia, sudare mi mette a disagio e ora lo sono parecchio. Eppure, se lo fossi davvero, sarei già scappata e nascosta nei sedili in fondo, invece sono rimasta ancorata qui. Oggi non sono molto coerente, perché? Tutto ciò è strano. Il conducente mi fissa di sbieco e fa un tenero sorriso di cui posso considerarmi la causa, questo mi intenerisce e stordisce al contempo. Ok Valeria, tranquilla. Non sei sola, se questo brutt'uomo ti infastidisce puoi sempre cacciare un urlo e la dolce vecchietta verrà di certo in tuo aiuto. Il problema è solo uno: che non lo ritengo affatto come ho affermato poco fa, ma tutto l'opposto.

Passo velocemente le dita sulle palpebre per stropicciarle, qualcosa mi infastidisce: il modo in cui i miei occhi lo stanno osservando nei minimi particolari. L'atteggiamento di questo ragazzo è distinto, distaccato professionalmente ma interessato personalmente. Ho fatto pure la rima e non va bene quando succede, la situazione sta degenerando, mi sta sfuggendo di mano. L'uniforme gli fascia il corpo proporzionato, gli occhiali da sole appesi al colletto della camicia gli conferiscono un'aria sbarazzina ma anche qualche anno in più che credo abbia, pure se dalle fattezze del suo viso sembra veramente poco più che ventenne, forse perché ha uno sguardo dolce quando mantiene le labbra morbide.

Abbasso la mia mano e sistemo la montatura nera posta sul mio naso a patata, convinta con i miei tratti poco definiti e il mio essere arrossita, di apparire una bambina spaesata che non sa interloquire senza la sua mamma. In realtà c'è un perché dietro questo comportamento, è colpa dell'occhiata che mi rivolge l'autista. E adesso non posso fare a meno di descrivere ciò che i miei occhi hanno fotografato e che è rimasto nella mia mente.

Le sopracciglia castano chiaro incorniciano lo sguardo magnetico dell'ignoto, che io distolgo in qualche modo. Le labbra carnose e rosee sono piegate in alto e mostrano in parte la dentatura bianca, per me perfetta. Sussulto e scuoto il capo quando morde l'interno della guancia, divertito dal mio silenzio. Ha capito che sono in soggezione, non doveva succedere, accidenti. Perché sono così trasparente? Non riesco a nascondere nulla. Non potrei mai fare una rapina, mi arresterebbero solo per aver avuto il pensiero, prima ancora di agire!

Il biondo passa una mano sulla mascella definita, coperta da un filo di barba quasi inesistente, rasata, mentre con l'altra stringe forte il volante e gira verso destra. Suvvia, mi sto davvero facendo prendere in giro da uno sconosciuto? Si starà bluffando della mia ingenuità, non mi può soggiogare senza neanche sapere come mi chiamo. Mi ancoro al sostenitore e mi avvicino sempre di più, come se da questa distanza non mi potesse sentire. Eppure l'autobus è vuoto, siamo solo in tre, è una scusa che do a me stessa per adocchiarlo più da vicino.

<<Desidera, signorina?>> chiede gentile e non arrogante, come invece mi era sembrato fosse dato che ostenta tutta questa sicurezza. Ho la cattiva abitudine di giudicare a primo impatto, ma non è importante adesso. Non sono qui per giocare, mi serve soltanto una semplice informazione. Mi sono lasciata distrarre da delle stupidaggini... mi correggo, da degli occhi che sono stati capaci di leggermi l'anima come ho sempre voluto facesse lui. Certo, vuole vincere facile tizio. Ritorna in te, Valeria, svegliati.

<<Una domanda...>> biascico, risultando un po' incerta.

<<Anche due>> afferma pacato, distogliendo le iridi dalla mia figura che stava letteralmente andando a fuoco. Non mi piace essere osservata, solo io posso passare ore a squadrare qualcuno, se succede a me divento paonazza. So già di essere bordeaux in viso per la vergogna, le mani stanno tremando ma non si vede perché sventolo il ventaglio sempre più forte verso di me, per cacciare via i capelli ribelli che si attaccano al mio collo. Sotto al naso sento delle goccioline di sudore che presto tolgo via con un fazzoletto, come ha fatto poco fa quella signora, è l'unico rimedio per non sembrare una fontana.

<<Mi saprebbe indicare la strada per raggiungere il liceo Classico Cutelli?>> Butto fuori l'aria trattenuta, riuscendo finalmente a esporre i miei pensieri. Diamine, ma non è troppo giovane e attraente per fare il conducente? Non è che mi viene difficile dare del lei, il fatto è che mi confonde le idee perché sembra appena uscito da un set fotografico... sembro una fan che chiede l'autografo al suo cantante preferito, ho le stesse palpitazioni.

Questa visione dovrebbe essere illegale, come le perplessità che mi sono balenate in testa, che assurdità. Ecco, quando vado in panico divento logorroica e, anche se mi sto contenendo perché taccio, di questo passo mi scoppierà la testa.

<<Certo, le consiglio di contare il numero di fermate, così si orienta più facilmente>> propone lui astutamente, conquistando pienamente la parte di me precisina come un orologio svizzero. Inutile negare che ha avuto una buona idea, non ci avevo pensato. La sua voce calda ma non tanto profonda, ha sfiorato dolcemente le mie orecchie come una melodia. È rassicurante, non so il motivo. Sarà l'accento diverso a cui non sono tanto abituata, ma questo timbro mi piace, lo trovo simpatico. I suoi occhi non mi guardano con malizia, solo con cortesia, e mi sento al sicuro seppur non lo conosca. Quasi quasi mi piacerebbe intrattenere un discorso ma sarà soltanto peggio per lui se sto per mettere in mostra il mio lato da chiacchierona, poi sono cavoli suoi che dovrà fingere almeno di ascoltare.

