11c) TUMBA'
Fu la volta di Ranuncolo a prendere la parola. Con una solennità che non gli aveva ancora visto, disse rivolto a tutti :
"Il Popolo degli Esclusi accetta che il Gopanda-Leta dei Perfetti risieda per la Luna Perduta nel suo villaggio? Esprimetevi tutti, senza vergogna".
Wal lo guardò affascinato. Come era diverso ora, da quel primo, veloce incontro avuto il giorno del suo matrimonio con la Grande Madre. All'epoca non era che un servo, umile e devoto. Se in quel momento quell'uomo dimesso dagli occhi di due colori era riuscito a incuriosirlo, ora intuiva che quello che vedeva accanto a sé era il vero Ranuncolo, fiero e rispettato tra la sua gente. Quello che per mesi aveva solamente sospettato, alla fine si palesava.
Dagli ultimi ranghi si levò forte una voce.
"Il Setmin lo accompagna dall'inizio del viaggio del Nostro Signore Celeste, lo conosce meglio di tutti noi. Ci dica lui, se è il degno erede oppure se non lo è, perché altri hanno promesso, ma nessuno ha mantenuto, fino a ora".
Qualcuno sorrise, alcuni mugugnarono assentendo.
Wal si voltò a guardare chi fosse stato a parlare e nell'ultima fila riconobbe un uomo avanzare. Era stato lui a pronunciare quelle parole e ora si stava facendo spazio tra chi lo precedeva per venire avanti. Le sue parole incontrarono il consenso di parecchi dei presenti. Wal vide molti annuire, aspettando attenti la risposta di Ranuncolo, che parve sorpreso quanto lui. Anche Wal era curioso di sentire quello che avrebbe detto.
"Quello che tu mi chiedi, non è corretto, Scorza, e lo sai anche tu" fece il Setmin venendo avanti di un passo "Dovete essere voi ad accettarlo, come sempre è stato fatto. È la regola".
"Le altre volte tu eri in mezzo a noi, ora sei al suo fianco e gli fai da servo. Questa non è la norma" ribatté l'uomo.
Arrivato alla prima fila si fermò. Era anziano e una cicatrice bianca gli attraversava la fronte da parte a parte. La pelle del volto era rugosa e cadente. A Wal quel volto non era nuovo.
"Ci è giunta voce che grandi cose stanno succedendo, cose strane... " aggiunse Scorza lanciando un'occhiata verso Neko "... cose che da Tumbà forse non ho diritto di capire, però se questo giovane è chi la foresta dice che lui sia, noi abbiamo diritto di sapere chi ospitiamo".
Questa volta le voci di assenso furono molte di più. Nessuno rise o mugugnò.
Perfino Dan e il suo orso si fecero attenti.
Ranuncolo rimase colpito dalle parole di Scorza. Probabilmente non era così che si era immaginato che avrebbero dovuto andare le cose. Si voltò a guardare Dan, il Capo villaggio, poi Neko rimasto fino a quel momento in silenzio. A un suo cenno, Ranuncolo proseguì.
"Hai ragione quando dici che grandi cose stanno succedendo, Scorza. Altre ancora ne potrebbero succedere, cose che nessuno di voi potrebbe mai immaginare. Durante questa Luna Perduta, potrebbe avverarsi quello che aspettiamo da tanto tempo invano".
Immediatamente si sollevarono commenti sorpresi da quella piccola folla nella foresta. Ranuncolo attese che lo stupore delle sue parole si calmasse, poi riprese:
"Io non so cosa la foresta dica su questo giovane, ma vi dico che ho avuto l'onore di accompagnarlo nel suo compito di Padre di Tutti e posso asserire che sino a ora si è fatto onore...".
