6) IL CERCHIO SI CHIUDE
A Baliji, svegliarsi abbracciato a Mirta, rese più dolce l'arrivo dell'alba.
Era il medesimo sorgere del sole che, all'insaputa l'uno dell'altro, Neko stava pure ammirando in quel preciso momento sulla soglia della grotta dove egli, i suoi uomini, la moglie e le figlie, si erano ricoverati per la notte.
Sia il Maestro che il suo Pupillo, per quanto lontani e ognuno di essi per motivi diversi, quel mattino entrambi avevano la medesima sensazione di vuoto nel petto a tormentarli.
Le tanto attese ore della notte erano volate via troppo rapide, lasciando ad ambedue un gusto amaro in gola e una gran voglia di essere altrove, in quel momento.
Il ragazzo era agitato, un'ansia indistinta gli stringeva lo stomaco dalla sera prima e l'aveva svegliato troppo presto, nonostante la stanchezza che intorpidiva il corpo e gli pesava addosso come un sacco pieno di sassi.
Ogni muscolo, tendine o osso gli doleva. Ogni movimento, seppur lieve, era una sofferenza. Erano le conseguenze della battaglia del giorno prima.
Non era ferito, non aveva subito lesioni se non nell'orgoglio, eppure il vago chiarore che iniziava a delineare le forme del mondo al di fuori della porta, lo intimidiva.
Forse era solo il timore di quello che quel giorno avrebbe portato con sé, comunque Baliji avrebbe desiderato che quei momenti di pace assieme a Mirta non avessero ancora fine.
Aveva un braccio sotto il corpo della sua compagna, una spalla anchilosata e ormai insensibile, eppure non voleva muoversi.
Non voleva interrompere quei momenti magici, così a lungo attesi e così rapidamente passati, da vederli scomparire troppo presto.
Non ancora, almeno, perché aveva bisogno di un po' di tempo per sé, per trovare un senso a tutto quello che gli era successo in quei mesi e che un senso non pareva averlo.
Aveva bisogno di pensare che, un giorno, tutto questo sarebbe finito e tutto quanto poteva finalmente ritornare a essere normale, prima di ributtarsi ancora una volta in quella follia che era stata la sua vita da quando era venuto al mondo.
Ci fu, certo, un breve periodo della sua esistenza in cui credette che tutto fosse perfetto, però presto svanì, durando troppo poco.
Poi il destino gli sfuggì dalle mani, ogni cosa che gli apparteneva gli fu tolta e lui rimase solo.
A costo di immense sofferenze riuscì a ricostruirsi una vita, ma ancora la misura non fu colma, ancora non bastava. Il Fato lo chiamava ancora una volta a compiere un Rammarico non suo.
A breve avrebbe dovuto lasciarsi un'altra volta tutto alle spalle e avrebbe dovuto andarsene lontano.
Quando Mirta si fosse svegliata e avessero ripreso a vivere, non avrebbe potuto fare altro che salutarla e lasciarla.
Avrebbe dovuto lasciare tutto quello che al mondo aveva di più caro, per gettarsi a capofitto verso un futuro che, sebbene ancora da realizzare, ormai ignoto non era più.
Il suo futuro ora aveva un nome e quel nome era Gioturna.
In fondo Baliji era abituato a perdere tutto e andarsene, era tutta la vita che lo faceva e forse, per molti motivi differenti, questa sarebbe stata l'ultima volta.
In fondo era un Sanzara e questo era il suo destino, ma questa volta sarebbe stato diverso, avrebbe dovuto uccidere per non essere ucciso e poter tornare dalla sua donna.
Questa volta non avrebbe avuto la possibilità di scegliere se cedere il passo a chi glielo impediva e questo lo preoccupava, perché non sapeva se sarebbe stato all'altezza del compito che gli era stato assegnato e il dubbio di fallire proprio ora, lo rodeva.
Sì, perché sebbene nessuno avesse potuto o voluto vederlo, non riusciva a fare finta di nulla: lui sapeva che davanti al Ka-ranta del giorno prima, era rimasto bloccato dal terrore che lo aveva assalito alla vista di quei mostri di ghiaccio.
A nulla sarebbe valso mentirsi: ancora una volta era rimasto atterrito da quegli occhi folli e da quei denti aguzzi; ancora una volta si era incantato davanti al terrore di essere strappato via da quelle dita ghiacciate che lo cercavano con tanta furia.
Questa era la verità e sarebbe stato inutile giustificarsi dietro a sterili menzogne.
Aveva avuto paura e aveva lasciato che altri combattessero al suo posto.
Mentre altri sacrificavano la propria vita per salvarlo, lui si era nascosto dietro il loro valore per intervenire soltanto all'ultimo istante.