Il gentil autista non mi degna più di uno sguardo e io gliene sono grata. Pian piano sto rilassando i muscoli facciali, sto riacquisendo il mio naturale colorito pallido con solo le guance rosse per via dell'alta temperatura estiva. Lascio da parte tutte le mie iniziali e sicuramente sbagliate impressioni e mi focalizzo anch'io sulla strada mai percorsa prima. Serro la bocca e cerco di non muovere il capo, ma è inevitabile che succeda quando quelle suadenti labbra si muovono per continuare con il suo discorso.

<<Prima che non ci sia io di turno a darle una mano.>> Fa l'occhiolino, scherzoso. Una volta mi sarei offesa, questo gesto mi avrebbe dato fastidio, ma dipende tutto da chi lo fa e con che rispetto, soprattutto. Il biondo pare abbia avuto tutte le buone intenzioni ed è da lodare. Confermo che amo il sud, qui sono tutti così empatici e pronti ad aiutare il prossimo, senza chiedere nulla in cambio. Ammiro questo carattere e l'atteggiamento sicuro con cui si mostra, posso prendere esempio. Devo sentirmi più libera dai miei pensieri, dalle mie false convinzioni, sbarazzina come la sua chioma scompigliata dal vento afoso.

L'autista, senza distrarsi dal suo compito di guida, mette con disinvoltura un braccio fuori dal finestrino e accarezza le molecole di ossigeno che gli arrivano sottomano, facendomi venire la pelle d'oca per la spontaneità e la velocità con cui mi ha messa a mio agio, dopotutto. Non posso affermare il contrario, mentirei spudoratamente. Diciamo che la questione mi sta intrigando parecchio, sono curiosa di scoprire cosa ancora gli salterà in mente per tenere viva la conversazione.

<<Giusto>> borbotto, spostando le ciocche più corte sfuggite dalla coda, <<mi sarà utile dato che sono nuova di qui>> confesso, non so perché gliel'abbia detto ma mi sono sentita di farlo. Lui ha iniziato a far conversazione e io per una volta non rimango sulle mie. Ho un carattere molto introverso ma con gli sconosciuti mi sento più a mio agio che con persone che conosco da anni. Con loro mi viene semplice raccontare le mie cose, perché tanto non li vedrò mai più e si dimenticheranno di tutto ciò che avrò detto. Rimane come uno sfogo tra me e me.

Non riesco ad aprirmi con chi so che dovrò rivedere, perché magari mi vergogno che vengano a sapere tutto della mia vita e che mi guardino con gli occhi della compassione o dell'invidia, come purtroppo è accaduto. Questo tizio c'è ora ma non ci sarà domani, esattamente come la signora seduta là in fondo di cui intravedo le orecchie attizzate. Certo che girano veloci i gossip nei paraggi. Papà mi ha sempre  raccontato com'è la vita da queste parti: la gente ti dà disponibilità, ma nel frattempo fanno domande perché hanno sete di succulenti notizie da spiattellare ai quattro venti.

<<L'avevo notato dal suo accento, l'ho sentito...>> riflette ad alta voce, sfregando il mento. Sorrido spontaneamente e annuisco sicura, noi romani ci facciamo riconoscere proprio ovunque e ne vado fiera. Non sono molto portata nel parlare i dialetti, in generale non me la cavo con le lingue, avrò qualche deficit. Capisco il romano, anche se spesso molte parole mi risultando estranee, ma di parlarlo non ci penso proprio, idem il catanese.

<<Vengo dalla capitale, papà è stato ritrasferito qui per lavoro per la seconda volta e ci siamo stabilizzati>> spiego, esponendo la mia situazione familiare senza che mi abbia chiesto nulla, sicuramente non gli fregherà una mazza. No Valeria, non essere logorroica che poi fai venire un colpo di sonno all'autista e ti senti responsabile dell'accaduto. Quattro. Siamo già a quattro fermate, tengo il conto con le dita mentre sono saldamente aggrappata alle parti in ferro perché proprio ora sta prendendo una curva. Dai, almeno scambiando due chiacchiere il tempo passa in fretta, anche se ho parlato solo io.

<<Oh, che lavoro fa suo padre?>> chiede, giurerei con un pizzico di curiosità. Aggrotto le sopracciglia perché non me lo aspettavo e rispondo tranquilla, non ho niente da nascondere, anzi. Sono orgogliosa del mio babbo, di come da solo è riuscito a costruirsi una reputazione e a ottenere un'ottima posizione dopo tanto impegno e dedizione. Non ci fa mai mancare nulla.

<<È un geometra molto rinomato>> dico fieramente, appoggiando lievemente la schiena contro il palo di colore rosso. Questo ragazzo non è affatto antipatico, stiamo parlando con molta complicità per esserci appena conosciuti, è bello sentirsi così. Non avevo mai avuto a primo impatto tutta questa sintonia con uno appena visto. Questa città è così inaspettata, ha qualcosa di magico nell'aria.

<<Sei>> affermo ad alta voce, ricordandogli il motivo per cui abbiamo intrapreso questa chiacchierata confidenziale che ha preso una svolta particolare.

