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9a) LA MALEDIZIONE DI ANCA-TEK

Si persero nella foresta, vagarono due giorni senza riuscire a trovare il piccolo monticello di rocce che il suo dio gli aveva indicato. Walpurgis era disperato. Per la sua stoltezza aveva perso la strada e lui, solamente lui era il responsabile di tutto questo. Implorò il Padre Celeste di perdonarlo, si lacerò le vesti che ancora ricoprivano il suo corpo e si inflisse ferite perché, pietoso, il sole gli indicasse ancora una volta il passaggio. Ma questa volta il suo dio rimase muto. Al terzo giorno di inutile girovagare, il Santo, distrutto dalla stoltezza, allo stremo delle forze, fece il gesto estremo: giurò al suo dio che se avesse salvato i suoi figli, in suo onore avrebbe sacrificato il suo stesso corpo sulla pira sacra.

Si considerava colpevole di tutto quello che era successo al suo popolo, e voleva espiare le sue colpe, anche se questo andava contro a tutto quello in cui aveva sempre creduto. Era talmente disperato, da sperare che almeno un sacrificio supremo potesse placare l'ira del Sole Invitto. Vagarono ancora inutilmente, disperati.

Prossimi alla fine, in alcuni la ragione vacillò. I tre servi che dubitavano di lui, tentarono di convincere a fuggire anche i due che gli erano ancora rimasti fedeli, ma questi rifiutarono e tornarono dal Santo. Poi, all'alba del quinto giorno, i superstiti vennero svegliati da urla disumane. Erano distanti dal loro rifugio, ma il Santo capì subito di cosa si trattava. Anca-tek li aveva raggiunti!

Ancora braccati i quindici derelitti raccolsero i pochi averi e scapparono, allontanandosi più in fretta che poterono. Come daini braccati da una muta di cani, corsero disperati, però erano stanchi e demoralizzati. Già gli esploratori di Anca-tek li avevano avvistati e il branco, sentendo la preda, si accanì. L'odore del sangue li spinse più della fame e della stanchezza. Con i cavalli li accerchiarono, li strinsero da ogni parte, li spinsero con le spalle indifese verso un mucchio di rocce perché non potessero più fuggire. Erano in trappola, perduti, finiti. Si strinsero uno all'altro, nel disperato tentativo di salvare il Santo e il germe del fuoco che aveva con sé. Indietreggiando si portarono al riparo tra due massi e solo allora Walpurgis il Santo si accorse che avevano la salvezza a portata di mano. Alle sue spalle riconobbe l'angusta fessura che cercava da giorni e incitò i suoi a seguirlo.

Uno alla volta entrarono, in fretta.

Chi seguiva spingendo chi precedeva; chi già salvo, tirando come poteva chi attendeva di passare, prima che gli uomini di Anca-tek si accorgessero della fuga. Dopo il Santo entrarono i nove figli, seguiti dai due servi che gli erano rimasti fedeli. Quando l'ultimo passò, presero le torce dei tre che ancora attendevano. Afferrarono le mani tese per tirarle a sé, ma il suolo ebbe un sussulto. Le due rocce si serrarono, lasciando appena uno spiraglio dove un occhio poteva sbirciare fuori. Fu attraverso quello che i dodici superstiti poterono vedere i tre sventurati fatti a pezzi, smembrati ancora vivi dagli inseguitori.

A nulla valsero le urla di Walpurgis per implorare il suo dio di salvarli. A nulla servirono i gemiti dei figli che si stringevano a lui. Quegli uomini avevano dubitato ed erano stati puniti. Il dio che il Santo aveva conosciuto buono e giusto, era diventato implacabile. Esigeva un tributo e se lo prendeva. Capì il prezzo che un giorno avrebbe dovuto pagare e abbassò il capo, abbracciando i figli come fosse un ultimo saluto. Placatesi le urla di morte, giunsero attraverso la stretta feritoia alcune frecce tirate a caso. Imprecise si ruppero contro la pietra e caddero inermi, accompagnate dalle urla di Anca-tek che chiamava Walpurgis.

