11d) TERRE MOLLI
Non aveva colto tanti sorrisi compiacenti nei suoi riguardi, quella era gente determinata, fiera di quello che era e desiderosa di mantenersi tale. Forse le parole di Neko li aveva assoggettati, ma non erano bastate a farlo accettare da tutti loro.
Per il momento era un ospite, niente di più.
Persino Ranuncolo, sebbene godesse di un certo ascendente nella loro comunità, era stato apertamente contestato nella sua scelta di accompagnarlo come servitore. Lui stesso sembrava essere stato preso alla sprovvista da quella reazione che non si aspettava.
Si era reso subito conto che quelle persone erano ben diverse dai Ratnor e dai Sednor a cui si era abituato nei villaggi.
Non pensava soltanto alle deformità che portavano impresse nelle carni e alle quali non era preparato. Era proprio il modo in cui si ponevano davanti a un problema, che era totalmente diverso.
Da quello che aveva visto, qui tutti potevano esprimere la loro opinione liberamente: positiva o negativa che fosse poco importava, gli altri la rispettavano.
Scorza stesso, per quanto più deciso dei suoi compagni, aveva accettato l'opinione della maggioranza quando aveva visto che non lo seguivano più.
A Wal risultava difficile credere che appartenessero alla medesima gente che aveva incontrato nelle ultime lune.
Come Varego aveva provato subito un'istintiva simpatia nei loro confronti. La dura fierezza che aveva visto scintillare in più di uno sguardo gli ricordava qualcosa che l'aveva reso altrettanto fiero nei suoi primi anni di vita: i tratti migliori della sua gente, quelli che rendevano i Vareghi differenti da tutti gli altri uomini ovunque arrivassero e li velasse di un duro alone di rispetto. Riuscire dove nessun altro poteva; l'assoluta, totale certezza di sapere chi erano, li rendeva unici. Ecco, i Tumbà apparivano così ai suoi occhi.
E questa consapevolezza, nonostante vivessero nella medesima zona dei Perfetti, li rendeva completamente diversi da loro e dai Sednor che li servivano nei villaggi.
Ranuncolo medesimo, arrivando a contatto con loro, aveva gettato via il travestimento umile e dimesso che adottava come Sednor e si era trasformato in Setmin.
Anche Dan della Palude, che ora guidava con passo sicuro tutta quella gente attraverso gli acquitrini, pur essendone il capo, non aveva parlato, non aveva espresso nessuna opinione, personale o meno che fosse. Li aveva lasciati liberi di scegliere.
Aveva atteso che la maggioranza esprimesse il proprio parere e poi ne aveva preso atto. All'apparenza faceva quello che doveva e non quello che voleva, come invece aveva fatto per secoli Flot. Wal era certo che se la maggioranza dei Tumbà presenti avesse dato ragione a Scorza piuttosto che a Neko, lui e il suo orso sarebbero stati meno amichevoli nei suoi confronti.
Eppure, vedendo la preoccupazione dipinta sui volti di Ranuncolo e Neko, nonostante un pericolo reale fosse stato presente, lui non si era mai sentito, nemmeno per un solo momento, veramente minacciato da quella gente. Aveva la certezza che alla fine l'avrebbero accettato, così come era certo che Aldaberon gli avesse ricordato al momento giusto le cose più adatte da dire e da fare. In fondo quelle persone avevano reagito violentemente soltanto quando avevano sentito parlare della sua parentela con Flot, non prima.
Aveva avuto la netta sensazione che tutto l'odio che avevano dimostrato andasse soltanto verso Flot e non verso di lui o verso suo nonno. E poi quella gente discendeva da Walpurgis. Come i Ratnor e i Sednor, i Tumbà erano frutto delle scelte che quell'uomo aveva fatto durante la sua vita e ora lui ne portava il nome. Nessun altro per quell'anno avrebbe avuto quel privilegio. Lui e lui soltanto poteva carpire l'importanza di tutti i segnali che si stavano manifestando in ordine sparso, apparentemente senza legame alcuno l'uno con l'altro.
Finalmente sentiva l'importanza della sua missione, benché mai l'avesse desiderata. Ora sentiva che se un giorno avesse voluto essere finalmente libero, doveva capire il profondo legame che aveva unito suo nonno e Walpurgis quando erano in vita.
Doveva carpire i loro segreti dove poteva trovarli, ovvero nell'unico luogo dove sapeva che potessero essere: Il Libro delle Foglie.
Non vedeva l'ora di poter finalmente leggere quello che c'era scritto su quelle pagine, adesso che sapeva che era stato scritto dal suo avo e dall'uomo di cui portava il nome.
Entrambe le persone di cui aveva portato i nomi, si trovavano su quelle foglie.
I loro pensieri, le loro speranze, forse erano lì a portata di mano. Per la prima volta da quando Salende glielo disse, sentiva l'importanza di quello che poteva voler dire per lui una cosa simile, che di ambedue portava i pesi.
Di ambedue quegli uomini riviveva il destino che li aveva portati a incontrarsi un giorno in riva al fiume. Eppure di entrambi non era che un'ombra passeggera, un bruco che chiuso nel proprio bozzolo, attendeva per rinascere farfalla. Di entrambi riviveva le gesta per la salvezza di quella gente che ancora sospettava di lui e di entrambi ancora non sapeva molte cose. Eppure era convinto che ambedue lo volessero lì in quel momento.
Lo sentiva e ne era certo come il fiato che sentiva scorrere dentro i polmoni. Aldaberon e Walpurgis gli erano amici e uniti gli avrebbero fornito le risposte di cui aveva bisogno per distruggere Gioturna e portare in salvo la loro gente.
Lui, Aldaberon e Walpurgis, uniti e insieme: un'unica cosa.
Tre facce della stessa moneta, di cui lui rappresentava lo spessore, la solida componente materiale.
Nel momento stesso che lo pensò, capì senza ombra di dubbio che quella era la cosa giusta, l'unica, la soluzione che avrebbe potuto toglierlo dai guai in cui si trovava. Sapeva che quella era la risposta, il legame che fino ad allora gli era sfuggito, quello che l'avrebbe potuto riportare a casa. Un tuono improvviso, violento sopra le loro teste, lo strappò ai suoi pensieri facendolo sobbalzare. Assorto come era, nemmeno si era accorto che il tempo era cambiato e il cielo si era riempito di nuvole gonfie di pioggia. Entro breve avrebbe piovuto.
Difatti, dopo nemmeno una manciata di minuti un violento temporale estivo li colse allo scoperto. Wal non era abituato a sentirsi bagnare il volto da una pioggia estiva insistente e tiepida e subito ne fu felice. Estasiato lo accolse senza timore.
Quel contatto lo riportò lontano, al suo mare, a quanto gli mancava il suo odore e il suo suono costante. Poi con nostalgia ripensò a Vandea che non gli apparteneva più, ad Alfons che l'aveva abbandonato per sempre, alla sua esistenza spensierata di bambino che si era conclusa improvvisamente quando sua madre era scomparsa dalla sua vita; alla possibilità che almeno lei potesse ricomparirvi, così, inaspettatamente come quando ne uscì. Desideri, speranze vane, forse, che si confusero con fugaci lacrime amare. Se ne rendeva perfettamente conto. Temeva di illudersi per poi soffrire ancora.
Poi, capendo quanto tutto questo potesse soltanto portargli del dolore, abbassò il capo e lo coprì con il cappuccio del mantello Tumbà. Quasi che in quel modo potesse chiudere la porta ai ricordi che lo tormentavano, si deterse l'acqua dal volto.
Fu un gesto veloce, rabbioso, disperato, che sperò fosse passato inosservato: che senso aveva sperare ancora.
Camminarono a lungo sotto quella pioggia battente. In silenzio il giorno divenne grigio e scuro. Quello che inizialmente era un temporale estivo divenne pioggia costante, ma lui e i suoi amici, avvolti e coperti da quei mantelli fatti d'erba, benché grezzi e sgraziati, rimasero all'asciutto.
Ne apprezzarono la fattura e l'impermeabilità. Nemmeno una goccia pareva passare attraverso quelle fibre e, nel silenzio dell'acquitrino, il ronzio battente della pioggia coprì il rumore dei loro passi, rendendo perfetto il loro mimetismo.
Al pari di una colonna di fantasmi i Tumbà comparivano dal nulla, allontanandosi poi come se mai fossero esistiti.
Di una moltitudine che erano, soltanto una traccia profonda restava nel terreno umido. Andarono avanti per ore senza mai fermarsi e il loro incedere divenne ipnotico e sonnolento. Nel ronzio della pioggia, il ticchettare delle gocce sul mantello e il dormiveglia che lo colse, Wal non seppe dire quanto tempo passò dalla loro partenza, ma a un certo punto avvertì nell'aria una vibrazione che non tardò a riconoscere come il lento e possente scorrere del fiume nel suo letto.
Era ancora lontano, eppure nel sentirlo il cuore gli diede un sussulto.
Ebbe la sensazione di aver chiuso un cerchio.
Temeva e desiderava questo momento da settimane e ora era arrivato. Come era sparito era ricomparso. Era tornato al punto di partenza, da dove la sua nuova esistenza aveva avuto inizio.
Era quello stesso fiume in cui per poco non si gettò spinto dalle interferenze dell'Infame e dal quale si allontanò di pochi passi prima di pugnalarsi. Automaticamente si portò una mano sul petto, all'altezza della ferita che si era inferto con le sue stesse mani: la carne, dove si era formata la piaga, sembrava pulsare al ricordo di quei momenti e gli doleva come non faceva da mesi. Non poteva essere un caso, era sicuro che fosse stato suo nonno a riportargli alla mente quelle sensazioni, ma lui ora non era più Aldaberon il Sanzara, non era più la medesima persona che passò accanto a quel fiume mesi prima. Quella persona era morta e ora si chiamava Walpurgis, portava il nome di un uomo che visse quelle sponde come una benedizione dopo essere fuggito dalla sua terra. Una benedizione di nuova vita e di nuove speranze, per sé e per la gente che lo aveva seguito. Era un'altra persona e non aveva senso temere di raggiungere ancora le sponde di quel fiume.
Doveva pensare a quello che avrebbe potuto dargli: il Libro delle Foglie, i suoi amici, Neko, forse sua madre. Una parte della sua vita, del suo passato, era celato da quelle acque.
Con il cuore in tumulto, dopo un lungo tragitto tra cespugli e stagni, raggiunsero il Sardon e vide che Dan, in cima alla fila, svoltava a destra seguendo la riva nella direzione della corrente, proprio come aveva detto Ranuncolo.
Il pomeriggio era già inoltrato.
Benché le nuvole scure e cupe rendessero impossibile capire l'ora, sapeva che non poteva mancare molto all'arrivo.
Ormai avrebbero già dovuto incontrare Gioturna, invece non ne vedeva traccia. Nessuna siepe era in vista. Se non l'avessero attraversata in tempo avrebbero passato la notte all'aperto e con quella pioggia che non accennava a smettere, la prospettiva non era allettante. Eppure sembrava l'unico a preoccuparsi.
Dan procedeva deciso come sempre e tra i Tumbà non si levavano lagnanze.
Forse stava esagerando, l'agitazione gli stava giocando un brutto scherzo. Per quanto non avesse visto segni di siepi di protezione, sapeva che i villaggi di quella gente non distavano mai più di un giorno di marcia l'uno dall'altro e i Ratnor, come aveva già ben capito, non amavano le novità.
Confidò nell'esperienza di Ranuncolo e in quella di Dan e scrollò le spalle.
Aveva già altre cose a cui pensare. Il fiume, l'attirava e lo chiamava.
Vide che in quel tratto la riva lambita dalle acque era bassa e ghiaiosa, diversa da come l'incontrò la prima volta, ma ugualmente lo riconobbe subito.
Era lui, proprio come se lo ricordava, nonostante i riflessi rossastri fossero resi grigi dal maltempo.
La riva opposta si confondeva nella foschia della pioggia che non accennava a smettere di scendere violentemente.
Nelle acque torbide e giallastre galleggiavano rami e alberi interi risucchiati nella corrente dal limo denso che ribolliva nell'alveo e non poté impedirsi di pensare che nemmeno un anno prima avrebbe potuto essere il suo cadavere a galleggiare in quelle acque.
Era immenso e splendido. Scorreva placido e imperturbabile, nulla sembrava poter modificare il suo corso. Eppure quante volte Wal aveva visto il suo mare, su al Settentrione, da tranquillo e piatto trasformarsi in poco tempo in una furia incontenibile.
Ogni Varego che aveva perso un amico o un parente in mare sapeva che dentro quell'apparente calma vi era tanta potenza da sconvolgere tutta quella foresta, se solo si fosse scatenata.
A malapena, parandosi gli occhi dalla pioggia, poteva scorgere gli alberi che correvano lungo la riva opposta e si chiese come poteva essere camminare da quella parte. Rallentò.
Lo spirito Varego sempre inquieto lo spinse a desiderare di andare a vedere, ma subito il pensiero gli andò ai nemici di Walpurgis e non poté fare a meno di domandarsi se fossero ancora là ad attenderlo, come un tempo avevano promesso.
Poi, spinto in avanti da Fredrik che non voleva essere lasciato indietro dai Tumbà, dovette procedere. Avrebbe voluto fermarsi per aspettare Neko, voleva domandargli se sapeva qualcosa di quella gente misteriosa che aveva aggredito la Terra dei Vitelli tre secoli prima, ma già veniva condotto oltre e la colonna dei Tumbà deviava ancora, seguendo il passo sicuro del Capo fila e del suo orso.
Si inoltrarono di nuovo nell'acquitrino, allontanandosi dal fiume che scomparve coperto dai cespugli di canne e da fanghiglia viscida e umida che a tratti ricopriva la ghiaia.
Ma prima che scomparisse del tutto, Wal fece in tempo a vedere che in distanza le rive curvavano verso destra e rientravano verso la foresta, senza dubbio a formare l'ansa che aveva visto mesi prima dall'alto, quando la sua anima visitò il Mondo degli Antichi Padri.
Aveva ancora chiara quell'immagine come se l'avesse vista il giorno prima e anche se non conosceva quelle terre, grazie a essa avrebbe potuto orientarsi agevolmente.
Senz'altro in quel ricordo così vivido ci doveva essere lo zampino di suo nonno. Sorrise al ricordo del loro primo incontro, seguitando a mettere un piede dietro l'altro.
Ancora era lì a ricordarsi di quell'avventura, quando un brivido gelato gli corse dal basso in alto lungo la schiena, lo colpì al volto con la forza di uno schiaffo e lo svegliò.
Come all'imbrunire un coniglio sorpreso da un rumore, si mise all'allerta. Annusò l'aria.
Il cuore accelerò, un'ansia improvvisa lo colse, un'aspettativa assurda e incomprensibile lo spinse ad andare avanti, ad allungare il passo e a uscire dalla colonna ordinata dei Tumbà. Non sapeva cosa, non sapeva come e perché, ma sapeva che se non fosse andato avanti in fretta, il cuore avrebbe potuto anche scoppiargli nel petto.
Una vibrazione, un segnale irrazionale e folle, lo chiamava, lo spingeva a seguirlo.
Da chi arrivava, da dove, non lo sapeva, doveva soltanto seguirlo.
Con uno scarto improvviso uscì dalla fila.
"Hei, dove vai!" sentì che gli gridavano dietro Fredrik e Thorball, ma non gli badò.
"Aspetta, veniamo con te!" gli parve di udire ancora, tuttavia non era più sicuro di nulla. Accennò a un rapido assenso con il capo, non curandosi se potesse essere visto da sotto il cappuccio e proseguì allungando il passo
Poco alla volta superò il Tumbà che aveva davanti, poi il successivo e quello dopo ancora, costeggiandoli e rischiando di scivolare a ogni passo nel fango dell'acquitrino.
Tra i Tumbà nessuno tentò di fermarlo.
Non un suono o un mugugno uscì dalla colonna, nemmeno quando incespicò sul fondo cedevole della ghiaia.
I componenti della colonna proseguirono a passo uniforme e monotono quasi che lui non esistesse.
Uno a uno se li lasciò indietro, percependo appena il rumore della ghiaia smossa dai passi dei suoi amici dietro di lui.
Quando la colonna piegò decisa verso la palude, ben presto la sponda ghiaiosa degradò in un tappeto di erba pesante, lunga e fibrosa, fittamente intrecciata su se stessa e tanto zuppa d'acqua da esserne gonfia come una spugna.
