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2d) IL PORTALE

"Non temere, non ci sono Ka-Ranta in questa stagione" gli disse lei, andandolo a prendere per mano. La sua stretta non fu feroce.

La voce della Yaonai si era addolcita, voleva rassicurarlo. Gli fece venire i brividi, ma non di paura: di felicità questa volta. Quella voce gli ricordava Lilith, sua madre. Lo stesso calore, la stessa dolcezza nel volerlo rassicurare. Quando da bambino aveva paura del buio, Lilith gli parlava con quello stesso tono di voce e con esso lo cullava.  Quante volte si era tranquillizzato al suono di quella voce. Quante volte, nell'ascoltarla i brividi di paura si erano trasformati in brividi di gioia. Proprio come adesso.

Da tempo aveva capito che sua madre era una Yaonai. Tutto poteva essere, quando si voleva credere in qualcosa.

Il cuore prese a battergli forte dall'emozione. La speranza crebbe. Formulò la domanda prima di rendersene conto.

"Mia signora, conoscevi forse Lilith della Foresta? Era... è una Yaonai come te"

La mano della donna ebbe una contrazione a sentire quel nome. La sua voce rispose sorpresa.

"Lilith?" fece "La conoscevo sotto il nome di Salice nel Vento, sì. Fui io a darle il soprannome di Lilith, Luna in Yaonai, quando era piccola. Ma tu cosa ne sai di lei? Sono molte stagioni che non ne so più nulla".

"Era... è mia madre. Aveva una voce simile alla tua, molto simile. Nella notte l'ho riconosciuta. Chi sei tu, mia signora?".

La Yaonai si sciolse da lui. Si allontanò di qualche passo. Tra le fronde degli alberi fece capolino una tenue luce pallida. La luna stava sorgendo. Lenta iniziava la sua salita nel cielo. Wal si voltò a guardare in quella direzione e a tratti riusciva a indovinarne la forma dietro gli alberi. Poco alla volta il buio della foresta si ruppe lievemente. Divenne meno fondo. Le forme del corpo di Salice che Ride divennero meno confuse, Wal finalmente vide qualcosa. Ne percepì i lineamenti del volto. Gli occhi della donna lo fissavano. La sua voce tremò quando parlò.

"Fui moglie di Aldaberon e madre di due figli avuti da lui" gli disse turbata "Uno era Flot, il traditore, che venne affidato a mio marito. L'altra era una bambina a cui suo padre volle mettere il nome di Salice nel Vento. Lilith, tua madre, è mia figlia, una Yaonai come me".

Per ogni parola, uno stupore crescente.

"Quindi tu saresti... " iniziò a dire Wal, ma la sorpresa era stata troppa. Non riuscì a terminare la frase.

La Grande Madre invece parve riprendere il controllo di sé. Quando rispose la sua voce diventò amorfa, senza emozioni.

"Aldaberon fu mio marito e tuo nonno, sì. Lui e io ci unimmo in un Matrimonio della Foresta, ma come Yaonai, noi riconosciamo soltanto i legami con le figlie. Per noi non esiste altro al di fuori di questo. Rammentalo".

Le parole della Yaonai colsero come uno schiaffo in pieno volto Wal e lo riportarono bruscamente alla realtà. In fondo Salice che Ride glielo aveva già raccontato, là nel vulcano. Le Yaonai erano particolari, diverse da tutte le altre donne, ed erano fiere di esserlo. Erano millenni che avevano fatto questa scelta di vita e non era pensabile che la cambiassero per lui.

"Certo, Grande Madre. Ne sono al corrente, ma la sorpresa è comunque stata tanta per me. Non sarai mia nonna, però sappi che per me è stato un grande onore fare la tua conoscenza".

Nell'oscurità intravide che i capelli della donna accennarono a un movimento garbato con la testa, anche se non aggiunse più nulla sull'argomento. Per lei il discorso era chiuso.

Volente o nolente dovette accettarlo, ma dentro di sé sentì che l'anima di Aldaberon era fiera delle parole che aveva detto. La sentiva, era certo di non sbagliarsi. Come un gatto che guarda sornione dal suo rifugio preferito, se ne stava rincantucciata in un recesso del suo cervello a sorridere e la cosa lo riempì di fiducia.

La luna proseguì la sua lenta ascesa nel cielo e i suoi pallidi raggi ruppero il fronte nero della foresta oltre la siepe, permettendogli di intravedere i primi tronchi degli alberi al di là di essa. La notte diventò meno fonda e la paura si allentò un poco.

