8 ) IL SEMENZAIO
Scese rapido e riprese a girare a vuoto per il villaggio.
Più che mai avrebbe voluto parlare con Neko, invece era solo a sopportare quel peso enorme. Era arrivato per dire che stava per diventare padre e invece aveva scoperto di avere un fratello. Avrebbe voluto fuggire, andarsene lontano, non dovere più pensare a nulla ed essere dimenticato da tutti, invece non poteva.
Aveva un vincolo addosso, era un Sanzara, la sua strada era segnata già da prima che nascesse. E ora che l'aveva trovata, volesse o meno, doveva portarla a termine.
Maledisse il senso dell'onore che gli aveva trasmesso Alfons, gli avi e tutto ciò che aveva di più sacro, poi si pentì di averlo fatto. Era la rabbia che lo faceva parlare a sproposito, lo sapeva.
Era sconvolto, aveva soltanto voglia di trovare un po' di pace.
Avrebbe tanto voluto passare del tempo con Salice che Ride, ma lei era lontana, forse in qualche angolo remoto della foresta a svolgere il suo compito di Grande Madre.
Anche Neko era lontano, Alfons era morto e sua madre... sua madre, Lilith della Foresta... chissà dove era
Fu preso dalla nostalgia e dalla disperazione per il vuoto che sentiva dentro, poi una vocina lontana, sottile sottile, esile nel suo cervello da sembrare lieve come una foglia che cade, gli disse, ripetendola:
"Salende... Salende ..."
Era suo nonno che gli parlava, lo consigliava su cosa era meglio fare. Non era solo, in fondo. Si abbandonò a quella cantilena rassicurante e si lasciò guidare per il villaggio. Le sue gambe lo riportarono sui suoi passi, a ritroso ripercorse il tratto di foresta che aveva attraversato poco prima. Non sapeva perché Aldaberon lo stesse spingendo a ritornare verso Salende, però rivederla faceva piacere anche a lui e non si oppose.
Voleva trovare un poco di pace e quella donna, con la sua placida calma forse era in grado di dargliela. Camminando passò accanto a un gruppo di donne Ratnor. Già da distante aveva notato che lo guardavano. Non avrebbe fatto più in tempo a deviare.
Ormai l'avevano riconosciuto, in fondo era passato da lì poco prima e probabilmente l'avevano visto anche quella volta. Non ne era sicuro, non ci aveva fatto caso. Era stato un errore passare due volte sul medesimo sentiero, ma recriminare ora non aveva senso. Sapeva cosa volevano da lui, ormai riconosceva al volo quegli sguardi. Pensò di tirare diritto, passare accanto, salutare e via.
Ma poi ricordò le parole di Ranuncolo:
"Cerca un equilibrio, se vuoi riuscire a ottenere quello che desideri".
E in quelle parole riconobbe una saggezza che sul momento non comprese.
Se voleva rivedere Salende non doveva offendere quelle donne che si aspettavano che lui le onorasse. Se non voleva mettere a rischio la permanenza in quel villaggio delle Postulanti, doveva rispettare le regole dei Ratnor. Che gli piacesse o meno, doveva accettarle, se voleva ottenere quello che voleva.
Quando arrivò nei pressi del gruppo di femmine sospirò, si avvicinò a due di esse, a caso, le più vicine, ne domandò il nome che subito dimenticò, salutò tutte le altre e se ne andò oltrepassandole.
"Almeno Ranuncolo sarà contento" pensò quando udì il sommesso chiocciare delle due prescelte, falsamente congratulate dalle altre. La vocina nel cervello parve accarezzargli delicatamente i centri nervosi. Probabilmente anche suo nonno approvava la sua scelta e glielo faceva sapere come poteva. La cosa gli piacque. Era confortante provare quella sensazione di sublime condivisione.
Si dimenticò in fretta di loro e seguitò a camminare, andando alla ricerca degli alberi addobbati e delle aiuole di fiori.
