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14a) L'ORDINE

Nella sua semplicità l'Ordine resse per un'era intera, fino a quando, improvvisamente, qualcosa accadde inaspettato, improvviso come un lampo, disastroso come una frana.

I Soluni, come gli altri Elementi, erano immortali, ma potevano essere feriti, perdendo parte del loro potere. Solamente il Fato era immune da stravolgimenti, ma loro no, come tutti erano in sua balia. Il Fato era sopra a tutto e a tutti, il suo volere imperscrutabile.

Come e cosa successe mai si seppe, ma una delle Ragace, quella a lui più fedele, Capace la sua favorita, si ribellò al Sole, colpendolo duramente alla schiena con la coda. Nessuno vide, nessuno udì, comunque, violentemente colpito, il Sole stramazzò a terra ferito.  La bestia, zagramando disperata e vedendo l'amato padrone in terra, dal rimorso prese ad azzannarsi con ferocia inaudita. Affondò i denti ovunque potesse arrivare, nel corpo, negli arti, li serrò violenti attorno al collo e a nulla valsero i richiami del Sole a fermarsi. Pareva impazzita. Dilaniandosi le carni implacabilmente, Capace morì.

Quello fu uno dei rari momenti in cui i Soluni si separarono per accudire le tre bestie. Il Sole aveva un debole per Capace, la Luna per Sagace e separati le governavano, poi si ritrovavano per Rapace, la più piccola e coccolata di tutte. Fu quando ognuno di loro accudiva la propria favorita che successe il disastro e la Luna non poté assistere. Quando giunse sul posto richiamata dalla urla disperate di Capace, nemmeno lei poté fare nulla.

Il Sole era a terra sofferente e la bestia si stava ancora infliggendo terribili ferite, gli ultimi disperati morsi. Stramazzò esanime ai suoi piedi nel momento in cui arrivò. Le altre due bestie, a poca distanza, videro senza capire la fine della sorella e si misero a urlare così forte che tutti gli Elementi accorsero allarmati. Le prime a giungere furono Karahì e Soffiace, le Signore del Nord. Assieme alla Signora del Ghiaccio, un passo indietro alla maggiore, venne anche la sorella, Gioturna. Dopo poco arrivarono Bipenne e Ardente. Per ultimi arrivarono Querculo e Tartara, che giungevano da più distante. Quando furono tutti riuniti si accorsero immediatamente che qualcosa di terribile era successo. Benché inespresso, un pensiero balenò subito chiaro a tutti: L'Ordine era in pericolo, il momento tanto temuto o atteso forse era prossimo. Guardandosi con sospetto, si scostarono gli uni dagli altri, chi in coppia, chi da solo. Alleanze a lungo celate vennero a galla attorno al Sole ferito. Per la prima volta l'Ordine rappresentato dai Soluni era in pericolo.

Senza pensarci due volte Tartara prese per mano Querculo e si precipitarono al fianco della Luna per soccorrere il Sole.

Karahì e Soffiace si avvicinarono l'una all'altra. Bipenne e Ardente, più potenti e diffidenti, preferirono attendere, osservare e restare a vedere.

Quando la Luna chiese agli altri Elementi di aiutarla, questi ebbero un momento di esitazione. Si stavano domandando fin dove si spingesse ancora il potere dei Soluni, quando si udì un secco schiocco alle loro spalle. Sagace sbatté violentemente la coda in terra e Rapace mostrò gli affilati denti. Anche se erano rimaste in due, sarebbero state in grado di sbranarli in un sol boccone e tanto bastò per convincerli: I Soluni erano ancora presenti e potenti, non era ancora il momento.

Bipenne e Ardente furono pronti a obbedire. Sollevarono delicatamente il Sole e lo portarono sotto una quercia, Querculo ordinò di preparare un comodo giaciglio. Tartara lo rivestì di morbida erba e Soffiace chiamò un delicato venticello a rinfrescare il ferito. Solo Karahì e la sorella non si mossero. Restarono a guardare impassibili gli altri che si davano da fare a prestare soccorso. Nessuno dagli altri Elementi amava particolarmente la dea del Ghiaccio. Solamente Soffiace la sopportava, ma in quella occasione anche lei la lasciò sola. La mobile Regina del Vento non amava legarsi a nessuno se non per convenienza. Nessuno badò più a loro. Tutti sapevano quanto Karahì fosse fredda di carattere e insensibile verso il dolore altrui. Nessuno si sarebbe aspettato un aiuto da parte sua e quando non ne ebbero alcuno, non ne chiesero.

Forse non era cattiva, forse la natura dell'elemento che dominava la portava a essere così, comunque rimase sola a guardare gli altri uniti attorno al ferito. Accanto a lei, scostata di un passo e silenziosa, Gioturna osservava gli Elementi affannarsi nell'aiutare il Sole. Come li invidiava.