"Credo che sarebbe meglio mettersi in cammino, mia signora" fece lui, indicando il passaggio nella siepe e lei fu d'accordo. Lenta e maestosa procedette davanti a Wal che la seguì.

Appena uscirono dal villaggio la Guardiana si serrò alle loro spalle. Seguendo la Yaonai, i due presero un sentiero che li condusse verso Ovest. Lo seguirono per tutta la notte. Camminarono senza mai fermarsi, lentamente ma con passo sicuro. La Yaonai pareva non sentire la stanchezza e procedeva con il suo incedere maestoso e costante senza mai incertezze. Lui era giovane e robusto. Inoltre, anche se ne aveva timore, voleva arrivare prima possibile dove stavano andando. Lei non gli disse mai dove erano diretti e lui nemmeno lo chiese, perché già lo sapeva. L'aveva capito quando avevano svoltato verso Ovest, lasciandosi il villaggio alle spalle. In quella direzione non poteva esserci che una cosa sola. Aveva camminato per troppo tempo nella foresta per non sapersi orientare anche a occhi chiusi. Andavano verso il vulcano, verso il Centro di quel mondo che già una volta aveva visitato con Radice. Verso Gioturna e il suo nascondiglio segreto.

Ricordava bene le parole che Flot aveva detto e non dubitava che avesse detto il vero. Era troppo sconvolto quando lo diceva, troppo fuori di sé per mentire.

Camminarono quindi in silenzio e nulla venne a interrompere il loro cammino. Solo di quando in quando la fuga improvvisa di qualche animale notturno venne a turbare la quiete della notte. Eppure, nonostante le rassicurazioni della Grande Madre, Wal ancora temeva di vedere spuntare improvvise, mostruose, forme di ghiaccio dietro di loro, rapide e feroci. Temeva soprattutto quelle dita gelide che l'avevano attanagliato al braccio bloccandolo terrorizzato, perché non sapeva come avrebbe reagito se gli fosse capitato ancora. Preferiva non domandarselo, fingere, rimandando a fatica indietro il pensiero, fino a quando la parte più razionale del suo cervello riprendeva il controllo sulla paura e sulla voglia di scappare. Solo allora capiva che erano animali selvatici che scappavano spaventati dai loro passi e si tranquillizzava per quanto poteva.

Non disse nulla dei suoi timori alla Yaonai che lo precedeva, ma fu contento quando il cielo iniziò a schiarirsi alle sue spalle, portando via con sé l'oscurità e i fantasmi che nascondeva. Fu con un sospiro di sollievo che infine accolse il mattino.

Sul calar della notte, quando a Est già un debole chiarore disegnava con dita rosate il limitare del mondo e a Ovest la Luna si preparava a scomparire oltre l'orizzonte, arrivarono al limitare della radura che circondava il vulcano.

Come la prima volta, Wal rimase colpito dal suo apparire improvviso davanti a chi lo cercava. Il suo cono con i fianchi declinanti dolcemente verso la cima piatta e il sentiero che lo contornava con le sue spirali gli ricordarono la sua avventura precedente. La bufera, la grandine, il terrore.

Dalla sua cima si levavano volute di fumo bianco, dense e minacciose, portate a Est da un vento teso che non giungeva fino a loro se non in minima parte. Immaginò che essere lassù in quel momento non avrebbe dovuto essere piacevole e sperò di non doverci andare ancora.

La terra sotto i piedi vibrò, come se nel sonno il vulcano russasse sommessamente. Immaginò l'immenso bacino di lava che si trovava sotto di loro e pensò che da un momento all'altro poteva esplodere disperdendoli come il vento faceva con il fumo che usciva dalle sue viscere. Era angosciante quel luogo.

Davanti a lui l'aspetto ondulato e senza vita dello spiazzo circolare non era cambiato. Era una vista infernale, in cui la vita cedeva il passo alla distruzione e al nulla. Quando fecero il primo passo oltre la foresta alzò lo sguardo al cielo e per un momento gli parve di vedere contemporaneamente il sole a Est e la Luna a Ovest, ma fu solo un'illusione, una speranza durata un attimo. Il sole ebbe il sopravvento sulle tenebre e fece capolino. Ancora era nascosto alla sua vista, ma già illuminava buona parte del cono del vulcano facendolo sembrare meno sinistro. Ne fu lieto, comunque gli vennero in mente le parole della Leggenda dei Sei Regni e non poté non pensare ai Soluni.