Ormai era mezza mattina, il caldo era già soffocante, lì in mezzo agli alberi. Incappò in un nugolo di zanzare che sembravano aspettare proprio lui, tanto si accanirono sulle poche parti scoperte del suo corpo. Ne dovette schiacciare parecchie prima di riuscire ad allontanarsi abbastanza da camminare ancora tranquillo e poi, tra un ceffone e un altro nemmeno si accorse di essere quasi arrivato dove voleva.
Quando si fermò, attorno a sé vide parecchi Sednor che lavoravano nei dintorni, nonostante il caldo. Lo guardavano, sorridendo tra loro e scambiandosi sguardi ironici.
L'avevano riconosciuto, ne era certo: alcuni facevano il gesto di arricciarsi i peli sul petto.
Sbuffò, sentendosi un poco a disagio. Si asciugò il sudore dal collo, schiacciò ancora una zanzara, però di Salende non c'era traccia.
Avrebbe potuto chiedere dove fosse a uno dei Sednor, ma preferì evitare.
Si concentrò meglio per riconoscere il posto. Sapeva di essere vicino, soltanto gli mancava un riferimento preciso.
In distanza udì delle grida giocose. Era quello che cercava e vi si diresse, sempre sotto lo sguardo attento dei Sednor. Ce n'erano dappertutto. Ovunque spuntavano Sednor che lo osservavano. Erano strani, pensò, più attenti e guardinghi nei suoi riguardi.
Che popolo strano, non sai mai cosa aspettarti da un momento all'altro, pensò.
Si allontanò volentieri dalle loro attenzioni e si diresse verso le grida. Almeno là sapeva cosa aspettarsi. Era già pronto ad arrivare nei pressi della radura ed essere circondato dalle donne a guardia del perimetro, invece non successe nulla. Quando la prima lo vide gli fece un cenno gentile con il capo, lo salutò come conveniva verso il Gopanda-Leta, gli disse di restare dove si trovava e poi avvisò le altre con un fischio lungo e due corti.
Da tutta la radura, una alla volta risposero tutte con il medesimo segnale. Wal fu affascinato da quel sistema pratico e veloce di segnalazione. In pochi secondi anche le più lontane avevano risposto senza spostarsi da dove si trovavano.
Quelle donne dimostravano di essere attente e organizzate. Nulla era lasciato al caso, probabilmente perché ritenevano che il pericolo fosse reale.
Forse Ranuncolo non aveva esagerato, pensò.
Senza nemmeno domandare nulla, dal bosco a poca distanza da lui spuntò Salende. Era appesantita dal ventre, eppure si districava agilmente tra cespugli e rampicanti. Sorrideva e gli andò incontro felice.
"Mio signore, Gopanda, sei venuto ancora. È una grande gioia riceverti. Posso esserti utile in qualche modo?" gli disse mentre si avvicinava "Posso servirti acqua o cibo? Desideri sedere?"
Preso alla sprovvista da tanta gentilezza, non seppe cosa rispondere. In effetti non sapeva esattamente perché fosse ritornato. Per ben che desiderasse un poco di pace e rivedere quella donna gli desse piacere, adesso che se la trovava di fronte, si accorse di non sapere cosa dirle. Per prendere un poco di tempo accettò dell'acqua. Era fresca di sorgente, quasi gelata. Se ne passò sulla fronte e sul collo accaldati.
Poi, senza nemmeno rendersene conto, disse la prima cosa che gli venne alla mente: "Desidero vedere il Semenzaio, Salende".
Sospettò che dietro a quelle parole ci fosse Aldaberon, ma non se ne curò
Piuttosto badò alla reazione della donna e vide che il volto le si illuminava dalla gioia. Come era bella quando sorrideva: uguale a tutte le altre Ratnor che aveva conosciuto, eppure dal suo viso si irradiava una luce che le altre non avevano.
Forse era soltanto la vita che portava dentro di sé a trasmettergliela, oppure era la serena, calma pace che trasmetteva anche a chi le stava accanto. Dal suo corpo accaldato evaporava quel sentore di buono che tanto gli piaceva.
