5c) LA PIASTRA
Annuendo soddisfatto Neko riprese a cercare, scavando strato dopo strato nelle cose che portava nella sacca. Quando poi trovò quello che cercava:
"Allora forse ti farebbe piacere avere questa, suppongo" gli disse, tirando fuori una piastra di rame che, pur inconfondibile, aveva ormai perso il suo colore luccicante. Wal la riconobbe subito.
Non poté credere ai suoi occhi. Davanti a sé c'era proprio lei. Il capolavoro di Alfons. L'uragano si placò di colpo lasciando il posto a una ventata d'aria fresca. Il cuore gli diede un sobbalzo e questa volta non ebbe dubbi.
A essere felice era il suo cuore, il suo avo questa volta non c'entrava nulla. Ora che vi erano soltanto più lui e suo nonno, aveva imparato che le due anime potevano coesistere senza essere nemiche, aiutarsi, ognuna nel risolvere i problemi dell'altro.
Finalmente aveva capito che questa presenza poteva diventare una forza, piuttosto che un impedimento.
Lentamente, con le mani che tremavano per l'emozione, prese la piastra dalle mani del Maestro, la strinse delicatamente. Quando l'ebbe tra le dita, ne sentì il peso, la consistenza, i bordi resi irregolari dalle fiamme. Era al colmo della felicità.
"Ma... come. Come è possibile... " gli disse mentre la toccava con delicatezza, accarezzandone la superficie scabra.
Era brunita, leggermente deformata da una parte, però era lei, perfettamente riconoscibile, così come i disegni che portava incisi sopra. Era la piastra lavorata da Alfons. Il calore dell'incendio ne aveva alterato i bordi, contorto un poco la superficie, ma non l'aveva fusa. Quello che la rendeva unica era rimasto inalterato.
Vide il Salice sullo sfondo: in esso, ondeggiante nel vento, il volto di sua madre. Era bellissima.
Wal la riconobbe immediatamente. Gli occhi gli scintillarono dalla gioia, mentre ne seguì i contorni con le dita.
Poi vide se stesso e le due farfalle che gli svolazzavano attorno alla testa. Leggere, piccole e identiche, proprio come Alfons le vedeva con i suoi occhi di artista; un guerriero, un fabbro, un uomo che aveva saputo mutare la sua natura per amore della sua famiglia perduta. Aveva sofferto, suo padre, aveva dovuto scendere nel più profondo degli inferni. Aveva dovuto perdere tutto, prima di ritrovarla dentro di sé, la sua famiglia. Per se stesso e per suo figlio, che forse sarebbe tornato Gopanda-Leta, Colui che aveva deciso per il destino.
Ora che aveva compreso quell'incisione, si domandava come poteva non averlo capito allora, anni prima, quando era ancora in tempo per dirlo ad Alfons. Era lì, chiaro e netto come i segni che con tanto amore suo padre aveva inciso nel metallo, in tutta la loro bellezza e potenza.
Ma tant'era, forse allora lui non era ancora pronto, forse non era ancora giunto il momento adatto.
Oppure, orrendo a pensarsi, con un brivido capì che forse anche lui doveva attraversare il suo personale inferno prima di poter dare il giusto valore a quel pezzo di rame.
E lui, ricordò ora, dal suo inferno vi era appena uscito vivo. Gioturna l'aveva sconvolto, non sconfitto. Vivo!
Non vittorioso, ma nemmeno piegato.
Aveva ricevuto un colpo tremendo, aveva barcollato, ma era rimasto in piedi. Poteva continuare ancora, perché ora sapeva.
Dalla sua ora più buia era uscito il suo mostro, il nemico che lo tormentava dalla nascita e che perseguitava la sua famiglia da tanto, troppo tempo..
L'aveva visto, l'aveva sentito ingiuriarlo, minacciarlo, l'aveva anche temuto e ne era fuggito, ma adesso era giunta l'ora che tutto questo avesse una fine.
Per se stesso, per quei figli che prima non sapeva di avere, per Vandea, per i suoi amici.
Della sua famiglia adottiva non restava più nessuno. Quel ramo della sua famiglia si era seccato ed era caduto per sempre. Avrebbe dovuto esserne dispiaciuto, invece si accorse che non gliene importava nulla.
