22) IL DONO DELLA LUNA
Passarono molti giorni di quiete. Le cose da fare erano molte e molte erano quelle già fatte. Sopratutto si respirava una nuova aria nell'accampamento. C'era più allegria in tutti ed era stato il bel tempo a portarla. Anche gli uomini se ne accorsero. Grazie alle cure ricevute si ripresero velocemente, ingrassarono e impararono, si unirono e proliferarono. Purtroppo invecchiavano velocemente, molto più dei Giganti. Di quelli che erano giunti al campo pochi rimanevano in vita, ma quelli nati dalle loro unioni ne assunsero abitudini e Signori degli Elementi.
Tra i pochi superstiti della prima generazione vi era ancora la Yaonai che per prima parlò con la Luna e tra loro vi era ormai un legame particolare, di affetto, quasi di rispetto reciproco. La donna era molto anziana e malata. Si era lasciata crescere i capelli e li portava raccolti in una lunga treccia che raccoglieva attorno alla vita. Tutte le mattine si recava a fare visita alla Luna che spesso si trovava in compagnia di Tartara e immancabilmente le portava un dono.
Un giorno le due donne la videro arrivare, lenta e affaticata, appoggiandosi a una giovane che le assomigliava molto. Anche lei portava i capelli raccolti in una lunga treccia e seguiva attentamente le mosse dell'anziana. L'aiutò mentre posava in terra il suo dono, una ghianda raccolta nel bosco.
Vedendola così stanca e dolorante la Luna venne mossa dalla compassione. Dopo averla ringraziata, le chiese:
"Perché ti affatichi tanto a portarmi un dono invece di riposarti, piccola donna di cui non conosco nemmeno il nome? Sei così debole".
E la donna, di rimando:
"Voglio ringraziarti per quello che hai fatto per noi, Grande Madre. Per me e per le mie figlie, le Yaonai".
Colpita dalle sue parole, la Signora pensò di fare anche lei un dono alla vecchia e le disse:
"Da oggi il tuo nome sarà Grande Madre delle Yaonai, visto che sono tutte figlie tue".
L'anziana donna accolse con gioia il dono della Luna e si allontanò felice. Fu l'ultima volta che si videro in quel mondo. Nella notte la donna morì. Il mattino seguente a portare il dono alla Luna andò la giovane che l'aveva accompagnata il giorno prima. Rifece i medesimi gesti che aveva appreso da lei e se ne andò senza dire una parola.
La Luna, spinta da Tartara che voleva sapere quello che era successo, la trattenne:
"Aspetta, giovane amica: Dimmi, che ne è della Grande Madre?"
La ragazza si voltò rispettosamente e rispose :
"È tornata alla terra, mia Signora. Da oggi, sarò io a venire da te come Grande Madre" .
Poi se ne andò, lasciando le due Signore a guardarsi rattristate.
Nell'accampamento fervevano grandi preparativi, ovunque c'era gente allegra. Tutti sapevano che si stava avvicinando un grande giorno e in vista di quello si stavano preparando. Una battaglia si stava avvicinando e negli animi di tutti vi era la speranza che potesse essere l'ultima. Anche gli uomini avevano il desiderio di combattere e domandarono al Signore del Ferro armi adatte a loro. Bipenne fu lieto di poter fare anche lui qualcosa per loro e gli insegnò a lavorare il ferro. Appresero in fretta e dappertutto era un martellare sulle incudini; ovunque si facevano piani e la frenesia era nell'aria. C'era allegria e speranza in ogni tenda e tutto questo aveva un nome solo: Il Sole.
Ormai erano settimane che si sentiva meglio. Ogni mattina sorgeva e attraversava il cielo da Est a Ovest inseguendo i ghiacci che si ritiravano sempre più a Nord, incapaci di resistere ai suoi raggi cocenti. I Ka-ranta fuggivano appena lo vedevano illuminare l'orizzonte. Lo temevano, anche più dell'ira della loro Signora. Oramai era tornato a essere il Signore più potente di tutti i Sei Regni; nel campo era rispettato e benvoluto e questo influì sia sul fisico che sul morale di tutti. Era ritornato allegro e gioviale come un tempo e questa sua allegria si diffuse ovunque come una magia benefica.
Si stava riprendendo sempre di più, volava ogni giorno più alto e un mattino disse alla Luna che voleva condurre lui il carro. Allibita lei acconsentì, non trovando nulla di valido da opporre.
Partì da solo, lasciandola al campo. A lei non parve una buona cosa, però fu contenta di vederlo così fiducioso. Sapeva che un giorno o l'altro avrebbe potuto succedere e ora non poteva che accettarlo. Sospirando si guardò attorno alla ricerca di qualcosa da fare e ben presto lo trovò.
