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5) TUTTO RITORNA


Quando alla mattina Neko vide scomparire Baliji e Scorza dietro il costone roccioso che li avrebbe condotti verso il villaggio dei Mandi, sospirò.

Guardò il sole nascente, gli sorrise, si toccò la fronte e chiese perdono per tutte le sue mancanze e i suoi errori, così come faceva ogni giorno da quando era diventato Gopanda-Leta.

Era un momento particolare quello, un momento che viveva da solo e di cui non aveva mai fatto parola a nessuno, perché era l'unico dell'intera giornata che si apprestava ad affrontare, in cui riusciva a essere sincero addirittura con se stesso.

L'alba era l'attimo in cui non riusciva a nascondersi nessuna verità, per quanto triste e penosa potesse essere da portare sulle spalle, come in quel mattino colmo di pensieri preoccupati verso i due compagni appena partiti.

Scosse la testa e sospirò.

Sperava ardentemente di rivederli entrambi vivi, ma sapeva che non poteva fare nulla per aiutarli.

Assieme a Baliji si erano parlati, avevano suddiviso i compiti che ognuno dei due avrebbero dovuto affrontare e a lui era toccato quello più facile.

Si erano trovati subito d'accordo sulle responsabilità che gravavano su ognuno, toccava al Padre di Tutti andare contro Gioturna, eppure Neko sapeva che la loro era stata tutta una finzione.

Lo sapeva lui e lo sapeva pure Baliji, ma così doveva essere e nessuno avrebbe potuto fare altrimenti, perché ora toccava a quel ragazzo liberarsi dei propri fantasmi e nessun altro avrebbe potuto farlo al posto suo.

Era giusto che fosse così, si disse, perché come Sanzara, lui, Neko, aveva fatto il suo tempo, eppure saperlo non lo faceva stare meglio.

Ogni Sanzara doveva affrontare il proprio destino per diventare Gopanda-Leta.

Molti di quelli che avevano tentato avevano fallito, pochi erano arrivati sani e salvi a sciogliere il proprio Rammarico e tra quei pochi, lui era stato uno di questi.

Ma se per lui, ora, a distanza di molti anni da quegli avvenimenti, pareva che il suo compito fosse stato semplice, per quel giovane che adesso doveva liberarsi del proprio, tutto sembrava molto più complesso.

Quello che il Maestro era stato chiamato a risolvere era un Rammarico di poco conto, un passaggio obbligato per aprire la strada a qualcosa di più grande e complesso, la cui posta in gioco era ben poca cosa in confronto a quella che pesava ora sulla testa di Baliji.

Allora soltanto la propria vita era in pericolo, se non riusciva nel suo intento sarebbe diventato un Sanzara come migliaia di altri Vareghi prima di lui, sarebbe scomparso e tutto sarebbe proseguito come sempre.

Se lui avesse fallito il danno sarebbe stato limitato, per i Vareghi sarebbe svanito nel nulla e il peso di quel Rammarico sarebbe passato a un altro ignaro bambino della sua famiglia.

Prima o poi il suo fallimento sarebbe caduto addosso a qualche disgraziato ragazzo che avrebbe preso il fardello che lui non aveva saputo portare a termine e la storia avrebbe continuato così, all'infinito.

Ma questa volta non era così semplice, sulle spalle del suo pupillo pesavano i destini di molte più persone e il destino di un continente intero dipendeva da lui.

Tutti coloro che volevano una speranza per una vita migliore, i Tumbà, le Yaonai, i Sednor, i sopravvissuti al disastro dell'incendio, guardavano a lui come al Messaggero del Sole e della Luna, colui che avrebbe saputo liberarli e avrebbe potuto portarli lontano, in salvo.

Migliaia di destini sarebbero stati decisi nei prossimi giorni e il tempo che avevano per agire, stringeva.

Presto, molto presto l'Orda della Regina del Nord si sarebbe abbattuta come una tempesta sulle coste Vareghe e l'impatto che quella venuta indesiderata avrebbe portato con sé, sarebbe stato tremendo e imprevedibile.

Neko non si faceva illusioni; fino a che Karahì avesse saputo Gioturna viva, avrebbe fatto di tutto per liberarla.

La Regina del Nord non si sarebbe fermata davanti a nulla, avrebbe distrutto ogni cosa sul suo passaggio senza la minima pietà verso nessuno, pur di liberarla e averla ancora al suo fianco.

Se le difese dei Vareghi fossero cadute, i loro villaggi sarebbero stati i primi a essere distrutti dai Ka-ranta, poi tutti gli altri sarebbero caduti uno alla volta sotto i colpi dell'Orda in arrivo dal Nord.

Nessuno si sarebbe salvato se Karahì avesse oltrepassato le coste Vareghe e oltre a quelle coste, c'era la foresta, la sua casa, la sua famiglia, lande desolate e vuote senza più nessuno a difenderle se non una dozzina di Yaonai a lui care più della vita stessa.