<<Scusi se chiedo, ma non ha ancora finito gli studi?>> domanda, con un'irrefrenabile voglia di sapere peggio della sottoscritta. Anch'io sono fin troppo curiosa, lo comprendo. Il suo potrebbe sembrare un interrogatorio ma non mi dà fastidio, mi fa piacere che qualcuno si stia interessando davvero a me, non lo sto mica costringendo. Mi sono sempre sentita inadatta, con la costante paura di annoiare con i discorsi che frullano nella mia testa un po' matta, ma adesso non credo succederà. Mi sento in pace con me stessa ed è una sensazione indescrivibile, quasi quasi non vorrei più scendere.

<<No, magari>> bofonchio divertita, alzando una mano in aria e cacciandola indietro, <<sto per iniziare il quarto anno>> concludo, mi sarebbe piaciuto essere già fuori da scuola, sempre più vicina alla mia indipendenza, ma ancora non è il momento.

<<Oh, non dimostra la sua età>> afferma accigliato, tornando a fissare la strada. Dovrebbe essere un complimento o cosa? Si irrigidisce subito e gratta la spalla nervosamente, facendomi sentire inadeguata. Cosa ho fatto per fargli cambiare umore così rapidamente? Aggrotto le sopracciglia, serro le labbra: una stretta allo stomaco blocca i miei pensieri, un senso di colpa sta piano piano presentandosi. Io? Perché mai? Forse gli ho messo paura per la mia età? Non credevo che non si potesse parlare con una minorenne. Non era mia intenzione incupirlo, non è un reato socializzare. Per una volta che mi sentivo a mio agio sbaglio, proprio non ho fortuna! Sono tentata dal porgergli la stessa domanda, fin da piccola mi piaceva tirare a indovinare e spesso azzeccavo.

<<È un bene o un male?>> sussurro, cercando di sdrammatizzare per alleviare la tensione ma forse ho fatto il contrario. Non sono abituata ad avere queste conversazioni e non saprei come uscirmene. Poi, che vuoi mi importi dei suoi conflitti interiori? Sa lui cosa ha, non mi riguarda, tanto non lo vedrò mai più.

<<Dipende dai punti di vista>> asserisce, senza malizia. Il suo tono è stabile, lineare, pacato. Non so perché ma mi ha rassicurata, su cosa neanche lo so, però mi ha resa tranquilla, <<decida lei.>> Lancia una mezza frecciatina, spostando un attimo gli occhi dalla strada a me. Mi sento al centro dell'attenzione e subito abbasso il capo fissando le mie scarpe affatto interessanti. Sto facendo fatica a rimanere in questo modo, perché immagino quegli occhi verdi scrutare attentamente la mia esile figura, seppur per un secondo. Come lui non ha mai fatto. Valeria, sono due persone diverse, non ti lasciare condizionare dai ricordi e soprattutto dalle emozioni ad essi collegati.

Sarà per questo motivo che tizio mi ispira fiducia, quegli smeraldi sembra di conoscerli da sempre e in effetti è così, me li sogno la notte da qualche anno.
Non devo andare in confusione, devo riprendermi. Mi schiaffeggio mentalmente e faccio le mie considerazioni: l'autista è un tipo a posto, non è stato presuntuoso e neanche volgare, ho fatto bene a fidarmi e a rispondere alle sue innocue domande ma non è chi voglia io sia. Nonostante tutto, non mi pento di aver dato confidenza a un estraneo, ma lui forse sì. Mah, fino a prova contraria non arrestano nessuno se una chiacchierata viene fatta con il consenso di entrambi.

L'uomo senza nome fissa concentrato avanti a sé, certo che è veramente una bella visione, non si può negare, però neanche enfatizzare. Svegliati, rimbambita! I tratti duri della sua mascella stretta lo fanno sembrare preoccupato quanto me per stare notando così tanti dettagli di lui. Perché lo sto facendo? Metto giù il ventaglio e prendo un grosso respiro per dimenticare e farmi passare il formicolio che attanaglia il mio stomaco. Non udire più la sua voce mi fa uno strano effetto, come se mi mancasse. C'è troppo silenzio, le mie orecchie reclamano ancora poter ascoltare per l'ultima volta questo sconosciuto.

<<Sa la mia età?>> boccheggio, perplessa, che stupida. È stata la prima cosa che mi è venuta in mente per non far morire la conversazione. Non ci vuole molto a fare due calcoli, non è necessaria una complicatissima espressione algebrica e neanche una laurea in ingegneria.

<<Presumo sedici o diciassette, se non ha mai perso un anno.>> Scrolla le spalle, ritornando a fissare la grande vetrata del parabrezza non molto pulita, che alla luce del sole evidenzia delle striature di acqua dovute sicuramente alla pioggia dello scorso inverno. Questi mezzi di trasporto non li puliranno neanche due volte l'anno.

<<Ne ho diciassette, è mica un indovino?>> cerco di togliere quell'espressione seria da un viso così angelico e sincero. Troppo onesto anche solo per guardare in modo ambiguo una ragazza. È troppo un ragazzo a modo, sul serio, quasi mi ha incuriosita. Ma che dico, sono solo attratta da tutto ciò che di nuovo sto vedendo intorno, anche le persone. Poi, la sua gentilezza non è stata indifferente, mi ha stupita. Questa capacità di aiutare il prossimo, mettere tutti a proprio agio... l'ultima non è molto semplice.

