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Capitolo 4


Quando si pensa all'estate ci raffiguriamo nella mente un immenso arco di tempo che dura all'infinito, nel quale fare tutto ciò che si vuole si può. Ma neanche facciamo in tempo ad abituarci ad essa che, velocemente com'è iniziata, altrettanto rapidamente finisce. La fine dell'estate è uno di quei momenti che fa comprendere quanto inesorabilmente passi il tempo, senza accorgercene, e quanto ne sprechiamo in modo futile.

E per quanto odiassi l'estate il 12 settembre non era di meglio.
Era giunto, dopo tre mesi di dolce far niente, il primo giorno di scuola ed anche l'ultimo "primo giorno".
Non riuscivo ancora a credere di aver superato 4 lunghissimi anni senza mai mollare, per modo di dire, mi sentivo forte al solo pensarci.

Nel momento in cui varcai la porta d'ingresso dell'edificio mi sentii uno di quei guerrieri che si vedono nei film sulle guerre spartane, era una bellissima sensazione vedere i ragazzi più piccoli fissarti con stupore perché "sei del quinto anno".

Il quinto anno di liceo scientifico, il più bello, quello che ti rimane dentro, quello che ti lega ai compagni per il resto della vita, o almeno così lo hanno sempre descritto, ma io non la pensavo così, la mia mente era occupata da ben altro.

Entrai in classe e l'unica cosa che vidi furono persone vuote, negli occhi e nell'anima, parlavano di vestiti, smalti, Facebook e delle straordinarie scopate in discoteca.
La classe non era più come quella di 4 anni fa, piena di ragazzini con le loro speranze e gli occhi pieni di sogni, piena di colori e cartelloni realizzati durante l'anno, era semplicemente spoglia, uno specchio di noi.
Tutti avevano già preso posto, dalle puttane e stronzi alla fine, a chi non importava niente e preferiva starsene da solo, più o meno come me.

Presi posto in uno dei pochi banchi rimasti vuoti, e con le mie cuffiette colmai un po' del vuoto che sentivo nel mio cuore.
Il volume era talmente alto da farmi sprofondare nei meandri dei miei sogni inaccessibili.

"Signorina, siamo in una scuola, non può fare quello che le pare." Disse il professore sfilandomi le cuffiette e facendomi saltare.

"Mi scusi, non l'avevo vista entrare." Risposi sotto voce, ma non abbastanza da non fargli sentire.
Lui, fortunatamente, tagliò corto con un cenno del capo.

"Ben tornati ragazzi. Quest'anno è il nostro ultimo anno insieme, e, direi, anche il più importante..."
Smisi di ascoltare da subito, erano settimane, quasi un mese, che i miei pensieri erano nella confusione più totale.
Non mi importava nemmeno dell'ultimo anno, volevo solo finirla al più presto. Quella classe mi aveva portato solo dolore e di certo non sarebbe finita qua.
"Entra pure ragazzo." Le uniche parole percepite dalle mie orecchie. Mi girai di scatto verso la porta.

Il ragazzo varcò la porta e si diresse accanto al professore che lo aspettava con un sorriso da ebete stampato in faccia.
Più ebete di lui c'ero solo io in quel momento.

Era tutto surreale.

Cosa ci faceva lui qui?

"Io mi chiamo Cameron, Cameron Dallas, ma per gli amici Cam."

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