Dopo pochi passi Wal ebbe l'impressione di galleggiare su di un otre.
La spessa coltre erbosa cedette sotto il suo passo, dandogli l'impressione di camminare sospeso sull'acqua sulla quale galleggiava. Perse l'equilibrio. Per poco non si ritrovò a camminare sulle ginocchia. Allargò le braccia e cercò un equilibrio che tardò a venire.
Sulle prime ebbe l'impressione di cadere a ogni passo, poi la sua natura Varega ebbe il sopravvento. I lunghi mesi trascorsi sulle navi gli fecero ritrovare l'equilibrio.
I suoi piedi ridivennero saldi, il suo passo ritornò istintivamente sicuro. Alle sue spalle sentì i versi sguaiati dei suoi amici che ridevano di lui.
Avevano guadagnato terreno, gli stavano attaccati alle calcagna.
"Impressionante, vero?" gli diceva Thorball "Queste Terre Mobili sono come un mare in tempesta!".
"Non ti ricordano casa?" gli fece eco Fredrik . Non gli rispose.
Quando arrivò all'altezza di Dan, lui e il suo orso si voltarono appena a guardarlo mentre li oltrepassava come una furia. Nemmeno tentarono di fermarlo e lo stesso fecero quando accanto a loro passarono gli altri due Vareghi.
I tre amici ben presto si lasciarono alle spalle la colonna e proseguirono ancora sulle Terre Mobili, fino a quando non giunsero in vista di una distesa d'acqua ampia, poco profonda e torbida di limo, dalla quale spuntavano folti cespugli di canne.
Il fiume aveva invaso quella zona pianeggiante espandendosi fino alla riva erbosa, corrodendola poi alla base e scalzandola dal di sotto.
La particolare natura intrecciata dell'erba evitò che la terra fosse portata via, trasformandola poco alla volta in terre mobili.
Stormi di uccelli volavano in tondo sui Tumbà prima di atterrare nelle basse acque in cerca di cibo.
Altri già immergevano eleganti e lunghi colli alla ricerca di pesci e crostacei, senza nemmeno badare ai tre giovani.
Al limitare delle Terre Mobili, dove l'acqua bassa e lenta dell'acquitrino permetteva la navigazione, delle imbarcazioni piatte e dalla prua leggermente curva erano spiaggiate mezzo a riva e mezzo in acqua.
Scure e basse, con sponde diritte, Wal ne contò almeno una decina, tutte allineate una di fianco all'altra.
E davanti a esse, riparata dalla pioggia insistente da un mantello Tumbà, c'era una figura che emergeva dalla foschia come un fantasma. Gocciolava acqua da ogni fibra del mantello, non si muoveva, attendeva paziente rivolta verso i nuovi arrivati. Il cappuccio tirato avanti per riparare il volto non lasciava vedere chi ci fosse sotto, ma quando vide quella figura stagliarsi davanti a sé, a Wal si strinse il cuore. Si fermò di botto, a pochi passi dalle barche.
Subito al suo fianco sentì la presenza di Thorball e di Fredrik.
Uno per lato, lo incoraggiarono piano.
"Vai" gli disse sottovoce Thorball.
"Noi ti aspettiamo qui" mormorò Fredrik e a Wal, nel sentire le loro voci, vennero i brividi.
Non voleva crederci, non osava sperare.
Con passo incerto si fece avanti e si diresse verso quella figura immobile.
Nella pioggia battente, lento si abbassò il cappuccio e si fermò.
Aveva il cuore in tumulto, l'ansia lo divorava nell'attesa.
Per qualche istante non successe nulla, tutto rimase immobile e sospeso.
Poi, lenta e maestosa, la figura si mosse e avanzò, fermandosi a un passo da lui. Due mani gentili e affusolate spuntarono da sotto il mantello, afferrarono il cappuccio e lo tirarono indietro.
Il volto che ne comparve, gli occhi, i capelli che presto si inzupparono di pioggia, fecero temere a Wal di sognare, eppure sapeva che era sveglio.
Era vero, allora.
Davanti a lui c'era sua madre, Lilith della Foresta!
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