Quest'uomo pare mi abbia fatto i raggi X per leggermi nell'anima, ha reso tutte le mie paure cenere al vento. È una cosa così contorta che ci sia riuscito uno sconosciuto e che ancora nessuno dei due stia innalzando una barriera protettiva, uno scudo. Lui è stato il primo a irrigidirsi, ad avere timore di me, io pure, ma nonostante questo siamo ancora qui che non vogliamo smettere di parlare. Io ho i miei motivi, mi giustifico.

<<Forse.>> Il ragazzo mi lascia con il dubbio, rivolgendomi un ampio sorriso che fa crollare ogni pensiero di distaccarmi che ho avuto, <<otto.>> Conta. Questo numero mi risveglia dallo stato di trans in cui mi trovavo. Mi ero persa ad ammirare il busto stretto nell'uniforme azzurra, le braccia forti tese sul volante, un po' scoperte. Le dita affusolate abbracciano lo sterzo in modo deciso, le sue iridi invece vagano dalla sua sinistra alla sua destra per controllare gli specchietti retrovisori. Alzo anch'io lo sguardo e i miei occhi color cioccolato si scontrano per un attimo con i suoi, facendo perdere l'equilibrio alle mie gambe. Perché diamine le mie ginocchia hanno tremato? È semplice, non sono abituata a stare su questi mezzi, faccio fatica a tenere i piedi piantati a terra.

<<Comunque è molto modesto...>> constato, scoppiando a ridere e girandomi dall'altra parte per non farmi vedere. Sia perché i miei denti non sono perfettamente dritti ma soprattutto perché non sono per niente abituata a ridere e non so neanche come possa apparire. Forse sembro una foca.

<<E lei molto simpatica>> confessa, facendomi voltare in pochi attimi. Finalmente qualcuno si è accorto del mio umorismo, alleluia! Non ha più importanza se mi vede ridere in modo strano, la felicità che qualcuno si sia reso conto della mia simpatia sovrasta ogni imbarazzo!

<<Nove>> parla, ma io non riesco a rimanere concentrata. Con la coda dell'occhio, seguo le sue mani che tirano indietro i lisci capelli biondo cenere, in modo grottesco. Riesco anche a notare, muovendo impercettibilmente il capo, il suo sguardo cupo e misterioso. Le sopracciglia aggrottate formano un mezzo arcobaleno sopra gli occhi forse più puri e sinceri che abbia mai visto, anche se mi sembrano spenti. Assottiglio le palpebre indirizzandole verso lo specchietto, cercando i suoi pozzi chiari, ma è impenetrabile.

<<Avrà fatto il liceo scientifico per essere così bravo in matematica.>> Cerco ti strappargli un sorriso. Non capisco se il problema sono io, o forse gli è semplicemente venuta nostalgia degli anni di scuola, l'avrà terminata da un po'. A chi è che non mancherebbe avere l'ansia di non svegliarsi in tempo per prendere l'autobus ogni mattina, magari con meno tre gradi, la pioggia e l'ebrezza del vento che ti sferza il viso e ti fa diventare il naso rosso come un clown? Per non parlare dell'adrenalina che ha ogni studente al momento della verifica perché deve cercare di copiare dal più bravo della classe. Eh già, solo a me non mancherà mai tutto questo, soprattutto l'ultima parte dato che la sottoscritta dovrebbe passare le informazioni a tutti.

<<Ho fatto il classico, ma non per mia scelta.>> Taglia corto, facendomi sentire mortificata per aver involontariamente conficcato il dito nella piaga. Ho toccato un tasto dolente e peggiorato la situazione, non ne combino una giusta.

<<Mi scusi, non volevo ricordarle dei brutti momenti del passato.>> Gesticolo, andando a sbattere contro lo sportellino in plastica dura che tiene separati il posto del guidatore da tutti gli altri. In quell'esatto momento le nostre dita si sfiorano, mi aggrappa prima che riesca a tirarmi indietro del tutto. Sì, ha evitato che mi facessi male per una possibile caduta, ma ha causato il battito accelerato del mio cuore e di conseguenza un respiro irregolare perché troppo veloce. Che vergogna. Slego questo intreccio cominciando a sudare, imbarazzata, ma lui distoglie subito lo sguardo ritornando a osservare la strada.

<<Stia attenta>> mi ammonisce, ma non severamente. Alza il mento e si avvicina allo sterzo, spostandosi irrequietamente sul sedile, <<i genitori spesso prendono scelte al posto dei figli>> racconta, ma senza risentimento. Pare che alla fine sia riuscito a fare ciò che voleva, per essere qui oggi. Sembra soddisfatto del suo lavoro, è la sola mia presenza che gli evocato tristezza. Ho sempre pensato che potrei essere parente di Giacomo Leopardi, ho la capacità di far deprimere chiunque chiacchierandoci per pochi minuti.

Io non capisco come facciano certuni a decidere la vita dei propri figli. Certo, anche mio padre avrebbe voluto facessi la geometra come lui, ma ha capito che non so prendere in mano neanche una riga quindi non era cosa per me. Io diligo le materie letterarie, mi piace questo. Alcuni capi famiglia dovrebbero restare più al loro posto senza ostentare troppa superiorità ed esperienza di vita. Dovrebbero assecondare le nostre passioni, non accantonarle.

