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4a) RANUNCOLO

Poco alla volta gli ritornarono alla mente i festeggiamenti, i balli, i canti, le risate, il cibo, la birra... soprattutto la birra: quanta birra era passata dalla sua gola allo stomaco, ieri.

Ieri, o era una settimana fa? Non lo sapeva.

Il solo pensiero della birra lo disgustava, gli stringeva la bocca dello stomaco come una mano che strizzava, strizzava, strizzava violenta. Troppo tardi si accorse del fiotto che gli risalì fino in bocca. Fece appena in tempo a voltarsi che vomitò in terra tutto il divertimento del giorno precedente. La testa prese a pulsargli. Le tempie premevano tanto che dovette stringerle tra le mani per tentare di farle smettere. Si distese, dopo un po' la testa sembrò dargli un attimo di tregua.

Si rilassò abbassando le braccia: da una parte immerse la mano nel suo vomito, dall' altra l'appoggiò sulla fiancata della nave... NAVE! Nel mio letto! Disgustato per la mano lorda di vomito e stupito per la presenza estranea nel letto, si alzò di scatto.

Messosi a sedere, le tempie ripresero a martellare implacabili. La mano sporca di vomito portò l'odore nauseante al naso, gli prese ancora lo stomaco e un nuovo conato l'obbligò a sporgersi ancora dal letto.

Si obbligò a riprendere un minimo di controllo sui suoi movimenti, lentamente inspirò ed espirò un paio di volte, non troppo forte però, altrimenti ricominciamo, si disse, e lentamente, con cautela questa volta, riaprì gli occhi. La luce del sole, la stanza attorno a sé, il letto grande nel quale si trovava, presero forma.

Le quattro colonne attorno al letto gli ricordarono qualcosa, un filo di luce alle spalle, il sottile ramoscello con le foglie appena sbocciate e verdissime, rese trasparenti dalla luce del sole che le attraversava. Il suo corpo completamente nudo, il bracciale di capelli stretto sotto l'ascella. Appena un po' più in là nel letto, scorse i fianchi di una donna che dormiva dandogli la schiena, i lunghi capelli gialli sciolti a coprirla fino ai piedi. Non ne vedeva il volto, ne percepiva appena il respiro calmo e regolare. Seguendo la linea del suo corpo sentì la struggente nostalgia della nave del sogno, per poi chiedersi di quale nave stesse parlando.

Ma fu solo un momento. Si dimenticò tutto e il passato tornò nella nebbia. Un fruscio alle sue spalle lo fece voltare, ancora le maledette tempie martellarono impietose. Si trattenne appena in tempo dal portarsi le mani al volto una seconda volta; provò una smorfia di disgusto nel vedersele sporche e bagnate. Una veloce annusata e un'altra smorfia prima di allontanarle; ancora quell'odore di salsedine nell'aria prima di capire che era lui a puzzare in quel modo.

Si sentiva uno schifo. La vescica! Presto, doveva fare presto! Scese dal letto e per poco non scivolò sul suo vomito. Si allontanò verso la porta, appena fuori si voltò verso l'albero e si liberò. Con l'urina uscì anche la tensione: a lungo rimase così, godendosi ogni secondo di liberazione. Assaporò anche la pace che ritrovava nel suo corpo.

<Se non fosse per queste tempie forsennate>  pensò, liberandosi anche delle ultime gocce sempre così difficili.

Rientrò nella stanza e si trovò di fronte un uomo ritto in piedi, di fianco alla chiazza di vomito che macchiava il pavimento. Teneva la testa leggermente reclinata in alto per non vedere la sua nudità e le mani unite sul davanti. Aspettava.

"Tu chi sei?" gli domandò Wal e il suono della sua voce gli parve alto e stridulo. Schiarendosi la gola gli ripeté la domanda, ma l'uomo non rispose. Solo allora si ricordò che quella gente non diceva mai il proprio nome a uno sconosciuto. Qualcun altro doveva farlo per loro, così provò con un' altra domanda:

"Che ci fai tu qui?". Era chiaramente un Sednor, non aveva i capelli rasati, era pure piuttosto avanti negli anni.

"Sono al tuo servizio, Gopanda Leta" gli disse "Posso fare qualcosa per te?".

Sorpreso Wal non seppe cosa rispondere. Guardò la camera e riconobbe il letto. Era la stanza dove aveva incontrato la Grande Madre, ieri, l'altro ieri, non ricordava, maledizione!

La birra gli sconvolgeva ancora lo stomaco, le tempie pulsavano e si sentiva nuovamente uno schifo. Vide la donna sul letto voltarsi a guardarli entrambi. Il suo volto era bello, ma non gli disse nulla, era come tanti altri, non ricordava come l'avesse incontrata e nemmeno come fosse arrivato lui fin lassù.

Si ricordò che era nudo e se ne vergognò. In uno degli angoli del letto vide i suoi abiti mischiati a quelli della donna. Velocemente si infilò i pantaloni e la camicia. Si passò una mano sul volto e lo sentì ispido, puzzava di sudore e di vomito. Sentiva il bisogno di pulirsi, radersi, se possibile cambiarsi quegli abiti che indossava. Guardando la donna che stava scendendo dal letto per rivestirsi a sua volta, gli venne un dubbio.

"Da quanto tempo sei qui?" domandò all'uomo, che capì al volo cosa volesse dire. Guardò anche lui la donna.

"Da ieri notte, signore. Ho dormito laggiù" indicò un giaciglio ancora sfatto dietro al letto "Ma non temere, ho il sonno molto pesante. Nulla mi può svegliare quando dormo".

Nel dirlo sollevò per la prima volta lo sguardo e incrociò quello di Wal. Lo riconobbe immediatamente. Era l'uomo con gli occhi di due colori, quello che il giorno prima era venuto a salutarlo e pareva volergli chiedere qualcosa.