A differenza loro, lei non era la Signora di nessun elemento, non poteva giocare con la materia come essi facevano, però gestiva un potere immenso ed era l'affetto che Karahì le portava. Lei era l'unica persona a cui la Signora del Ghiaccio raramente dimostrava un barlume di affetto. Karahì la voleva sempre con sé, un passo indietro benché presente ovunque andasse. Sempre vestita di scuro, Gioturna pareva più la sua ombra che una persona reale. Se Karahì non era amata, della sorella minore gli altri Elementi avevano un sinistro timore, malamente mascherato il più delle volte dalla superiorità della loro posizione. Comunque se potevano la evitavano, così come d'altronde facevano con la sorella.

L'unico che andava a salutarla cordialmente era il Sole. Il Soluno provava pena e simpatia per quella persona all'apparenza mite e dimessa e lei fraintese il suo interessamento.

Una volta il Sole le regalò un anello da sposa, augurandole di poterne un giorno farne buon uso. Era la prima volta che qualcuno le faceva un regalo del genere  e ne rimase profondamente colpita. I loro erano sempre stati saluti veloci, formali cortesie, mai andati oltre a fugaci sfioramenti delle mani, però per lei divennero importanti, poiché furono gli unici gesti di calore che ebbe in vita sua. Tutto il resto era freddo, gelo, sotterfugi e perfidia. Non aveva conosciuto altro che questo da che era nata alla reggia del Ghiaccio. Era sola, disprezzata e discosta da tutti. Per gli altri Elementi non era nessuno, per i Giganti era solo la sorella della Regina.

Sentendosi rifiutata, poco alla volta divenne malvagia; per disperazione comprese che il potere era di chi sapeva gestirlo: in lei crebbe la rabbia e imparò a gestire il potere della sorella maggiore con astuzia, restando nell'ombra dove il Fato l'aveva relegata. Poco alla volta prese in mano le redini del Regno. Pur dalla sua posizione defilata, tutti sapevano che dietro le decisioni della sorella c'era lei. Poco alla volta lei divenne la vera mente del Regno del Ghiaccio. Ci fu chi sospettò che le frequenti istanze che arrivavano dalle Terre del Nord fossero in realtà scuse studiate da Gioturna per poter incontrare il Sole, ma nessuno poté mai dimostrarlo. Qualcuno mormorò che lei lo amasse disperatamente e avrebbe fatto qualunque cosa pur di separarlo dalla Luna, comunque nessuno ebbe mai la prova di queste dicerie. Ma quando arrivò al cospetto del Sole ferito, sia i Signori delle Terre del Sud che la Luna si accorsero quanto fosse impallidita al vederlo steso in terra, ferito ed esanime.

Quando il ferito fu sistemato comodamente nel giaciglio di fortuna, la Luna ringraziò tutti:

"Cari amici" disse "Non temete, presto il Sole si rimetterà e l'Ordine sarà garantito come sempre. Tornate tranquilli alle vostre dimore, adesso mi occuperò io di lui".

Dopo un rapido cenno di saluto, la prima ad andarsene fu Karahì, seguita da Gioturna e da Soffiace che presto le raggiunse. Ardente e Bipenne si trattennero ancora un poco, poi si allontanarono ognuno verso il proprio regno guardandosi torvi come sempre, non prima di aver salutato la Luna che li ringraziò ancora per l'aiuto. Per ultimi restarono Tartara e Querculo. Guardavano ansiosi il Sole che non accennava a riaprire gli occhi: era pallido, emaciato, si vedeva che respirava a fatica e non era luminoso come al solito. Ora che erano rimasti soli, anche la Luna non pareva più tanto fiduciosa.

"Grande Madre, cosa accadrà ora?" le domandò con un fil di voce Tartara, sostenuta da Querculo. La Signora della Terra non faceva nulla per nascondere la sua preoccupazione e anche il Signore del Legno, che d'abitudine non manifestava le sue emozioni, quella volta aveva sul volto più rughe del solito. Lei e la Luna erano amiche.

In risposta la Luna le rivolse un sorriso rassicurante e le sfiorò una mano.

Tra tutti gli Elementi erano le più affiatate, si rispettavano e amavano come sorelle. Non c'era volta che non fossero liete d'incontrarsi o non fossero pronte ad aiutarsi a vicenda. Avevano sempre tante cose da dirsi che ne lasciavano ancora per le volte successive e ogni partenza era un dispiacere. Nonostante questo, nell'amministrare la giustizia la Luna non l'aveva mai avvantaggiata a scapito di altri e anche per questo le era grata per l'amicizia che le riservava e le dimostrava. Ma quella volta non seppe cosa dirle per rassicurarla. Chiese solo al fido Querculo di spostare il Sole sul carro. L'avrebbe portato nella loro dimora sulla montagna, dove avrebbe potuto curarlo meglio.

Quando il ferito fu sistemato, salutati i due fedeli amici, la Luna se ne andò senza più voltarsi.


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