"Ti troverò maledetto ! Ti troverò dovessi andare all'inferno per raggiungerti!" gli urlò impotente, ferendosi le mani nel tentativo di spostare con la forza i massi.

Il Santo nemmeno gli rispose. Con il germe del fuoco accese una torcia e si incamminò, seguito dagli altri. Avevano poca acqua, poco cibo, dieci torce ciascuno, più le trenta dei tre sventurati compagni. Con la morte nel cuore camminarono a lungo, senza meta e impauriti. La leggenda dice che camminarono per tre giorni con le torce prima di giungere ancora alla luce del sole. Vissero sotto terra come topi. Proseguirono fino a quando la strada fu sbarrata da un mare in fiamme e il Santo venne aggredito da un essere orrendo. I due fedeli servi gli si pararono davanti e vennero colpiti al suo posto... "

"Gioturna e il lago di lava!" comprese immediatamente, ma preferì non farne parola con la Ratnor. Non voleva che si fermasse ancora.

"Uno dei servi perì sulle sponde di quel mare infernale, l'altro, ferito gravemente, morì pochi giorni dopo essere tornati alla luce. Eppure quando i superstiti si resero conto di essere passati sull'altra riva del fiume, capirono di essere finalmente salvi. Coprirono con massi e pietre il passaggio da cui erano usciti e su di esso fecero sacrifici al Sole Invitto. Nemmeno Anca-tek avrebbe potuto attraversare quelle acque insidiose e il passaggio era ormai chiuso per sempre. Il Santo era felice per essere stato esaudito, però sapeva di avere un debito con il suo dio: presto o tardi avrebbe pagato per quello che aveva ottenuto. Per quanto amasse la vita, era pronto; quando il Sole avesse chiamato, lui sarebbe andato.

Girovagarono senza meta. Dopo pochi giorni incontrarono un uomo sulla riva del fiume, un barbaro che dimostrò timore nel vederli: si avvicinò al Santo e gli parlò. Il Santo seppe conquistare il suo animo semplice e divennero amici. Quest'uomo aveva un figlio avuto da una Yaonai, Flot di Yasoda, il quale fece amicizia con i figli del Santo e ne divenne poco alla volta il capo. In seguito quest'uomo barbaro, il tuo avo, mio signore, portò a conoscenza della Grande Madre delle Yaonai la grande fortuna che avevano avuto a incontrare il Santo Walpurgis e lei fu grata che fosse giunto fino a loro. Offrì ai nove figli del Santo nove delle sue figlie e dalla loro unione nacquero nove volte nove figli, mezzi uomini e mezzi Yaonai. Bellissimi e senza difetti, furono benedetti dal soffio di vita della Grande Madre e vennero chiamati Ratnor, che nell'antica lingua della Terra dei Vitelli significava Perfetto. I Nove figli del Santo fondarono i nove villaggi in cui risiediamo ancora adesso. Io sono l'ultima figlia del quintogenito dei nove figli del Santo. Il suo nome era Kimani e diede il nome a questo villaggio. La stirpe del Popolo dei Vitelli era ancora viva e scorreva nel sangue dei Ratnor.

Il Santo Walpurgis, vedendo esaudita la sua richiesta, era sereno. Poteva saldare il debito divino in pace. Cosicché, quando il Sole, suo signore Celeste, molti anni dopo lo chiamò, tenne fede al giuramento che un tempo aveva fatto e si immolò di sua mano sulla pira sacra. Così facendo, ammonì i figli affinché ogni anno inviassero un messaggero al dio se volevano che un giorno giungesse chi li avrebbe condotti ancora alla Terra dei Vitelli. Da allora trecento Walpurgis hanno seguito il Santo, per la salvezza dei Ratnor. Tu, mio Signore, sei l'ultimo di una lunga serie. Molti Ratnor hanno dimenticato il Santo nel frattempo, però il suo nome a noi è ancora caro. E noi sole, Sorelle di Vita, ancora aspettiamo che la sua profezia si avveri. Ecco, mio signore... " concluse Salende "Questo è tutto quello che conosco dell'uomo che portò per primo il nome che ora è stato consegnato a te perché ne segua le orme".