<<Sono figlio unico, quindi tutti i loro sogni e desideri li hanno avuti su di me e ho dovuto accontentarli. Avrei preferito fare l'aeronautico o l'artistico>> si sfoga, per non so quale motivo. Annuisco soltanto, non sapendo come uscirmene da questo ambiguo confessionale del tutto inaspettato. Non posso dire che non mi faccia piacere tutto ciò, non quello che ha passato ovviamente, ma l'essersi aperto con me che non sono nessuno di speciale. Beh, devo dire che avevamo bisogno di parlare entrambi, perché nessuno era mai stato disposto ad ascoltarci con così tanto interesse.

<<E come mai ora fai questo lavoro? Ti posso dare del tu?>> chiedo, prendendomi di coraggio. Insomma, dopo mezz'ora di confidenze è il minimo. Stento comunque a riconoscermi, mai ho preso l'iniziativa, nemmeno per una stupidaggine come questa. Caccio fuori l'aria trattenuta, sembra di essere dentro una sauna. Ho un ventilatore portatile al posto della mano, non mi fermo mai. Santo chi ha avuto l'idea di progettare i ventagli, sono la mia salvezza. Riesco anche a coprire in parte il mio viso, mi vergogno a stare a così poca distanza da un ragazzo che è stato capace di leggermi dentro.

<<Sapevo che fosse questa la strada che mi avrebbe condotto alla felicità.>> Il ragazzo dagli occhi verdi si gira, ha uno sguardo luminoso. Pare che nessuno gli abbia mai posto questa semplice domanda e lui ha riposto con orgoglio. Mi è grato per l'empatia che ho avuto nei suoi confronti e posso affermare lo stesso.

<<Sono felice che tu l'abbia trovata>> blatero, non sapendo più che dire. Magari fosse così anche per me. Farei volentieri un salto nel futuro, giusto per non faticare troppo per arrivare dove voglio. Purtroppo non è possibile, nella vita nulla ti viene regalato, ma devi fare tanti sacrifici e va bene così, le cose ottenute subito non sono soddisfacenti.

Sembra che il mezzo stia rallentando, forse stiamo arrivando a destinazione e non vuole interrompere così bruscamente ogni contatto. Il cuore pompa tanto sangue e i miei polmoni richiedono immediatamente più ossigeno. Sono stata folgorata, affascinata dalla sua persona perché non solo è bello esteticamente, ma lo è ancor più dentro, cosa fondamentale. Il mio corpo trema dalla stanchezza, dal caldo, dallo scombussolamento generale che questo sconosciuto mi ha causato. Perché mi sento così diversa? Così viva? Non mi capacito del perché il mio umore sia così alle stelle, non so più come comportarmi, mi sento in una bolla: in trappola ma vicina per volare via, verso la libertà. È così che dovrei sempre sentirmi, spensierata.

<<Piacere, mi chiamo Alessio>> si presenta l'ignoto, porgendomi la mano destra. Il mezzo è momentaneamente fermo a un semaforo ma non è una scusa valida per distrarm- emh distrarsi. Oltretutto, se le nostre mani si sfiorano avvertirò una leggera scossa come prima. Sono pure tutta sudata, non posso proprio ricambiare la stretta, farei un'altra figuraccia. Rifiuto, trovando una scusa.

<<Non ci si rilassa mentre si guida, stai attento.>> Stavolta sono io a rimproverarlo. Scuoto il capo e batto una mano in fronte per la sua testardaggine, continua ad avere le dita tese verso di me. Gliele taglio se non le riporta sullo sterzo. La lucina verde ci suggerisce di ripartire subito se non vogliamo creare fila dietro, ma a quest'ora non c'è nessuno per le strade. Preme l'acceleratore ma continua ad aspettarsi una mia stretta.

<<Tranquilla, non ci schianteremo>> mi rassicura, con tono divertito. Alzo gli occhi al cielo e sbuffo sonoramente, poggiando una mano sul fianco. È cocciuto ma non sa che io lo sono più di lui.

<<E se succede?>> rincarico. Non voglio essere pessimista ma fargli solo capire che non sempre si possono controllare certi avvenimenti, non deve essere così certo.

<<Vuol dire che era destino, come il nostro incontro.>> Alza un sopracciglio. Mi spiazza, letteralmente. No ok, cosa ho appena udito? Sono talmente scioccata che non gli ho risposto niente, ma si meriterebbe una bella ramanzina. Spalanco gli occhi e la bocca per quest'audacia che ha tirato fuori tutta in una volta. Avrebbe dovuto infastidirmi, invece non riesco a tenergli lo sguardo serio, mi viene solo da ridere appresso a lui, perché sta scherzando ovviamente, era una battuta.

<<Certo, come no.>> Incrocio le braccia al petto, indispettita. Provo a fare l'offesa e tenere il broncio ma non ci riesco, mi è piaciuto ciò che ha detto. Più che altro mi ha fatto riflettere e aprire gli occhi: lo spazio nel mio cuore riservato a lui, sta vacillando.

Non per qualcosa in particolare, ma semplicemente perché sto capendo che non lo merita. Non mi ha mai strappato una risata, solo lacrime in silenzio. Non è così che avrei dovuto sentirmi, chiusa in me stessa, nella mia solitudine. Mi sono privata anche di tenere la testa alta a fissare qualcun altro anche solo per sbaglio, non è così che avrei dovuto fare. Non è stato lui a dirmelo, io me lo sono autoimposta. Scema io. Ora sto benissimo, per una volta non ha preso possesso dei miei pensieri in modo indiretto. La mia mente si è finalmente liberata da tutti i fantasmi del passato.... forse.

