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1. Sedersi ad aspettare

Corinne

È quando senti più dolore che la tua vita, inevitabilmente, cambia. Che tu lo voglia o meno è così.

Diventi più forte, più consapevole... sei una roccia. Nulla ti può abbattere, nulla ti può scalfire.

E quando un cuore come il mio è stato martoriato da una delle persone che più avrebbe dovuto amarmi, al mondo, tutto il resto diventa insulso, banale, vuoto e privo di significato.

Fino ai miei quindici anni ero una ragazzina il cui problema più grande era prendere un bel voto a scuola o cercare di piacere al ragazzo più popolare dell'intero istituto.

I problemi, quelli veri, li avevo a casa, ma fingevo di non vedere, chiudevo gli occhi e facevo finta non esistessero. Fin quando quei problemi non sono venuti a cercarmi e si sono abbattuti su di me a velocità supersonica, come uno schiaffo in faccia che non ti aspetti.

Ma ora sono un'altra persona, e non permetterò a nessuno di intralciare il mio cammino.

Sono qui alla Notre Dame per inseguire il mio sogno di diventare infermiera e nulla mi fermerà.

Ho aiutato così tante volte mia madre quando si procurava piccoli danni domestici vicino ai fornelli che ne ho perso il conto.

Molti dicono che gli infermieri sono una sorta di medici di serie B, ma io non credo sia vero. Anzi, non solo non è vero, è totalmente ingiusto.

Gli infermieri sono importanti in un reparto tanto quanto i chirurghi e qualsiasi tipo di dottore presente sul campo.

Senza di loro il paziente sarebbe perso. E io sono fermamente convinta che, nel mio piccolo, posso aiutare i bambini, gli adulti e gli anziani ad avere una permanenza migliore nei periodi di convalescenza in ospedale.

Non vedo l'ora di poter dare tutta me stessa al tirocinio. Voglio far vedere quanto valgo, voglio dimostrare al mondo che posso farcela e rendere mia madre fiera di me.

Sono seduta ad aspettare l'autobus che deve riportarmi al campus, sono andata a trovare mia madre ma né io né lei siamo automunite.

Quando aspetto l'autobus mi fermo a riflettere sulla mia vita, sulla metafora del "sedersi ad aspettare".

Tutti attendiamo qualcosa, a qualsiasi età.

Quando si è bambini si aspetta il papà o la mamma che tornano con un giocattolo o un qualsiasi regalo a sorpresa. Quando si è adolescenti, invece, si aspettano le prime uscite con le amiche, le prime cotte, i primi baci, i primi appuntamenti. Insomma, le prime volte.

Non sempre le prime volte sono felici e spensierate, come dovrebbe essere, ma in fondo è quello che tutti aspettiamo da ragazzi: delle prime volte misteriose ma piene di sorprese, intense, ammalianti, eccitanti e divertenti. Vogliamo il meglio per noi, no? Chi è che non vorrebbe il meglio per sé stesso?

Poi si arriva alla mia età, i vent'anni. Ecco, questa è quell'età che io definirei un'età di mezzo.

C'è chi aspetta di veder realizzato il sogno della sua vita, o chi aspetta ancora di trovarlo, questo sogno. C'è chi aspetta il grande amore e chi aspetta qualcosa che gli somigli, anche solo per un momento, quel briciolo di felicità che ti fa sentire vivo.

C'è chi aspetta un lavoro, la realizzazione economica, l'indipendenza.

Poi si cresce e si aspetta una famiglia nuova, una casa propria, un futuro brillante, dei figli.

Poi diventi adulto, i figli crescono e tu aspetti ogni momento della tua vita la loro felicità, qualsiasi cosa essa significhi.

Poi ti fai anziano e aspetti i nipotini, mia madre mi sta già tartassando per questo!

E quando non hai più nulla da aspettare, quando non hai più niente da desiderare... aspetti la morte, la fine di tutto, il sipario che cala. La tua vita in fondo l'hai fatta, il tuo viaggio l'hai compiuto. Allora ti siedi lì, ad aspettare di andare via e lasciare questo mondo con un sorriso.

O almeno è questo che immagino! Cavolo, come divento profonda a volte. Mio Dio, ho solo vent'anni, dovrei darmi una calmata!

Annabelle e Holly, le mie compagne di stanza, mi prendono in giro perché dicono che dovrei vivere di più i miei vent'anni e smetterla di pensare solo allo studio.

Non mi concedo molti divertimenti, lo so. Sì, insomma, vado alle feste, bevo quanto basta, ballo con le mie amiche, faccio quattro chiacchiere con tutti ma... i ragazzi sono... una specie di taboo. Insomma, non che io abbia paura di loro, sia chiaro, ma non voglio distrazioni.

C'è Seth Armount, il campione di football, che mi sta dietro da mesi per invitarmi a uscire e sembra non voglia proprio accettare un no come risposta. A parte il fatto che non mi fido di lui, è sempre accerchiato da un mucchio di ragazze e non sembra proprio dispiacergli la cosa; ma poi, non so, a pelle non mi trasmette nulla. È un bellissimo ragazzo, per carità, ma non c'è nessuna scintilla tra noi, non da parte mia almeno.

E quando sarà, tra tanto tanto tempo, il ragazzo con cui deciderò di stare dovrà essere tutto scintille!

Non vale la pena perdere tempo con uno che non ti fa provare niente. Non dico che ci debba per forza essere un colpo di fulmine ma... almeno un piccolo accenno di interesse da parte mia ci deve essere. Voglio dire, in un modo anche molto lieve, qualcosa dentro di me deve cambiare, deve smuoversi. Altrimenti che senso ha?

Guardo l'orologio e mi alzo in piedi per osservare meglio la strada. L'autobus non accenna a venire e io mi sto spazientendo.

Ha da poco smesso di piovere e l'aria si è rinfrescata. Sono accerchiata da pozzanghere e spero vivamente che questo dannato autobus si decida ad arrivare per riportarmi al campus.

Guardo alla mia sinistra, un'auto sta arrivando, sfreccia a tutta velocità.

Mi faccio più indietro per evitare di essere investita da quel folle bolide blu elettrico, e quando questi passa davanti alla colonnina dei bus, la velocità con cui passa sulla pozzanghera davanti ai miei piedi, fa sì che mi schizzi tutta.

Il bastardo non si ferma ma continua a guidare e sparisce nella notte.

Sono furiosa. Che pezzo di merda!

Mi guardo i vestiti infradiciati, sono un disastro. Ho anche i capelli zuppi e il freddo dell'aria diventa dieci volte più gelido per me.

Per fortuna l'autobus arriva e mi ci fiondo dentro.

Sono sicura che i miei occhi sembrano due enormi e gigantesche palle infuocate.

Mi siedo a un posto vuoto e chiudo gli occhi, respirando forte per il nervosismo.

Giuro che se ribecco di nuovo quel bolide blu elettrico gliela faccio pagare! Si pentirà di essersi comportato come uno stronzo.

Perché se la piccola Corinne si è fatta mettere i piedi in testa, la Corinne di adesso è una belva e non permetterà a nessuno di prendersi gioco di lei, a nessuno!

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