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7a) ARTURO E BALAN


Arturo a Balàn, come tutti, vollero fare la loro parte.

Erano giovani, entusiasti, avevano fretta di arrivare.

Arturo si arrampicò sulla schiena di Balàn senza assicurarsi con le cinghie e insieme si arrampicarono lungo il sentiero.

Balàn si mise a tracolla una fune arrotolata, la più lunga e pesante che trovarono, mentre Arturo la tenne in modo che non cadesse.

Per qualche passo i due ragazzi rimasero subito dietro al Varego che li conduceva, ma poi andarono avanti, lo superarono, precedettero tutti, volevano arrivare per primi, si sentivano forti, invincibili.

Gli piaceva camminare sulla neve, era una situazione nuova, divertente, anche se scivolavano non avendo calzature adatte.

Si vantarono di poter salire ugualmente, dimenticando la prudenza.

Al contrario degli altri che procedettero piano per non scivolare, loro si allontanarono quasi di corsa lungo il sentiero tracciato nella neve.

I due gruppi si distanziarono in fretta.

Neko invece li seguì, allungò a sua volta il passo, gli disse di rallentare.

Gli urlò dietro:

"Ragazzi, Arturo, Balàn, aspettate!". Inutilmente.

Erano troppo eccitati, troppo entusiasti, per ascoltare l'esperienza.

Camminavano veloce, i due.

Troppo, troppo anche per lui che iniziava a restare senza fiato.

Tra un ansimo e un altro il Varego gli disse ancora che poco oltre c'era un punto dove era facile scivolare e si doveva salire attaccandosi a una corda, ma loro non vollero ascoltarlo.

Salirono veloci, con le calzature Tumbà nei piedi.

Non notarono che Neko le aveva modificate come tutti.

Non videro i lunghi pezzi di corda attorcigliati attorno ai piedi per non scivolare. Mirta, Ranuncolo, anche Scorza, già troppo distanti da Balàn e Arturo udirono Neko chiamarli preoccupato e sorrisero.

Erano abituati a vederli fare come volevano.

A parte Mirta quando erano a bordo di Baliji, quei due non ascoltavano nessuno.

A loro volta dal basso li chiamarono invitandoli a non fare sciocchezze, ma i ragazzi non diedero retta a nessuno.

Ridevano, erano felici, si sentivano invincibili.

Arrivarono dove il sentiero si faceva ripido.

Arturo si aggrappò alla fune e tirò forte.

L'euforia, la lunga pratica a lavorare in coppia quasi fossero una persona sola, forse un tragico errore, comunque il Fato volle che Balàn mettesse il piede in fallo proprio in quel momento.

Una piccola pietra malferma gli fece piegare il piede, una lama di ghiaccio nascosta lo portò a sbilanciarsi e, mentre la parte sopra del loro corpo sdoppiato si sollevava attaccata alla corda, la parte sotto, non assicurata dalle cinghie, scivolava sbandando verso il vuoto.

Fu un attimo e la tragedia arrivò come un fulmine a ciel sereno.

Neko, che li seguiva da vicino, fu il primo a rendersi conto del pericolo che stavano correndo.

Ansimando, impotente, muto a bocca aperta, non poté fare altro che osservare Arturo restare saldamente attaccato con le mani alla corda attaccata alla roccia, mentre Balàn sporgeva sempre più verso il vuoto.

Con gli inutili moncherini delle gambe il Tumbà appeso cercò di afferrare le cinghie sulla schiena del compagno. Non riuscendovi si resse con una sola mano e si sporse per afferrare la corda a tracolla di Balàn che già cadeva nel precipizio.

La sfiorò appena, afferrò un capo e tirò, ma questo si slegò allungandosi.

Per un istante gli occhi dei due ragazzi si incrociarono.

In ognuno c'era il destino dell'altro mescolato al terrore che nessuno dei due era in grado di evitare.

Arturo urlò quando vide Balàn cadere, sbattere violentemente sulle rocce, rimbalzare, rotolare e cadere ancora.

Quando toccò terra, il corpo inerte del Tumbà rimase immobile e una larga chiazza di sangue macchiò la neve fuoriuscendo dalla testa.

Arturo rimase impietrito a guardare il cadavere scomposto dell'amato amico.

Rimase alcuni secondi sospeso alla corda tenendosi con una mano sola.

Tenne fisso lo sguardo su Balàn e lo chiamò più volte, sottovoce, quasi che l'amico di una vita dormisse.

Neko a pochi metri da lui lasciò cadere le corde che trasportava e si lanciò in suo aiuto.

Gli altri tardavano ad arrivare, ancora non si erano resi conto di nulla.

Chiamarli in soccorso sarebbe stato inutile.

Neko gli disse di resistere e lui, come risvegliandosi in quel momento da un brutto sogno, gli sorrise prima di lasciare la presa.