Li aveva lasciati andare molto tempo prima, così come loro l'avevano spinto via alla prima occasione. Erano tutti morti. Finiti, scomparsi. La famiglia iniziata con Jarre delle Farfalle si era estinta a eccezione di quei due bambini che portavano sulla testa una maledizione. Vivevano, per fortuna, anche a sua insaputa. Per loro non provava altro che un riflesso sbiadito dell'amore che aveva provato per Vandea, però stavano correndo un pericolo mortale. Poteva capitare a loro e ai loro figli quello che era accaduto a lui e a suo padre e questo non lo poteva accettare.
Non doveva più accadere. A nessuno. Della sua famiglia o meno, era ora di farla finita. Mai più una cosa simile.
Tra quei due bambini e Gioturna c'era solamente lui. Solo lui poteva fermarla, ma non da solo. Questo non era un lavoro per un uomo solo. Chiunque, per quanto valoroso e forte fosse, aveva bisogno di aiuto. Da parte di tutti, da chiunque avesse un motivo valido per farlo e volesse darglielo.
Improvvisamente ripensare a Gioturna lo riscosse. Ora sapeva. Ora che aveva visto con i suoi occhi la sua spietata essenza, ora che con la lastra di Alfons in mano aveva capito che dalle disgrazie si poteva risorgere più forti di prima, capì che non poteva più perdere tempo. Strinse risoluto la lastra nelle mani e se la strinse al petto. Poi rivolgendosi a Neko:
"Grazie maestro, mi hai reso un grande servizio, oggi" gli disse "Molte cose sono cambiate da quando sono partito e molte ancora dovranno cambiare".
Il maestro fu colpito dalla sua risolutezza. Si schernì.
"Non ringraziare me, ragazzo, ma Thorball. È lui che l'ha portata via dal villaggio e me l'ha consegnata. Ti vuole molto bene ed è stato disposto a correre un grande rischio per te".
Wal gli fece un sorriso sarcastico:"Come Fredrik, uccidendomi?"
Voltandosi verso i due, vide che giacevano ancora immobili a terra, profondamente addormentati. Ebbe un gesto di stizza, un misto di dolore e delusione. Neko lo comprese.
"Non pretendo che tu mi creda sulla parola, Aldaberon, ma i tuoi amici non vogliono ucciderti. Sono tuoi Compagni di Disgelo e sono Vareghi. Questo legame conta per loro più di ogni altra cosa. Anche più degli anziani del villaggio e dei loro giudizi. Dagli la possibilità di dimostrartelo. Avete molto da dirvi, voi tre".
Dubbioso e titubante, Wal osservò le armi dei suoi due amici. Con quelle sarebbe stato difficile ragionare, pensò. Scrollò la testa.
"Non mi chiamo più Aldaberon, maestro" gli disse stringendo forte al petto la lastra di suo padre "Sono diventato il Gopanda-Leta di questa gente, il Padre di tutti" con un gesto indicò Ranuncolo, steso alle sue spalle "Mi hanno dato un nome nuovo: mi chiamano Walpurgis dei Mandi e sono sposato con la Grande Madre delle Yaonai, donne pianta che vivono da tempi immemorabili in questi boschi. Sono destinato a diventare il Messaggero del Sole per loro, anche se non so ancora cosa voglia dire. Come vedi la mia vita è cambiata. Non sono più Aldaberon, quel nome non mi appartiene, non è mai stato mio. La persona che avevi conosciuto non esiste più, ormai. Tu sai cosa vuole dire questo, vero, Neko?"
Nel dirlo si voltò. Il volto del vecchio era serio, teso, eppure della tenerezza traspariva tra le rughe. Gli occhi erano saldi, ma i bordi increspati tradivano l'emozione. Accennò di sì: lo sapeva.
"Perciò, ti prego, chiamami con il mio nuovo nome, maestro. Wal, mi chiamano, anche se so che pure questo non è il mio vero nome".
"Hai trovato il tuo destino da Sanzara, allora?" gli domandò il vecchio, schiarendosi la voce.
"Ho trovato il punto in cui il mio avo si fermò, ucciso da una mano vile. Ho visto il suo cadavere e ora devo andare oltre. Si trova in un luogo orribile, abitato da un essere immondo, eppure devo farci ritorno se voglio dare degna sepoltura a lui ed essere libero di vivere la mia vita. Neko, maestro, so di chiederti molto e se mi dirai di no capirò, ma vuoi essere al mio fianco in quello che devo fare?"