<<Allora, con chi ho avuto il piacere di parlare?>> domanda interessato, fermando l'autobus e indicando un punto preciso con l'indice. Non ci do molto peso, finché capisco di essere arrivata dove gli avevo chiesto. Smetto di essere soprappensiero e abbasso il capo, per scorgere solo una piccola parte della mia nuova scuola.

<<Quattordici fermate e sei arrivata>> comunica professionalmente.

<<Non so come ringraziarti.>> Annuisco senza pensarci, rimanendo piantata sul mio posto. Avevo già perso il conto da un pezzo, menomale che Alessio non mi ha abbandonata e non si è fidato del mio conteggio. Gli dico che può proseguire, ora devo tornare indietro.

<<Magari dandomi l'onore di conoscere il tuo nome?>> Mi schernisce affettuosamente, in effetti lo sto facendo penare per conoscere le sette lettere che lo compongono. Ho tentato di non far caso alla sua domanda ma imperterrito non molla. Ammetto che mi piace lasciare le persone sulle spine, specialmente adesso che ho raccontato qualcosa di me, mi sentirei trasparente se rivelassi la mia identità. Poi, cosa vuoi che cambi se lo sappia o no? È lo stesso.

<<È necessario?>> borbotto, tentennando da un piede all'altro. Stringo il labbro inferiore tra i denti e respiro affannosamente, glielo dico o no? Perché mai dovrei nascondermi? Forse mi sono sbilanciata troppo e penserà chissà cosa di me, si sarà fatto un'idea sbagliata... ma come potrebbero due occhioni angelici come i suoi guardarmi in modo lusinghiero, adulatorio? È pura curiosità, niente più, devo stare serena.

<<Per me sì>> asserisce con sicurezza, mettendomi a mio agio. Inizia a guardare la strada e io mi volto indietro. La signora non c'è più, non mi sono neanche accorta che fosse scesa, talmente immersa nelle mie riflessioni e battibecchi interiori. La testa era altrove, ma questo altrove ora è un luogo sconosciuto che mi fa paura: non è il solito posto dove mi rifugiavo per pensare a chi io so chi. È un luogo a luci spente, intrinseco di mistero e fascino, esattamente come l'uomo che sta guidando. Sì, mette un po' di timore ma non è macabro, è allettante. Diamine, che pensieri mi faccio? Il sole mi ha fuso i neuroni del cervello.

<<Se sostieni di essere un indovino, dovresti saperlo.>> Porto dalla mia parte un'affermazione che ha fatto lui. Con la mano destra stretta al palo di ferro mi sostengo in piedi e con l'altra porto i capelli raccolti in una coda ormai disordinata avanti, lasciandoli cadere morbidi sulla spalla sinistra.

<<Hai ragione, secondo me hai il nome di un fiore, delicato>> ammette subito, con fare galante. Riesce sempre a rimanere in quella sottile linea tra l'estraneo e l'amico. Non supera mai la soglia del rimorchiatore ed è per questo che gli do corda, altrimenti se mi avesse infastidita lo avrei già mandato a quel paese.

<<Umh, ci sei quasi, simile a quello di una pianta più che altro>> dico scioccata, ha davvero dei poteri. Come ha fatto ad aver quasi azzeccato? Alessio ci ragiona, ma pare non arrivarci, così gli do un piccolo indizio.

<<Val...>> inizio, e lui termina subito in "eriana".

<<Valeria>> sussurro, con un filo di voce. Il calore che avevo sulle guance è andato a finire sulla bocca dello stomaco, mi sento le viscere in subbuglio. È una sensazione simile alla fame, ma molto piacevole

<<Bel nome>> dice sinceramente, non guardandomi neanche per un attimo. Sembra freddo ma sono io che gli ho chiesto di non distrarsi, è corretto che usi la massima prudenza. Non credevo mi avrebbe dato retta, è un bene o un male? Cerco di togliermi da questa assurda situazione quasi ambigua e prendo posto esattamente dietro di lui. Il mio sedere si accomoda sulla fredda superficie plastificata e questo dona subito sollievo alle mie gambe rimaste troppo tempo immobili nella stessa posizione.

Inarco la schiena in avanti e il mio sguardo finisce sullo specchietto. Il viso serio, attento, le labbra rosee distese, il ciuffo tirato indietro. Alza un braccio e passa lentamente le dita dietro la nuca, sul collo, e le mie iridi si perdono in quei movimenti. Menomale che sono seduta, così non rischio di incespicare nei miei stessi piedi per questa celestiale visione. Emh, mi sa che il caldo è arrivato alla sua massima oggi, ho bisogno di respirare aria pulita per ossigenare i miei pensieri.

<<Finita la scuola andrai all'università?>> chiede a un tratto, alzando la voce perché il veicolo causa troppo rumore. Mi risveglio di colpo scaraventandomi alla realtà. Catturo le forze e la voce ed elaboro una risposta sensata, senza far trapelare il mio animo ansioso. Parlare di me non mi dispiace, però adesso siamo solo io e lui, l'atmosfera è cambiata.

<<Sì, non ho molta scelta.>> Inghiotto la saliva, sistemandomi meglio sul sedile per avvicinarmi, <<è il mio desiderio ma temo di stressarmi troppo e di non essere all'altezza delle aspettative degli altri, ma soprattutto mie.>> Sospiro un po' triste, è di nuovo il mio turno al confessionale. Se penso che tra poco mi ritroverò con gli occhi addosso di una ventina di compagni di classe perché sarò la nuova arrivata, mi viene il panico. Vorrei passare inosservata ma già il mio modo di parlare farà girare tutti, presumo. Faccio questo azzardato presagio.