Arturo cadde senza un solo lamento, tenendo gli occhi fissi su Neko che non arrivò in tempo per fermarlo.

Andò a sbattere violentemente sulle stesse rocce che colpirono l'amico e si insaccò su se stesso.

Le brevi gambe, spezzata la schiena, rientrarono nello stomaco.

Quello che cadde accanto al corpo di Balàn fu un misero corpo che terminava all'altezza del cuore.

Arturo cadde a faccia in giù, sprofondato su rocce e neve, eppure ebbe ancora la forza di sollevare la testa e di spostare una mano sulla schiena di Balàn prima di ricadere inerme.

Neko rimase immobile a guardare dal ciglio del sentiero.

Muto e incredulo, assistette alla disgrazia, mentre gli altri giungevano lenti.

Per prima lo raggiunse Mirta, poi gli altri due e tutti ammutolirono.

Nessuno pianse o si disperò. Erano Tumbà, i derelitti.

Sapevano da sempre cosa era la morte e che presto o tardi una fine orrenda sarebbe toccata a tutti.

Affrontarono la disgrazia come da sempre faceva la loro gente, con coraggio, dignità e in silenzio.

Ma l'allegria che aveva seguito l'incontro gioioso di poco prima era passata del tutto.

Quello che fino a poco prima li animava ad andare avanti, gli amici ritrovati, la fuga, la speranza, era svanita.

Restava soltanto la realtà, dura e spietata, come sempre.

Con mille cautele, Neko, Scorza e Ranuncolo scesero lungo la parete fino ai corpi dei due ragazzi; li ricomposero, li stesero uno accanto all'altro e poi li ricoprirono di pietre. Di più non poterono fare.

L'inverno e la neve li avrebbero ricoperti fino alla primavera e per allora, in un modo o nell'altro, nessuno dei loro amici sarebbe rimasti nei paraggi.

Dopo aver raccolto la fune che Balàn teneva a tracolla, i tre uomini ritornarono sui loro passi.

Il loro fu un mesto ritorno al sentiero e quella che seguì, una silenziosa salita fino al ponte.

Nessuno aveva più voglia di scherzare.

Quando arrivarono al ponte e i compagni al lavoro li videro e li riconobbero, vennero accolti con gioia, feste, abbracci, ma quando dissero a tutti quello che era successo a Balàn e ad Arturo lungo la salita a poca distanza da lì, nemmeno loro ebbero più voglia di scherzare.

Tornarono tutti al lavoro. Mesti e tristi, ripresero a costruire il ponte.

Fecero come se nulla fosse, anche se soffrivano tutti quanti per la grave perdita.

Con gli occhi bassi e tristi, alcuni presero le corde che Neko e gli altri avevano trasportato fino in alto e le portarono a Viggo e i suoi aiutanti.

Anche i cordai si erano fermati per ascoltare le novità, ma già era tornati sul fiume e annodavano le corde attorno alle assi, frenetici forse più di prima.

In fondo i lavori erano andati avanti anche durante la tragedia; mentre Arturo e Balàn morivano, la vita, il Fato, proseguivano come sempre, indifferenti a ogni cosa. Il mondo non si era fermato a guardare, mentre quei due giovani cadevano e soffrivano l'uno accanto all'altro.

I venti non avevano cessato di soffiare per il dolore, il freddo non era diventato clemente davanti alla sofferenza.

Così dovevano essere anche loro: dovevano andare avanti, nonostante sapessero che prima o poi il medesimo destino sarebbe toccato a tutti quanti nell'indifferenza assoluta del mondo.

Eppure erano Tumbà, erano abituati a soffrire, dovevano caparbiamente proseguire in quello che avevano iniziato.

Poche assi ancora e la sponda opposta sarebbe stata raggiunta.

Il velaio e i quattro fratelli dal petto incavato avevano fatto un ottimo lavoro, leggero e robusto al tempo stesso. Era una meraviglia.

Delle corde passavano da sotto a sopra alle assi rendendo sicuro il passaggio e con le funi dell'ultimo viaggio avrebbero teso dei mancorrenti a cui aggrapparsi per maggior sicurezza.

Era stato un miracolo, un desiderio impossibile, eppure ora era quasi realizzato.

Una volta terminato, in confronto a prima attraversare il Sardon sarebbe stato un gioco da ragazzi.

Sotto di loro il fiume rumoreggiava sempre più gonfio di rabbia, di pioggia e alberi strappati dalla furia delle acque.

Il vento li sferzava impietoso, soffiava forte e gelido, eppure i cinque Tumbà non si fermavano nemmeno per asciugarsi gli schizzi d'acqua gelida sul volto.

Viggo dirigeva i quattro fratelli con pugno ferreo e non perdeva di vista una loro sola mossa.

Voleva essere certo che l'opera della sua vita fosse robusta e fatta a regola d'arte.