Se ad altri poteva mentire, a se stesso non poteva nascondere quello che era successo nella foresta: aveva ceduto al panico, un terrore folle lo aveva bloccato fin quasi a perderlo del tutto e se era ancora vivo, lo doveva al valore della Yaonai di Faggiola.
Questa era la verità che lo tormentava dal giorno prima e gli aveva arrovellato il cervello per tutta la notte, ponendogli senza fine una domanda che non voleva saperne di andarsene via nemmeno ora:
Cosa dunque avrebbe fatto davanti a Gioturna, se davanti a un servo della sorella si era bloccato dalla paura?
Aveva affrontato un singolo blocco di ghiaccio e non era stato in grado di sconfiggerlo da solo.
E ora, che un intero continente ghiacciato lo attendeva con l'unico desiderio di portarlo via con sé, come si sarebbe comportato?
Sarebbe fuggito, si sarebbe ancora bloccato dal terrore o avrebbe saputo reagire?
Era questo a spaventarlo: l'enormità del compito che lo aspettava.
Mirta ancora dormiva.
Appoggiata al suo petto respirava lenta e calma e lui voleva godersi questo momento di pace prima di alzarsi.
Respirò a fondo il profumo dei suoi capelli, le diede un bacio sulla fronte, l'ammirò alla tenue luce dell'alba.
Il ventre già rigonfio non aveva tolto nulla alla femminilità della sua donna.
L'amava e la desiderava come quel giorno sulla riva del Fiume Sardon.
L'imponente seno era diventato ancora più grande e i fianchi sodi della ragazza si erano arrotondati.
Il suo volto era più bello che mai e lui non voleva perderla. Aveva paura.
Gli occhi gli si gonfiarono di lacrime e cercò di pensare ad altro.
Per distrarsi ritornò con la mente alla sera prima, a quando, appena arrivato all'interno dell'albero casa con Radice, a fatica riuscì a staccarsi dall'abbraccio della sua donna.
Pensò alla prima cosa che vide quando si separò da Mirta: il grande letto a forma di bocciolo al centro della stanza e alle persone che vi erano stese sopra, la Grande Madre e Flot di Yasoda.
Riandò con la memoria all'odore dolciastro di putrefazione che da quei corpi distesi aleggiava nell'aria della camera e al fragile ramoscello dalle bacche color oro che spuntava da una delle quattro colonne del letto.
Se lo ricordava quel ramoscello, era vischio.
Lo aveva già visto, in primavera, in sogno.
Brillava come allora, brillava anche all'ombra, senza il sole.
Accanto al ramoscello di vischio, ricordò di aver visto la maschera funeraria che sua madre Lilith indossò in segno di lutto per la morte di suo padre Alfons; pendeva da una piccola sporgenza sulle teste di Flot e di Salice che Ride, restando sospesa sopra al letto.
Era una maschera Tumbà, era un cattivo presagio vederla pendere sopra un letto, gli aveva detto un giorno Lilith.
Provò un brivido a vederla sospesa così, proprio al di sopra a due persone che a modo suo aveva entrambi amato.
La Grande Madre respirava piano.
Il corpo era bendato dalla vita in su, lasciando scoperto soltanto il capo senza più capelli, bruciati nell'incendio.
Il volto, rugoso e deturpato da orribili cicatrici rosa, era sereno. Dormiva.
In piedi, accanto al corpo ricoperto di bende della donna, vi era Ranuncolo, in mano teneva ancora la ciotola di legno con il calmante per la Yaonai.
Il Setmin le teneva un polso, ne sentiva i battiti del cuore prima di posarle la mano sulle coperte.
Dall'altra parte del letto, steso al fianco della donna c'era Flot di Yasoda, a petto nudo, madido di sudore e dall'aspetto febbricitante.
La lunga chioma Ratnor giaceva disordinata sul letto e cadeva in terra, fradicia e sozza di liquido appiccicoso.
Il braccio destro, inerte fuori del letto, era nero e gonfio. Dalla ferita suppurava del fluido denso e verde che, goccia a goccia, colava sul pavimento e insudiciava i capelli del Ratnor.
Al braccio sinistro, appena sotto l'ascella, un laccio di cuoio non troppo stretto ancora legava al suo posto l'anello di Baliji.
Flot era sveglio, fissava i nuovi venuti e teneva per mano Salice che Ride.
Aveva paura di morire e glielo si leggeva negli occhi: erano quelli di un lupo che scivolando lungo un ghiacciaio non poteva fare altro se non cadere.
Anche lui era invecchiato in quelle settimane.
Si era incartapecorito e la pelle un tempo liscia, era diventata sottile e grigia come la cenere che usciva dal vulcano.