<<Credi di più in te stessa, altrimenti non lo potrà fare chi ti circonda.>> A questa raccomandazione, abbasso il capo. Le sue parole mi entrano sotto pelle. Anche se le ho già sentite nel corso della mia vita, sembra le stia ascoltando veramente solo adesso.

Batto un colpo sul mio petto, per cercare di arrestare l'organo propulsore che sembra esplodermi. Perché solo questo ragazzo è riuscito a farmi ragionare? Non ha usato la forza, non ha alzato la voce... ha semplicemente parlato con tono dolce e rassicurante, come il fratello maggiore che ho sempre desiderato avere. È un angelo, mi serviva proprio il suo sostegno morale, ora che mi ritrovo ad affrontare una nuova realtà da sola, senza la migliore amica Alice. Sì, posso confermare che il nostro incontro era scritto sul libro del destino.

<<Si vede che sei molto riservata, con pochi riesci a essere veramente te stessa, ma non è una cosa brutta, hai bisogno dei tuoi tempi e dei tuoi spazi>> esordisce, leggendomi la mente. Mi viene la pelle d'oca, sono davvero così facile da comprendere? Allora perché nessuno prima d'ora si era sforzato di provarci? Con nessuno intendo sempre quel lui, e la risposta me la sono già data da sola. Noto che gira il viso verso destra, in cerca del mio, ma non glielo posso concedere.

<<È vero.>> Mi rannicchio su me stessa, nascondendomi dall'uomo della verità perché mi fa male. Sono riuscita solo a borbottare, con un filo di voce, quasi avessi timore di confermare ciò che lui ha detto. Non è stato indiscreto, mi ha solo aperto gli occhi per la seconda volta, facendomi riconoscere nelle sue parole. Accavallo le gambe per agevolare un gesto spontaneo: indirizzo il mento verso di lui e con una mano lo sostengo, folgorata da tanta esperienza nel riconoscere le persone, vorrei essere così anch'io.

Mi levo in piedi e lo raggiungo, a piccoli passi. I jeans stretti e appiccicaticci stringono le mie cosce come un salamino ma per fortuna sono già vicina a casa. Non cerco più di sviare il suo sguardo e mi metto al suo fianco. Noto tanti pulsanti, che carini, chissà a cosa servono. Beh, adesso non sono questi il mio pensiero. Il suo perfetto profilo mi distrae, il naso dritto che pare disegnato, le labbra piegate insù in un flebile e malinconico sorriso, come di chi sa che non ci rivedremo più. Un po' questo mi angoscia, ma non ne capisco il motivo. Sbadiglio. Ecco perché sono così strana, ho soltanto sonno e questo mi rende le emozioni in subbuglio.

<<Sei proprio una brava ragazza, non perdere mai questa innocenza che ti caratterizza>> mormora, mettendomi sull'attenti. Questo complimento è stato imprevisto, così come la mia reazione. Non trovo le parole per ringraziarlo, mi muoiono in gola. Non riesco a muovere un solo muscolo, rimango ancorata qui. Questa è l'ultima frase che sentirò dalla sua rassicurante voce. Arresta il veicolo e apre le porte, sono già arrivata ma non sono pronta psicologicamente ad andare via. Stringo a me la borsa e controllo che ci sia tutto, ma continuo a rimanere ferma al mio posto, senza saperne il motivo.

<<Non vuoi più scendere?>> Mi schernisce, usufruendo del suo dono di leggere le menti. Azz, mi ha beccata, mo' che faccio? Alessio mi scruta attentamente e io lo imito. La sua lingua si strofina contro i denti e soffoca a stento una risata, quanto è bello in questa maniera. No Valeria, ricomponiti, si sta beffando di te e tu lo trovi attraente? Sì, forse... un pochino. Con la mano destra spettina le ciocche ribelli, mentre l'altro braccio lo mette fuori dal finestrino. Alza un ginocchio verso di lui e si muove sul sedile, cercando una posizione comoda che pare impossibile trovare, esattamente come la lucidità di mente che mi ha abbandonata un po' di minuti fa.

<<Dovevo dirti una cosa... ma l'ho dimenticata>> ammetto, nella confusione più totale. Intreccio le braccia sotto al seno e mi alzo sulle punte, provando a distruggere questo paio di scarpe appena acquistato. E poi dico che è il mio dolce fratellino a disintegrare ogni cosa, io non sono da meno. Lui si leva in piedi, facendomi rimanere con il fiato sospeso. Ride di gusto quando mi sovrasta, a confronto mi sento uno scricciolo. Non è di tantissimo più alto di me ma di certo è ben impostato.

Due spalle proporzionate saltano al mio occhio, un ampio petto fasciato dal tessuto ben stirato della camicia mi fa sussultare. Con non chalance inserisce i pollici nelle tasche dei pantaloni neri, dondolando giocosamente in avanti. Due occhi profondi e penetranti mi scrutano l'anima e permettono che non abbandoni il mio corpo che altrimenti cadrebbe a terra privo di sensi. È bello da mozzare il fiato. Non mi pongo alcun problema a pensarlo, non mi chiedo neanche quanti anni possa avere e nemmeno glielo domando. Chi lo rivedrà più.

<<Forse volevi il mio numero?>> suggerisce, sfacciatamente. Spalanco gli occhi e giuro che gli avrei tirato un ceffone se solo non fossi rimasta paralizzata. Gli arti non rispondono ai comandi del mio cervello, dannazione, ma almeno la bocca riesco a muoverla, credo.