Che appartenessero alla leggenda o alla realtà di un tempo lontano, doveva essere una ben misera cosa inseguirsi per l'eternità senza potersi mai toccare, se non per un breve istante ogni giorno. Poi pensò sopratutto a se stesso, al suo destino.

Gli venne in mente Vandea e gli fece piacere. Rallentò, quasi si fermò. Si sarebbe soffermato ancora nel pensiero di lei, ma la Grande Madre, vedendolo attardarsi, lo incitò a seguirlo. Improvvisamente la calma pareva averla abbandonata, sopratutto voleva che lui facesse in fretta.

Sembrava agitata. Da quando non erano più protetti dalla penombra della foresta, appariva nervosa. La vedeva affrettarsi sulle rocce, muovendosi agile da una all'altra senza perdere la compostezza dei movimenti.

Era completamente a suo agio anche in quel territorio aspro e ostile, solo si parò il volto dalla luce del sole. Wal si rammentò che le Yaonai non sopportavano la luce violenta del giorno. Erano giunti appena in tempo al vulcano, si disse, altrimenti avrebbero dovuto restare nascosti nella penombra della foresta per tutto il giorno, oppure lui avrebbe dovuto procedere da solo.

Anche il solo pensare a quella prospettiva non gli piaceva, quindi si lanciò dietro alla Yaonai, tentando di non apparire troppo goffo nel suo saltare tra le ondulazioni improvvise della roccia. Fece del suo meglio, eppure più di una volta ondeggiò su di un piede solo, tentando di non cadere in terra. Vide quel mare di roccia e lo trovò brutto e freddo, inospitale per chiunque, e provò un profondo desiderio di rivedere il suo di mare. Comunque, facendo molta fatica riuscì a non lasciarsi distanziare troppo e quando lei arrivò allo spiazzo ghiaioso davanti all'ingresso del cunicolo, lui era soltanto pochi passi indietro, affannato e con il fiato grosso. Arrivato anche lui sulla ghiaia si fermò a riprendere fiato, mentre lei si infilava veloce nel cunicolo. Si fermò pochi passi oltre il portale di pietra, seminascosta nel buio della galleria. Wal ne poteva vedere la parte bassa del corpo, in piedi, immobile, rivolta verso di lui. Immaginò che l'attendesse, che si stesse chiedendo se avesse cambiato idea.

Seppur riluttante mosse alcuni brevi passi verso l'imbocco del passaggio. Era tutta una scusa per prendere tempo.

Nonostante la spavalderia della sera prima, aveva timore di vedere e sapere ancora. Temeva di incontrare Gioturna, perché non sapeva se sarebbe stato in grado di fronteggiarla. Temeva di crollare di paura alla sua vista e di scappare lontano dal terrore. Temeva di deludere tutti coloro che si aspettavano tanto da lui. Arrivato a pochi passi dal portale di pietra rimase fermo a fissarlo, incapace di procedere oltre. Non lo vedeva bene. Era ancora quasi del tutto in ombra e sembrava una minacciosa bocca che attendeva solo il momento giusto per inghiottirlo in un sol boccone.

La luce del sole scendeva lentamente lungo il cono del vulcano, rischiarandolo poco alla volta, presto sarebbe giunto fino al suo arco di pietra. La Grande Madre l'attendeva paziente nascosta nel buio e non diceva nulla. Probabilmente capiva i timori che lo agitavano e non voleva spingerlo oltre alle sue possibilità, ma si sbagliava.

Invece lui avrebbe avuto bisogno proprio di questo, in quel momento. Di qualcosa o di qualcuno che lo spingesse ad andare oltre, perché da solo non poteva farcela.

Mai come in quel momento si sentì solo e piccolo. Cercò conforto in Aldaberon, ma questi seguitò a tacere. Era solo, ritto davanti al portale con le mani portate ai fianchi a domandarsi cosa fare, quando dalla foresta un provvidenziale raggio di sole sbucò tra i rami degli alberi e andò a illuminare la scritta nella roccia, incisa sul bordo superiore del portale.

Come una macchia di luce colpì in pieno le lettere che Wal già una volta lesse, ma di cui si era dimenticato. Appena apparvero, le vide e le riconobbe. Brillavano come fossero vive per l'umidità della notte nel sole mattutino e lo fissavano, proprio come lui fissava loro. Le lesse avido, assimilandone ogni lettera che gli penetrò in profondità nella mente, risvegliando in lui forze ed entusiasmo:

POSSONO PERCHÉ CREDONO DI POTERE





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