Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

12)MESSAGGIO DAL PASSATO


Durante il sonno il tempo segue regole proprie, portando a galla verità che nella veglia non si comprendono, o non si vogliono comprendere, per quanto semplici ed evidenti.

Dopo aver dormito profondamente per un certo tempo, Wal si risvegliò con un dolore fisso alla schiena, segno che la comodità della parete di pietra come appoggio era solo apparente.

Guardandosi attorno con gli occhi gonfi di sonno, riconobbe immediatamente la grotta. Radice dormiva profondamente su uno dei letti. La morbida e pulsante luce azzurrognola dei muschi avvolgeva ogni cosa di tranquillità e il silenzio della camera era calmo e rassicurante. Dopo aver bevuto ancora un sorso di birra dal boccale che aveva davanti, lo posò disgustato. Oramai la bevanda era calda e limacciosa, tutt'altro che piacevole.

Lentamente si alzò a fatica e si trascinò fino al letto più vicino, lasciandosi cadere sul morbido materasso di foglie. Vi sprofondò dentro e lo scricchiolio non parve disturbare Radice che non si mosse. Si coprì sommariamente con la coperta raccolta ai piedi e nuovamente scivolò nel sonno che aveva interrotto. Ma questa volta, prima che il cervello chiudesse ogni porta al mondo esterno, alcune immagini si infilarono nella mente e iniziarono a operare in modo misterioso.

Per prime comparvero quelle dei due Aldaberon evanescenti, il Timido e lo Sfrontato, con le loro facce simpatiche e il tocco gentile sul suo volto.

Poi fu la volta di quella dell'Infame, l'Aldaberon che fra tutti cercava di fermarlo.

Infine fu la volta di Aldaberon l'Antico, l'autentico e unico avo che seguitava a chiedergli qualcosa.

Per quanto fossero durate pochi istanti, lavorarono misteriose fino a quando, a un certo momento della notte, Wal si ritrovò improvvisamente sveglio nel letto, sudato, incapace di dormire ancora e con dentro una gran voglia di urlare.

Accanto a lui Radice continuava a dormire. Il suo respiro calmo e regolare scandiva il tempo meglio di cento clessidre. Il suo volto era sereno e la fronte asciutta, al contrario di Wal che sentiva la sua scottare, madida di sudore. Ma non era febbre. Ne era certo, era una cosa completamente differente. Era la conseguenza dell'aver saputo dare finalmente una risposta a una domanda che si era posto ormai molte volte inutilmente:

"Chi sono, io?".

Da quando si era risvegliato dal coma e aveva scoperto di non ricordarsi nulla del suo passato, una cosa l'aveva angosciato sopra a ogni altra ed era il non ricordare il proprio nome. Ancora era presente il vuoto e il senso di nullità che provò scoprendolo, così come bruciante fu la vergogna che provò quando dovette ammetterlo davanti ai suoi amici. Proprio a loro che davano così tanta importanza al nome di una persona.

Al loro popolo doveva tutto. La vita, l'accoglienza, la comprensione, infine un nuovo nome e una nuova esistenza .

Lo avevano fatto sentire una persona importante, utile, forse necessaria per un popolo intero.

Ma nel fondo del suo animo, restava una ferita dolorosa che attendeva ancora di essere sanata. Dacché riaprì gli occhi e trovò la nebbia al posto di ricordi, sentì che una parte importante della sua vita gli era stata strappata via in un sol colpo, lasciandolo smarrito come un neonato che vagisce per la prima volta nel mondo che lo circonda.

Flot e Radice gli erano stati accanto e lo avevano accompagnato. La Grande Madre gli aveva dato quel nome che ormai era dominio di tutto il loro popolo. Ma lui sapeva che da qualche parte doveva esserci un popolo che poteva definire come suo; dovevano esserci un padre e una madre che lo avevano generato, parenti, amici, forse una donna che lo aspettava in ansia per il suo destino. Tutto doveva essere nascosto da qualche parte nella sua testa e lui non sapeva come fare per farlo ritornare indietro.

Erano i ricordi che, quando meno se lo aspettava, decidevano come e quando ricomparire.  Anche questo era frustrante, perché non sapeva mai quando e come lo avrebbero fatto. Dal giorno del matrimonio più volte lo avevano visitato, portando con sé momenti di un'esistenza che faticava ancora a definire sua. Però erano slegati fra di loro, incoerenti, non più di attimi, sprazzi, immagini fugaci che restavano  adagiate sul fondo della mente come sabbia gettata in un secchio d'acqua.

Come legni trattenuti nel fondo limaccioso di uno stagno, i suoi ricordi comparivano all'improvviso, qua e là, lasciando ampi spazi vuoti tra gli uni e gli altri. Era questo che lo faceva soffocare. Era il non avere un centro, un punto su cui concentrare gli sforzi fino a che non avesse potuto ricostruirli nel giusto ordine.

Ora, all'improvviso, questo centro era lì, era tornato a galla come un enorme tronco alla ricerca delle sue radici.