<<Volevo sapere gli orari di questa linea, per non aspettare mezz'ora invano>> espongo chiaramente il mio quesito, senza giri di parole e senza balbettare. Vai, ce l'ho fatta. Ci vuole il tifo per essere riuscita a compiere un simile passo senza voltarmi e scappare dalla vergogna, soggiogata dalla sua imponente figura. Per carità, non mi mette paura, proprio per questo ho il terrore perché non so che mi succeda.

<<Innovativo questo metodo per chiedere il numero, davvero geniale>> borbotta tra sé, scoppiando a ridere e contagiando pure me, anche se non dovrei. Si avvicina alla sua postazione, cerca un pezzo di carta e scrive delle cifre che non mi serviranno a nulla.

<<Io non ti ho chiesto il numero...>> obietto, ma lui mi passa comunque ciò che stringe tra le dita, <<come fai a sapere quando passerò, se non mi chiamerai?>> chiede ovvio, rigirando la frittata. Aggrotto le sopracciglia, non capisco. Qui si usa dare il numero ai conducenti dei mezzi pubblici? Davvero? Ma su quale pianeta ho vissuto finora? Prende la mia mano tra le sue e ci posiziona il pezzo di carta, per poi chiudere le mie dita.

<<Poi spesso facciamo sciopero perché non veniamo pagati, ci saranno giorni in cui non vedrai neanche l'ombra di questi rottami>> continua sicuro, indicando prima il mezzo e poi lui, strappandomi una risata. Batte scherzosamente una mano sul volante e non posso che accettare, in fondo non c'è niente di male. Anche i "nemici" hanno il mio numero, cosa temo con Alessio? Insomma, è un tipo a modo, un po' strano ma divertente. Tende anche lui la mano, aspettandosi la stessa cosa. Fisso prima il suo palmo e poi la mia borsa, più volte, decidendomi dopo qualche secondo. Frugo tra le mie cose e trovo un fazzoletto pulito che mi fungerà da foglio. Tremante impugno la penna e scrivo anch'io il mio numero. Ho pensato che avrei potuto darglielo sbagliato ma non ce l'ho fatta.

Il suo viso, glorioso per la conquista ottenuta, fa aumentare i battiti del mio cuore e lo sento in gola. Afferra il tovagliolo e io mi sento le guance infuocate, sembra quasi che abbia venduto l'anima al diavolo, che assurdo paragone. Invece abbiamo solo segregato un patto proibito. Mah, io non ho commesso alcun reato, al massimo chi sbattono dietro le sbarre sarà lui...

<<Non esistono le applicazioni per sapere gli orari?>> domando, non mostrandomi così rincretinita. Lui ammicca spontaneamente, sapendo che ormai è fatta e ha ottenuto ciò che voleva, non posso più tirarmi indietro.

<<A Catania non vengono mai rispettati, fidati di me>> ribatte, e con quel sorrisetto furbo mi ha proprio convinta. Ormai ho ceduto alle sue moine, al suo piccolo ricatto morale, ma mi convinco che sia per una giusta motivazione.

<<A presto.>> Mi porge la mano, che stavolta devo accettare per forza. Fortuna che non sono tanto sudata perché mi sono distratta, posso finalmente cominciare a respirare aria pulita. La sua stretta è delicata, forse anche più della mia, è un buon segno di inizio amicizia. Non pensavo fosse così semplice trovarsi in sintonia con uno sconosciuto, mi sa che questo è l'anno che aspetto da tutta la vita. Mi troverò bene anche a scuola, farò di tutto per far sì che accada, lo prometto.

L'autista conserva il mio recapito dentro il taschino in alto a sinistra della camicia e mi segue mentre scendo. Che fa? Oddio, non è che è un pedofilo? Mi sono già pentita di ciò che ho fatto. Gli continuo a dare le spalle ma dopo qualche secondo mi volto, chiedendogli che stia facendo.

<<Sto andando a fare una pausa al chiosco, vuoi venire con me?>> propone immediatamente, rassicurandomi. Butto fuori il respiro trattenuto, sono io che penso sempre male. Tutti hanno diritto a un break, è logico.

<<No grazie, vado a dormire>> ammetto, sparendo dalla sua vista. L'ultima cosa che riesco a vedere è lui che mi saluta mettendo due dita sulla fronte, in modo militaresco. Anche se non dovrei perché ancora presa dagli spasmi dell'adrenalina, mi metto a ridere da sola come una cretina. Nuova città, nuova vita, nuovo carattere e nuovi strani incontri. Guardo bene prima di attraversare e comincio a preparare le chiavi di casa. Esausta mi butto subito sul morbido materasso. Senza aver il tempo di riflettere su ciò che è successo, sprofondo in un sonno profondo.

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Spazio autrice
Ciao a tutti! 🙈 Questo capitolo è il più lungo che abbia mai scritto (più di 9800 parole). Scusate se vi ho annoiati 😪 credo di aver descritto al meglio delle mie possibilità questo incontro tra i due protagonisti, che ne pensate? Io ne sono parecchio soddisfatta 😍 ho impiegato 3 giorni ma ne è valsa la pena. Sono in pausa da lavoro perché mi sono fatta male ma la mia mente ragiona ancora 😂 e ne approfitto anche se non dovrei usare le braccia e le mani 😅
A presto! Fatemi sapere con un commento e una stellina ⭐️ se la storia vi sta piacendo, ci tengo molto!
~Sabrina~ ❤️

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