Un po' a disagio, andò alla ricerca di acqua per lavarsi, però non ne vide.

"Io ti conosco, ci siamo già incontrati ieri, mi pare" gli disse e vide che il Sednor e la donna si scambiavano un cenno. La donna, terminato di rivestirsi, gli si avvicinò.

"Il suo nome è Ranuncolo, ho il suo permesso di dirtelo" disse a Wal. Aveva una voce calda e calma e non pareva per nulla imbarazzata dalla presenza dell'altro uomo nella stanza. Poteva avere più o meno la stessa età del Varego. Accennò a un saluto. Fece per andarsene, passando accanto a Wal che ne percepì il profumo: sapeva ancora di buono. Provò simpatia per quella donna. Rispetto, quasi. Quando fu all'uscio la chiamò.

"Posso sapere il tuo nome, mia signora?" le chiese gentile. Benché di spalle, lei arrossì e sorrise. Fu Ranuncolo a parlare questa volta :

"È una Ratnor, signore. Il suo nome è Salende di Kimani, ho il suo permesso di dirtelo".

La donna si voltò appena e accennò a un saluto con la testa. Era carico di dignità e di riconoscenza. Un vago rossore le imporporava le guance.

"Ti ringrazio, Padre di Tutti" disse. Aveva lo sguardo mesto e triste, si allontanò senza aggiungere altro lasciando soli i due uomini.

Wal era perplesso, doveva forse sentirsi in colpa per qualcosa che aveva fatto? Voltandosi verso il Sednor vide che era ancora fermo accanto al letto. Forse lui avrebbe potuto aiutarlo.

"Ranuncolo" iniziò "Hai detto che sei al mio servizio?".

A un cenno affermativo dell'altro continuò:

"Potresti dare una pulita al pavimento, allora? Poi vorrei acqua, sì, acqua, rasoio e vestiti puliti".

Aveva parlato senza troppa convinzione, si aspettava che l'altro reagisse inorridito e se ne andasse, invece lo vide mettersi all'opera senza dire una parola. Lavorò veloce ed efficiente come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita. In breve la stanza fu pulita e in ordine.

Uscì e ne rientrò con quello che Wal aveva richiesto: acqua, rasoio affilato e vestiti puliti. Soddisfatto Wal si tolse la camicia e si lavò. Il contatto con l'acqua fresca gli diede sollievo alla testa dolorante, permettendogli di riordinare le idee. Del giorno prima ricordava quasi tutto, perlomeno fino a quando Radice gli sussurrò un nome all'orecchio, Qual'era, però?  ma da quel momento tutto diventava confuso fino a scomparire completamente dalla sua mente.

"Posso esserti ancora utile?" gli fece Ranuncolo, fermo alle sue spalle. Iniziando a radersi Wal si rese conto che si era quasi dimenticato della sua presenza. Nella sua silenziosa immobilità il Sednor riusciva quasi ad essere invisibile.

"Chi ti ha messo al mio servizio?" gli chiese e l'uomo gli spiegò che era stato Flot di Yasoda a farlo, su ordine della Grande Madre. Il suo compito era di seguirlo ovunque andasse ed esaudire ogni sua richiesta.

"Sono felice di poter essere di aiuto al Gopanda Leta, signore. Devi soltanto chiedere e Ranuncolo avrebbe provveduto a tutto".

Annuendo Wal pensò che gli sarebbe piaciuto togliersi quel fastidioso mal di testa e glielo disse. Ranuncolo uscì ancora dalla stanza e ne ritornò dopo poco con un boccale di birra. Wal aveva appena terminato di cambiarsi i vestiti e la sola vista della bevanda alcolica gli fece fare una smorfia di disgusto.

"Bevi questa, Leta, Padre, ti farà bene" disse Ranuncolo accorgendosene "Siamo abituati all'effetto della birra e ti posso assicurare che non c'è rimedio migliore".

Non molto convinto Wal prese il boccale e lentamente ne bevve alcuni sorsi. Il primo quasi lo fece vomitare, ma il secondo già scivolò agevolmente lungo la gola e nello stomaco. Il sapore di quella birra era più amaro di quella del giorno prima, sapeva di erbe e infusi, comunque pareva avere effetto sui serpenti che ancora sentiva attorcigliarsi nella pancia. Poco alla volta si placarono. Al terzo sorso si fermò, voleva mantenersi lucido e non ubriacarsi ancora.

"Grazie" gli fece, ridandogli il boccale "ma dimmi Ranuncolo, come sono arrivato quassù? E quella donna... Salende, hai detto? Chi era?".

"Questa è la tua stanza, Leta. Io e Radice ti abbiamo accompagnato qui alla fine della festa per il tuo matrimonio e Salende era una Postulante. Avevi chiesto il suo nome alla festa, non ricordi?"

Non ricordo no, accidenti. È vero, sono sposato con la Grande Madre!

"Io credevo che questa fosse la stanza della Grande Madre, non la mia" rispose "che significa che Salende era una Postulante?".

Con un sorriso appena accennato Ranuncolo distolse lo sguardo da Wal, che in quel momento si sentì molto sciocco. Non sapeva praticamente nulla di quel popolo. Qualunque cosa avesse detto e fatto con i suoi amici nei lunghi mesi della malattia, si accorse che mai parlarono a fondo di quello che l'avrebbe aspettato una volta guarito e adesso se ne pentiva.

"Vedo che molte cose ti sfuggono, Leta. Se vorrai potrò aiutarti, ma ora ti chiedo di seguirmi. Flot di Yasoda ti aspetta. Se vorrai, parleremo camminando".


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