Iniziò a vagare per il campo e senza rendersene conto si avvicinò al quartiere degli uomini. Amava quei piccoli esseri, li ammirava per quanto sapessero essere tenaci e determinati nonostante le loro dimensioni. La rispettavano e lei rispettava chi aveva salvato tutti quanti facendo tornare la voglia di vivere al Sole.
Ma sopratutto provava un sentimento particolare per le donne Yaonai. Sapeva che erano diverse dalle altre. Benché determinate come i maschi erano più piccole e fragili degli uomini. Sapeva bene che anche loro avrebbero preso parte alla battaglia e temeva per la loro incolumità. Gli uomini si stavano armando, attorno a lei era tutto un arroventare e martellare metallo incandescente sulle incudini, ma per le donne quelle asce non sarebbero andate bene. Bisognava trovare un'altra soluzione, anche se non sapeva ancora quale. Poi vide in terra una ghianda come quella che le aveva donato la Grande Madre e questo le fece venire un'idea. La raccolse, la sudiò a fondo, poi andò a cercare Bipenne.
"Puoi farne altre come questa?" gli chiese porgendogliela "Molte altre, in ferro fuso come sai fare tu".
Il Signore del Ferro rimase un poco pensieroso, studiò l'oggetto e lo soppesò, poi annuì.
"Posso" le disse ridandogliela "ma non le farò in ferro. Userò il piombo. È più pesante e molto più facile da lavorare".
La Luna ne fu felice. Si accordarono per la consegna e andò nella foresta, a cercare la Grande Madre delle Yaonai.
Queste donne, a differenza delle altre dell'accampamento, non si univano agli uomini per la vita, ma solamente per avere figlie. Strinsero un patto con gli uomini di un clan vicino al loro, i Vareghi, con cui si congiungevano di tanto in tanto nella foresta. L'accordo prevedeva che le Yaonai avrebbero tenuto le femmine che fossero nate da queste unioni, ma se fossero nati maschi li avrebbero lasciati alle cure dei padri. Sulle prime i maschi del clan dei Vareghi rimasero stupiti della richiesta, ma siccome le Yaonai erano donne bellissime, accettarono tutte le condizioni senza problemi.
La cosa parve funzionare, andò avanti per generazioni senza problemi e le Yaonai prosperarono. Erano molto intraprendenti, incredibilmente agili, devote alla Luna e alla Terra. Provavano un affetto particolare per le Schegge e i Giganti di Legno, ricambiando questo affetto, le protessero fin da subito.
Fin dagli albori si tennero appartate dagli altri uomini, preferendo la vicinanza della foresta a quella dei loro simili. Finché un giorno, senza un apparente motivo, sparirono del tutto dall'accampamento. Ci volle un po' alla Luna per venire a sapere che si erano trasferite dalle Schegge. Fu la Grande Madre a dirglielo e fu proprio nella foresta che andò a cercarle. Quando le trovò, rimase sbalordita. Si erano costruite da sole dei ripari sugli alberi, salivano e scendevano da questi con agilità e velocità sorprendente.
I Giganti di Querculo parevano averle accettate di buon grado e le lasciavano fare senza problemi, contenti del solletico che quei piccoli piedi ogni tanto facevano sui rami più sensibili. Quando le donne videro avvicinarsi la Luna e Tartara, scesero tutte dagli alberi e si riunirono per accoglierle. Era la prima volta che capitava. Era un onore per loro averle nel villaggio e portarono a entrambe doni e cibo che avevano raccolto con le loro mani.
Davanti a tutte vi era la Grande Madre e alle Signore si strinse il cuore nel vederla invecchiata dal giorno precedente.
Dietro a costei, distanziata di un passo un'altra Yaonai più giovane osservava ogni sua mossa con interesse.
<La prossima generazione > pensarono all'unisono le Signore, sospirando.
Ma la tristezza venne mitigata dal numero sempre crescente di Yaonai che si andavano raccogliendo davanti a loro. Seguitavano a scendere dagli alberi e parevano non finire mai.
Si assomigliavano tutte quante, nei lineamenti e nel fisico. Tutte avevano lunghe e bellissime capigliature, intrecciate e arrotolate alla vita. Avevano corpi agili e asciutti, ma così delicati e fragili da intenerire la Luna.
Con terrore pensò a quello che avrebbero potuto fare i Ka - ranta con quei corpi tanto più piccoli dei loro, così spiegò alla Grande Madre cosa aveva in testa.
"Ascolta..." le disse, appartandosi insieme.
La Grande Madre non parve d'accordo sulle prime, poi cedette e assentì. Si diedero appuntamento per il giorno successivo, all'alba. La Luna sarebbe venuta nella foresta e avrebbe portato i suoi doni alle Yaonai.
Bipenne passò tutto il giorno a fondere le ghiande in piombo per le Yaonai.
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