"È un grande regalo che fai a tutte noi, mio signore, oltre a quello che hai fatto a me" disse passandosi delicatamente le mani sopra il ventre "È raro che un Gopanda-Leta voglia vedere dove alleviamo il nostro popolo".
"Il vostro, oppure quello dei Ratnor?" domandò lui. Aldaberon lo stava guidando, gli stava facendo dire delle cose perché ne capisse delle altre. Avrebbe potuto risentirsene ed impedirlo, ma volle fidarsi del suo avo. Se lo aveva condotto in quel luogo doveva avere le sue buone ragioni. Probabilmente voleva che imparasse qualcosa. Già altre volte era successo e decise di stare al gioco.
Lei lo guardò, sollevando un poco un sopracciglio. Sembrava perplessa.
"Cosa intendi, Leta? Noi siamo Ratnor come tutti gli altri".
"A eccezione delle antiche tradizioni, però".
Lei rimase a bocca aperta. Dopo un attimo si ricompose. Gli sorrise e accennò a un inchino: "Se vuoi seguirmi, mio signore, ti farò strada".
Camminarono per un tratto in silenzio. Wal credeva che la donna si sarebbe diretta verso la radura dei bambini, invece prese un altro sentiero.
Arrivarono fino ai confini del villaggio, alla Guardiana, l'attraversarono provocando uno strisciante e minaccioso movimento di tralci e liane. Wal sobbalzò
La donna se ne accorse e sorrise.
"Non temere, non ci attaccherà" gli disse per rassicurarlo. Lui si domandò quanto sapesse di quella siepe che circondava le loro vite.
"Ti fidi di lei?" le chiese.
"Certo, la Guardiana è nostra amica. Ci protegge dai nostri nemici" rispose serena.
"Ne hai mai visti?"
Lei parve pensarci un momento: "No, perché lei li tiene lontani".
Preferì lasciare cadere il discorso.
Chiaramente Salende non sapeva nulla di Gioturna, oppure non voleva dirglielo. In fondo non poteva biasimarla. Per lei era uno straniero, un improbabile dio in terra che camminava accanto a lei.
Si sentì ridicolo anche solo a pensarlo, però venne preso da uno scrupolo:
"Non temi che possa bruciarti?" le domandò.
Lei sorrise: "No, Leta. Noi non crediamo a queste cose. Il padre celeste è buono con noi e anche tu lo sei. Lui non vorrebbe mai farci del male e tu nemmeno".
Lui trovò la cosa interessante:
"Quindi ti fidi di me, anche se non mi conosci?"
"Io conosco lui" fece indicando verso l'alto "E se ti ha mandato a noi, è perché ti riteneva degno. Questo per noi è abbastanza".
"Noi, chi, Salende?"
"Noi, le Postulanti" disse con sicurezza, poi come se fosse stata colta da un dubbio, aggiunse "tu sai chi siamo, vero?"
"Mi piacerebbe impararlo" le rispose sincero e alla donna fece piacere sentirselo dire.
Camminarono ancora nella foresta, allontanandosi da Gioturna e dal villaggio.
Wal era perplesso. Non pensava di dover andare così lontano.
Arrivarono a un folto di cespugli scuro e compatto. Salende l'attraversò facilmente, nonostante fosse appesantita dalla pancia. Scostò rami e foglie con le mani, facendosi strada con facilità. Soffiava un po' per la camminata, eppure non accennava a rallentare.
Le guance le si erano imporporate per il caldo. L'umidità era altissima, si faceva fatica a respirare.
"Non vuoi riposarti, mia signora? Sarai stanca, immagino"
L'immancabile sorriso si voltò verso di lui : "Siamo quasi arrivati, Leta. È proprio qui dietro".
Dopo aver scostato gli ultimi rami, Salende tenne aperto il passaggio a Wal e aspettò che sbucasse anche lui dai cespugli.
"Benvenuto al Semenzaio, mio signore" gli disse quando l'ebbe al suo fianco.
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