Benché Baliji non gli avesse perdonato tutto il male che aveva provocato agli abitanti della foresta, provò pena per il suo stato e si ricordò di averlo avuto come Prim Amis.
Ci fu un tempo nemmeno troppo lontano in cui aveva ammirato quell'essere senza scrupoli e gli aveva voluto bene.
Ci fu un tempo in cui l'aveva creduto un amico.
Non poteva essere stato tutto un errore, pensò.
Si salutarono con un cenno.
Flot gli fece un debole sorriso:"Vedo che sei cambiato, amico mio" gli disse con voce affaticata e Baliji capì che alludeva ai capelli rasati.
"Molte cose sono cambiate dall'ultima volta che ci siamo visti, Flot" gli rispose lui ricambiandogli il sorriso.
Gli andò accanto, gli sfiorò delicatamente la spalla. La pelle era bollente.
"Lo so. Ora hai un nome nuovo, mi dicono. Bene. Radice mi ha raccontato le vostre disgrazie e mi devo complimentare con te: sei stato grande".
Baliji sentì la rabbia montargli dentro a sentirglielo dire.
Un mondo intero aveva rischiato di scomparire per colpa della sua arroganza e l'unica cosa che sapeva dire era che aveva saputo delle loro disgrazie?
Avrebbe voluto urlargli contro il proprio rancore, la propria ira davanti all'enormità della sua vendetta, ma non ce la fece. Si controllò.
Per Mirta, per il bambino che la sua donna portava nel ventre, per la Grande madre che riposava a fatica nel medesimo letto del Ratnor, si sforzò di restare calmo.
Si ripeté per l'ennesima volta quello che dal giorno dell'incendio si era ripetuto spesso:
Per arrivare dove voleva, aveva bisogno dell'aiuto di tutti, anche di quello di Flot.
Gli rispose soltanto annuendo. Girò attorno al letto, dirigendosi verso Salice che Ride. Voleva vederla meglio, salutarla se possibile.
Vedendolo arrivare Ranuncolo si fece da parte. Si fecero un cenno di saluto.
"Come sta?" sussurrò Baliji al Setmin.
Il Tumbà scosse la testa.
"Dormire è l'unica cosa che le da sollievo. Per il resto, è nelle mani di qualcosa che non dipende più da me".
Accettando quelle parole come una condanna già scritta, Baliji le si avvicinò cercando di non fare rumore.
Dal corpo della Yaonai saliva un odore di corruzione e decadenza.
Il delicato profumo di linfa fresca che l'aveva affascinato fin dall'inizio, era svanito del tutto.
Baliji cercò nei lineamenti deturpati del volto di quella povera creatura ferita, la giovane donna che solo pochi mesi prima aveva amato su quello stesso letto e fece fatica a trovarli. Forse l'unica cosa inalterata era il naso dalla linea delicata.
Dove era finita la sua bellezza; come era svanita la sua gioventù?
La fissò per qualche momento, poi davanti allo scempio che i Ratnor e le fiamme avevano fatto del suo corpo, dovette voltarsi.
Con quale coraggio, Flot poteva sperare nel suo perdono?
Ranuncolo, Radice, Mirta, anche Flot lo guardavano rendere omaggio alla Grande Madre.
Attendevano che finisse, in silenzio. In tutti loro lesse lo sconforto e la paura che li attanagliava; forse aspettavano che dicesse qualcosa, che sapesse dargli una speranza dopo il terrore che avevano vissuto, ma lui non aveva certezze da dare.
Non ne aveva nemmeno per se stesso.
In quel momento si sentiva vuoto e impaurito esattamente come loro.
Voltandosi si accorse che un po' nascosti dietro a uno dei quattro pilastri, altri occhi smarriti lo osservavano speranzosi.
Gabriel, Balàn e Arturo, i tre Tumbà erano seduti a terra, gli uni accanto all'altro.
Sembravano in buona salute e non avevano ferite evidenti, ma la paura, la maledetta, terribile paura che assillava tutti in quei giorni, lasciava cicatrici difficili da vedere.
Li salutò brevemente. Contò.
Alla partenza dal Villaggio del Sole, sulle quattro barche erano in diciotto, ora ne contava nove, mancavano all'appello nove Tumbà.
Chiese degli altri, quelli che mancavano.
Quando gli dissero che erano tutti salvi e si trovavano assieme al sicuro in un altro albero casa, si tranquillizzò.
Staccò la maschera da sopra al letto e se la rimise sulla testa, passando il laccio sotto la gola... era stata utile per fare lo scambio a Rasmet, ma era la maschera di sua madre e ora la voleva di nuovo con sé.
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