Al pensiero di quelle terre boscose, amate e indifese, di quel pino sulla faglia rocciosa, Neko sospirò.

Temeva per sua moglie, per le sue figlie, avrebbe voluto essere con loro in questo momento di pericolo, invece era qua, lontano da coloro che amava, perché questo aveva deciso per lui il Fato.

Sentiva molto la loro mancanza e saperle in pericolo non faceva che aumentare a dismisura il suo disagio.

Non temeva per il loro valore, di questo era sicuro, ma per la loro vita.

Pino Argentato non si sarebbe piegata al volere di Karahì; se fosse stato necessario avrebbe lottato fino all'ultimo e assieme a lei le loro dodici figlie.

Yaonai per tre quarti, nate e cresciute in un territorio libero, avevano tutta la fierezza e l'orgoglio della razza della madre.

Anche loro era combattive e tenaci, avrebbero resistito e difeso la loro foresta come delle fiere guerriere, ma erano poche e al Nord, ne era certo, quando Karahì fosse giunta, sarebbe stato un massacro.

I rinforzi che stavano arrivando ai Vareghi erano molti, andavano al di là di ogni più rosea speranza.

Dal mondo dei vivi e dal mondo dei morti, molti avevano alzato in alto le asce alate per combattere al loro fianco.

Ora le speranze di resistere erano maggiori, ma Yaonai, Schegge, Giganti e Sanzara non sarebbero bastati a contrastare la furia di Karahì.

Avrebbero potuto resistere per un po', rallentarla forse qualche giorno, ma non potevano sconfiggerla definitivamente con le loro sole forze.

Nell'altra Era, quella in cui i Soluni erano Giudici e il Tempo Supremo loro prigioniero, furono necessari tutti i Sei Regni e loro stessi riuniti assieme, per disperdere la sua Orda.

Ma alla fine, nemmeno quello fu abbastanza: solo la fortuna, l'astuzia e l'inganno la sconfissero, portando la pace da quell'epoca lontana fino a ora.

Per fermarla in modo definitivo, c'era una sola possibilità: Baliji doveva distruggere Gioturna prima che la sorella arrivasse sulla terra ferma e per farlo aveva bisogno di tanto coraggio e dell'anello in possesso a Flot.

Ma come, come usarlo? Nemmeno lui lo sapeva!

Avesse saputo dirglielo! Ed invece... Sospirò ancora.

La strada su cui camminavano le loro speranze era sottile quasi quanto la lama di una spada affilata e un solo batter d'ali poteva essere determinante per farli cadere da una parte o dall'altra.

Molte, troppe cose potevano andare male nei prossimi giorni e tutto dipendeva da Baliji.

Quel ragazzo aveva già fatto moltissima strada, aveva sofferto pene oltre l'immaginabile e ora lo aspettava ancora la prova più difficile, eppure, se fosse riuscito nel proprio intento, avrebbe dato una possibilità a tutti quanti loro.

A lui, alla Grande Madre, ai Tumbà, alle Yaonai e ai Sanzara non restava che dargli tutto il supporto possibile e sperare che tutto andasse per il meglio.

Era poco, lo sapeva, ma era tutto quello che potevano fare.

Come un giorno lontano gli disse il suo amico fraterno Ibrahim al Vadim, fratello minore del Signore dell'Oasi Perduta di Benansur, pochi attimi prima che si separassero per non rivedersi mai più:

"Mio caro amico, il futuro è stabile quanto il crinale sabbioso di una duna del deserto durante una tempesta di vento, eppure non ne abbiamo un altro di riserva. Dobbiamo accettarlo e lavorare al meglio perché abbia successo".

Strinse l'elsa della scimitarra che gli fu donata da Ibrahim in quelle terre assolate e lontane e sperò di esserne degno, perché il presente gli metteva paura.

Forse per la prima volta nella sua lunga vita, temeva per coloro che amava e non poteva fare nulla per aiutarli.

Lui che una volta aveva saputo decidere per il suo destino, nulla poteva per cambiare quello di chi gli era stato affidato e questo lo faceva sentire vecchio e in colpa.

Un colpo di tosse alle sue spalle lo distolse dai suoi pensieri.

Il sole saliva nel cielo e il ghiaccio si scioglieva goccia a goccia dalla roccia.

Attorno a lui i Tumbà attendevano, alcuni mormoravano personali richieste al Sole Invitto, altri auguravano buon viaggio ai due pellegrini.

Quei ragazzi si aspettavano che lui li guidasse e non sapevano quanta poca fiducia nel domani avesse in quel momento.

Se solo avessero saputo quanti dubbi quella mattina covavano nel suo animo, lo avrebbero guardato meno speranzosi.

Ma come diceva spesso il suo amico Bigorn, i conti si fanno soltanto alla fine, perciò ora era il momento di mettersi a lavorare.

Anche per quel giorno, il momento della verità era passato.

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