Troppi erano già morti per la sua realizzazione e poco importava se sarebbe stato usato una volta sola, doveva essere perfetto.

Alla fine, quando anche l'ultima asse fu assicurata e l'ultimo nodo fu stretto ad arte, soddisfatti Viggo e i suoi tornarono indietro.

Andarono dagli altri Tumbà, tutti assieme si allontanarono dal Varego e dalle Yaonai presenti e confabularono tra loro.

Poi l'anziano velaio andò da Neko:

"Grande Vecchio" gli disse referente "Senza di te non saremmo mai arrivati fino a questo punto. Nel nome della Yaonai Noce Vellutato, di Arturo e Balàn, è nostro desiderio che sia tu a passare per primo dall'altra parte".

Lui ne fu lieto e orgoglioso.

Accanto, ritta al suo fianco, Pino Argentato fu fiera di lui.

Come avessero ricevuto un misterioso richiamo, le undici figlie di Neko comparvero lungo la riva e anche dall'altra parte del precipizio le Yaonai superstiti si riunirono accanto al ponte.

Erano venute tutte quante per assistere al primo passaggio sopra il ponte che anche loro avevano contribuito a costruire.

Era un momento importante per tutti, anche per le abitanti della foresta.

Era un simbolo, un riscatto alla vita spesa inutilmente fino ad allora.

Un inizio, un ritorno. Senza quel ponte non avrebbero potuto ricongiungersi con le sorelle.

I Tumbà si fecero da parte, cedettero il passo al Varego.

Ammutoliti, ancora non credevano di essere riusciti in tale impresa.

Era una vittoria contro gli elementi, contro tutto e tutti, eppure a più di uno dei presenti venne in mente che il Fato, indispettito per il loro successo, avesse chiesto un risarcimento. Tre vite mancavano.

Noce Vellutata prima e Arturo e Balàn poi, in tre non erano più con loro in quel momento e questo rendeva amara la vittoria.

Non sapendo cosa dire, Neko prese per mano la moglie e insieme avanzarono fino all'imbocco del ponte.

Il vento soffiava implacabile.

Il gelo pungeva e graffiava la pelle. Gli occhi secchi e senza lacrime di tutti erano puntati su di loro. Respirò forte.

"Per ora e per sempre questo ponte sarà conosciuto come il Ponte delle Genti. Che il sacrificio dei nostri morti, porti almeno salvezza ad altri" urlò stentoreo, poi pose il primo passo sulle assi del ponte.

Assieme a lui si mosse Pino Argentato e insieme, uomini e Yaonai avanzarono sopra il fiume.

Le acque del Sardon ruggivano sotto di loro, eppure non si fermarono.

Una raffica di vento li fece ondeggiare, si tennero stretti per mano e andarono avanti.

Le corde di capelli si tesero, scricchiolarono sotto il peso dei viandanti senza mai cedere. La struttura in legno tremolava e oscillava a ogni passo.

Giunti al centro i due si fermarono a guardare le rive prima di proseguire.

Salutarono sia chi da una parte aspettava di vederli passare, sia chi li attendeva dall'altra.

Mai distanza fu più emozionante da percorrere.

Quando poi posero piede sull'altra riva, a entrambi non gli parve vero di averlo fatto. Accanto al pino di sostegno calpestarono gli aghi e sulle due rive si sollevarono grida di giubilo.

Ce l'avevano fatta. Erano tutti felici e sollevati.

Uomini e Yaonai, indifferentemente, gioivano. Pino Argentato andò verso le Yaonai superstiti e le abbracciò tutte, una per una.

Poi rimase accanto a quella che aveva salutato attraverso il fiume.

Sembrava che si conoscessero. Parlarono nella loro lingua e Neko rimase in disparte ad attendere. Le lasciò fare.

Per quanto conoscesse quel popolo da molti anni, mai sarebbe riuscito a comprenderne a fondo i legami e le parentele che contavano quelle donne, per cui preferì tacere.

A dire il vero fu grato di quel momento di pace tutto per sé.

Pensò al suo pupillo, a dove potesse essere in quel momento e a cosa dovesse ancora affrontare prima di giungere a una fine qualunque, positiva o negativa che fosse, ormai aveva poca importanza.

Il tempo stringeva. Un paio di giorni al massimo e poi sarebbe stato tardi per tutti. Karahì era su di loro e non dava requie.

Su in alto, un tuono richiamo tutti alla realtà.

Il tempo si stava rovinando in fretta.

Entro breve avrebbe iniziato a nevicare e li avrebbe obbligati a ritirarsi al sicuro.

Dovevano tornare indietro e scendere alla grotta prima che fosse troppo pericoloso farlo.

Rifecero il cammino al contrario camminando sulle assi e vennero accolti dalle urla festanti di gioia dei Tumbà proprio mentre i primi fiocchi di neve cadevano su quello che in seguito venne conosciuto come il Ponte delle Genti.

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