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2c) SALICE SPLENDENTE

Il tempo che rimaneva per giungere al termine della luna dedicata al villaggio di Omondi, Wal lo passò quasi sempre con lei.

"È il nostro tempo" gli disse la Yaonai quando si stesero uno accanto all'altra dopo aver terminato quel primo, inatteso, ma appagante amplesso.

"Questo periodo è tutto per noi"  aggiunse sorridente  "Non ne avremo un altro così".

L'estate era spettacolare nella foresta delle Yaonai e Salice che Ride era più bella che mai. Lui era felice oltre ogni limite e visse quelle settimane con il massimo dell'intensità possibile.

Alla mattina, con Salice che Ride stesa accanto a lui, subito dopo il risveglio, beveva la birra alle erbe che gli portava Ranuncolo e così alla sera, prima del riposo notturno.

Quando il Sednor venne a portargliela quella prima mattina dopo che ebbero fatto l'amore, lui si voltò deluso verso Salice che Ride. Si sentì tradito. Non aveva perdonato a Ranuncolo il suo comportamento e presto o tardi ne avrebbero riparlato, però non ora. Anche lei sapeva, anche lei lo voleva incapace di agire con i suoi sensi, allora. La fissò a lungo, senza parlare, poi lei gli sorrise, prese il boccale dalle mani di Ranuncolo e glielo porse. Lui rifiutò, lei sorrise ancora e ne bevve un lungo sorso. Gli porse il boccale come fosse un omaggio e lui volle fidarsi di quella donna bellissima.

Quando i primi sorsi di liquido passarono attraverso le sue labbra ebbero il sapore del fiele e del tradimento diluiti nella fiducia e nella speranza, metallo fuso sui sentimenti che provava per quella donna. Passarono però senza confondere la sua mente, rendendola solo euforica. Aveva notato che il sapore della bevanda era meno intenso, meno forte che in passato e lo lasciava meno intontito di prima. Poteva pensare, ricordare se lo voleva. O non farlo se lo desiderava. Volendo avrebbe anche potuto rifiutarsi di assumere ancora la polvere che Ranuncolo vi aggiungeva segretamente, ma lo fece senza discutere, sotto lo sguardo compiaciuto del Sednor e di Salice che Ride. Aveva capito che il liquido era drogato in qualche modo. Lo sapeva, ne era conscio, però lo esaltava, stimolava i suoi sensi e lo faceva stare bene. Se gli serviva per stare meglio con lei, non chiedeva di meglio.

Quelle furono tre settimane bellissime; intense e rapide nel consumarsi, ebbero un unico difetto: terminarono troppo presto.

I giorni volarono via apparentemente uguali, eppure ognuno di essi portò nuovi ricordi della vita passata a Wal che li condivise con lei. Lei lo ascoltò parlare, prestando attenzione a ogni cosa che gli giungesse nuova del popolo dei Vareghi. Spesso faceva domande, mai facendo commenti  banali. Mai più, in quelle settimane, lei parve interessarsi alla treccia di capelli che lui portava al braccio, tanto quanto lui non sentì più la mancanza di Vandea. La presenza di Salice che Ride occupava ogni spazio disponibile della mente di Wal e lui non chiedeva di meglio che di lasciare che la occupasse. Lei era tutta per lui. A parte brevi assenze in cui si occupava delle sue incombenze di Grande Madre, tutto il tempo lo passavano insieme. Sotto gli occhi invidiosi delle Ratnor del villaggio, si allontanavano dall'albero casa al mattino e vi facevano ritorno alla sera, sempre seguiti da Ranuncolo che seppe sempre essere una presenza discreta: presente all'occorrenza, invisibile alla necessità. La luna nel frattempo crebbe, diventò piena e inizio a incamminarsi nel suo ultimo quarto. Ranuncolo già lo aveva avvisato che da lì a pochi giorni avrebbero dovuto partire ancora, ma Wal non gli prestò troppa attenzione. Sapeva che presto o tardi tutto quello avrebbe dovuto terminare, eppure non era ancora disposto ad ascoltarlo, non voleva perdere nemmeno un solo momento di paradiso.

Una sera però, verso la fine delle tre settimane, lui e Salice che Ride si attardarono nella foresta più del dovuto e giunsero alla Guardiana del villaggio troppo tardi. Come sempre Ranuncolo li seguiva a una distanza discreta, anche se quella sera era più irrequieto del solito e Wal lo sapeva. Più volte li aveva incitati a fare presto, eppure la Grande Madre si fermava spesso e per futili motivi e lui non poteva fare altro che ritrarsi davanti al suo volere. Wal non capiva, però quando arrivarono alla siepe protettiva ebbe un brivido di paura. Già si era serrata per la notte a difesa del villaggio e lui ne ebbe timore, perché sapeva di cosa era capace quell'essere. L'aveva visto con i suoi occhi.

Salice che Ride non sembrò preoccuparsi e rassicurò Wal che la tratteneva dall'avvicinarsi troppo. La donna fece fermare Ranuncolo lontano, poi lasciò a distanza di sicurezza anche lui e si fece avanti da sola verso il muro di liane e spine che già si agitava: fremeva per scagliarsi contro l'intruso.

Con un solo gesto della mano Salice che Ride l'assoggettò al suo volere e la Guardiana parve inchinarsi alla sua padrona, ritirando aculei e corde per cedere loro il passaggio.

Quando lei lo chiamò a sé, Wal la raggiunse e insieme entrarono nel villaggio tenendosi per mano. Subito dietro a loro la Guardiana si serrò scivolando con rabbia feroce nel sottobosco. Wal provò terrore nel sentirla frusciare sinistra nella penombra della sera. Si rese subito conto che Ranuncolo era rimasto dall'altra parte.

"Mia signora... " le disse "Il mio servitore è rimasto dall'altra parte".

"Lo so. È al sicuro, non temere" fu la risposta.

Nello sguardo che lei gli lanciò capì che l'aveva fatto intenzionalmente. Da un lontano recesso del suo cervello una voce gli suggerì il perché. Era Aldaberon che gli parlava. Finalmente. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che lo aveva sentito, eppure si rese subito conto che era sempre rimasto là dentro, nel suo corpo, nel suo cervello, acquattato come un animale in attesa del momento giusto per sorprenderlo. Sapeva quello che Aldaberon voleva fargli fare e ne ebbe paura. Eppure, per quanto spaventato, non seppe trattenersi e fece la richiesta che la Grande Madre pareva aspettarsi da lui. Un refolo di vento gli portò il profumo di lei. Lo aspirò a fondo prima di parlare. L'aroma che emanava il suo corpo era differente, sapeva di caprifoglio, era dolce e penetrante. Sentì la siepe agitarsi nella notte, a poca distanza da loro. Anche lei doveva aver capito.

"Voglio vederla, voglio vedere Gioturna" le disse e nelle ultime luci della sera si rese conto che la Yaonai che aveva di fronte non era Salice che Ride.

"Chi sei, mia signora?" le domandò ancora, ma già immaginava la risposta.

"Le mie sorelle mi conoscevano come Salice Splendente; Aldaberon come moglie; tu, giovane uomo, come Grande Madre tornata alla Madre Terra" fu la sua risposta. La sua voce era solenne e fiera. Era la voce di una regina. Nel sentirla Wal sentì un brivido lungo la schiena e fece per lasciarle la mano, ma lei lo trattenne con una forza insospettata. Era in trappola.

Aldaberon e la sua sposa l'avevano atteso al varco e lui si era fatto trovare. L'avevano separato volutamente da Ranuncolo, forse con la complicità di Salice che Ride che ancora una volta aveva concesso alla sua ava di prendere il controllo del suo corpo. Non era nemmeno arrabbiato. Sapeva che presto o tardi avrebbe dovuto succedere.

"Sei certo di quello che mi chiedi?" proseguì lei " Potrebbe essere pericoloso ed io non potrei venire con te fino in fondo".

Wal deglutì a vuoto. Nella notte incombente sperò che lei non lo avesse visto. Aveva paura e non voleva nasconderselo, eppure le rispose sicuro.

"Lo voglio. Conducimi da lei".

"Ci vorrà tutta la notte e forse parte di domani".

"Non la temo" disse, anche se si rese conto che quelle parole non erano sue, erano di Aldaberon. Fece il possibile per riprendere il controllo. Non voleva essere guidato come una marionetta :

"Farò tutto quello che sarà necessario fare".

Lei annuì.

"Andiamo allora, Gopanda-Leta, mio signore".

Si incamminarono nel villaggio ormai silenzioso per la sera. Lei per prima a fargli strada, lui dietro di pochi passi. Nessuno circolava tra gli alberi casa. Anche gli ultimi Sednor si erano già ritirati per la notte. Nessuno li vide attraversare silenziosi i sentieri che portavano al Nord, fino quando giunsero nuovamente alla Guardiana. Erano arrivati all'estremità del villaggio, dalla parte opposta da dove vi erano entrati. Il buio era quasi completo, a malapena si intravedeva dove si poggiavano i piedi, ma Wal non temeva nulla. Anche se era in presenza di qualcosa che non comprendeva, ne aveva una fiducia completa. Camminava sicuro dietro di lei che gli apriva la strada, anche se non vedeva dove andava. Sentiva che poteva fidarsi dell'anima di quella Grande Madre del passato. Lei ed Aldaberon non l'avrebbero tradito.

Nel buio sentì il frusciare minaccioso della Guardiana. Li aveva sentiti arrivare. Era in allarme. La Grande Madre lo tranquillizzò. Loro si trovavano all'interno del villaggio, non li avrebbe attaccati, gli disse.

Il vestito di foglie della donna era quasi invisibile nella notte. L'unica cosa di lei che Wal riusciva ad indovinare era la lunga chioma che dalla nuca le scendeva lungo la schiena e le si arrotolava alla vita. Il biondo vivo dei capelli rimandava una debole luminescenza. Li vedeva ondeggiare davanti a sé ad ogni passo che la donna faceva, segnandogli la strada. Da come si spostava l'attaccatura della coda, da una parte o dall'altra, capiva se Salice Splendente si voltava a guardare a destra o a sinistra e si regolava di conseguenza. Si chiese se anche i suoi facessero lo stesso effetto, nella oscurità. Non ricordava di averlo notato prima.

Quando furono nei pressi della siepe, lei si fermò. Con un gesto perentorio diede ordine a Gioturna di aprirsi davanti a lei e liane e aculei ancora una volta si ritrassero. Malvolentieri si inchinarono al suo volere e con un rantolio di fiera incatenata scivolarono nel buio.

Man mano che la Guardiana si apriva, Wal sapeva che davanti a loro si apriva la foresta e che nel buio sarebbero stati in pericolo. Per quanto la siepe fosse temibile, non c'era più il suo schermo protettivo a difenderli. Poteva esserci qualunque cosa in agguato nel buio, laggiù in fondo dove era più scuro. Grosse gocce di sudore freddo gli corsero lungo le tempie. Per quanto fossero passati mesi, la paura dei giganti di ghiaccio non gli era passata e il buio gli incuteva timore come mai in passato. Il pensiero di quella dita pronte a ghermirlo lo fecero tremare. La sua mano corse alla ricerca di un arma che non c'era ed ebbe un tuffo al cuore. La sua voce si incrinò quando parlò.

"Verrò ugualmente con te, mia signora. Ma temo i Ka-Ranta. Già una volta hanno tentato di aggredirmi e non credo di poterti difendere se ci attaccassero ancora".

Wal non vide la reazione della donna, però aveva parlato sincero, aveva detto quello che pensava e la cosa parve toccare la sensibilità di lei.

Aveva parlato come un uomo del Nord che voleva prendersi cura della donna con cui si trovava, ma solo dopo averlo fatto si rese conto di quanto sciocco fosse stato. La paura aveva parlato per lui, perché se soltanto avesse pensato prima di farlo, si sarebbe ricordato con chi era.

La Grande Madre, era lei la Padrona della foresta, lei comandava sulla Guardiana e sul suo territorio. Lui era soltanto un ragazzo a cui avevano affidato una responsabilità più grande di lui. Ma così gli avevano insegnato Alfons e Neko. Così si usava parlare tra i Vareghi ed era questo che si sentiva in quel momento. Un Varego. Un uomo del lontano, freddo Nord.

Questa prorompente consapevolezza e il ripensare a quei due uomini che appartenevano al suo passato lo riempì di fiducia. Ambedue gli avevano insegnato ad accettare il destino, senza mai piegarsi davanti alla difficoltà. Si poteva essere destinati a qualcosa, ma non succubi a esso.

Si rese conto di essere stato sciocco a dire quello che aveva detto, ma ritrovò dentro di sé la fierezza dei suoi natali. Per la prima volta da ché era giunto tra quella gente, si sentì fiero di appartenere a qualcosa.



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