La folla rumoreggiò, obbligandolo a fermarsi. Risatine e commenti pronunciati sottovoce, fecero intuire a Wal di quale onore parlasse Ranuncolo e si sentì un poco a disagio davanti a quegli occhi maliziosi e sorridenti, ma si obbligò a reggere i loro sguardi con distacco, quasi che la cosa non lo riguardasse. Di nuovo Ranuncolo attese che gli animi si calmassero prima di proseguire:
"... si è fatto onore come tanti prima di lui in passato, ma al contrario di chi l'ha preceduto ha visto e sentito cose ad altri proibite. La Grande Madre ha fiducia in lui, così come le Yaonai e le Postulanti. Ha sbagliato, sicuro, come tutti, però ha saputo correggersi. Inoltre discende direttamente dal Grande Maestro del Sole, il padre di Flot di Yasoda...".
Nell'istante stesso che Ranuncolo pronunciò il nome del suo amico, Wal vide l'astio, l'odio, scintillare negli occhi della gente che aveva di fronte. Il Sednor aveva commesso un grave errore a nominarlo. Nessuno escluso, tutti inveirono contro di lui. Decisamente Flot non era amato da quelle parti. Alcuni sputarono in terra, altri si impettirono indignati nel sentirlo nominare.
Quando gli animi si furono placati, il vecchio Scorza replicò, con in bocca ancora il disgusto che quel nome gli provocava:
"Questo per te sarebbe un onore? Una vergogna, semmai!".
Vari commenti negativi accompagnarono le parole del vecchio, questa volta. L' animo della folla fluttuava in modo pericoloso. Le cose stavano volgendo al peggio. Ranuncolo fece ancora per ribattere, ma fu bloccato da Neko che gli posò una mano sul braccio. Benché sorpreso dall'interruzione, il Sednor si zittì, chinò la testa e fece un passo indietro. Neko si fece avanti, tenendo lo sguardo fisso sul vecchio.
"Voi tutti sapete chi sono!" disse con voce stentorea che fece chinare il capo a molti di coloro che poco prima dissentivano. Fu soddisfatto della cosa. Era un buon inizio.
Scorza dava voce a un dissidio che andava avanti da tempo, ormai, ed era arrivato il momento di chiarirlo. Neko sapeva di aver bisogno di tutta la sua autorevolezza per ricondurli alla ragione. Erano giunti a un punto tale in cui ogni cosa poteva assumere un'importanza enorme per quella gente, compresa la sua presenza presso di loro.
Sapeva che i Tumbà del villaggio lo ascoltavano. Ma se di una cosa era certo, era che tutti, Scorza compreso, lo rispettavano. Ed era su questo che faceva affidamento in quel momento. Per aumentare l'effetto delle sue parole, li fissò negli occhi uno per uno, riducendoli al silenzio. Quando fu certo di aver attirato su di lui l'attenzione di tutti, ricominciò a parlare lento e uniforme, lasciando trasparire una certa irritazione nella voce:
"La vostra Signora mi ha riconosciuto e benedetto davanti a tutti voi. Ora vi dico che questo giovane è stato mio allievo e pupillo per sette lunghi inverni del Nord, prima di arrivare fino a voi. Se io, come avevo promesso, sono tornato, anche lui può essere chi la leggenda dice, non credete? Io dico, dategli fiducia e molte cose potrebbero succedere. Negategliela e forse perderete l'unica possibilità che mai avrete per uscire dal fango in cui vivete".
Scorse lo sguardo su tutti coloro che aveva davanti. Li aveva in pugno, lo sapeva. Glielo leggeva negli occhi. Fece una pausa per vedere l'effetto che avevano avuto le sue parole, poi terminò, pronunciando lentamente, per aumentarne l'effetto:
"A voi la scelta" , prima di tornare al fianco di Wal.
Come aveva sperato, vide che aveva toccato i tasti giusti. Lentamente i Tumbà si scambiarono sguardi timorosi tra loro, quasi fossero bambini colti in fallo. Nessuno rise, commentò o fiatò. Solo Scorza rimase ritto, a sostenere lo sguardo dei tre uomini che aveva davanti. Annuì piano, indifferente agli umori mutevoli della sua gente. Sapeva di aver perso. Non c'era più astio nella sua voce, i suoi occhi erano limpidi di speranza, quando parlò per primo. Sorrise, mettendo in mostra una bocca con un sorriso sbilenco.
"Così sia, allora" disse guardando ora Wal, ora Neko "Per quanto riguarda me, Setmin, il Gopanda-Leta può entrare".
Lentamente arretrò, accennò a un inchino e fece per allontanarsi, quando Wal lo fermò.
Nel momento in cui ne vide il sorriso Wal finalmente lo riconobbe. Nonostante l'avesse visto con la mente annebbiata dalla birra, la cicatrice sulla fronte e quel sorriso particolare glielo riportarono alla mente in modo chiaro.
"Ma io ti conosco" disse all'uomo, che lo guardò sorpreso:
"Hai cantato il giorno delle mie nozze. Ho molto apprezzato la tua voce e la tua musica, Scorza" .
"Ti ringrazio delle tue parole. Da quando sono stato cacciato da Flot non ho più cantato per nessuno, ma se lo vorrai lo farò ancora per te. Hai buona memoria vedo, Leta" gli rispose Scorza.
"Spero che non sia l'unica tua qualità. Ti saluto, mio signore" aggiunse malizioso.
Detto questo si voltò e, così come prima era venuto avanti con decisione tra la folla, ora scomparve dietro a essa, lasciandola senza capo a cui fare riferimento. Non sapendo fare altro e non avendo altre idee, uno alla volta i Tumbà, a cominciare dal giovane dal labbro leporino, diedero il loro assenso a Wal.
Poteva entrare nel Villaggio della Luna Perduta. Al suo fianco, sia Ranuncolo che Neko tirarono un sospiro di sollievo.
Anche Dan annuì soddisfatto e diede un violento scrollone alla testa dell'orso che si era appisolato. Era l'unico che fino a quel momento non si era espresso in attesa dell'esito della riunione. E anche allora era difficile dire se fosse felice o meno, ma una leggera increspatura attorno alla bocca poteva essere un sorriso.
Imprimendo un movimento rapido al polso fece schioccare le pietre. Nella foresta risuonò il rumore secco e, dando uno strattone deciso alla corda, fece alzare l'orso che lo seguì docile.
Poco alla volta, tutti i Tumbà lo seguirono. Wal si voltò verso Fredrik e Thorball, fermi e silenziosi alle sue spalle. Non avevano fiatato per tutto il tempo. Probabilmente non avevano capito una sola parola di quello che era stato detto, eppure erano stati al suo fianco come un tempo. Sorrise a tutti e due.
Thorball, in Varego gli chiese:"Tutto a posto?" lui gli fece cenno di sì.
Fredrik, con l'alfabeto dei gesti, gli disse rapido: "Mi sei mancato".
Allo stesso modo gli rispose lui, attirando l'attenzione di Ranuncolo. Il Sednor scambiò rapido uno sguardo con Neko ed i due si sorrisero.
Meravigliando i giovani Vareghi, il Setmin si pose davanti a loro, mosse rapido le mani e con pochi e precisi gesti, nel medesimo alfabeto, fece comprendere a tutti e tre:
"Seguitemi, è ora di tornare a casa".
Neko sorrise davanti al loro stupore. Quando Wal fece per chiedergli spiegazioni, lo bloccò alzando una mano.
Utilizzando anche lui il codice dei segni, gli disse:
"Non ora, dopo, al villaggio".
Camminando di buon passo, ben presto la colonna dei Tumbà arrivò in una zona della foresta diversa da quelle che Wal aveva visto fino ad allora. Gli alberi diradarono via via divenendo dapprima radi e sparsi, poi piccoli e malaticci. Quei pochi che riuscivano a mettere radici, crescevano storti e contorti, asfissiati da un terreno zuppo d'acqua. Poco alla volta ogni essenza venne sostituita da fitti canneti del medesimo colore degli indumenti dei Tumbà. Il terreno su cui gli uomini camminavano era pesante, rimbombava sotto i loro piedi e spesso era allagato da acquitrini stagnanti e puzzolenti. I primi che incontrarono ricordarono a Wal la zona paludosa molto più a Nord, dove salvò la vita a sua madre. Però ben presto notò che diversamente da quella palude dove tutto era marcio e decomposto, in questa vi era, seppur monotona, una vegetazione fitta e rigogliosa.
Sembrava che in quella zona non crescesse altro che dell'erba folta, alta due volte un uomo, dalle lunghe foglie lanceolate, che alla cima portavano un pennacchio di piumini rosa che volavano via al minimo soffio di vento. I Tumbà si muovevano silenziosi e rapidi in mezzo a essa seguendo in fila indiana Dan e il suo orso. Ognuno posava il passo dove l'aveva posato chi lo precedeva, in modo che passata la colonna, sembrasse che un solo uomo e un orso avessero camminato in quei luoghi. Nessuno di loro parlava o fiatava. Anche gli anziani seguivano senza lamentele il passo imposto dall'uomo dell'orso, camminando a testa bassa, attenti a dove appoggiavano i piedi e a non fare rumore. Sembravano fantasmi che si muovessero furtivi nella boscaglia. Con i mantelli d'erba intrecciata e con i cappucci alzati a coprirli completamente, si confondevano talmente bene con l'ambiente da essere invisibili dietro ai cespugli.
All'inizio della marcia, benché anche i tre Vareghi disponessero dei medesimi indumenti, fecero più rumore di una mandria di bufali selvatici. Erano indisciplinati e ribelli. Camminavano a testa scoperta ed affiancati, spostandosi in fila indiana soltanto quando i passaggi si facevano stretti. Anche se nessuno fiatava, i Tumbà li fissavano irritati e indispettiti. Nonostante Neko e Ranuncolo li invitassero a fare silenzio e a camminare svelti, spesso ridevano godendo semplicemente del piacere di stare insieme. In quel momento non avevano bisogno di altro. Si erano ritrovati e questo bastava. Ma tutto questo durò poco, perché la fretta di andarsene ben presto prese il sopravvento. Inoltre Wal si fece scuro in volto. Il timore di Karahì e il desiderio di incontrare ancora sua madre, lo portarono poco alla volta a essere taciturno e il suo cambiamento d'umore influenzò anche quello dei suoi amici. La felice scampagnata iniziale si trasformò in qualcosa di serio, in cui ognuno aveva qualcosa a cui pensare. Poco alla volta, senza nemmeno che se ne accorgessero, scuri in volti e persi in pensieri segreti, anche loro si misero a camminare uno dietro l'altro facendo ben attenzione a dove posavano i piedi.
Al pari dei Tumbà smisero di ridere, di mugugnare e lamentarsi.
Sia Fredrik che Thorball erano rimasti colpiti dal nome che Wal aveva pronunciato a fil di labbra, sibilandolo quasi fosse una bestemmia. L'avevano sentito con terrore e li aveva riportati ai racconti dell'infanzia, alla paura del buio e dell'uomo di ghiaccio che li avrebbe portati via se non avessero dormito. Quel nome che soffiava gelato come il vento del Nord a un Varego ricordava troppo da vicino la strega del ghiaccio, per non temerlo. Sapeva di freddo inverno, di fame e di stenti. Con esso sarebbe giunto il bianco della neve, il gelo, il timore di non sopravviverle e i lutti.
Questo gli avevano insegnato fin da quando li immersero nell'acqua gelida del disgelo: a controllare le proprie paure.
Quelle da cui scappare per non doverle controllare davanti a estranei che non avrebbero capito quale terrore ancora incutevano. Per timore che qualcuno potesse accorgersi che in fondo, ora come allora, ancora quella strega li terrorizzava. Anche senza parlarne, Wal e i suoi amici provavano le medesime emozioni e paure. In più lui temeva i Tumbà. Temeva che avessero visto la sua paura, quella che si sente nell'aria e si annusa attorno a chi non riesce a controllarla. Sapeva da certi sguardi obliqui che, cercando di non farsi notare troppo, lo controllavano.
Non si fidavano ancora di lui, lo spiavano nonostante fosse il loro Gopanda-Leta.
D'altronde, come non capirli?
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