Wal era sbigottito. Aveva assorbito ogni parola che la Ratnor aveva pronunciato e ne aveva trovato i collegamenti con quello che gli aveva raccontato sua nonna, Salice Splendente. Adesso aveva un prima e un dopo da collegare insieme e, anche se gli restavano ancora delle zone buie in cui non riusciva a capire quello che fosse successo, finalmente sapeva più di prima. Eppure, ne era certo, Aldaberon non era ancora soddisfatto: ancora sentiva il soffio leggero del nonno sfiorargli la mente. Voleva che la donna dicesse altro.

"Grazie, Salende" le disse stringendole le mani tra le sue. La sua gratitudine era autentica in quel momento, quasi quanto la sua fretta nel chiederle ancora nuove cose. Se solo avesse avuto più tempo. Sapeva che si era fermato troppo in quella stanza e che presto avrebbe dovuto lasciare la Ratnor, quindi la incalzò: "Ma dimmi del Semenzaio. Credo che tu non mi abbia detto tutto, vero?".

A quella richiesta, il volto radioso della donna si rabbuiò. Una nuvola passò nei suoi occhi chiari. Un leggero rossore velò le guance. Le mani si irrigidirono.

"La vergogna del nostro popolo" disse abbassando gli occhi "Ti ho già detto molto, mio signore. Non potresti accontentarti di quello che già sai?".

Wal provò una pena infinita per lei. Vedeva che soffriva, ma suo nonno, Aldaberon, era implacabile. Soffiava come un mantice sui nervi sensibili del suo cervello, perché voleva che andasse avanti . Non gli restava molto tempo, doveva insistere.

 "No, Salende, non posso. Ti prego, continua".

La Ratnor ancora provò a resistere. Con occhi supplichevoli lo guardò in cerca di una possibilità di tacere, ma quando vide la sua determinazione annuì, sconfitta.

"Come tu vuoi, allora" gli disse slacciando con rassegnazione le mani da quelle del ragazzo e portandosele sul ventre. Sospirò, per darsi coraggio per quello che doveva dire. Iniziò a parlare con un filo di voce appena udibile, tanto che Wal dovette avvicinarsi per comprenderne le parole. Ogni tanto si interrompeva, ogni tanto la voce le si rompeva. Era emozionata, tesa, sconvolta. Wal avrebbe voluto anche solo sfiorarla per comunicarle la sua vicinanza, ma non osava muovere un solo muscolo per timore di interromperla.

"Quando Walpurgis ebbe la possibilità di incontrare la Grande Madre delle Yaonai, accettò volentieri le nove figlie per i suoi nove figli. Tutto sembrava procedere per il meglio, ma quando il Santo seppe che le donne pianta prendevano tutte il seme per ingravidarsi dalla Grande Madre, ne rimase inorridito. Tutti i suoi figli avrebbero dovuto giacere con lei, perché ne raccogliesse il seme prima di distribuirlo alle sue figlie. Non poteva accettarlo. Per lui era contro natura. Presso il Popolo dei Vitelli un uomo versava il suo seme nel corpo della donna e la vita seguiva il suo corso. Questo era ciò che la vita si aspettava da un uomo e da una donna perché potessero ancora chiamarsi uomini e in questo lui aveva sempre fermamente creduto. Per quanto tentasse di comprenderlo, per quanto amasse i figli e desiderasse il meglio per loro, non poté accettare questo abominio. Dovettero scendere a un compromesso: lui solo avrebbe giaciuto con la Grande Madre, le avrebbe fatto dono del suo seme e lei avrebbe ingravidato le sue figlie per nove volte. Lui solo sarebbe diventato il Padre di Tutti. La Grande Madre accettò. Così fecero e per nove volte le Yaonai rimasero gravide e portarono i loro feti a svilupparsi nei baccelli".

Salende indicò verso l'esterno e Wal comprese che parlava di quei sacchi appesi come frutti ai rami degli alberi, giù nel Semenzaio.






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