Con la voce rotta dall'emozione, Neko disse un debolissimo: "Sì" appena appena udibile.
Wal ne fu sopraffatto. Un groppo alla gola gli impedì di parlare. Si strinse ancora di più tra le braccia, premendosi la lastra di rame al petto e facendo dei gesti di ringraziamento.
"E loro?" accennò dopo un po' verso Fredrik e Thorball "Anche loro vorranno aiutarmi ?".
"A questo non posso risponderti. La loro coscienza non mi appartiene. Dovrai chiederglielo tu, ovviamente. Ma a parer mio ti aiuteranno"
Wal era ancora dubbioso.
"Eppure il veto degli Anziani resta valido"
Ricordava fin troppo bene le tradizioni della sua gente e quanto difficile fosse infrangerle. Anche Vandea non aveva avuto la forza di opporsi a esse, per quanto glielo avesse promesso. Lui le aveva creduto, aveva sperato.
Il ricordo di parole pronunciate in fretta ancora lo turbò. Una promessa non mantenuta, vuota, persa. Con una stretta al cuore si ricordò che Vandea non gli apparteneva e che il marito di lei era venuto fino a lì per cercarlo. Il suo amico, il Compagno di Disgelo.
"Forse Fredrik preferirà uccidermi per poter tornare a casa. Thorball, mi vuole bene, sì, ma è sempre stato molto superstizioso, lo sai, vero?"
"Come ti ho già detto, la coscienza gli appartiene e voi tre dovrete parlare di molte cose. Dovrete spiegarvi, ritrovarvi, se sarà necessario. Ricordati però che il legame che vi lega è molto forte. Solamente in tre nasceste quell'anno e questa è una cosa molto, molto rara, tra i Vareghi".
"Spero tu abbia ragione, Neko. Lo spero veramente".
"Posso farti io, ora, una domanda?"
A un cenno del giovane, l'anziano maestro proseguì.
"Le tue armi, quelle che Alfons ti aveva donato. Che fine hanno fatto?"
Un improvviso rossore colorò le guance di Wal. In fondo era pur sempre un guerriero Varego ed era difficile dimenticare quanto vi era di più sacro per quella che fu la sua gente.
"Non lo so, maestro, mi dispiace. Sono sparite quando sono arrivato in queste terre e da allora non riesco a sapere chi le abbia prese. Perché me lo chiedi? Sono mortificato di averle perdute, ma sono stato a lungo ammalato e ... "
"Non devi giustificarti con me, Walpurgis dei Mandi " gli disse fermandolo con un gesto con la mano.
"Conosco abbastanza la gente che ti ospita e non credo sia un caso che siano sparite". Vedendo che Wal corrucciava la fronte, gettando un'occhiata verso Ranuncolo, si affrettò ad aggiungere: "Piuttosto mi domandavo se non fosse il caso di toglierle anche a Fredrik e a Thorball, prima che spariscano anche quelle. Per il loro e per il tuo bene, forse è meglio se lo facciamo noi. In quanto a ridargliele, vedremo. Cosa ne dici?".
Wal era sconcertato. Anche lui aveva pensato che quelle armi avrebbero potuto diventare un ostacolo, però mai avrebbe osato proporlo al maestro, a colui che gli aveva insegnato il valore delle armi per un Varego. Avrebbe preferito rischiare la sua vita piuttosto che dargli quella delusione, e invece... Quando credeva di conoscere quel vecchio, scopriva che aveva sempre qualche riserva per stupirlo. Era come un placido torrente di cui credeva di conoscere il corso, quando un'improvvisa piena non lo faceva straripare portandolo via con sé.
"Quando finirai di stupirmi, maestro?" gli fece sorridendogli.
"Spero mai, ragazzo, spero mai" gli rispose tra il serio e il faceto "Bene. Allora cominciamo. Nel frattempo potrai raccontarmi quello che ti è successo, se lo desideri". Fece per andare verso i due Vareghi addormentati, quando il giovane lo trattenne.
"Ancora una cosa, maestro" gli disse Wal, tenendo tra le mani la lastra di Alfons "Vorrei che me la custodissi ancora tu, questa. Io non saprei dove tenerla".
Facendo cenno di capire, Neko la prese e la ripose nella sua sacca. Proprio in fondo, sotto a tutto, da dove l'aveva presa.
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