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Capitolo 9


"Papà, sono Ashley." La voce tremante, il freddo sudore delle mani, il bruciore degli occhi.

Era questa la fine di una codarda.

"Arrivo domani per pranzo." Sussurrai tra la vergogna. Eppure, lo stavo facendo di mia spontanea volontà.

"Hai finalmente capito? Mi hai sorpreso. Io e tua madre ti aspetteremo." Disse freddamente per poi chiudere la telefonata.

Non potevo neanche essere arrabbiata per il suo comportamento vile, era colpa mia, ero diventata come lui. Una persona che vive nella paura, che non riesce a stare da sola.

L'improvviso bussare alla porta mi risvegliò dai miei pensieri facendomi alzare lentamente dal divano per dirigermi alla porta.

Senza neanche controllare chi fosse, aprii la porta.

"Non si apre agli sconosciuti." Davanti a me c'era Taylor, tutto sorridente e con una delle sue bandane a coprirgli la testa.

"Non sei uno sconosciuto." Mi feci da parte per permettergli di entrare.

Dopo la giornata "dell'incidente" avevo chiuso i pochi contatti con gli amici di Cameron, per me erano ancora degli sconosciuti in fin dei conti. Ma Taylor era rimasto a darmi fastidio, a cercare di avvicinarmi e nonostante i miei 29 rifiuti era rimasto.

"È passato esattamente un mese, è il trentesimo giorno, è la settecentoventesima ora, mi dirai di si?" Il suo sguardo da cane bastonato mi fece sorridere.

Era il mio ultimo giorno a Napoli, era giusto dirgli di sì, farmi perdonare per tutte le volte che gli ho chiuso il telefono o la porta in faccia.

"Mi preparo mentalmente al rifiuto tra 3, 2, 1..." Si girò verso la porta.

"Volevo accettare il tuo invito, ma, se proprio vuoi arrenderti, fai pure." Dissi facendo la finta offesa.

Alle mie parole si girò immediatamente per poi abbracciarmi.

"Se è un sogno non svegliatemi." Disse esasperato sollevandomi leggermente al suo livello.

"Dai Tay, non prenderla sul personale, avevo voglia di stare da sola."

"Non puoi, ti torturerò fino all'ultimo respiro!" Sorrise lasciando la sua presa.

"Lo dici solo per farmi credere importante! Ora parla, voglio sapere che si fa." Dissi mentre guardavo l'ora sul cellulare.

"Matt mi ha detto che ti piacciono molto i film drammatici, quindi..." Lo interruppi durante la sua sentenza.

"Matt?" Dissi confusa.

"No, cioè si..." Si fermò un attimo per poi continuare. "Ha detto che gli hai parlato di quel film, "Scrivimi ancora", con le lacrime agli occhi." Sorrise insicuro.

"Non sono così emotiva!" Mi lamentai nonostante avesse ragione, ero sempre stata più emotiva rispetto ai miei amici, avevo pianto persino durante il primo film di "Hunger Games".

Taylor mi prese per mano tirandomi di sopra.
"Susu, ti aiuterò a scegliere cosa mettere. Passerai una giornata super romantica con il ragazzo perfetto." Quanta modestia c'era nella sua voce.

Una volta dentro cominciai a tirare fuori alcuni dei miei vestiti.

"Ma non hai niente di colorato? Sembri Cameron, dio..." La sua voce sembrava esasperata, ma non appena si rise conto di ciò che aveva detto la sua sicurezza vacillò.

"Non preoccuparti, continua pure a prenderti tutta la confidenza che vuoi." Sebbene quel nome mi avesse mandato i pensieri a fanculo cercai di non mostrarlo.

"Metti questi, susu." Per cambiare argomento Tay mi passò dei pantaloncini corti insieme ad una camicia semitrasparente.

"Tay, dobbiamo uscire, non devo di certo andare a battere." Alzai un sopracciglio e lui rise.

"Cosa c'è di male?! Secondo me saresti super sexy." Il suo sguardo percorse la mia figura. "Sì, saresti troppo sexy."

"Esci, va'. Così mi cambio." Sospirai.

"Non ti prometto di mettere ciò che hai consigliato!" Urlai per fargli sentire dall'altra camera.

Dopo una mezz'ora ero ormai pronta: pantaloncini, calze parigine, stivaletti neri leggermente rialzati ed una semplice maglia nera e bianca semitrasparente sulla schiena.

Uscii dalla mia stanza per ritrovarmi lo sguardo di Taylor addosso.

"Allora?" Chiesi sorridendo sebbene il suo sguardo dicesse già tutto.

"Non hai messo la camicia! Cattiva." Fece il finto broncio.

"Oh dai, non volevo mostrare il mio davanzale al mondo, quindi su andiamo bimbetto." Mi incamminai verso la porta d'ingresso afferrando una felpa.

La serata passava tranquillamente, niente di sbagliato, niente Ashley, niente Cameron, niente Matt.

Eravamo due amici che andavano in giro per divertirsi.

Mai stare troppo tranquilli, lo avevo proprio dimenticato quella sera.

Dopo aver camminato per un bel po' decidemmo di sederci su una delle panchine della villa.

"Vuoi?" Mi tese una sigaretta ed io la presi ringraziandolo.

La accese per poi cominciare a parlare.

"Ci siamo divertiti, abbiamo passato una bella serata nonostante quei tizi che ti guardavano come se fossi un gelato..." Fece un tiro leggero per poi continuare a parlare mentre il fumo lasciava le sue narici. "Ora che ne dici di parlare seriamente?" Puntò il suo sguardo su di me.

"Preferirei di no." Distolsi lo sguardo concentrandomi sulla mia sigaretta.

"Ashley, non puoi scappare per sempre da tutto e lo sai benissimo, ne abbiamo già parlato." Non si mosse di un centimetro ed io cominciai a sentire la mancanza del fastidioso Taylor.
"Io e Matt siamo solo preoccupati, come il resto del gruppo. Ci stiamo affezzionando, sei una persona speciale. Cioè, scusa se non riesco ad articolare un discorso fluido e precisino come il tuo, ma è difficile parlare con questa paura che mi porto dentro. Siamo riusciti ad accettarti subito nel nostro gruppo, ma già da subito tu avevi deciso di non accettare noi." La sua voce suonava triste nelle mie orecchie.
Il suo corpo era teso, potevo percepirlo grazie alla nostra vicinanza.
Mi girai a guardarlo per un attimo, sembrava quasi di star ad osservare un quadro di un qualche pittore impressionista sconosciuto ma di cui filosofia non passava inosservata.

Un'immagine quasi poetica davanti ai miei occhi troppo consumati dal materialismo, l'unico elemento nitido e ben definito era il bianco della sua camicia e il luccichio del suo orecchino.

Sbuffai. La mia mente aveva cominciato a viaggiare: cercava un perché a questo attaccamento inspiegabile, e, da sola, formuló la fine.

"Non so quante volte me lo avete detto. Ma sapete, a questo punto preferirei che mi lasciaste andare. Facciamo tutti un bel passo indietro: voi non siete niente per me, io non sono niente per voi."

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