Capitolo 3
11 Settembre 2016
Oggi la giornata era particolarmente fredda ed era strano poiché, a Napoli, c'era sempre il sole, persino di inverno non faceva molto freddo.
Il cielo era limpido con qualche sfumatura di grigio qua e là, segno delle evidenti nuvole che stavano arrivando.
Il vento soffiava forte sugli alberi facendoli leggermente inclinare.
Quello sì che era un brutto segno.
"Signorina Grier!" La voce del professore mi portò alla realta.
"Mi dica prof." risposi ancora immersa tra i miei pensieri.
"Visto che lei è tanto attenta e interessata a quello che sto dicendo mi risolva pure l'esercizio numero 47."
Sfogliai svogliatamente le pagine sottili del libro pieno di numeri che si susseguivano tra di loro.
Guardai l'equazione dell'esercizio.
Era così facile, insomma, la matematica in sé non era altro che la proiezione della realtà sottoforma di numeri.
"Professore ho fatto." Lui mi guardò stupito.
"Bene, ma stia più attent-" non fece in tempo a finire di rimproverarmi che il suo cellulare suonò segnando così la fine di una noiosa lezione pre-scolastica.
Quando, però, passai davanti alla scrivania il professore mi fermò.
"Signorina lei ha un vero talento per la matematica, non lo sprechi." detto questo riprese a parlare a telefono ed io uscii.
Mi guardai attorno.
Le solite brutte facce, con i soliti sguardi indiscreti.
Misi le cuffie nelle orecchie facendo partire la mia Play List, lei non mi deludeva mai.
Mi misi a canticchiare mentre camminavo verso la fermata dell'autobus quando, improvvisamente, mi scontrai con qualcosa, o meglio, qualcuno.
Quando alzai gli occhi non potei credere a quello che stavo guardando.
"Un angelo."
Ecco cos'era quella sagoma così alta e magra, con quei suoi capelli ricci così scombinati che gli incorniciavano coprendogli gli occhi e impedendomi l'accesso all'universo che vi era dentro.
"Stai più attento!" Sussurai in tono acido.
Il mio caratteraccio vinceva sempre.
"Scusa..." bisbigliò dispiaciuto lui porgendomi la mano per aiutarmi.
Quando la mia mano toccò la sua ebbi una strana sensazione, il suo calore era familiare e per quella frazione di secondo sentii come una parte di me che tornava fuori.
Subito dopo me ne andai, la situazione era troppo strana per i miei gusti.
Salii sull'autobus e vidi che c'erano Alex e Lola, due mie compagne di corso, ma a differenza mia andavano per recuperare i loro debiti.
Le odiavo quasi quanto loro odiavano me, ma almeno io avevo un motivo.
Mi si avvicinarono con uno dei loro sorrisetti stampati in faccia.
"La bella addormentata ora è sveglia?" disse Alex ironica.
Dovevo mantenere la calma, quindi non risposi.
"Che c'è, sogni ad occhi aperti ancora? Non esiste il principe azzurro!" mi guardava con quello sguardo che avrei riconosciuto ovunque. Era uno sguardo pieno di odio, di rabbia repressa da sfogare, uno sguardo che intimidiva, si poteva addirittura toccare la sua idea di essere superiore.
"Quando scompari dalla faccia della terra facci un fischio." dissero in coro, ridendo per poi andarsene.
"Non sanno nemmeno fare le bulle." Bisbigliai trattenendo una risata.
Una volta arrivata a casa andai direttamente camera mia, mi sedetti sul letto guardando il soffitto.
Nessuno sarebbe venuto a prepararmi la cena, a dirmi parole rassicuranti, nessuno avrebbe conosciuto il dolore che mi tenevo dentro.
Ma avevo i miei amici.
Loro che, anche se lontani, erano più vicini di tutti, loro che senza sapere niente riuscivano a risollevarmi il morale.
Loro che rappresentavano il fulcro del mio sistema.
Io senza loro ero niente.
Ma, in realtà, erano solo illusioni...
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