Il suo nome era emerso dal fondo dello stagno e galleggiava andando su e giù sopra onde molli in attesa che lui si decidesse a riappropriarsene.

Se lo vedeva ondeggiare davanti, tracciato con linee di fuoco sull'acqua. Non sapeva come, però quelle linee avevano un significato che poteva tradurre e riunire assieme, fino a formare un nome:

ALDABERON

Era lui! Era il suo nome, quello di prima!

L'antico aveva cercato di farglielo capire in tutti i modi. Anche il Timido e lo Sfrontato a modo loro ci avevano provato. Solo l'Infame l'aveva ostacolato e forse era colpa sua se non lo aveva capito da subito. Ma finalmente, ecco perché si chiamavano tutti allo stesso modo, erano gli anelli di una catena che conduceva al gancio che li teneva uniti. Quel gancio era lui. Lui li teneva tutti riuniti dentro di sé in attesa di liberarli dalla loro pena.

Il Fato gli aveva fatto un pessimo regalo facendogli portare il peso di tante anime, ma gli aveva fornito anche una via. Una strada da seguire se voleva tornare libero.

Quelle anime potevano essere allontanate e due di loro già lo erano state, anche se il prezzo da pagare era stato molto alto. Per quanto gli fossero simpatici, non provò rimorso e fu felice di averlo fatto. Però rimaneva ancora l'Infame da superare. Se voleva liberare lo spirito di Aldaberon, doveva riuscire a liberarsi anche di lui. In qualche modo glielo doveva, ma sopratutto lo doveva a sé stesso, se voleva finalmente liberarsi da quelle presenze che gli condizionavano azioni e pensieri.

L'aria della stanza lo soffocava. Si sentiva fradicio di sudore e il cuore gli batteva forte per l'emozione di aver ritrovato il suo nome. Non sapeva se mettersi ancora steso oppure scendere; nemmeno sapeva se l'alba era vicina, oppure se erano ancora nel cuore della notte. In quella grotta isolata dal mondo, niente segnava il passare del tempo se non i respiri lenti e regolari di Radice. Gli sarebbe dispiaciuto disturbarlo con il suo continuo muoversi sul letto scricchiolante, eppure faticava a restare fermo.

Alla fine decise che forse avrebbe fatto meglio a fare qualche passo all'esterno. Un po' d'aria fresca forse l'avrebbe calmato abbastanza da poter ritrovare il sonno. Pensò di avvisare Radice della sua intenzione di uscire, ma alla fine preferì non svegliarlo. In fondo se era così stanco era perché l'aveva aiutato a rientrare nel suo corpo. Se l'era meritato quel riposo.

Prese la coperta sul letto, la piegò malamente sul braccio e fece per uscire, quando la sua attenzione fu attratta dal piccolo baule che aveva notato all'arrivo. Non aveva nulla di speciale, era soltanto un baule di legno consumato dal tempo, lungo cinque spanne, largo tre, alto due, con il coperchio arrotondato e tanta ruggine a ricoprire le mappe, spesse e robuste, che lo collegavano alla cassa. Sul davanti c'era un foro a forma di stella, probabilmente per una chiave.

La nicchia in cui era collocato era stata scavata a mano ed era abbastanza alta e ampia da permettere che il coperchio si sollevasse completamente. A parte la ruggine sulle mappe la nicchia era pulita; non un solo granello di polvere la ricopriva, come d'altronde ogni altra cosa nella stanza. I muschi ricoprivano per intero l'interno della nicchia e la loro luce pulsante faceva risaltare il baule posto al centro. Provò un forte impulso ad aprirlo, ma vi resistette. Desiderava molto più una boccata di aria fresca che restare ancora.

Quando fu nella galleria centrale dovette fermarsi un attimo a pensare quale direzione prendere. Essa proseguiva nei due sensi, ugualmente illuminata dalla luce pulsante dei muschi e ugualmente ritta. Ovunque guardasse ne vedeva un fondo che gradualmente si perdeva nel buio, ma almeno questo gli faceva comprendere che all'esterno era ancora notte.

Ricordandosi che Radice aveva svoltato a destra per entrare nella camera, prese a sinistra. L'odore di zolfo gli strinse immediatamente la gola, ma percepì anche la corrente d'aria che proveniva dall'esterno. Tutto era silenzioso. Solo i suoi mocassini di pelle risuonavano piano sulla roccia del pavimento. Mano a mano che si avvicinava all'uscita sentiva che il caldo diminuiva, alleggerendo la sensazione di soffocamento. Già respirava meglio e quei passi in solitudine lo rilassavano, gli permettevano di pensare con maggiore tranquillità. Dopo non molto iniziò a scorgere il disegno arcuato del portale in fondo al corridoio. Una debole luce lo attraversava, sommandosi a quella azzurrognola che si diffondeva all'interno della galleria. Quando fu abbastanza vicino, capì che era la luce della luna e ne fu lieto.

 Almeno, una volta fuori, non sarebbe rimasto completamente all'oscurità.






Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro